La mutazione

Quanto può essere ardito formulare un pensiero determinato in tempo di pandemia? Troppi fattori influenzano la riflessione, specialmente quando quest’ultima tenta di riprendere (o trattenere) il filo di un passato che, per quanto recente, si allontana dalle nostre sensazioni più intuitive. Il tempo, oltre che nella sua natura scientificamente accertata, muta in noi come se il suo trascorrere si contraesse e dilatasse al cospetto di eventi ambìti o rifiutati, figuriamoci quanto possa influire uno stravolgimento come quello in corso. Tuttavia, in questa lontananza apparente, di un passato che si trattiene nei passi recenti (gli ultimi in ordine cronologico), la cui eco risuona ancora nelle nostre orecchie, la distanza percepita influenza perfino l’istinto che vacilla nella distrazione indotta dall’angoscia. La paura tende a soffocare la razionalità, soprattutto quando rivolta all’incolumità (individuale e dei propri affetti), ma esiste anche un tipo di paura più subdola, sottaciuta, sconosciuta all’intelletto che consiste nell’interrogativo mai posto alla mia generazione di quanta (o quale?) parte di noi, alla fine di tutto questo, sopravviverà.

Auspicare un avanzamento della coscienza ai fini della risorsa umana risulta scontato, è necessario però fare una distinzione. Un salto emotivo non rappresenta necessariamente un progresso, a livello personale qualsiasi evento di rottura nelle nostre esistenze è in grado di produrre il medesimo effetto; eventi nefasti di portata mondiale però, come guerre, carestie o epidemie alla stregua di quella in corso, quando ci toccano da vicino potrebbero generare efficienti dissesti determinando la narrazione “storica” in modo non-determinabile. Conoscere l’importanza della memoria dovrebbe quindi indurre l’intellettuale onesto a interrogarsi sull’eventualità di dover rinunciare ai traguardi raggiunti, in favore quello che potrebbe rivelarsi un nuovo modo di rappresentare il pensiero, in cui il passato recente si allontana dallo stallo empirico e il futuro fatica a mostrarsi. È la perdita di ogni certezza che inocula il dubbio di un cambiamento possibile. Pur spaventando, così come intimorisce ogni modifica d’assetto sentimentale, esso va a ricongiungersi, attraverso un salto probabilistico di tipo epocale, a ciò che in passato è stato in grado di generare mutazioni divenute la Scuola.

La sofferenza stimola la creatività sia in campo tecnico che artistico ma mentre gli intellettuali di ultima generazione sono (o forse erano) soliti aggrapparsi alla sfera personale risultando nel talento soffocati, la letteratura insegna che è stata spesso la somma di eventi collettivi e individuali, non necessariamente distinti o forse intensamente collegati, che ha mostrato la via del cambiamento in quanto spontanei nel loro non-voler-essere profeti di nulla. Dunque, anche quando l’intento è puro, sia nell’offerta che nell’utilizzo, sarà sempre l’epoca nel suo divenire a determinare la validità di un presunto accrescimento culturale, con buona pace del “tutto e subito”.

L’ordine di una città, che appare dormiente e priva del fermento cui eravamo assuefatti, è di fatto il disordine muto di un’intera civiltà. Se l’ordine è fuori però, è dal caos interiore che sgorga l’entropia in grado di scatenare la mutazione. La scomparsa di bagliori sfolgoranti attorno a noi, adesso spenti per ragioni che ci sovrastano, mostra quanto si fosse appiattita l’intuizione, il recepimento, la sensibilità verso ciò che ci circonda e perfino verso gli affetti cui adesso non possiamo neppure avvicinarci.

Negli ultimi tempi si è fatto un gran parlare del “giusto modo” di dare forma a un’opera letteraria che fosse in linea (efficace) con la richiesta, al punto che sempre più spesso abbiamo assistito a un appiattimento del suo valore primitivo fino a renderla un tecnicismo privo di quell’impulso che, invece di definire fin da subito l’autore nel suo stile (obiettivo della narrazione), ne mostra l’intento speculativo. La finalità funzionale dunque, seppur generata dall’autore stesso, propende talvolta allo scopo in termini di riconoscimento e meno alla naturalezza per effetto di una spersonalizzazione ritenuta efficace. Ogni testo è permeato dall’educazione a se stesso. Sia che si tratti di un insegnamento ricevuto che dell’umana capacità di assorbire ed ereditare determinate influenze, la maggior parte degli scritti risente della pressione di strutture accettate (Gregarie in termini nietzscheani), al punto che il valore-singolare tende ad appiattirsi sia nella produzione, cosa di per sé biasimevole, che nel giudizio altrui, con effetti disastrosi per le parti apicali della linea letteraria: Autore-Utilizzatore. Eppure, oltre ogni annichilimento delle intenzioni, ogni addomesticamento dell’intelletto o vincolo di mercato, capita che la ribellione riesca a ingannare la spinta di una proposizione imposta da fattori sottaciuti ed emerga, tra le note di una melodia distinguente, nel Capolavoro che idealmente (ma non solo) spezza la “logica” del Sistema. Tale fenomeno si manifesta quasi sempre nel momento in cui si abbassa l’entropia, lo scambio termico, per rimescolare le carte e generare il disordine in grado di garantirne la continuità. Come in natura dunque, la comunicazione (letteraria più che verbale in cui sopraggiungono fattori di distrazione quali la gestualità o la modulazione fonetica) necessita di un ribaltamento del senso accettato, contro il tentativo di ciò che propende all’equilibrio per non perdere i “privilegi” raggiunti, laddove il cambiamento inorridisce.

Perfino attraverso la genesi di un’opera che tenta di superare l’impasse, il meccanismo tende a inibire la spontaneità, tuttavia Nietzsche dice: “È mera cosa di esperienza che la modificazione non cessa; di per sé non abbiamo la minima ragione di pensare che a una modificazione ne debba seguire un’altra. Al contrario: uno stato raggiunto sembrerebbe dover conservare se stesso, se non ci fosse in esso una facoltà di voler appunto non conservarsi”. Dunque, oltre le apparenze, la riflessione (e il filosofo in questo caso), suggeriscono che l’equilibrio dev’essere troncato nel momento stesso in cui la realtà scatena il disaccordo necessario alla non conservazione e quindi, alla non accettazione del canone. Ma da chi proviene veramente il cambiamento?

L’offerta asseconda la richiesta e si adegua, o va adeguata, per far sì che la stessa sussista nelle nostre intenzioni, pena la non realizzazione del proposito di liberare la creatività, arginandola così in uno schema prestabilito. Oltre l’adeguamento autoriale però, risulta dannoso il manifestarsi dell’educazione al recepimento da parte di chi riceve; pertanto, se gli oggetti sono: Autore, Utilizzatore, Offerente e Gregario, non necessariamente in quest’ordine, chi tra questi condiziona la scelta? L’Offerente detta la regola, ma questa è suggerita a sua volta dall’Utilizzatore che la subisce e se ne convince per mezzo del Gregario, il quale intende mantenere stabile il Sistema condizionando l’Autore. Ecco quindi che è necessario scagliare il sasso nello stagno e attendere che l’onda si propaghi fino a raggiungere il quarto nome, il Gregario: “colui” che agisce nell’interesse di un equilibrio fatale al recepimento.

Situazioni immaginarie lontane da noi hanno talvolta il compito di alleggerire il fardello della distruzione, imponendo un rigore introspettivo in grado di sparigliare ogni influenza di “scopo”. Di fatto, prima di narrare è indispensabile accettare l’eventualità di non farlo quanto più la forma del testo si avvicina all’onestà che, per quanto paradossale alla stregua del mentitore (ciò che dico è falso), suggerisce che l’originalità per essere efficace non deve assecondare la logica bensì aggirarla attraverso l’abbandono di ogni razionalità identificata. Utilizzare dunque la narrazione per commutare in esistenziali gli stimoli ricevuti da situazioni reali e con questo emanciparsi da ogni incompetenza riconosciuta, è un atto spontaneo e tutt’altro che innovativo. A tal proposito prendiamo in considerazioni due proposizioni di Ludwig Wittgenstein dal Tractatus Logico-Philosophicus:

2.17 Ciò che l’immagine deve avere in comune con la realtà, per poterla raffigurare – correttamente o falsamente – nel proprio modo, è la forma di raffigurazione propria dell’immagine.

3.031 Si diceva una volta: Dio può creare tutto, ma nulla che sia contro le leggi logiche. – Infatti, d’un mondo “illogico” noi non potremmo dire quale aspetto avrebbe.

Tali asserzioni, derivate da altrettanti enunciati radice che stabiliscono rispettivamente come i fatti siano il sussistere di stati di cose e l’immagine logica di tali fatti sia il pensiero, mostrano la possibilità che un Neopositivismo potrebbe affermarsi, oltre la verità dei fatti stessi, sulla ragione, pur rappresentando qualcosa d’inconfutabile per quanto irriconoscibile. L’immagine potrà quindi rappresentare una realtà sia vera che falsa ma non illogica, poiché se così fosse sarebbe irrealizzabile ma, soprattutto, inimmaginabile. Interpretando dunque il testo come una favola logica se vogliamo, con immagini in grado di rappresentare una realtà concessa, falsa ma potenzialmente reale in quanto pensata (e solo in quanto tale), è possibile emanciparsi dalla comunicazione di una certa letteratura contenuta nello schema di accessibilità. Ma anche nella riduzione ossessiva della frase, manifesta in certi generi contemporanei dove si tenta di essenzializzare il testo limandola fino alla radice che pure non rappresenta il confinamento della comunicazione, s’intravede l’irrealtà propria della letteratura che non disdegna né l’uno né l’altro estremo, perfino quando l’intento è discostarsi il più possibile da certi generi affermati, la cui influenza si mostra ancora oggi nella letteratura meno approssimativa limitando anche l’intento più innovativo che viene accettato se e solo se confinato entro certi assiomi prestabiliti.

Il linguaggio di segni noti ci conduce alla rappresentazione comunicativa a discapito della comunicazione rappresentativa, e a tale sistema ci atteniamo nei segni convenzionali e non arbitrari, ma non negli oggetti e men che meno nello stato di cose che tentiamo di rappresentare. L’importanza attribuita alla trama è dunque talvolta eccessiva. Il testo non vive esclusivamente “di essa” sebbene risieda “in essa”. Ne rappresenta il tessuto ma al di là della morale si cela il suo valore più alto. Lasciarsi trasportare dalla narrazione, perdersi assecondando l’abilità del narratore rappresenta oggigiorno un successo, nonostante ciò, il fine ultimo rimane la costruzione e in quanto tale, perfino un fallimento potrebbe assumere i connotati di un risultato eccellente se assimilato con l’attenzione che merita. L’inganno dimora nella distrazione, nel bisogno comune di non concentrarsi oltre il dovuto per inseguire l’itinerario più breve, perseguendo l’obbiettivo primo e finale di portare a termine una fatica letteraria sia da parte dell’Autore che dell’Utilizzatore; basti pensare il tempo che impiega un testo pur valido a scivolare nell’oblio del macero. La pagina dunque, il quantum letterario, diviene funzionale all’epilogo anche quando non ne rappresenta la struttura portante. Ecco quindi che il suo fluire lesto, prima ancora del senso di ogni frammento costruito con fatica, acquisisce nell’intento di superarlo un valore che ne frantuma la rappresentazione. Si dice che Kurt Gödel, considerato al pari di Aristotele il più grande logico di tutti i tempi, fosse in grado di rimanere per ore concentrato sulla medesima pagina. È chiaro che stiamo parlando di “eccellenze” sia in fatto di concentrazione che di argomenti impenetrabili alla maggior parte di noi; eppure, indugiare sul testo con l’intento di comprenderlo fini in fondo, ripercorrendolo in modo reiterato quando serve, potrebbe incrementarne di parecchio il valore. Non soltanto dunque un’intricata teoria metafisica o teorema scientifico, ma anche un “semplice” racconto che tra le righe nasconde vizi e virtù del suo autore e, per estensione, dell’intero genere umano. Da dove scaturiscono quelle parole? Quale vita, studio, attenzione, ispirazione lo hanno spinto a vergare d’inchiostro la pagina bianca? Sono tutte domande affascinanti alla stregua del perché il tempo non scorra allo stesso modo in punti diversi dell’universo ma, se il tempo è influenzato nel suo fluire dalla massa e dalla velocità, come impedire all’Utilizzatore di perdersi nell’istinto Gregario come avesse sorpassato l’orizzonte degli eventi? In questo forse, l’attuale situazione mondiale potrebbe risultare efficace nel demolire ogni istinto pregresso.

La proposizione in materia intellettuale è il primo laccio. L’atto di liberare la fantasia con lo scopo di allontanarsi da ogni imposizione al fine di sorreggere la riflessione più ostica, risulta quindi la vera mutazione. La trama è una struttura accettata anche quando risulta indeterminabile nella forma di salti non solo temporali ma probabilistici ai fini della narrazione, nonostante ciò potrebbe eguagliare il senso logico di una regola accettata, se non addirittura avvicinarsi al metodo col quale il pensiero raggiunge chi la costruisce, perfezionandolo fino a renderlo rappresentabile come nella comunicazione visiva.

Umano, il dato certo. Umano anche il metodo della ribellione che sempre deve passare attraverso la conoscenza e il confronto. Allora, la fantasia, intesa non tanto come il genere prescelto ma in quanto capacità di rappresentare il pensiero nella sua forma inimmaginabile, genera stati di cose verosimili o del tutto surreali, falsi eppure profondi e prossimi a una realtà impensabile. I segni ci costringono all’interpretazione, alla costruzione di processi che risentono del loro essere limitati e limitanti; così, sia lo scrivere per rappresentare che l’immaginazione stessa, si lasciano guidare da tale coerenza ingannando gli oggetti del processo nel meccanismo vulnerabile delle convenzioni. Ma cosa davvero ci spinga ad accettarne l’influenza a discapito della non conservazione che lotta per affermarsi, resta un mistero (in termini di capacità discernente). È naturale che i fattori indicati come causa di tale alienazione siano molteplici ma oltre l’istinto, l’omologazione e l’appartenenza, permangono forze oscure sottaciute e sottomesse non tanto da noi, ma da qualcosa che pur appartenendoci resta precluso da un paravento che ci costringe alla realtà accettata, e nasconde una verità dissimile ma altrettanto possibile in merito al ri-conosciuto.

Non c’è condanna intellettuale in questa pandemia che ci ha raggiunti come una punizione alla nostra stasi, né sterile prevaricazione ma onestà, prosecuzione, mantenimento, equilibrio caotico. L’arte è una materia fisica in grado di suscitare emozioni al pari degli accadimenti che colpiscono la nostra vita; è così da secoli e non mi riferisco a un atteggiamento di tipo “reliquiario” ma alla contemplazione (anche linguistica) della materia espressiva. La pittura, la letteratura e l’arte in genere, ci raggiungono come “fatti” condizionanti e condizionati. Inizialmente assoggettati alle superstizioni, spinti dalla nostra cecità in fatto di conoscenza dei fenomeni tecnici e poi, come recepimento liberatorio di svago e fuga dalla nostra stessa vita. Per qualsiasi forma intenzionale, sia che le vicende narrate abbiano la funzione di dare interpretazione a fatti ignoti che di annullare la pesantezza dell’ordinario, l’invenzione resta il cardine evasivo che non spartisce se stesso col mondo reale, ma si diffonde in un tessuto proprio che per le ragioni di cui sopra va interpretato e determinato all’interno dello stesso: falso ma esistente, pertanto vero. Logico nel linguaggio atomico, intelligibile seppur ostico. L’impossibile dunque non ha carattere necessariamente falso poiché non rappresenta (non sempre almeno) un fatto di per sé illogico, anche quando indimostrabile o come in questo caso, confutato dai sensi. Ma i sensi rappresentano pur sempre la nostra dote: non è forse vero che l’universo è in realtà è una grande oscurità illuminata dall’interpretazione che il nostro cervello fa delle onde trasmesse, trasformandole in luci, colori e suoni, mentre ogni nostra certezza frana nel momento stesso in cui si dimostra assimilata e sopraggiunge l’inaspettato? Allora, più che la mutazione del pensiero, sarà forse il cambiamento nella sua formulazione a essere determinato da uno shock come quello in corso. Se Alessandro Manzoni descriveva la peste in un modo che mai come oggi risulta attuale, Piero Manzoni nel 1960 si esprimeva così: “Divenuto sterile un periodo culturale in tutte le sue forme e pensieri, un altro se ne è aperto […] tutta la nostra cultura è cambiata (e non si tratta solo di vedere diversamente: si vedono altre cose)”. Auguriamoci che possa essere così.

Un giorno per la memoria

Cari miei, vi dico addio. Il cielo è terso, l’aria fresca. Affronto questo giorno con serenità: saluto un conoscente, ascolto i suoni della città. La vita si muove, l’aria è carica delle speranze di tutti noi. Le solite strade, un colpo di clacson, il pianto di un bambino, il suono di un portone che si chiude… e sono morto. Tutto finisce così, in un attimo.

C’è questo e molto alto nell’ultimo lavoro di Anna Copertino, giornalista e scrittrice che, in qualità di curatrice nonché autore di uno dei ventotto racconti, ha dato alle stampe questo Un giorno per la memoria (Ed. Homo Scrivens): antologia di racconti liberamente ispirati al tragico destino delle Vittime innocenti di tutte le mafie. Uomini, donne e bambini che niente avevano a che fare con le questioni del malaffare, ma che hanno perso la propria vita in un giorno come tanti, nell’orrida deflagrazione dei propri sogni e di quelli di coloro i quali amandoli, hanno visto le proprie vite travolte (e stravolte) per sempre.

Morti inattese, inaccettabili; morti di cui spesso sentiamo parlare nell’eco di un telegiornale all’ora di cena, mentre occupati dalle questioni di tutti i giorni, ci illudiamo che niente di tutto questo possa riguardarci. Impauriti, pigri, sottomessi al dubbio gusto di una violenza sdoganata che ultimamente sembra essere tanto di moda, rifiutiamo il pensiero che ognuna di quelle persone potremmo essere noi, in un momento di normalità, di vita: la nostra.

Premio Elsa Morante 2019 per l’impegno civile, l’opera si pone nel panorama letterario affrontando la questione da un punto di vista intelligente. Ventotto penne per la memoria: giornalisti e scrittori che hanno dato voce alle Vittime attraverso la propria sensibilità, per fare in modo che non diventino soltanto una serie di nomi vergati su una lapide di marmo, ma restino vivi per gridare a tutti noi che invece esistono e la memoria, la loro e la nostra, non può e non deve estinguersi nella paura perché se così fosse, voltare le spalle alla realtà non farebbe che ucciderli ancora e con essi le loro famiglie, unite da un destino di dolore che va ben oltre la terminazione biologica.

Allora, per non gettare nell’oblio tutte queste vite, e trovare in noi la spinta al cambiamento e la forza di guardare il dolore negli occhi di queste persone, è necessario che la memoria non si estingua e si mantenga viva la questione identitaria sul chi siamo, ma ancor più sul chi scegliamo di essere. Giorno dopo giorno. Vita dopo vita. Colpiscono quindi le parole di Anna Copertino quando usa una metafora efficace per descrivere l’incontro con i Familiari: “È come infrangere un vetro sottilissimo, e minuscoli pezzi taglienti ti si attaccano alla pelle lacerandola”. Così, la mente del lettore si stacca fin da subito dall’opera in senso letterario, per arrivare alla persona narrata e non al personaggio assecondando l’intento. L’attenzione si sposta attraverso il rispetto nella volontà di conoscere la storia di ogni Vittima innocente, per apprenderne la vita e non la morte, per sentirne il movimento, i desideri, mantenendo ogni istante perduto perché resti pulsante come un cuore che ancora batte.

Famiglie come filamenti di seta raccolti in una mano dove ogni storia narrata è un legame che li tiene uniti. Ventotto nodi che si estendono oltre l’ultimo racconto da cui parte una sequenza spaventosa di nomi che riempiono le ultime pagine del libro, in ricordo di ognuna di queste Vittime riconosciute dal 1893 a oggi. Centinai di nomi, ognuno con una storia diversa fatta spesso di normalità, gesti quotidiani, premure per i figli e abnegazione al lavoro che in un giorno come tanti, con un cielo come tanti, tra gli odori di sempre e i suoni rassicuranti della normalità, hanno perso tutto senza neppure sapere il perché.

La memoria è questo dunque: il bisogno di assecondare l’empatia dentro i fatti narrati, perché ogni nostra angoscia non sovrasti l’Umanità condannando all’oblio Familiari e Vittime, ma anche noi stessi che a fatica controlliamo il tremore delle nostre mani. Se il ricordo è una questione privata, così come lo è il dolore per la perdita di una persona cara, la memoria rappresenta invece la volontà di ribellarsi all’ingiustizia, all’illusione che tutto questo dolore non ci tocchi perché troppo lontano da noi. Ma i proiettili corrono veloci, accorciano le distanze, fermano il tempo e non hanno coscienza: i proiettili si fermano soltanto davanti alla volontà di cambiare, ma per farlo ogni giorno deve essere Un giorno per la memoria.

Risonanze Databili (Recensione di un falso libro)

Dopo quindici anni d’inspiegabile (ma neppure troppo) silenzio, esce per i “tipi” di Bardamu Editore il nuovo romanzo di Placido Dellai: Risonanze Databili. Autore classe 1958, Dellai, al secolo Sauro Cairioli, incarna alla perfezione l’ideale dello scrittore dalla scarsa produzione letteraria le cui opere, tuttavia, per complessità e valore letterario, rappresentano il ricongiungimento del lasso di tempo intercorso tra il suo lavoro precedente e quello attuale, ovunque s’intenda collocare tale segmento nella sua breve produzione artistica. Ancora una volta dunque, non delude, e lo fa attraverso un testo ancora più enigmatico dei precedenti tra i quali a onor di cronaca segnalerò il mio preferito, Addio fino a stasera, quale espressione rappresentativa di un certo gusto personale e perfino del suo mutamento stilistico che si discosta dai suoi precedenti lavori.

Raccontare, seppur brevemente, la trama di questo Risonanze Databili non sembra essere cosa facile e men che meno lo sarà rivelarne gli sviluppi emotivi… La narrazione procede per piani sfalsati senza un’apparente linearità, nel tentativo difficoltoso (per volere dell’autore naturalmente), di ripercorrere le gesta di Carlo Serpieri, il protagonista del romanzo ambientato ai primi anni del nuovo millennio, impegnato nella ricerca di un sé sbiadito dal fallimento del proprio lavoro di scrittore anch’egli, tramite la scoperta di ciò che lega verità e finzione nell’opera di un giornalista del futuro (l’oggi). In questo contorto andirivieni temporale, nel quale la narrazione primaria sembra sollevarsi come polvere da un passato ancora vivo, il tema interpellato si snoda invece nel presente attraverso l’esplorazione da parte di Serpieri dell’opera di tal Elio Sarracina, giornalista sul lastrico ossessionato da uno dei racconti magistrali di Borges, Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, e dalla necessità di scoprire, oltre ai chiarimenti dati dal maestro argentino al quale si ostina a non credere, quali parti del racconto siano vere e quali invece frutto della finzione.

La storia dunque, come accennato, si articola su svariati piani temporali, ma si assiste anche a uno sfalsamento emotivo dettato dall’abilità di Dellai nel destreggiarsi tra l’indole romantica del Serpieri (più vicino forse al suo sentire) e quella critica, cinica talvolta e in perfetta antitesi del Sarracina il quale, attraverso la realtà della finzione, rappresenta l’esistenziale inatteso e inaccettabile cui è sottoposto l’uomo incapace di tollerare l’ambiguità dell’informazione.

In effetti, già dal titolo ma forse a posteriori, s’intuisce la natura sibillina del testo. Lo scostamento temporale come artificio che tenta di affrontare l’oggi attraverso un presente esteso che si sposta da quel passato noto all’autore, fino al presente che pare invece sfuggirgli. Tuttavia, oltre la destinazione databile o meno dell’opera di Dellai, l’ambientazione in un trascorso non troppo lontano si disperde fin da subito attraverso la visione attuale del Sarracina di Serpieri, discostandosi con abilità dall’intelletto onirico di Placido Dellai egli stesso mosso dal medesimo bisogno di appagare le proprie incertezze, tramite una verità foss’anche presunta.

A tal proposito, l’interesse ossessivo di Dellai sembrerebbe noto fin dai suoi precedenti lavori, retaggio, come ipotizzato dall’Anastasi in un articolo a lui dedicato e contestato, quando afferma senza mezzi termini che “L’opera di Dellai risente in modo chiaro l’ambiguità del suo rapporto con la madre mai conosciuta…”. Non c’è alcuna catarsi in quest’opera eccellente dello scrittore toscano d’adozione però, giacché ogni tentativo d’incursione nel bisogno di conoscere la verità, si perde nella natura stessa del protagonista di Risonanze Databili, mosso a sua volta da un’ossessione analoga ma di natura tutt’altro che sentimentale.

Senza alcuna esplicitazione, Dellai caratterizza un personaggio che seppur modellato su se stesso, si allontana fin da subito dal proprio creatore sia nell’ambientazione che nel passato irrisolto, attraverso una simulazione che prevede la propria opera proiettata in un futuro familiare al lettore in quanto specchio del presente. Non è chiaro quindi se sia davvero l’autore di Risonanze Databli a essere affascinato da Adelbert Von Chamisso, il quale prima di dare alle stampe Storia meravigliosa di Peter Schlemihl (o forse dopo non ricordo), architettò una farsa inviando alcune lettere agli amici con l’intento di far sembrare reali le vicende fantastiche da lui narrate, o se si tratti invece di un artificio per spostare la percezione di Carlo Serpieri che inizia la propria ricerca ispirato da tale aneddoto letterario; sta di fatto che in tal modo risulta davvero difficile stabilire quale sia il confine tra finzione e realtà, così come lo è per l’indagine maldestra di Elio Sarracina sul confine labile del racconto di Borges.

Sebbene non si possa definire il romanzo di Placido Dellai un’opera di facile lettura, restano indiscusse le sue doti stilistiche di cui, tra molti meritevoli, voglio riportare un passo che mi ha colpito particolarmente: “E con la bocca piena di sangue, Serpieri non indugiò neppure un attimo sull’origine di quel fatto increscioso. Ricordò invece le parole del medico di famiglia quando consigliò a sua madre di alimentarlo con una dieta ricca di ferro per contrastare l’anemia con la quale avrebbe combattuto per tutta la vita, e che adesso sembrava dispersa nel sapore di chiodi arrugginiti. Con un sorriso beffardo sputò a terra e riprese a spalare la neve per cancellarne le tracce…”.

In conclusione, nel linguaggio formale l’espressione votata all’accoglienza di questo nuovo lavoro di Placido Dellai sarebbe “un gradito ritorno”, ma niente di quest’opera pare assoggettabile a una tale definizione, quanto piuttosto a un ritorno indefinibile o, per usare le parole del protagonista del romanzo: “Oramai, l’inossidabile Sarracina era caduto nella sua stessa rete e perduta la guida di Borges, non era più in grado di distinguere la verità dalla finzione: così nel testo, come nella vita…”.

L’importanza del prologo per domare il pensiero

Se mi chiedessero di esprimermi sul saggio di Esther Basile, incentrato sull’opera (e la vita) di Oriana Fallaci, la definizione che sceglierei senza tentennamenti sarebbe “un lavoro indispensabile”. La struttura dell’Opera si compone di tre parti ben distinte che, in armonia tra loro, ne determinano il valore sia da un punto di vista biobibliografico che filosofico. Non si tratta, infatti, di una mera esposizione di fatti storici e circostanze familiari, non soltanto almeno e pensarlo sarebbe già un limite al suo recepimento, ma di una ricerca ad ampio raggio che, col dovuto rispetto e distacco, rappresenta attraverso una documentazione minuziosa (e intuizione dell’autrice), il riverbero accecante dell’Oriana Fallaci scrittrice prima, e personaggio poi.

Il prologo, sul quale intendo concentrarmi in questo articolo, assume fin da subito i toni di uno studio espositivo puntuale e complesso, intriso nella sua lucida rappresentazione di una profondità troppo spesso respinta quando si affrontano autori di tale caratura, estremamente funzionale alla comprensione del testo in oggetto e dell’opera della scrittrice fiorentina (o scrittore come preferiva essere definita). Uno strumento che l’autrice di quest’opera ci consegna sbaragliando fin da subito il campo da pregiudizi sconvenienti e conclusioni affrettate. Il tutto si apre con una domanda cruciale attraverso un delicato approccio espositivo che non contempla l’intento d’influenzare il lettore: “Sono state più forti le nostre Ideologie o le nostre Utopie?”- e da ciò la domanda più importante di tutte, che solleva la questione identitaria sul “chi siamo?” oggi.

Sull’esperienza ermeneutica, quale relazione interpretativa dal punto di vista filosofico dei mutamenti (e dei testi) della contemporaneità, l’orizzonte si spalanca mostrandosi immerso in un pulviscolo che lo rende opaco, apparentemente privo di continuità e pertanto puntiforme (come nelle parole dell’autrice), caratterizzato dall’indeterminazione di ciò che è singolare in materia umana, ma soprattutto evidenziando la non riconciliabilità di punti di vista differenti che, in misura attenta, mette in luce un’indeterminazione più simile a qualcosa di sregolato. Non una variabile all’equazione dunque, né una costante in grado di ridimensionare l’iperbole del pensiero, bensì una deviazione folle e pericolosa dell’Ente, corrotto da eventi incontrollabili e non da una scelta consapevole, senza per questo entrare in merito al giudizio soggettivo. Una crepa del tessuto che taluni tentano di ricucire mentre altri sembrano intenzionati ad allargare; eppure, in questa natura puntiforme e incoerente, attraverso una riflessione attenta e profonda che non richieda necessariamente uno sforzo poderoso ma soltanto il desiderio distinguente cui ogni mente dovrebbe ambire, lo strappo sembra talvolta rivelare la luce, restituendo all’errore l’importanza che ha il riconoscerlo e correggerlo perfino nella sua accettazione.

Nel dettaglio, la perdita d’identità alla quale stiamo assistendo offre Campi di Battaglia sui quali si scontrano gli aspetti più recenti di conflitto sociale rappresentato dal fenomeno dell’immigrazione. La sfida pertanto è il divenire (in un auspicabile divenire), parti attive e non spettatori passivi di eventi all’apparenza lontani da noi, che ci coinvolgono direttamente in quanto modificatori del tessuto ambiente sul quale operiamo, anche quando la loro eco proviene da isole lontane.

Oggigiorno niente e nessuno è più così distante, né lo sono gli effetti delle nostre azioni sull’altro e in questo, la politica ha ampiamente dimostrato i suoi limiti. La comunicazione è divenuta talmente rapida che perfino il concetto di Laplantine sull’Essere e l’Avere, analizzato come strumento di comprensione, manifesta appieno la propria argomentazione sull’espansione e contrazione del tempo, in un modo però ambiguo, sembrerebbe. Ambiguo nel suo rapportarsi con l’Ente e i fatti che lo toccano e che Esther Basile esprime con chiarezza quando sostiene che: “Benché la maggioranza delle azioni della vita quotidiana risenta praticamente il senso della tradizione (si noti il pragmatismo dell’espansione), quando però il mutamento che tocca la nostra esperienza del mondo si fa così veloce (e dunque si contrae), allora anche il passato rischia di perdere la propria autorità…”.

Ecco dunque che la definizione Indispensabile usata pocanzi, sovrasta il vagito infantile di un’apparente leziosaggine per definirsi, a mio dire, nell’onestà di un bisogno accertato e incontrovertibile, quello cioè di mantenere viva una memoria edificante sotto il profilo del confronto, in questo caso sull’opera di una figura apicale come quella di Oriana Fallaci, ma soprattutto quale concetto universale che salva il tempo mantenendo in espansione il confronto costruttivo e costruente, contro un bieco campanilismo che rappresenta appunto la non riconciliabilità di punti di vista differenti. Che cosa vuol dire dunque orientarsi nel pensiero? Ma soprattutto, in quale altro modo farlo se non preservando tale memoria perché non si estingua l’increspatura empirica da essa generata sul nostro presente?

Quando l’accento cade sulla “non rinuncia all’avere” quale sdoganamento dell’irrinunciabilità dell’uomo al possesso di cose materiali, spesso inutili e superflue, l’Identità stessa diviene un oggetto inflazionato, smodatamente diffuso dalla rivendicazione di appartenenza, così come abusati parrebbero essere questi avverbi che tentano di resistere a un modello acquisito di privazione di contenuti, al punto da rendere grottesco il tentativo di contrastarne l’avanzata. Tuttavia, assistiamo quotidianamente all’impoverimento del linguaggio che non diviene sintesi auspicabile del concetto espresso bensì caricatura di esso e, a tal proposito, meglio abbondare.

In quest’orizzonte limitato (e limitante), nel quale l’identità diviene una singolarità scissa dal suo aspetto continuativo originario, la pluralità diviene un raggruppamento forzato nel quale convivono entità stereotipate il cui legame, debole, esula dall’interrogativo profondo sul cosa voglia dire orientarsi nel pensiero. Sull’osservazione inerente alla pluralità che contraddistingue il tempo e lo spazio, l’autrice mostra l’aspetto attoriale dell’io e, nella puntualizzazione racchiusa tra parentesi (personaggio) emerge, anche graficamente, lo scisma di concetti distinti che, assecondando forse quella linearità perduta, suppone uno spostamento nel tempo che conduce dal primo (attore) al secondo (personaggio) aspetto della personalità soggettiva.

Se davvero” l’identità ci chiude”, come nella citazione di Francois Jullien utilizzata, allora è necessario mettere in evidenza un altro concetto sottolineato riguardante il pensiero di Hannah Arendt per la quale non esiste niente e nessuno al mondo che possa prescindere dall’osservatore esterno. Tale astrazione, riconducibile per certi versi alla teoria scientifica del Principio Antropico che prevede un ruolo privilegiato dell’uomo non soltanto nella storia che lo riguarda ma nella natura stessa dell’universo per come lo conosciamo, mostra i limiti evidenti dell’essere umano che si rifiuta di volgere al passato il proprio sguardo indagatore, fermo nella convinzione circoscritta che in esso non vi sia la crescita emotiva per un domani consapevole. Tale strumento va invece accettato ma non solo, è ancor più importante riconoscerlo per comprendere i fatti senza esserne influenzati direttamente in un adeguamento imposto che penda sia dall’uno che dall’altro lato del sistema binario cui l’autrice fa riferimento nell’incipit dell’opera. Il fatto di dire destro o sinistro, alto o basso, uomo o donna… assume in tal senso connotati dissociativi che solo l’impegno alla memoria è in grado di impedire, ed è proprio questo, a mio dire, lo strumento che l’autrice ci consegna nel suo prologo che andrebbe letto con attenzione funzionale alla comprensione dell’intero lavoro, e non come una semplice introduzione il cui scopo sia di spingere alla lettura più godibile che necessariamente ne consegue. In tal caso, pertanto, l’apprendimento non può esimersi dal confronto civile sul pensiero intellettuale che, perfino nelle differenze di vedute, resta il fondamento di una crescita positiva scevra da tutti gli “ismi” che un binario a senso unico inevitabilmente comporta.

Basandosi sullo studio del pensiero, l’autrice fa notare come la conoscenza oggigiorno possa essere solo frammentaria e incompiuta, e come il susseguirsi rapido dei mutamenti epocali ultimi tenda a togliere peso (autorità) al passato in quanto educazione al presente, sebbene la nostra esperienza quotidiana risenta della tradizione che, se non trattenuta, diviene un pulviscolo inconsistente privo di gravità per quanto in noi radicato. La pratica filosofica nel mondo tenta di affrontare, talvolta con scarsi risultati va detto, il problema di mantenere un atteggiamento critico non soltanto verso le altre culture identitarie ma anche, e soprattutto, verso la propria. Una sorta di confronto regionale che tende a respingersi, a rifiutarsi invece che unirsi allo scopo di creare molecole sempre più complesse e funzionali alla crescita (o progresso), votato al rispetto per ciò che è diverso contro tutte le singolarità di cui disponiamo e delle quali sentiamo di non poter fare a meno.

Qualunque sia la natura di un testo, si ha spesso la tentazione di saltare tutto ciò che anticipa il fulcro della narrazione. Il pensiero ristagna nella superficialità che il recepimento rapido ingigantisce attraverso l’impoverimento del linguaggio, come se conoscere il nome dell’assassino fosse più importante che l’apprenderne le gesta. Allora, risulta evidente l’importanza di queste anticipazioni, soprattutto in un’opera di saggistica come questa per impedire che si estingua la questione, perché il dibattito si mantenga vivo nel tempo e nelle intenzioni. Non sfuggano dunque le parole di Elio Pecora nella sua introduzione quando afferma, citando una lettera di Oriana Fallaci a Pasolini: “Uguali nella lotta senza tregua contro l’apparenza e la stupidità”; e neppure la citazione scelta dall’autrice in apertura in relazione al poco tempo a nostra disposizione, e alla necessità di far sì che le cose accadano in fretta. Ma di quale rapidità parliamo? Certo non del tipo offerto dagli odierni mezzi di comunicazione che nel messaggio sibillino si spogliano di ogni rispetto verso l’interlocutore, quanto piuttosto alla sveltezza di un’azione consapevole che per compiersi necessita di una profonda e preventiva comprensione dei fatti, senza alcuna apologia di comodo appannaggio, pare, di una certa classe d’intellettuali emergenti.

In un tempo in cui gli slogan pubblicitari tendono a spostarsi verso una seppur breve narrazione, la misura del confronto spinge invece per la rissa verbale, schiamazzo da pollaio, in cui le frasi hanno lo scopo di pugnalate offensive per abbattere l’altro. Tuttavia, la sintesi non deve (o non dovrebbe) essere ritenuta il dono della comprensione, né di un’incauta capacità divulgativa, ma il resoconto essenziale di concetti assimilati ed esposti senza esaltazione, altrimenti, come sostiene Husserl, si tratterebbe soltanto dello “sfaldarsi dell’esperienza nella sua totalità”. Se però, come asserisce Wittgenstein nel terzo principio del Tractatus Logico-Philosophicus: “L’immagine logica dei fatti è il pensiero”, allora, per ottenere una visione completa dei fatti ed evitare lo sfaldamento della loro totalità è necessario che il pensiero si completi attraverso una visione più ampia, scongiurando a tutti i costi il pressappochismo cui una certa classe dirigente vorrebbe educarci. Detto ciò, non si può certo sfuggire dalle proprie colpe.

Indubbiamente parlare di Oriana Fallaci da un punto di vista onesto e distaccato richiede coraggio, ma oltrepassata la soglia del timore, non resta che rispondere alla domanda iniziale “chi siamo?”, con un’altra domanda che in sé contiene già tutte le risposte: “Chi decidiamo di essere?”, e su questo l’Indomabile scrittrice fiorentina non aveva alcun dubbio.

Roberto Masi

L’ombra più scura ti raggiunge la notte

L’ombra più scura ti raggiunge la notte.

Penetra.

Alimenta la paura; soffia sul cuore lacerando il coraggio di contorni definiti dall’approssimarsi del tempo.

Tutto rallenta.

Un flebile bagliore accade senza confini certi e l’ombra s’insinua, esiste in te proiettata sul pensiero che s’allaga di dolore. Si sposta illuminata dai pensieri; feroce assilla l’idea di un ritorno alla normalità, percuote il cotone lucente nell’attesa che il sonno la disperda nel silenzio.

Eppure, è tardi oramai.

Smarrito il controllo sulla volontà, essa dirige i sogni che riconosci sporchi di dolore; s’affolla nel petto, scuote e percuote, diviene l’assillo.

Resta.

Tenti di scacciarla, sposti l’idea attraverso la rievocazione di giorni felici ma lei, l’ombra più scura, è in te, definisce il controllo e implacabile: vince.

Il cuore l’asseconda, nel petto che scintilla di emozioni incontrollabili, oltre il potere all’estinzione che l’alimenta nella sconfitta e la nutre e la vizia di quest’oscurità interiore, che il lieve baluginare della vita, smuove.

Parli a te stesso; cerchi di convincerti che è soltanto un’idea priva di fondamento, che tu esisti e in quanto tale potrai illuminare il buio ma l’ombra più scura è un retaggio antico, l’eredità di vite passate, convenzioni, pregiudizi dall’umana genesi in significati oscuri che bramano adesso la propria identità.

Essa è te e se stessa.

Un parassita che vive in simbiosi animandosi di notte.

Rapace, si nutre del sangue e del cuore.

Sporca l’amore, divora la coscienza, permea l’intenzione.

L’ombra più scura ti raggiunge la notte; priva del sonno e sottrae il desiderio. Costringe e condiziona volgendo al finir delle intenzioni, che malinconiche si fanno nello scontro.

L’umanità si disperde per darle vita.

Si espande nel pensiero e tutto riveste di una coltre opaca che sfuma in dolore… Perfino il giorno si allontana: quello passato e quello futuro, divengono miraggi liquidi, Fata Morgana all’orizzonte di un oscillante baluginare, denso di presagi.

Il cuore accelera, il respiro si accorcia, il tempo rallenta, la vita si spegne nella rassegnazione di una sconfitta imminente.

Tenti di reagire, la lotta si dimostra e in questa resistenza, l’oscurità dilaga nei sensi allertati.

A niente vale il riscatto, tutto svanisce dimenticato dall’attimo di dolore che un fiato di belva e carogna, definisce l’adesso totale, il momento impenetrabile che rende il dolore efficace e cancella il ricordo del passato.

L’ombra più scura ti raggiunge la notte, volteggia nella pancia, si sposta, spezza l’emozione indefinita che induce il corpo alla risposta vanificando l’educazione.

Sei allertato, cerchi attorno a te la speranza nelle cose che ti circondano, nel pregiudizio ereditato che annega ogni volontà, rendendo umano questo istinto alla paura che ti distingue nell’opporti alla conservazione, giacché lo spirito è corrotto da una violenza che inibisce ogni istinto.

L’ombra più scura ti raggiunge la notte.

Vince.

Vince sempre ed è là che annidandosi nei gangli del quotidiano gesto, decide per te tra l’essere e il non essere che suddito ti rende, della tua umanità corrotta.

L’angolo di Parallasse

Allora noi ci uniamo così, come parti di uno stesso insieme, proiettate dal medesimo destino d’appartenenza, in quell’angolo compiuto della nostra visione.

Chiudo l’occhio destro, e dalla finestra di camera vedo il gatto del vicino che si arrampica furtivo verso nuove avventure senza tempo. Torna vivo il ricordo di un gioco dimenticato con la fine dell’innocenza; lo riapro e chiudo l’altro, il gatto scompare nel taglio di luce e si palesa alla vista parziale, il motivo del suo incedere lento: un passero distratto scuote le fronde del vecchio platano in cerca di larve. So che aprendoli entrambi, l’angolo di parallasse mostrerebbe la scena completa ma in questa visione parzializzata dall’alternanza, sento di assecondare un ritorno privilegiato, al punto che mi raggiunge una strana euforia. Il disgelo di un orizzonte che sento di aver frammentato troppo spesso, impedendo a me stesso il compimento, l’intuizione di tutte le cose nella loro interezza, attraverso l’inganno che adesso assecondo, frazionando la realtà che mi circonda in modo consapevole.

Con la mano sull’occhio destro torno bambino. Il gatto assume la posizione del cacciatore, sembra prossimo al salto e sebbene non possa vederlo adesso, la mia mente completa la visione materializzando l’immagine dell’uccellino distratto dalla fame, che avidamente ingurgita le succulente larve di farfalle che mai dispiegheranno le proprie ali se non attraverso vani esistenziali negativi. Per un attimo mi sento divino; potrei ancora impedire al gatto di avventarsi sulla vittima ignara, ma niente ho potuto per garantire il breve librarsi di una farfalla colorata e di nuovo, torno umano. Mi assale l’angoscia, il desiderio di assistere allo scorrere del tempo, al realizzarsi davanti “ai miei occhi” dell’alternanza tra la vita e la morte, tra la fine di tutto e la continuazione, alla necessità di un sapere che si dibatte in questo luogo di forze che tento di controllare per non interferire col destino.

Chiudo l’occhio sinistro. Non trovo il coraggio di osservare la scena nella sua interezza perché ciò muterebbe il pensiero parziale in quell’unica possibilità, cancellando per sempre questa ritrovata fanciullezza. Compare il passero; ignaro, scuote la testa da un punto all’altro del ramo davanti a sé. Saltella e cinguetta sereno, inconsapevole del pericolo imminente: vive. L’istinto al nutrimento travalica le difese. Penso al gatto che ne intuisce la distrazione, mi basterebbe aprire entrambi gli occhi per raggiungere la completezza, eppure, sento che spezzerei quell’incanto che mi conduce all’innocenza, all’immaginazione attraverso la fantasia d’infiniti finali possibili come quando ancora riuscivo a sognare. Solo in questa visione parziale, dunque, posso restare fanciullo. Vincere la paura attraverso l’indeterminazione, laddove il passero gioisce alla vita senza il rischio che un gatto famelico ne cancelli per sempre l’esistenza, e in questa visione incompleta, il felino è soltanto una creatura dolce che si aggira, nella coscienza addomesticata, tra i rami nodosi del vecchio platano. Resta viva la speranza. La paura di una visione totale, nella quale la vita si mostra spoglia da ogni dolcezza a favore di un comune senso di sopraffazione, svanisce nella frazione minima del passero spensierato.

Di nuovo chiudo l’occhio destro e l’uccellino sparisce nell’angolo spezzato in cui adesso si manifesta il gatto ormai prossimo all’attacco. Avanza in porzioni di spazio millimetriche per guadagnare terreno; ha i sensi allertati mentre sento che il passero li ha confusi nell’estasi del banchetto, quello stesso piacere agognato dal felino che invece asseconda la frustrazione della povertà, manifestando la ferocia. Eccolo. Spicca il salto e scompare nel punto morto che soltanto l’occhio destro potrebbe mostrare, ma scelgo di non calcolare la distanza attraverso visioni che si compensano per generare una realtà di dolore. Distolgo lo sguardo dalla finestra lasciando alla mia mente la possibilità d’immaginare l’uccellino che sfugge smaliziato dalle grinfie del gatto, mentre l’angolo si ricongiunge e l’innocenza svanisce di nuovo.

Lo strappo (Onirico)

All’improvviso un’esplosione nella notte. Il legno del vecchio tavolo si restringe e mi raggiunge un’inattesa sensazione di vuoto. Il corpo reagisce aggrappandosi all’aria; le pupille si dilatano, cercano appiglio nell’oscurità e mentre i suoni si chiariscono nella mia testa che li decifra, di nuovo sono sveglio. Ecco l’insonnia. Puntuale, attende camuffata dalla stanchezza serale che mi fa chiudere gli occhi, quando invece vorrei trattenermi ancora un po’ in questo istante di passione. M’inganna il vuoto: disteso sul letto con un libro tra le mani, sento il corpo sprofondare senza controllo, una sincope che il colpo sul petto irradia di stupore, interrompendola. Ancora un sussulto e già sono pronto per farcela: cosa potrebbe turbare ancora l’abbandono? Eppure, i sensi si preparano al conflitto, non sembrano intenzionati a concedere nulla a questo corpo sfinito dal caldo e dalla fatica di giorni troppo lunghi, come se davvero la stanchezza fosse l’impedimento più grande al meritato riposo, e non restasse che la condanna di una veglia senza fine.

Mi rigiro. Ascolto il grido di una civetta sul platano dietro casa, distolgo lo sguardo dal led pulsante del condizionatore il cui lento sbuffare ricorda il respiro di una belva ammansita, mentre la casa prende vita nei suoni che il giorno cancella. Mi sposto di lato. Abbraccio il cuscino in posizione fetale, sposto il braccio dall’impronta del materasso e lo lascio fluttuare nel vuoto. Alieno, disperato nel tentativo di abbassare la temperatura del mio corpo che si attiva, percepisco il ronzio del frigorifero, l’incedere delle lancette di un orologio, il fruscio del corpo nudo sulle lenzuola attorcigliate… Il tempo si sta deformando, rallenta in prossimità di questa massa di pensieri che adesso prende forma e mi allontana dal sonno. La vita sembra immobile, corrotta dallo spauracchio di un’altra nottata insonne, mentre il mondo sussurra nel respiro del riposo.

Lentamente i rumori si amplificano. Come una tortura che nel tempo diviene insopportabile, gocce silenziose sulla testa si trasformano in colpi di tamburo nelle orecchie. Il ronzio diviene una scarica elettrica, la luce intermittente un bagliore che squarcia le pupille e il grido della civetta bianca, il lamento di un infante disperato. È la veglia del condannato a morte; l’ultimo pasto che ha perduto ogni sapore e diviene, nel palato asciutto della commozione, un bolo informe di carta salata. Tornano le immagini, gli eventi appena trascorsi si attaccano alla schiena ogni volta che mi rigiro per trovare conforto negli spazi di letto inesplorati, e a mano a mano che il tempo passa, quello che avrebbe dovuto essere l’abbandono alla notte diventa un surrogato di vita fatto di ricordi e fantasie che si combinano, come nel sogno, in questa veglia che mi violenta.

La gola si stringe al pensiero del tempo che ancora mi separa dall’alba. Vorrei sprofondare, ricucire gli strappi della mente che reagisce a sensazioni indotte dall’irrequietezza, di non trovare conforto, di non riuscire ad abbandonarmi quando tutto attorno a me sembra distaccato dalla terra e mi risulta impossibile perfino credere che non sia così per tutti noi. Allora, vorrei affacciarmi alla finestra e gridare ai vicini che è tutta una farsa, che è solo per pudore alle tenebre se fingono di dormire sereni nel proprio letto, mentre in questo lamento segreto stiamo tutti attendendo che l’alba giustifichi il nostro comune senso del pudore.

E in questa lenta agonia sento tutto. Ascolto, annuso, percepisco cose che altrimenti mi sarebbero precluse. Fiuto l’aria attorno a me: l’odore delle lenzuola pulite, della pelle accaldata, dell’aria condizionata; percorro con le dita ogni piega sulle lenzuola e quella che prima era una cupa oscurità impenetrabile, nell’adattamento visivo si rivela. Le cose prendono forma, le ombre acquistano spessore nominando gli oggetti che la mente riconosce. Sono vigile, ogni cellula risponde agli stimoli dell’ambiente e mentre mi sposto in questa notte disperata, mi sveglio di soprassalto ed è già giorno. Con gli occhi gonfi mi chiedo quale sia il confine tra sogno e realtà che ogni volta mi sfugge; gli impalpabili ricordi sulla linea oscillante che separa verità e immaginazione si dissolvono in questo carico di stanchezza che mestamente, condurrò nella luce…

Quattro passi nella notte

Quattro passi tra le strade del mio paese. Dormono tutti. Il silenzio spezzato dal rumore delle auto in lontananza; scie di abbandoni e ritorni, partenze e nuovi abbracci che spingono lontano la mente ormai sveglia da troppe ore. Volge alla notte ogni oggetto attorno a me, sussurrano le cascate di capperi radicati tra le pietre dei muri che costeggiano il castello, e si traduce la visione del frutto prezioso, nelle pagine di un vecchio libro di Calamandrei; di un ricordo lontano e familiare, caldo e protettivo in questa solitaria camminata attraverso la tenebra.

Si accendono qua e là nella canicola di questo inizio d’estate, i bagliori delle lucciole in amore a scandire il passo incerto sull’erta, che ogni volta conduce al passato. Tutto è ancora qui, eppure, niente è più come prima. Un gatto mi osserva e lentamente si allontana dai bastioni, l’attenzione si fa vigile al cielo opalescente di quest’afa notturna che toglie ogni speranza al sonno, mentre una brezza leggera sorveglia il barbacane, soffia sulla pelle accaldata e solleva il mio pensiero oltre le mura della villa, dove un tempo si rifugiavano i caprioli per sfuggire alla ferocia dei lupi affamati.

Quattro passi tra le strade del mio paese addormentato, laddove s’è sperduta la mia vita nel silenzio; teatro di sogni e speranze, tragedie e fallimenti, risuonano adesso le parole di amiche sfiorate nel corpo in risonanza, nei pensieri che anticipano il gesto di azioni ispirate dalla partecipazione intellettuale, di scritti mirabili. Distinguo il tempo che fu, la luce fioca della terrazza dalla quale il baluginare del progresso è divenuto inibitore di passioni soffocate dalle insegne, laddove un tempo cercavamo rifugio per crescere i nostri giovani corpi esultanti, avvolti adesso da questa nebbia canicolare.

Soffia il vento carico di un’oceanica umidità; smuove le vecchie conifere e s’incunea nell’arco della torre di guardia. Cammino nel passato di tutti noi. Ovunque io mi trovi adesso, sono ormai troppo lontano e mi assale uno straziante smarrimento. Luci soffuse alle finestre sopra di me, nelle stanze di qualcuno che cerca conforto nel fatuo bagliore che spezza la notte e cancella il pulsare amoroso dei coleotteri in questo lento divenire.

Secoli di passi sui miei sensi, risuonano dal ricordo di coloro che m’hanno preceduto facendosi carico di guidarmi in questa veglia di passione. Sento gli occhi gonfi per la stanchezza; un desiderio incontenibile di abbandonarmi alla quiete del sonno ristoratore mi raggiunge in questo caldo che s’è fatto specchio, ricordo di un passato che sfuma come l’Orsa Maggiore nell’afa di giugno, e si rafforza sulle pietre lisce del selciato, dove ancora risuona il crepitio delle carrozze.

Quattro passi tra le strade della mia vita, oltre gli smerli dei frombolieri, tra coloro che non ci sono più con le proprie parole e permangono in me come mura abitate, nell’attesa che s’affacci un sentimento sul quale gettarsi. Sale dunque la rabbia, cede il passo all’umanità e si fa strada un imperante bisogno di vendetta, di violenza che assale, sbrana la gola, strappa gli occhi dal bulbo e s’avventa sul male con tutta la ferocia delle costrizioni, di una liberazione fisica che tenta di emergere oltre ogni controllo, di una natura agognata e instabile, mentre attende il ritorno del lupo che sgozzerà l’agnello arrogante. Eppure, in questa notte straziante, tornano le voci delle persone care, mi sorreggono sul cammino che si dispiega davanti a me nel controllo delle pulsioni. Sollevano il vento come sussurri, sfiorano la mia pelle le carezze di mia madre prima di congedarsi dalle fatiche serali, e avanza il mio incedere per le strade di questa terra che a stento riconosco, nel suo muto progresso laggiù, nel panorama che cambia, sulla strada di casa che si dissolve nell’aurora di un nuovo giorno.

Quattro passi tra le strade del mio paese.

Requiem Generazionale

Eppure è tutto qui, tra i passi accesi del lungarno. Nell’aria calda di un’estate che sembra voler anticipare i tempi dopo una grigia primavera, la mente si dimena nella risonanza di ogni cellula educata da mesi di straziante solitudine. Cosa resta da dire? Un passo dopo l’altro, mi distraggo nella fatalità incandescente di quest’ambizione che oggi, porta il volto di un desiderio di vita. Vivere oltre ogni lamento interiore; esserci a ogni costo. Eppure, a ogni costo fuggire per non perdersi. Affrettare il passo per le vie di San Frediano, dopo aver ascoltato una timida liceale leggere un brano di Vasco Pratolini, con quel candore adolescenziale che si manifesta nel rossore delle guance accaldate, nel tremore di mani sudate, nelle parole che si rompono, confondendo il senso della frase col perdono in noi tutti per l’innocenza perduta.

La voce si spezza, gli occhi si sforzano di strappare il legame con la pagina nel tentativo di scorgere l’espressione altrui. Il libro lacerato, contorto tra le dita dal bianco candore, e le parole rubate al tempo sotto le balze di Villa Bardini, smettono di esistere. Eppure, quell’oggi è adesso. Quanta tenerezza, malinconia, vergogna, prima del sollievo finale, di un compito arduo portato a termine con coraggio, che si mostra al cospetto delle compagne in disparte a dar manforte. Un lungo sospiro; sembra fatta dunque, ma l’incanto di questo momento irripetibile si è spezzato per sempre e si esiste di nuovo, verso il tormento, tra le aspettative disattese, di una ricerca che a nulla conduce se non alla rappresentazione di sé in quel preciso istante di rara purezza, quando tutte le fragilità si sorreggono sull’emozione precaria che sola è vita pulsante.

Ecco l’amico. Il libro posato con docile premura sulla verticale celebrativa, ci spinge al consenso attraverso una “deformazione” nell’una o nell’altra dimensione professionale. I risvolti di copertina sulle pagine scelte e la lettura ormai ferma, sicura, priva, all’apparenza almeno, di quel candore giovanile che è ribollire di speranze, verso un doloroso approccio rivisitato nelle voraci parole di sentimenti turbati, ai quali vorrei adesso aggrapparmi per risalire, dopo parole sussurrate, adesso che ogni lucida apparenza mostra il tempo sfiorito dei miei anni migliori.

Allora, la mente fatica a tenere. Le parole entrano, ma lo sguardo si perde tutt’attorno nella speranza di comprendere cosa sia tutto questo dolore che mi raggiunge. Dov’è sparito il rossore sulle guance? Il tentativo maldestro di un’accuratezza adeguata alla circostanza che non tradisca gli anni, il breve passato suo e di Toschina, e quel bambino in prima fila, attento e fiero nei suoi occhiali scuri indossati senza curarsi del sole ormai sparito dietro la cattedrale di Santa Maria del Fiore, diretto verso un tempo ancora tutto da scoprire.

Ascolto. Vedo la mia terra far da scenario al mio amico e ripercorro gli anni miei in questa città immutata, la cui fissità poco prima mi rendeva sereno, e che l’evento ha sbaragliato nell’avvicendamento di queste parole rotte dalle generazioni. Si è fatto tardi. Il passo si affretta sulle pietre sbilenche di Costa San Giorgio; sui cassonetti a bordo strada l’intuitiva rappresentazione di alimenti deperiti, come se tutto, a un certo punto, dovesse essere gettato per non turbare la vista di quelle ragazze con le spalle nude che sulla riva del nostro fiume, sognano ad occhi aperti le proprie parole, eccitate dal fragore dell’acqua abbondante dopo giorni di pioggia intensa.

È già ora di cena. I locali del borgo sono pieni, tutti sembrano felici allo stesso modo, una coppia si tiene per mano davanti a me: è forse questa la vita? Fuggo da un disperato silenzio…

La rampicante

Allora, invece di cercare la risposta, accettiamo l’offerta come fosse scontata.

Avrei voluto entrare in punta di piedi nel lascito pregevole di quest’opera di Davide Grittani, degno candidato al Premio Strega di quest’anno; tuttavia, una volta terminata la lettura, ho scelto di farlo utilizzando la stessa tecnica da lui usata in questo suo terzo romanzo: La rampicante, penetrando fin da subito nei fatti con una scena che stabilisce la struttura dell’intera vicenda al punto che, una volta ultimato, ci “costringe” a far ritorno al primo capitolo come a voler fermare il tempo, girare la clessidra, modificare i fatti, continuare a crederci.

L’offerta però non è affatto scontata, anzi, il più delle volte rappresenta la proposizione confutabile, soprattutto nella ricerca del merito in questo stanco panorama editoriale che, come l’acqua per Grittani, trova sempre la strada per scivolare a valle, e anche quando non lo fa attraverso i solchi tracciati dalle convenzioni, finirà comunque per rompere gli argini, riversandosi sulla mediocrità che densa si aggrappa alle pareti della nostra coscienza.

La rampicante è un romanzo corale, la cui storia si sviluppa lungo il corso della narrazione attraverso imprevedibili ramificazioni che crescono, cambiano traiettoria e si inerpicano in una trama che sempre ci riporta al fango da cui si dirama. Il lessico è colto in umiltà, ricco di metafore che attraggono e colpiscono per la loro bellezza priva d’intenti celebrativi, tali da trascinare fin da subito in un’atmosfera nella quale il Realismo Magico di cui si fregia, strizza l’occhio ai temi più cari del miglior Borges: il tempo, la personalità, la morte ma non solo, attraverso però una scrittura italianissima (mi si perdoni il superlativo), più vicina al nostro Dino Buzzati. Eppure, in questo vortice d’influenze apparenti, che sembrano stabilire un tempo ormai passato nell’immaginario di ognuno di noi, ogni passo di questa storia trova posto nell’armonia della contemporaneità, perfino quando l’autore descrive oggetti come un telefono di ultima generazione, o un software di ritocco fotografico, che non spostano la percezione del sentimento, neppure agli occhi di un avvinto dei “bei tempi andati” come il sottoscritto, e dove proprio le parole del poeta argentino sembrano trovare la degna collocazione tra le intenzioni dello scrittore foggiano: “Secoli e secoli, e solo nel presente avvengono i fatti”.

Non sono pertanto le influenze letterarie a definire lo stile di Davide Grittani, quanto la sua capacità di riportare l’equilibrio a ogni accenno di disperazione. Nel punto preciso in cui il lettore sente crescere l’angoscia generata dall’affrontare argomenti toccanti, lo scrittore stabilisce una tregua attraverso un’ironia aspra e selvaggia come il vegetale che dà il titolo al romanzo, o graffiante come la voce della piccola Edera, la protagonista, resa tale da un mutismo protratto che ricorda la camminata incerta di un funambolo, il quale ferma nel silenzio la propria concentrazione.

Oltre la trama, che definire felice scatena l’antinomia anche quando riferito alla buona riuscita dell’opera, la vicenda tocca il tema poco indagato del trapianto d’organi, prendendo spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto nei primi anni novanta, attraverso il quale la storia si sviluppa, in una saga familiare dolorosa e autentica, aggrappandosi a questioni forse meno insondabili ma che ci rendono riconoscibili oltre gli aspetti empirici di questo caso specifico. Ma al di là delle vicissitudini dei personaggi principali: Riccardo Graziosi ed Edera, il cui fascino meriterebbe a mio dire una trattazione a parte, ci sono tutta una serie di figure che definire “minori” sarebbe avventato, se non addirittura sbagliato. Tra tutti scelgo di citare l’infermiera dell’ospedale in cui è ricoverato il padre del protagonista, identificata (per somiglianza) nella figura di Laura Betti, attrice italiana degli anni settanta nota tra le altre cose per il sodalizio con Pier Paolo Pasolini e che, ironia della sorte o volontà dell’autore, sembra incarnare oltre il tempo dei fatti narrati e perfino delle intenzioni, le vicende di questo romanzo attraverso i versi dello stesso Pasolini messi in scena dalla Betti:

[…]

Coloro che non ci appartengono più!

Trascinati da un nuovo soffio della storia

Ad altre vite, con le loro innocenti gioventù!

[…]

Della mia morte (vista in un fosso

secco formicolante di primule,

tra i filari tramortiti dall’oro, a ridosso

di casolari scuri contro un azzurro sublime).

La prosa trascina e respinge. Cattura e allontana continuamente, perfino nei monologhi del protagonista che irrompono nella narrazione in un groviglio dal quale diviene impossibile liberarsi, costringendo il lettore a vedere oltre, più a fondo, a camminare sul filo delle proprie paure che si manifestano davanti alla brutalità di certi avvenimenti, o nel comportamento anomalo di una bambina innocente, lontana da ogni contegno accettato che, per quanto dolce in frangenti di grande umanità, diviene spaventosa nel suo essere irriconoscibile dalla miseria delle nostre limitatezze. Dunque il dono, sia che si tratti di una seconda occasione, che di una “diversità” in grado di elevare da tutto ciò che di gregario propende all’estinzione dell’essere singolare, sembra patire il superamento della zona di conforto che lo respinge, in un conflitto perenne tra il desiderio di riceverlo, e la tendenza al rigetto una volta ottenuto.

Ma in questo magma di emozioni, sapientemente dosato dall’autore come un flusso di corrente che aggira gli ostacoli attraverso imprevedibili artifici lessicali, anche l’argomento più spinoso finisce per divenire parte della bellezza. Si perde, in senso letterario, nel gorgo dello stile impeccabile che ha nel rendere accettabile il dolore la sua più grande qualità. La sofferenza diviene conforto. La lotta per la sopravvivenza; la ribellione a un destino inaccettabile oltre il quale perfino la morte ne rappresenta la nemesi, mentre lo sforzo silente per fuggire da ogni accettazione passiva, la catarsi di una vita indomabile che, oltre la sofferenza, e sebbene in essa si manifesti, dona lampi di beltà che la riportano al suo essere degna d’essere vissuta: all’Eterno Ritorno del medesimo.

A questo punto vorrei davvero sostenere il mio pensiero aggrappandomi alla rivelazione della trama, ma sarebbe un errore imperdonabile poiché oltre il “canovaccio”, discriminante in termini di attrattiva, il modo con il quale l’autore ci racconta gli eventi s’innalza aggrappandosi alle pareti della pagina, sale sui giorni di tutti noi, come l’edera sulla facciata di una casa nel Quartiere dei Poeti, soffocando talvolta, salvo poi regalare bagliori di uno stile narrativo verdeggiante, proprio di quella letteratura che resiste all’ombra dei riflettori, e che come l’edera di Grittani appunto, si nutre del crepuscolo e al riparo dal sole compie silenziosi prodigi.

Scelgo quindi di non credere a tutto ciò che mi raggiunge, voglio cercare in me la risposta senza accettare alcuna verità prestabilita, ma inseguendo le parole di questo romanzo nel quale la tragedia ci sorregge, dando voce alla disperazione in un modo che, per quanto conduca al dolore, allo stesso tempo ci conforta da una solitudine troppo spesso ritenuta esclusiva, allontanandosi, pagina dopo pagina, dal bitume colato sul senso più alto del dono, che stavolta prende il nome di un romanzo che sono certo, continuerà ad arrampicarsi per molto tempo ancora sulle pareti delle librerie.

Nell’anonimato più splendente

Di recente ho ripreso in mano “Il meraviglioso mago di Oz”, un libro che ho sempre amato più per gli aspetti fiabeschi che per quelli che lo legano alla cultura americana del periodo depressivo in cui venne alla luce, nel 1900, dalla penna di Lyman Frank Baum. Sebbene molti studiosi si siano concentrati in ottica critica sugli aspetti sociologici del Nuovo Mondo, la mia attenzione ha assecondato, invece, il gusto per l’aura mistica che lo permea, ma ancor di più per la caratterizzazione dei suoi meravigliosi personaggi. La morale è una “brutta bestia” talvolta; un inganno al pari della Città di Smeraldo resa tale solo grazie agli occhiali con lenti verdi indossati da coloro i quali la attraversano. È indubbio che Baum abbia tratto ispirazione da aspetti propri del tempo in cui visse, ma il mio ancestrale distacco mi ha permesso di viverlo con la dovuta indifferenza, propria dei fanciulli cui la storia si rivolge, contro ogni sorta di dietrologia.

Per quanto sia indubbio che ogni testo di questo genere possegga uno spirito che travalica la fantasia, l’opera d’arte è spesso spinta dal disagio, sia esso consapevole che ricevuto in modo del tutto inconscio, tale che ho sempre auspicato un atteggiamento che si mantenesse libero da qualsiasi imperativo per non inquinarne il suo essere senza tempo e pertanto, almeno nella mia mente, incorruttibile. Mi sbagliavo. L’epoca è solo la scenografia della nostra vita e non serve che essa contrasti con l’opera per turbarne la percezione, poiché siamo noi stessi che, mutando nel tempo, idealizziamo il pensiero remoto come qualcosa d’invulnerabile, salvo poi doverci ricredere al cospetto di nuove sensazioni in grado di sconvolgere del tutto queste idee preconcette.

Corrotto dunque da un bisogno più o meno impellente di riconoscimento sociale, attraverso una comunicazione collettiva che si è fatta strada nel comportamento al punto che opporvisi risulterebbe grottesco se non addirittura anacronistico, mi sono spesso “vantato” di voler vivere la mia epoca e il mutamento che ne consegue, come un dato oggettivo inarrestabile. Il progresso come scelta di condivisione che, se non ragionata, sia almeno rivolta a una lecita appartenenza. Allora, così come molti reputano se stessi migliori nel rifiuto di tali convenzioni, altri si sentono invece appagati nell’accettazione rischiando di non poterne più fare a meno. Non si tratta di una questione tra vecchio e nuovo, bigottismo e rinnovamento, o qualsiasi dualismo io possa scorgervi, quanto di un evento di distrazione collettiva. Così, forte di questa mia superficialità, ho recepito un discorso pronunciato dallo Spaventapasseri alla piccola Dorothy in un modo che mi ha spinto a volerlo condividere attraverso uno dei tanti social a disposizione:

“Questa è la prova che sei strana” replicò lo Spaventapasseri. “E sono convinto che le uniche persone degne di considerazione, a questo mondo, siano le persone strane; quelle comuni, infatti, sono come le foglie di un albero, che vivono e muoiono senza che nessuno le noti.”

Una bella considerazione all’apparenza. Netta. Una presa di posizione senza fronzoli e di sicuro effetto. Una frase da decine di “like” su Twitter, Instagram, Facebook… Un modo come tanti per far credere a se stessi di essere nel giusto, di vedere oltre, fuori dagli schemi: far parte della comunità dei buoni.

Per quanto anche solo scrivendone mi senta lontano dalle più pure intenzioni iniziali, l’arcano è ancora più sottile. Malevolo come ogni idea radicata nel sentimento comune privo di ragionamento; poiché “strani”, che in questo caso può sembrare bene e forse lo era nelle intenzioni dell’autore in antitesi al bisogno di uniformarsi, riflettendoci risulta invece presuntuoso, al punto che la mia intuizione vira verso quelle persone “comuni” che se ne vanno come foglie secche senza che nessuno le abbia notate… Ecco dunque che intuisco quanto “strani” vorremmo esserlo tutti, spinti come siamo all’appagamento perpetuo di una visibilità effimera della quale però ci vergogniamo, rifiutando l’appellativo di persone egocentriche per rivendicare una sincera “normalità”.

Famosi senza arroganza. Visibili ma vicini a tutti, come tutti, in grado di restare con i piedi per terra. Quindi, il mio intento iniziale, istintivo in un modo che adesso mi spaventa per quanto privo di ogni volontà, si è dissolto in una visione più ampia stavolta, rendendo visibile come il bagliore di una singolarità heisenberghiana il suo aspetto ambiguo, come un cumulo di giuste parole nel loro aspetto più sfuggente, perdute nei meandri del racconto in cui la trama offusca la ragione a favore dei fatti narrati. Pertanto, piuttosto che pubblicarle, scelgo di raccontare in queste poche righe la rinuncia che ne consegue, almeno dell’intento iniziale, motivandola con uno dei pochi attimi di lucidità concessi, per scegliere di non essere “strano” a tutti i costi ma “comune” come la foglia di un albero che si stacca dal ramo, per un attimo sorvola l’orizzonte, prima di sparire nell’anonimato più splendente…

Di fuggevoli istanti ordì una storia

Recentemente ho riscoperto le poesie di Vincenzo Cardarelli, al secolo Nazareno Caldarelli, grazie alla condivisione dello scrittore Emiliano Gucci, la cui opera si trova spesso a fare i conti con le emozioni umane più profonde. Cardarelli, laziale classe 1887, viene spesso definito “il poeta dell’amore perduto”. La sua poetica, struggente e intrisa di malinconia, descrive infatti con lucida precisione lo stato d’animo che l’autore scioglie tramite i propri versi, non più come una liberazione bensì alla stregua di una rassegnata visione priva di ogni speranza.

Difficile non provare empatia per l’opera di questo schivo e solitario scrittore poco celebrato; tuttavia, nella melma di nomi autorevoli, Cardarelli emerge umano, forse “troppo umano” come sostiene Nietzsche da cui il poeta è certamente influenzato, quando dice: “La felicità non ha volto ma spalle, per questo la vediamo quando se n’è andata”. In questo, la sua poetica fa un passo indietro, come a volersi allontanare ancora un po’ da quelle spalle lontane, per confermarci che la felicità è soltanto una promessa non mantenuta a fronte di una malinconia dilagante, e la lontananza ce la mostra nelle sue forme definite che la vicinanza sfoca come gli oggetti sotto al nostro naso.

Amicizia

Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
che, perduti nel tempo, c’incontrammo,
alla nostra incresciosa intimità.
Ci siamo sempre lasciati
senza salutarci,
con pentimenti e scuse da lontano.
Ci siam riaspettati al passo,
bestie caute,
cacciatori affinati,
a sostenere faticosamente
la nostra parte di estranei.
Ritrosie disperanti,
pause vertiginose e insormontabili,
dicevan, nelle nostre confidenze,
il contatto evitato e il vano incanto.
Qualcosa ci è sempre rimasto,
amaro vanto,
di non ceduto ai nostri abbandoni,
qualcosa ci è sempre mancato.

La solitudine emerge da ogni verso ponendoci di fronte alla domanda cruciale: l’amore, nella sua essenza più intima e profonda, è forse appannaggio esclusivo di coloro i quali l’hanno perduto? Quella di Cardarelli e certamente una visione disperata che ci spinge ad apprezzare ogni lampo fugace che la vita tiene in serbo per noi, con la consapevolezza di un destino di solitudine al cospetto degli eventi. Molti dei suoi componimenti più efficaci hanno, infatti, nell’autunno la massima fonte d’ispirazione, come metafora della vita stessa, di quella parte di noi che volge al finire. Sia che si tratti di un amore, o del crepuscolo biologico, l’uomo tenta di resistere, vuole credere ancora, sognare, e lo fa accettando il piacere di questa lenta agonia che ancora custodisce il riverbero di quella luce perduta nel tempo lontano dei ricordi, come fosse l’ultimo dono a lui concesso. È il piacere della sofferenza che esplode, di sentirsi martiri privilegiati, vittime al di sopra di ogni umana bassezza.
Autunno
Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.

Nella mia personale ricerca di note che riguardano l’opera di quest’anima del novecento, scopro inoltre un legame inatteso, fugace anche stavolta, con Sibilla Aleramo (alla quale il Poeta dedicherà una raccolta di componimenti), già compagna di quel Dino Campana da me molto apprezzato i cui versi scorrono sovente nei miei scritti, quasi esistesse una connessione spirituale dell’apprezzamento mio proprio che si fa strada nei sentieri meno battuti dall’indagine. Mi chiedo, dunque, se la sofferenza interiore non sia in fondo un placebo in grado di lenire attraverso il dolore empatico, l’orrido talento di vedere oltre i fatti della narrazione. Davanti a una tale armonia di sentimenti che spaventano e attraggono allo stesso tempo, sento che la poesia non è morta ma vive. Pulsa per canali inattesi, come la rete che la ripropone in un magma di frasi banali e citazioni sdolcinate senza alcun valore letterario, tra cui di tanto in tanto emerge il “merito” a ristabilire le gerarchie tra una frase a effetto, e un’emozione struggente priva di secondi fini come quella donataci da Vincenzo Cardarelli, morto povero e solo, per arricchire tutti noi.
Passato
I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m’appartieni

e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapito!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.

L’attesa del passato

Spesso mi è capitato di criticare con ferocia quello che, per usare un’espressione che non apprezzo, era “di tendenza”. Ora meno, sarò sincero, tuttavia, negli anni in cui la mia passione per la scrittura era ancora permeata dal bisogno di ottenere riconoscimenti, retaggio di un’educazione per la quale notorietà era sinonimo di felicità, mi veniva spontaneo biasimare tutto ciò che riguardava l’offerta del momento. Un inseguimento senza sosta, rivolto al passato, come se tutto ciò che era attuale fosse meno dignitoso di quello che invece era trascorso, concetto che ho ritrovato nel recente lavoro di Woody Allen: Midnight in Paris, dove i protagonisti vivono il presente alla continua ricerca di quei trascorsi idealizzati attraverso i fasti di passioni analoghe alle loro.

Nel mio caso si è trattato di una sensazione accolta per emergere dalla melma dei fallimenti letterari, logica conseguenza della scarsa attenzione rivolta al mio lavoro di artigiano della parola, a favore appunto del desiderio di riconoscimento. Qual era lo scopo, dunque? Oggi sono in grado di riconoscere la debolezza dell’intero impianto, come se per anni avessi tentato di costruire una casa meravigliosa senza fondamenta destinata a crollare ancor prima d’essere abitata… Affronto questa riflessione sulla scorta di un vecchio film del regista Bruno Corbucci: Delitto sull’autostrada, interpretato da Thomas Milian e da una splendida Viola Valentino. Una comicità che oggi rivaluto con quella stessa malinconia che mi fa prediligere gli autori del passato nella scelta delle mie letture, inattuali il più delle volte, di un tempo che, inevitabilmente, è trascorso anche sulla mia pelle portandosi via le speranze che adesso fluttuano sospese in queste testimonianze.

Dunque, con reticenza, cerco di accantonare la mia ipocrisia frutto di anni di studio, per accettare il fatto che niente è cambiato in questo mio sentimento di ribellione, e che certo non lo farà adesso che la giovinezza è rimasta in quei sogni. Ho spalancato il pensiero profondo in questa visione scanzonata, di un Thomas Milian, uomo che apprendo esser stato riservato e di grande cultura in antitesi col proprio personaggio, sboccato al limite di una conclamata volgarità talvolta eccessiva, per ritrovare in me un’indulgenza ruffiana perfino al cospetto di certe banalità. Di fatto ciò che prima mi divertiva nel contesto goliardico, pubblicamente deriso per soddisfare il comune senso di distinzione, è divenuto il dramma dei bei tempi andati; la fine della spensieratezza.

Allora, ecco che un film dal dubbio valore diviene opera d’arte nel momento stesso in cui, trascorso il tempo necessario per allontanare la sensazione di vivere l’attimo, lo percepisco alla stregua di un ricordo felice, anche quando la mia mente è ingannata dall’intenzionalità per una visione, giunta molti anni dopo rispetto all’uscita del film. Come tale rivendico, salvo poi dover ammettere che si tratta di un disperato tentativo di restare qui e adesso, la mia appartenenza all’oggi attraverso qualcosa che non c’è più, per vincere la delusione di dover ammettere che non è più sufficiente l’impegno per restare attuali.

I giovani vivono il proprio tempo mentre io cerco di ritrovarmi. Mi affanno per non affondare ma scopro che il decadimento è inevitabile; lo percepisco grazie all’attenzione che vi pongo, come quando mio padre non era in grado di utilizzare le funzioni più avanzate del telecomando che a me risultavano intuitive e banali. Non nego il timore, ma riconoscerlo mi salva dal ridicolo cui spesso scivolano coloro i quali non hanno più l’età per indossare determinati indumenti, o che utilizzano un linguaggio in cui l’attualità assume i connotati di una spolverata di zucchero sui maccheroni. Inevitabilmente mi chiedo se appartenere al momento, non implichi appartenere a se stessi. Si è più anacronistici scadendo in atteggiamenti propri delle generazioni che ci hanno succeduti, oppure sdoganando una presunta mitologia per quello che era il mondo quando giovani lo eravamo noi? Di fatto, la modernità ci precede. I cambiamenti ci sorprendono, di volta in volta, impreparati allo stesso modo in cui il tempo scorre silenzioso. Siamo entità capaci di comprendere anche il fatto che talune circostanze, per quanto banali, divengano ostacoli invalicabili a causa dello imprinting ricevuto, così come lo è il sentimento di affetto che mi raggiunge alla visione di certe scene del film, per le quali un ragazzo di oggi subirebbe a malapena il fascino della volgarità, e nemmeno più di tanto…

Col tempo, il senso di frustrazione si è attenuato, sono diventato più indulgente verso i miei limiti culturali offrendomi a tutto ciò che storicamente mi apparteneva, nel tentativo di essere obiettivo. Ma il peso è quello, resta immutabile, e per quanto tenti di spostarlo, non potrò mai cancellare la sensazione di rifiuto disciolto nella razionalità, come una nube purpurea che permane nel pensiero attivando l’istinto al pregiudizio, che cerca nel passato le tracce di una soluzione mancata. Quando in una scena ormai epica del film, Anna Danti canta ammiccando al commissario Nico Giraldi reso umano dall’amore che sente nascere in sé, in me sboccia il dolore per quel fuoco ormai spento che la musica è in grado di evocare. Quindi, per onestà devo riconoscere che il rifiuto dell’offerta attuale non è altro che il bisogno di sopravvivere nell’adesso, in ciò che sono oltre ogni mutazione culturale e che, come recita la canzone: “ Soffia un’aria nuova, passa il tempo ma… ti aspetto ancora”.

Oltre l’inganno, la verità…

Apro la mente. Eccomi, in questo frammento di vita, unico nella storia dell’umanità, io sono; ma nello studio di coloro i quali mi hanno preceduto, scopro l’incoerenza del pensiero: la contraddizione tra il modo di “fare vita” influenzato dallo spostamento sul Limite Eterno, e l’intenzionalità, quel concetto filosofico per il quale dovunque io mi trovi, la mia mente è in grado di migrare altrove, generando sensazioni del tutto simili alla realtà. Ma cos’è questo limite? Un ambiente sul quale il pensiero si sposta e muta, senza alcuna spinta ricevuta dall’osservatore, bensì grazie all’interazione tra tutti gli accadimenti cui sono assoggettato. Desidero essere preciso stavolta, tuttavia so già che fallirò ancora perché reagisco d’istinto a intuizioni fugaci in grado di migrare, con la mia stessa coscienza, verso luoghi sempre nuovi. La poiesi, la nascita dell’atto creativo, giunge sotto l’influsso di forze nemiche, distruttive, forze che tento di contenere attraverso l’abbandono alla riflessione, soffermandomi su quel confine labile tra due mondi molto distanti tra loro: realtà e fantasia. Del resto, come scrive Giuseppe Sgarbi nel suo bellissimo “Il canale dei cuori“: o scrivi o vivi.

Nel mio precedente lavoro ho affrontato, seppur marginalmente, il tema degli esistenziali negativi, concetti di pura fantasia che si dimostrano veri nel momento stesso in cui li recepisco come tali. In questo, l’esempio più chiaro che posso portare sono i romanzi con caratteristiche fantastiche; ben più interessanti di una storia che, per quanto irreale possa essere si muove in uno scenario di vita universalmente riconosciuto, sono le favole che permeano gran parte della nostra letteratura. Se vogliamo, prima ancora della nascita del romanzo moderno, tutto si rifaceva a credenze popolari in grado di generare storie fin troppo lontane dalla realtà come i miti degli eroi. Dunque, sento di poter interpretare la credenza, o il credere che giunge più tardi, come la volontà di esistere in un sistema diverso da quello prestabilito dalle leggi della meccanica. In qualche modo, a me sembra, la realtà giunge dopo la fantasia ma è proprio attraverso questa, nel contrasto generato, che si muove l’essere umano. A tal proposito Schopenhauer ha formulato il concetto di Velo di Maya, una sorta di paravento posto davanti ai nostri occhi che c’impedisce di scorgere le cose nella loro purezza, costringendoci a vivere in uno stato di perenne illusione che, in quanto tale, diviene la realtà stessa. Personalmente la ritengo una forzatura del suo essere misantropo e critico nei confronti dell’intera umanità (almeno per quei cinque sesti della popolazione come si affannava a ripetere); nonostante ciò, un confine esiste, qualcosa d’impercettibile, tale però che la fantasia e la realtà spesso si confondono.

Lo stimolo alla vita che caratterizza la crescita emotiva di ognuno di noi subisce l’influenza di fattori mutevoli. Non c’è una regola precisa; segue il bisogno comune di sfuggire al senso di smarrimento generato dall’essere incatenati al nostro “orticello”. Più la natura dell’ente è tale da renderlo desideroso di conoscere, maggiore sarà il senso di costrizione, ragion per cui, suppongo che le persone curiose siano quelle che più di altre tendono all’evasione attraverso la fantasia, spesso cercandola al di là delle leggi note. La letteratura è piena di esistenziali negativi, l’arte in genere lo è. La spinta ispiratrice volge sempre in una direzione “fantastica” dove esistere lontano da tutto ciò che l’ha generata. In questo riconosco un desiderio comune, sia dell’autore che dell’osservatore stesso, ad allontanarsi dal vero per accogliere situazioni in cui tutto è possibile, e reale in noi, pur mantenendo il distacco dei sensi. In effetti, non si tratta di una vera e propria evasione quanto piuttosto del desiderio di generare sensazioni in grado di sconfiggere il tempo del nostro universo e la sua percezione. La fantasia è il tramite attraverso il quale ci spostiamo oltre le leggi della relatività, posando l’intuizione stessa sul principio antropico per il quale ogni modifica all’ambiente e data dalla nostra osservazione, diretta, che ne muta l’aspetto. Ma la sfumatura impercettibile tra osservazione e percezione produce effetti catastrofici, che vanno oltre qualsiasi dimostrazione empirica dove le cose avvengono in un dato modo per effetto di cause precise. Se la realtà è tale da indurmi a fuggirne gli aspetti pratici, la creatività mi trattiene a essa come se esistesse un legame che fa sì che l’una non possa prescindere dall’altra.

Man in blue or presumed portrait of Ludovico Ariosto, 1508, by Titian (ca 1490-1576)
Ludovico Ariosto – (Reggio Emilia 08-09-1474 Ferrara 06-07-1533)

Nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, l’immaginazione travalica gli aspetti più riconoscibili del quotidiano. Sebbene gli attori di questo poema si muovano in contesti riconoscibili, l’intera vicenda è permeata da un alone d’irrealtà costante; una nebbia d’illusione che trattiene i personaggi e ne apprezza le gesta. In questo caso, più che in altri a mio avviso, perfino più che in opere come il Don Chisciotte di Cervantes, la percezione del lettore di trovarsi in un ambiente immaginario è forte, tuttavia, per quanto persista il senso del distacco, i personaggi vivono, sono presenti, e per quanto marginalmente caratterizzati dalla descrizione dei tratti caratteristici, ogni aspetto della loro esistenza emerge dalle vicende narrate. Dunque, diversamente da ciò che avviene nella prosa contemporanea in cui è prevista la caratterizzazione dei personaggi nell’intento di guidare il lettore verso il racconto, scorgo in questo un desiderio, ma ancor di più un bisogno, sempre attuale, di svincolarsi da ogni imposizione per divenire il creatore stesso delle proprie conoscenze.

Come suggeriste Ugo Foscolo nel suo “Invito all’Ariosto” (1989), la lingua del poeta soddisfa egualmente il lettore che cerca solo di divertirsi al racconto, e quello che è in grado di apprezzare la più fine bellezza della dizione poetica. In effetti, è così. Per quanto mi riguarda, curo con attenzione il mio stile letterario ma leggo sempre, salvo soffermarmi in seconda battuta su apprezzabili tecnicismi, per il gusto d’immergermi nella storia ed evadere in essa da tutto ciò che mi circonda. L’arte tutta possiede un diverso livello di percezione, ma ancor più un piano di apprendimento che ci distingue nell’apprezzamento dell’opera come nel suo rifiuto. Lo studio postumo, per quanto possa sembrare un paradosso, ci permette di ottenere una visione distaccata da una concezione accademica che, se attesa superficialmente, influenzerà ogni nostra intenzione di recepimento. Più si è portati a penetrarne il mistero, confrontandosi con chi ci ha preceduto, più si riuscirà nel momento di massima apertura a ottenere una visione stabile. L’esistenziale negativo quale effetto di un’attenzione superficiale è debole; impersonale al punto da restituire una visione senza alcuna caratteristica propria, un po’ come avviene nell’osservanza di un dipinto del quale si conosce la storia attraverso le parole di una guida. La simultaneità fruizione-insegnamento, dunque, è sbagliata a prescindere dal desiderio. Così come l’insegnamento va assimilato, l’opera dev’essere subita come un’onda violenta sulla scogliera che ci coglie impreparati. Suggerisco pertanto una visione propria, scevra da ogni insegnamento, dal quale non può comunque prescindere in un secondo momento, che manterrà il suo aspetto di contrasto con la libera interpretazione.

Conoscere il perché un dato evento generi in noi precise risposte emotive fa parte della realtà riconosciuta: si tratta di un effetto noto e pertanto influenzato da cause precedentemente definite. In qualche misura so che reagirò in una certa maniera a determinati stimoli pervenuti dall’educazione. Non che lo ritenga sbagliato ma quando parlo di esistenziali, mi riferisco a reazioni che dovrebbero essere il più possibile neutrali, in modo da renderci partecipi di ciò che stiamo osservando da un punto di vista intimistico. Tale affermazione potrebbe apparire come il “solito” dogma antiaccademico, ma in realtà si tratta della convinzione che lo studio, quando votato alla creazione, debba coadiuvare la nostra dote innata all’interpretazione di ciò che ci circonda, e pertanto completarla solo in un secondo momento. Allora, se ciò che mi spinge ad approfondire certi argomenti è una risposta spontanea alla causa, la sensazione che provo nel momento stesso in cui sono “ignorante” farà si che la senta più reale di quanto non lo sarebbe stata se influenzata da una dottrina solida. In qualche modo, sembra che la fantasia faccia da precursore all’approfondimento di concetti verificati ma dal momento che ho provato in me il sentimento di risposta, niente e nessuno potrà più influenzare l’esclusività dalla mia immaginazione.

Oltre un equilibrio fatale

(di Roberto Masi)

Solo, su questa spiaggia assolata, osservo il mare denso in cui per mesi ho condotto la mia vita. Nietzsche mi ha guidato attraverso la propria opera, come un tramite per navigare nelle acque di quest’oceano nel quale sono scivolato, in un giorno piovoso d’autunno, passeggiando per le vie della città. Ogni pagina di quest’opera è scaturita dell’ingegno umano; che si trattasse di un dipinto, un romanzo o di una teoria elegante con la quale si tenta di dare un senso alla natura oggettiva delle cose, il mio animo si è scosso sul Limite Eterno, per spostarsi verso la ricerca, continua, mobile nell’entropia crescente del mio modo di sentire l’esistenza attorno a me. Adesso più che mai sono certo della nostra cardinalità. Oltre il principio antropico, che pone ogni uomo sotto una luce privilegiata rispetto agli eventi del cosmo, ho scoperto che in molti prima di me avevano accolto questo concetto, non ultimo Giorgio Colli che, usando parole chiare ai miei orecchi, afferma con lucida potenza: “Ad ogni quesito filosofico o scientifico, per ampio che sia, anche riguardante ad esempio l’universalità del mondo fisico, deve precedere il problema della nostra esistenza, che solo lo rende possibile”. Tutto questo, adesso, mi raggiunge come un saluto di benvenuto, qualcosa che fino a poco tempo fa mi era estraneo perché ancora non avevo attraversato il mare dell’indeterminazione, dove l’oltre è un mistero irrisolvibile e come tale, coerente.

Ovunque ho visto la mia natura di uomo. Nei quadri di Burri e Manzoni, nell’opera di Bruno Munari che ho scoperto come un viatico per la conoscenza di un’interiorità fino a quel momento negata, nel cromatismo essenziale di Albers Josef, nella chiarezza della relatività di Einstein e perfino nell’arcano fondamento della logica di Kurt Gödel. Mentre il mondo raggiungeva i miei sensi spalancati, ho maturato il “sospetto” che in fondo, tutto questo, fossi io. Eccomi, sul telo, disposto a ricevere gli stimoli di una visione profonda delle cose attorno a me, e al rapporto umano con altri individui cui adesso, finalmente, sento il bisogno d’abbandonarmi. Non nego l’esattezza del pensiero schopenhaueriano sulla necessità di raggiungere un completo isolamento per maturare la propria visione. Giusta o sbagliata che sia, la solitudine ci consente di sprofondare e vedere gli orrori che sono in noi, ma anche le gioie e talvolta, la soluzione all’immobilità del sistema. Percepire l’esistenza mi permette di ascoltare il fluire della mia natura, ma ancor di più del mio esistere come ente irripetibile, in grado di produrre modifiche sostanziali al tessuto, generando interazioni definitive tra noi. Allora, tutto ciò che osservo, mi trasmette il proprio calore, me lo cede come faccio io col mio, mentre ci dirigiamo verso un destino infausto di gelo eterno. Il prezzo di questo calore è altissimo dunque, ma si chiama vita e tutto consuma, così il destino dell’umanità, così la mia vita che scivola via, lontana, verso la fine.

Antonio Possenti – Un mare interno

Che si tratti di un quesito filosofico o scientifico quindi, prima di tutto siamo noi, gli enti, che garantiamo la sussistenza di ogni sistema. Tutto fluisce attraverso noi, qualsiasi paradosso io possa formulare: ciò che dico è sbagliato oppure giusto, si regge sull’incertezza stessa che assume il ruolo di verità inconfutabile. Il dubbio, pertanto, è vero. Incompletezza, indeterminazione, frattalità dell’essere: ogni aspetto incompiuto dell’esistenza mi definisce come parte di questo caos. Io vedo ciò che conosco, sono ciò che percepisco, che muove il mio sentire le cose e gli altri, che vive la paura di esistere nell’agitazione molecolare di questa forte entropia, e propende per la grammatica scorretta del pensiero occidentale, verso un equilibrio fatale. Ancora Schopenhauer lo consiglia, che il desiderio deve rimanere, almeno in parte, irraggiungibile. Una tensione continua, che impedisca lo scivolamento dentro una qualsiasi di quelle “singolarità” dove si radunano le vite sconce di uomini irrecuperabili. Salvarsi attraverso la non risolutezza dello squilibrio, preservare il dubbio del risultato puntando sempre oltre il traguardo che rappresenta non l’apice del successo, bensì la tomba della coscienza.

Qualunque siano gli studi filologici, e filosofici che io possa affrontare, giudico la spinta delle mie intuizioni generata da un moto interiore privo di controllo. Sovente ho creduto che l’ispirazione mi raggiungesse dal pensiero altrui, per poi svilupparsi nell’accoglienza, o nel rifiuto, in qualcosa che fosse sempre la mia personale visione. In realtà, attraverso questi scritti ho capito che si tratta della partecipazione al pensiero collettivo tra me e coloro i quali mi hanno preceduto. Riconosco di essere figlio del pensiero moderno, non ho erudizione ellenistica e ciò condiziona il mio intelletto che germoglia da stimoli recenti, ciò nonostante, tutto parte da un sentimento rapido che mi raggiunge dalla visione di un dipinto, dall’ascolto di una musica che apprezzo, dallo stupore per una scoperta scientifica, ma anche dai capelli oleosi di un’adolescente che si affaccia alla vita con timidezza struggente. La percezione è frutto di continue interazioni, ma si allinea con ciò che noi siamo per indole. Possiamo crescere attraverso una volontà ferrea, ma più che altro siamo in grado di muoverci ed è questo che ci distingue. Per quanto possa approfondire le mie conoscenze attraverso lo studio e la riflessione profonda, tutto resta legato alla mia natura di entità privilegiata. Adesso ogni cosa mi appare sotto una luce completamente diversa, svincolandomi dall’influenzabilità bigotta, per definirmi oltre ogni induzione che tenta di fagocitare la mia essenza. Sento però il bisogno di allentare la pressione per non rimanere schiacciato dal peso della “luce”, per non oltrepassare il confine della mostruosità nietzschiana. Sono alla fine del viaggio e come al termine di una passeggiata nel bosco, uscendo dall’oscurità il passo si acquieta, il cuore rallenta e la percezione dei suoni o la vista delle meraviglie della natura, mi colmano l’animo ormai privo dell’oppressione di arrivare in ritardo.

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Tragedia e Commedia – mosaico romano – musei capitolini

L’impulso a materializzare il sentimento mi guida alla visione aperta di tutto ciò che mi ha preceduto. Nella distinzione tra apollineo e dionisiaco, quali cardini estremi di una realtà che li vede mescolarsi in continuazione, l’armonia dello spirito tende a prendere il sopravvento fin dalle prime battute; tuttavia, se da un lato stimola la mia riflessione, nella stesura del testo avviene sempre un bilanciamento verso l’entusiasmo che garantisce il movimento del flusso. Se tutto tendesse a una visione romantica, la base crollerebbe sotto il peso delle emozioni ma grazie all’esaltazione che ne consegue, l’ordine viene di volta in volta ristabilito, senza che avvenga l’annullamento dell’entropia. Il mio spirito propende per la “plasticità” dell’ispirazione; tutto attorno a me ne esalta la vista. Ecco allora che l’amalgama tra i due concetti nietzschiani si manifesta nell’entusiasmo di rappresentare la dolcezza, come fosse il gioire del dolore, come quando un pensiero triste ci procura un piacere inspiegabile, un affetto impareggiabile per tutto ciò che è malinconico. Nel pensiero non permetto all’atteggiamento apollineo di prevalere: dolori ed esperienze drammatiche, che in misura più o meno estesa colpiscono ognuno di noi, per quanto causa d’abbattimento emotivo divengono il propulsore. Dunque, respingo la decadenza del mondo occidentale di cui faccio parte, mantenendo viva la potenza, la forza, l’esaltazione dettata dal combattimento che porta vittorie e sconfitte ma garantisce la realtà della tragedia come modo di condurre l’esistenza, e la rinascita che ne consegue. La ricerca stessa è l’esaltazione che garantisce all’amore il proprio ruolo senza che avvenga un’apocalisse emotiva.

Le stagioni pesano, il cielo influisce, tutto determina il nostro stato d’animo con la netta distinzione tra slancio affettuoso e bisogno d’azione. Sottomessi all’avvicendamento di tutte le cose, l’animo si dispone a favore dell’una o dell’altra manifestazione del sé, realizzando la nostra posizione sul velo oltre il moto browniano, oltre il velo pallido di un achrome manzoniano. Cammino in mezzo ai miei fallimenti, e li vedo come una qualsiasi forma d’interazione tra noi. Le tragedie sono parte del tessuto sul quale scivolo giorno dopo giorno e le gioie, la trama che determina il mio ambiente. Potrei esistere privo di tale avvicendamento? Sarei in grado di vedere altre al mio naso, se ogni aspetto della mia vita si appiattisse in una docile realizzazione di valori auspicabili? La vita è la distrazione della personalità che si accende al passaggio di un evento meraviglioso in grado di catturare la nostra attenzione, come il fugace rossore sulle guance di un bambino che, colto da imbarazzo, si rifugia dietro la gonna di sua madre. Dolcemente si affaccia per sbirciare l’oggetto della propria vergogna, curioso accenna un sorriso e si ritira di nuovo, in un gioco sottile, che lo identifica nella sua natura innocente, e nella mia che lo cerco per lasciarmi condurre dalla fantasia verso un ultimo slancio dal quale non farò più ritorno.

Ma noia, noia, noia…

(di Roberto Masi)

La metafisica è il domandare oltre l’ente, per ritornare a comprenderlo come tale e nella sua totalità”. Con queste poche parole, Heidegger mi fornisce la definizione più stabile di ciò che rappresenta, almeno per me, questa ricerca. Il pensiero profondo è spesso contorto, articolato, tale da stancare anche il più volenteroso tra gli uomini; tuttavia, rappresenta la natura che emerge nel bisogno d’interrogarsi. La scelta è sempre soggettiva: scansare la riflessione o accoglierla? Ma non solo, l’animo si rifugia spesso nella “mediocrità”, ma non è un male se siamo in grado di guardare oltre. In questa indagine ho dovuto aprire molte porte, affinare i sensi di una percezione che di norma giunge come l’atto involontario di una sensibilità più o meno estesa, ma spingersi oltre l’intuizione rivela il nostro posto sul Limite Eterno. Il problema è dato dall’influenzabilità, ciò che accoglie le consuetudini come una risposta riconosciuta oltre il reale valore di ciò che è profondo, e che come tale ama la maschera. A tal proposito, porto come esempio questa strofa di una bellissima canzone di Franco Califano: Tutto il resto è noia.

Poi la notte d’amore
per sistemare casa un pomeriggio
sul letto le lenzuola color grigio
funziona tutto come un orologio
la prima sera devi dimostrare
che al mondo solo tu sai far l’amore
si d’accordo ma poi

Tutto il resto è noia
no, non ho detto gioia
ma noia noia noia
maledetta noia

Ecco che in queste parole struggenti, l’autore ricorre alla malinconia per mettere in luce la propria interiorità, che non è rappresentata, come molti hanno la tendenza a travisare, dal suo voler comunicare quanto la vita si riduca a pochi attimi di “gioia” e valga la pena dello sfreno incontrollato, bensì dal moto dell’animo che ne avvolge la cuspide emotiva. Il testo, nella mia percezione almeno, è il racconto della noia intesa come estensione del tessuto sul quale avvengono gli scontri: la nascita di un amore, così come un dolore, sono tutti eventi che rilanciano il nostro vagare sull’esistenza. Califano percepisce il limite grazie alla propria sensibilità, e combatte attraverso la sua poetica, il conflitto tra l’eterno ritorno che lo spinge a una visione rassegnata, e il desiderio di riscatto dall’insoddisfazione che egli prova. Non so se il cantautore romano fosse un estimatore di Nietzsche, ma la rinuncia è spesso esasperazione, e come tale, prende vita nella malinconia che è bella, ricca di fascino, magica, nonché distruttiva se accolta come un vanto.

Tutto è interazione. La musica, la pittura, la fisica, il lavoro, l’amore, qualsiasi manifestazione che attiri la nostra curiosità, se percepita in un momento di disposizione favorevole, è in grado di mostrare orizzonti sconosciuti. In fondo non si tratta di una vera e propria indagine, né dello sviluppo di una teoria destinata all’oblio, quanto dell’arte di esistere. Ricevere l’ispirazione, che sia nella forma di una necessità espressiva quanto nel bisogno, azzarderei comune, di appagare la curiosità, spinge ognuno di noi a manifestarsi nell’indeterminazione del vivere. Essere dunque silenti e sperduti, apparire di tanto in tanto in un presente a noi prossimo, di cui gli altri non potranno avere riscontro se non per l’eco prodotto quando ormai sarà passato, foss’anche di una frazione di secondo. Come un successo che si propaga nel passaparola, o un fallimento; un amore, così un dramma straziante, ogni nostra apparizione sul tessuto produce increspature profonde che, propagandosi, giungono ad altri esseri umani mutandone la traiettoria. L’entropia inarrestabile tra enti stabilisce il disordine in cui viviamo e al quale dobbiamo necessariamente sottostare, scacciando via l’intuizione che, insita nella “grammatica”, ci allontana dalla realtà.

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Albrecht Durer – Melanconia

Se ho capito qualcosa da tutto questo, sta racchiuso in una bellissima frase di Carlo Rovelli, la risposta a una delle tante interviste che lo riguardano. Alla domanda dell’intervistatore su dove lo stesse portando la sua ricerca, il noto scienziato dice: “Da nessuna parte. È come un sentiero di montagna. Non lo si fa per arrivare, lo si fa perché è una strada bellissima”. Lo stesso vale per questa mia opera, che non mira davvero a raggiungere un traguardo, ma rappresenta la gioia di cercare senza interruzione qualcosa: che si tratti dell’amore, di una visione, del benessere o anche della malinconia stessa come coadiuvante all’inganno di un mondo perfetto e distopico, in cui il bene trionfa sempre al punto da divenire il male stesso. Nessuno di noi cerca davvero la perfezione. Mai, nella vita, desideriamo ciò che non possiede mistero poiché in quanto tale ci giunge definitivo come la morte. Cosa sarebbe il Cosmo senza i propri misteri irrisolti? Per quale amore ci struggeremmo se tutto fosse tale da non dover lottare per averlo? L’ordine per l’uomo è come la morte fredda per l’universo: niente si muove, niente muta più. Ecco perché talvolta il raggiungimento di un’agognata stabilità diventa la causa del disastro interiore. La vita è ricerca del disordine. L’equilibrio è dato dalla capacità di controllare tale scompiglio e vivere in esso, così come avviene nel Limite Eterno in perenne fluttuazione, che ci mette alla prova inducendoci a scivolare dentro qualche singolarità definitiva.

Certe vite sono così: tragiche nel loro equilibrio raggiunto, nella stabilità, sia essa economica che emotiva. L’essere, la coscienza stessa hanno bisogno del movimento, della percezione di non rappresentare la struttura ma ciò che in essa induce all’esistenza. Che senso avrebbe vivere senza interrogarsi sull’origine di tutto ciò che ci circonda? Che sia l’arte d’intagliare un tavolo, il metodo utilizzato per stendere il pigmento sulla tela, il periodo di fioritura delle viole, tutto ci rappresenta, e in questo scelgo di essere spietato. Non è l’ignoranza per l’assenza d’istruzione, bensì la pigrizia mentale che porta l’uomo a scivolare oltre l’orizzonte, imponendogli l’annullamento di ogni caratteristica propria, come se le cose piovessero dal cielo terso, mentre brandiamo i nostri soldi perché questa pioggia divenga incessante. Dov’è l’amore in tutto questo? Dove la passione che rende unico un bacio, una carezza o anche solo un litigio al quale poi seguiranno parole dolci per lenire il pentimento che ci rende migliori? Davvero tutto dovrebbe ridursi a un consumo scellerato di umori e oggetti? Perfino sentimenti brutali, riprovevoli nella loro malvagità che mirano alla supremazia, rivelano una resistenza alla deriva sul tessuto. Ed è questa l’unica cosa che abbiamo facoltà di combattere. Se il nostro vivere è caratterizzato da stimoli indeterminabili, da fattori imprevedibili cui la vita ci sottopone, la natura di cui siamo fatti ci mette a disposizione la volontà di scegliere che persone essere. Giustificare se stessi per qualche nefandezza commessa equivale a scegliere di diventare creature spregevoli, schiave di eventi, aride, non immobili sul limite, ma lontane da ogni vera resistenza all’abbandono e pertanto disumanizzate.

La coscienza non è un “mondo perfetto”, è l’equilibrio della discontinuità, del salto, della natura di tutte le cose che diviene un altro aspetto della realtà quantizzata. Siamo enti come tutto ciò che possiamo immaginare, siano essi esistenziali negativi o racconti di cose realmente avvenute. Noi “capitiamo”. Come avvenimenti in grado d’influenzare tutto ciò che li circonda, come la paura di essere giudicati dagli altri perché l’entropia si abbassa giacché non è il loro operato a deragliare la nostra condizione, ma una chiusura dettata dall’equilibrio che riteniamo migliore perché intuitivo, grammaticalmente corretto, e pertanto sbagliato. Siamo così confusi da tutto questo creato, che non riusciamo più a vivere la nostra natura libera e felice, svincolata da catene che, invece, siamo costretti a spezzare in continuazione per non divenire idee. Non è facile, l’impulso a lasciarsi andare alla condanna di una morte ingiusta perché stanchi di combattere è sempre in agguato, ma la vita è una lotta senza tregua, e come tale va onorata. Tutto ha un prezzo, la felicità quello più alto di tutti poiché richiede determinazione, attaccamento, coraggio, mentre la compassione è gratuita, un fallimento di pochi lampi su uno schermo traballante, mentre tutto il resto è noia, noia, noia.

Come un flusso… interrotto

(di Roberto Masi)

L’indagine procede spedita. Come intuìto per la prima volta da Ludwig Bolzmann, è il calore che determina il trascorrere del tempo nel passaggio da uno stato di bassa entropia a uno di alta; così l’attimo delle mie idee si consuma nel rispetto del secondo principio della termodinamica. Passa attraverso l’agitazione delle particelle che determinano la linea di transito tra passato e futuro, in questo rimescolamento in cui intravedo la metafora del nostro interagire, come particelle di una materia unica, che non scambia la propria energia al contatto con altre realtà, ma si alimenta di una propria continuazione fatta di esistenza. L’entropia però non è soltanto un evento fisico che coinvolge gli oggetti inanimati, bensì qualcosa i cui effetti sono percepibili nei corpi “vivi”, in cui le modifiche sono rapide nell’ossidazione cellulare, nel cambiamento fisico, nella percezione soggettiva del mondo attorno a noi, e nel gusto appunto.

Ogni più piccola modifica della nostra comprensione, quantizzabile come variazioni impercettibili che si manifestano soltanto nel lungo periodo, sono il resoconto di questo calore, dell’agitazione di eventi che si disperdono sulla superficie in cui tutto scorre. Il nostro contributo è fondamentale. Non è la grandezza dei valori o il risultato più o meno evidente a determinare il cambiamento, bensì l’interazione di ognuna di queste variabili (concetto già espresso in precedenza), che conduce a modifiche precise e irreversibili del Limite Eterno. Percepire il movimento interiore, dettato quindi da un’indole primigenia, oppure indotto da eventi cui partecipo esistendo; come la distinzione del tempo fatta da Aristotele secondo il quale ha senso solo se delineato da una sequenza di fatti, e quella di Newton che ne identifica la natura oggettiva oltre ogni finalità dell’essere umano, la realtà è rappresentata da un insieme che le comprende entrambe, rendendo tali concetti imprescindibili l’uno dall’altro.

Il mio modo di percepire le cose è sottomesso a un costante cambiamento, una ricerca ininterrotta che spinge il mio desiderio di apprendimento oltre l’aspetto visibile delle cose, come un perenne inseguimento del Bianconiglio verso una visione più ampia. La brutalità dell’uomo, le sue nefandezze, ma anche il suo valore emotivo, o la grande capacità d’illuminarsi nella ricerca della felicità oltre ogni vincolo strumentale. Siamo eterne luci sul tessuto, talvolta splendenti, altre opache, in un pullulare ininterrotto di piccoli bagliori come fosse una sera di maggio di luna calante, nella campagna inondata di lucciole. L’intermittenza è la granularità di tutte le cose: del campo elettromagnetico, del tempo, e infine della nostra coscienza rappresentata anch’essa dalla discontinuità che tutto descrive. Noi stessi avvertiamo il cambiamento interiore come effetto dell’indeterminazione. Non c’è mai una percezione lineare, un flusso costante per così dire: tutto è caratterizzato da un’infinità di “salti” emozionali, tra i quali altri salti più piccoli determinano di volta in volta lo spostamento sulla superficie estesa del limite. Viviamo la nostra esistenza percepiti in una nube d’indeterminazione noi stessi, meno intuitiva di un dato certo, ma molto più prossima alla realtà. Come i ricordi, alcuni dei quali restano nitidi nella memoria come eventi appena trascorsi, mentre altri sono solo un leggero pulviscolo impercettibile, fatuo come fuochi cimiteriali.

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M.C.Escher – Farfalle, Metamorfosi

Tutto è granulare dunque. La posizione di un elettrone come il mio essere uomo, sono eventi dominati dall’indeterminazione. Così come non posso localizzare con precisione una particella in ogni momento, se non relativizzata a un altro oggetto, non posso stabilire il mio essere in ogni istante della mia vita, a meno di non contrastare con eventi definitivi. L’esistenza è lo schermo sul quale l’elettrone compare per formare l’immagine (per usare un esempio esplicativo di Carlo Rovelli), e noi siamo la particella che di tanto in tanto si mostra per dar forma al movimento. Tutto l’universo è “quantizzato”, e se lo è la materia di cui siamo costituiti, deve esserlo anche la nostra coscienza. Allora intuisco il motivo di questo mio percepire me stesso come un insieme di punti ravvicinati: non come un flusso sul telo ma come un insieme di singolarità il cui tragitto rimane indefinibile alla stregua di un evento dimenticato, subìto passivamente, al quale non diamo importanza nel momento stesso in cui avviene, ma che determina ciò che saremo all’atto di tornare visibili.

L’inganno dell’uomo sta in questo, a mio dire, nel decretare posizioni certe in cui ritenere auspicabile la comparsa di sé. Luoghi stabiliti dalle convenzioni: posizione sociale, reddito, efficienza economica, status, apparenza. Punti dello schermo in cui sentirsi realizzati, dove percepire la nostra rappresentazione, convinti che sia l’osservatore a renderci concreti e non la percezione di ciò che siamo oltre il dogma. In questo aveva ragione Schopenhauer, nel definire attraverso il Velo di Maya la falsità del mondo idealizzato a discapito di una realtà che, invece, dovremmo percepire oltre ogni vincolo destinato a disintegrarsi nei secoli e nell’evoluzione del nostro sapere. Ma come ho detto, il velo non è un paravento, bensì un luogo in continuo movimento sul quale il rischio di andare alla deriva è alto, altissimo, assai probabile.

Apparire a noi stessi, questo è l’arcano bisogno inappagato. Sebbene riconosca negli altri il contrasto attraverso il quale illuminarsi, come lo schermo del televisore per l’elettrone, l’uomo deve comparire in sé prima che altrove, solo così la vita prenderà una sua consistenza, seppur nebulosa, in grado di realizzare l’esistenza e non la simulazione occasionale di essa. Tuttavia, abbiamo imparato a soffrire la solitudine, a temerla come fossimo soltanto interazione e nient’altro. In parte è vero, il sentimento reciproco ci restituisce un senso di completezza cui difficilmente si riesce a rinunciare, così come la realizzazione in qualsiasi cosa che riguardi la collettività, ma oltre a tutto questo ci siamo noi: sballottati, rilanciati in milioni di scontri nei quali spesso perdiamo l’unicità a favore di un agglomerato nel quale intuire la nostra presenza. L’angoscia generata dalla solitudine è l’atto in cui davvero percepiamo la nostra estrema vulnerabilità nell’espressione più umana che esista.

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Antonio Canova – Amore e Psiche (1787-1793)

Ecco la deriva di cui parlo, la ricerca cerebrale di un distacco che rischia di spingermi fuori dalla nebulosa. Voglio ripetere ancora una volta le parole di Nietzsche: “Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione lui stesso a non diventare un mostro. E se tu riguarderai a lungo dentro un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te”. In questa indagine mi sono spinto al limite dell’abisso, tanto che spesso non comprendo neppure le mie parole, pur accogliendole come parte di una confusione imprescindibile. Quando ho scelto di ricevere il dubbio come regola, ho accettato il fatto che niente di definitivo sarebbe nato da tutto questo; nonostante ciò, mai una volta ho pensato di rinunciare a favore del senso d’incompiutezza. La “quadratura del cerchio” resta un esistenziale negativo e come tale intendo ospitarlo. La fantasia mi definisce oltre i limiti umanamente ricercati, di una realtà che appare sempre più confusa e come tale, prossima alle scoperte che facciamo. Lo spaziotempo, la granularità, l’indeterminazione, l’amore: tutto mi raggiunge come parte del Limite Eterno e mi avvolge nell’alternanza di scoperte e rinunce, una danza alla quale scelgo di abbandonarmi, fluttuando tra ciò che è razionale e ciò che invece non lo è. Allora, accogliere la fantasia non è più un tentativo di fuga dal mal di vivere, ma una concreta distinzione tra la scelta di lasciarsi vincere, e quella di combattere con ogni mezzo lecito tra cui scorgo l’esultanza del mio animo di fronte a un’opera di Antonio Canova, una sinfonia di Shostakovich, un romanzo di Buzzati, o il semplice abbraccio di due giovani amanti che si tengono stretti al parco, mentre passo con la mia bicicletta, e il loro senso di eternità mi raggiunge lasciandomi addosso un po’ di quella felicità come fosse l’entropia tra di noi, mentre il calore di quell’amore ceduto ne segna il destino, ed io fuggo via, altrove, consapevole che in parte hanno mutato la mia coscienza.

l’Intenzionalità del Boscaiolo di latta

(di Roberto Masi)

Quando parliamo di esistenziali negativi, facciamo riferimento alla negazione di qualcosa d’irreale, come ad esempio l’espressione: “L’unicorno non esiste”. Il paradosso consiste nel fatto che se lo nego, ne formulo l’esistenza poiché nominandolo lo realizzo (Richard Cartwright). In questo sono concorde con Francesco Berto nel disconoscere l’enunciato che tutto esiste, come in questo caso appunto. Nel suo libro “La realtà non è logica”, il professore spiega in modo attento le proprie motivazioni, e lo fa fin dalla premessa in cui dichiara apertamente di non approvare coloro i quali s’impegnano a confutare le teorie altrui, invece di caldeggiare le proprie.

A tal proposito, di recente ho avuto modo di riflettere su alcuni aspetti della mia percezione della superficie in cui mi sono spostato. Stavo percorrendo una via di campagna con la mia bicicletta, il fresco mi solcava la faccia cancellando le fatiche di una giornata lavorativa e l’impressione, nella calma del tardo pomeriggio in cui i suoni della campagna accompagnavano il crepitare delle ruote, era di andare incontro al domani. Quella frescura ristoratrice, data dall’effetto del movimento, mi raggiungeva come un evento proveniente dal futuro, da un luogo che avevo davanti e verso il quale mi stavo dirigendo. Lo sguardo si perdeva tra gli alberi a bordo strada e il paesaggio davanti a me, nel progredire del moto, una volta oltrepassato diveniva il nulla: smetteva di esistere. Dunque, mi è capitato di pensare che non solo, come affermava Bruno Munari: “Ognuno vede ciò che sa”, ma anche che esiste solo ciò che vedo. Davanti realizzavo ciò che i miei occhi riuscivano a scorgere ma dietro, sebbene sapessi che c’era quello che un attimo prima avevo ammirato andandogli incontro, era tutto svanito dalla mia percezione, o almeno da parte di essa in quanto non solo la vista partecipa all’esistenza, anche se per la maggior parte di noi rappresenta la cosa più prossima alla realtà.

Il principio antropico si fa strada attraverso gli enti che, partecipando all’esistenza, la realizzano tramite la percezione. Quindi, io esisto, vivo e mi realizzo, non solo in termini oggettivi ma altresì come attitudine momentanea. Ciò che osservo è reale e le sue forme mi sono chiare; ma il nulla cos’è, se io ne ho percezione? Può essere qualcosa che la coscienza avverte e in quanto tale, poiché io sono un “oggetto” dotato della facoltà di realizzare l’esistenza, si contrappone al senso di esserci? In questa indagine sto attraversando l’amore, il gusto, il bisogno di elevarsi dell’uomo che lo rende sublime e atipico rispetto al resto del fattore “vita” di questo pianeta su cui tutto si realizza. Attraverso la logica cerco le risposte alle domande che il mio essere uomo formula, per appagare il desiderio di sapere che da’ senso a un’evoluzione in grado di spostare l’essere umano oltre il limite, biologico, della propria composizione chimica. Se ciò che vedo è reale e ciò che sta dietro di me appartiene al nulla, allora tutto quello che la mia fantasia è in grado di immaginare rappresenta un esistenziale negativo inconfutabile. Va da sé che “Il meraviglioso mago di Oz non esiste”, è vero poiché si tratta di un’irrealtà immaginata che, per quanto la sua lettura possa smuovere l’animo e restituirci sensazioni del tutto identiche alla percezione empirica del racconto, resta un oggetto inesistente. Pertanto, il suo “non esistere” non esclude la possibilità di percepirlo come reale, allo stesso modo in cui la visione di quella realtà che mi sta di fronte attiva il mio percepirne l’esistenza. Allora, sebbene io sappia che il Boscaiolo di latta non sussiste come ente nel reale, avverto la sua non esistenza così come percepisco l’esistenza di un individuo in carne e ossa che ho davanti, ma ancor di più intendo la sua irrealtà come la realtà stessa.

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Tuttavia, ciò che osservo si modifica e non esiste in modo determinabile nel momento stesso in cui lo misuro, (a livello microscopico senza grosse implicazioni nella percezione di ciò che ci circonda), ma la sensazione che mi procura tale indeterminazione è di ambiguità. Non è qualcosa d’intuitivo che assumo come risposta logica all’esistenza, sebbene sia ciò che più di tutte si avvicina a essa. Faccio maggior fatica e percepire la realtà oggettiva del principio di indeterminazione di Heisemberg, che la natura del Boscaiolo di latta nel momento stesso in cui la storia di Dorothy mi appassiona. Allora, sebbene io sappia che il personaggio scaturito dalla penna di Lyman Frank Baum non esiste, spero che riceva il suo cuore identificandolo come qualcosa (o qualcuno) di reale mentre il fatto che uno scenario silvestre oltrepassato sia sfuggito alla mia vista, il saperlo dietro di me non me lo rende più vero di un paesaggio immaginario. In filosofia si tratta d’intenzionalità, in altre parole la capacità della mente di andare in luoghi diversi da quelli in cui mi trovo nel momento in cui genero situazioni lontane nel tempo, nella distanza, e come in questo caso, frutto della mia immaginazione.

Intuisco l’irrealtà. Non sempre, ma in modo subordinato al mio stato d’animo, la coscienza e tale da influenzare l’intuizione dell’esistenza. Così come per la fluttuazione del Limite Eterno sul quale esistiamo condizionati da noi stessi, la nostra “percezione” si modifica all’ondeggiare del velo sotto l’egida non soltanto degli enti che incontriamo, ma dei nostri stessi sensi. In questo scopro che non sono propriamente gli altri, nello scontro del moto browniano a modificare il percepito, ma è la nostra risposta allo stimolo e la nostra stessa natura che determina la respinta più o meno ampia allo scontro, rendendoci unici. Interagiamo tra noi modificando il nostro intendere ma sempre attraverso le misurazioni che facciamo nel corso della nostra vita lasciando traccia del nostro passaggio. Come il mio modo d’intendere il Boscaiolo di latta, la mia immaginazione è un atto di coscienza nel momento in cui ne apprendo le gesta e così la mia sensibilità che muta nel crescere, spostandosi dall’affetto verso il cagnolino Toto, alla piccola Dorothy, al Leone quale simbolo di forza percepito in adolescenza, e infine a questo personaggio strampalato che desidera ricevere un cuore per ritrovare l’amore della donna amata.

La coscienza, dunque, si muove sul Limite Eterno e migra, influenzata da molteplici fattori: interazione con gli altri, studi, sensibilità personale, risposta ai drammi, efficienza mnemonica, e non ultimo un pizzico di fortuna che non sempre è rappresentata da un costante progredire ma, perlopiù, dal trovare un luogo ideale sulla superficie del velo ed esistere in uno spazio d’indeterminazione ideale al mantenimento della nostra immaginazione, in grado di sopravviverci. Anche in questa mia indagine, che parte dall’amore e s’insinua nella logica alla ricerca di una risposta che risiede nel dubbio e nel gusto che muta, sento che la coerenza è quanto di più lontano io possa trovare dalla fantasia, dalla curiosità, da tutto ciò che in qualche modo smuove il mio animo. Come se i miei sentimenti più “nobili” albergassero nell’intenzionalità di cose che in fondo non sono altro che esistenziali negativi, in una perpetua negazione della realtà oggettiva, per esistere otre il disastro che potenzialmente rappresentano.

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Bruno Munari – Cappuccetto Verde

La realtà senza illusione è dolore. La coscienza si libera nella fantasia che, se accolta, la espande in tutte le direzioni; in questo il processo creativo che spesso si aggrappa alla sofferenza per emergere in tutta la sua potenza comunicativa, rappresenta una coscienza estesa votata all’accrescimento come mezzo attraverso il quale resistere al dolore. La creatività, pertanto, come per Bruno Munari nello stravolgimento di una favola nota come “Cappuccetto rosso” in “Cappuccetto verde”, ma anche come bisogno di affermare uno stato che travalichi il malessere interiore, è la nostra potenza naturale che emerge oltre i limiti delle costrizioni dogmatiche. Dunque, non tutto esiste giacché negandolo lo identifico ma la non esistenza stessa è l’espressione di una profondità che cerca di uscire allo scoperto. Umanamente mi identifico nel Boscaiolo di latta come nemesi di qualcosa che ha generato il mio scorrere sul Limite Eterno, che rappresenta la direzione dopo lo scontro con altre entità, e che nel gusto muta in base al cambiamento non solo della percezione, ma del mio stesso essere uomo che determina la propria storia nel dubbio.

Cosa ci spinge?

(di Roberto Masi)

Cosa ci spinge? L’ambizione, il desiderio di scoperta, la nostra influenzabilità o il nulla stesso? Da dove proviene l’energia che riceviamo? Chi crede in Dio, trova in Lui le risposte che cerca e tutto finisce così, in una grande rassegnazione che non lascia scampo al gusto personale. Il Supremo osservatore che, volgendo il proprio sguardo, altera il moto degli esseri umani che si comportano come particelle elementari sottoposte agli effetti del principio di indeterminazione. Tuttavia, noi viviamo sul Limite Eterno e ciò che sposta la nostra traiettoria non è la spinta di un’energia che ci rende visibili, quanto qualcosa che ritengo più simile al “moto Browniano”, in cui particelle sospese in un fluido si spostano, in modo del tutto casuale, scontrandosi l’un l’altra sotto l’influsso dell’agitazione termica. Dio non sembra esserne l’artefice dunque, siamo noi che agitandoci al calore dell’esistenza, ci scontriamo vicendevolmente provocando repentini cambi di direzione.

Il Limite Eterno è il luogo sul quale questi scontri avvengono senza soluzione di continuità. L’interazione tra esseri umani produce lo spostamento e la successiva deformazione del tessuto, in un perenne ondeggiare che non troverà mai fine. Talvolta, il raggruppamento di più enti crea deformazioni così profonde da attirare la “caduta” di un numero elevato di soggetti, col rischio di provocare un effetto attrattivo simile a quello di un buco nero, dal quale difficilmente sarà possibile sfuggire. Sono queste le zone da evitare per garantire alla coscienza uno sviluppo inarrestabile, altrimenti la visione si perderebbe in queste singolarità entro le quali non esiste ambizione, giacché il potere persuasivo della massa è tale da influenzare ogni scelta.

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Curvatura dello Spaziotempo

Se non fossi in grado di vincere la mia reticenza all’accettazione passiva di canoni imposti, capirei di esservi caduto dentro; tuttavia, alla stregua dell’ennesimo paradosso, se fossi in grado di rendermene conto avrei la certezza di non esservi ancora scivolato del tutto, giacché esisterebbe soltanto l’intuizione passiva di ciò che vi dimora in modo permanente. La verità è una scelta incessante. La mutazione concreta del pensiero, della percezione di ciò che ci circonda, sono le caratteristiche stesse dello “squilibrio termodinamico” in cui esistiamo. Non c’è grandezza che sia costante nel tempo; tutto è alterato, attimo dopo attimo, dalla nostra natura che prevede uno scambio ininterrotto di informazioni e stimoli in grado di garantire la mobilità del sistema. L’essere umano è ciò che rende l’esistenza possibile. La sua mutevolezza, il bisogno di spingersi ai confini di un sapere che non è altro che la nostra stessa specie, garantiscono il progredire della natura. Le nostre contraddizioni sono il circolo dello squilibrio che garantisce l’esistenza così come noi la conosciamo. La necessità di scontrarci per restare mobili, vivi, umani.

Sembra terribile, lo so, ma è la nostra stessa natura a chiedercelo. L’istinto è soltanto una parte, attiva, di ciò che resiste ancora oggi della “genesi”. Una sorta di riflesso d’immersione che permane nei nostri geni impedendo l’ascesi che, invece, in poco tempo cancellerebbe ogni nostra caratteristica. Con questo non voglio dire che il “dogmatismo”, il cui maggiore esponente risulta essere quello stesso Spinoza che fa del dubbio la ragione, sia alla base di ogni nostra intenzione: la metafisica è per me un dato oggettivo oltre ogni empirica dimostrazione, ma il soggetto non dev’essere a tutti i costi influenzato da una natura oggettiva, soprattutto se desidera svincolarsi da essa attraverso la riflessione che lo pone sempre e comunque in un ottica privilegiata. La “follia” che ha portato alla formulazione della meccanica quantistica, verso la quale lo stesso Einstein era scettico nonostante proprio grazie ai suoi studi sulle particelle sia stato insignito del premio Nobel, rappresenta non solo una grande sfida all’empirismo, bensì una rivoluzione del pensiero stesso. Come per le scienze, l’intelletto traballa. So che non potrò conoscere la deriva di tutto questo: né dell’evoluzione filosofica, né tantomeno di quella scientifica, ma scorgo in questo aspetto coraggioso tutta l’umanità di cui siamo fatti in quanto specie eletta. Esiste quindi una tensione costante, così com’era per Einstein verso l’interpretazione di Copenaghen, che tiene prossime le une alle altre tutte le eccellenze che si scontrano senza correre il rischio di precipitare in una delle singolarità di cui parlavo all’inizio.

Nella prefazione ch’egli fa nel suo Al di là del bene e del male, Nietzsche dice: “Si direbbe che tutte le cose grandi, per poter iscriversi nel cuore dell’umanità con le loro eterne esigenze, debbano prima trascorrere sulla terra come caricature mostruose e terrificanti: una tale caricatura è stata la filosofia dogmatica…”. Tale considerazione, sebbene anch’io sospetti che l’idea platonica del puro spirito abbia corrotto le menti più illustri vincolandole a un idea di “bene” oggettivo, rappresenta l’anticipazione di un movimento che avverrà comunque. Col senno di poi, è possibile identificare in questo l’inizio di uno sconvolgimento che in quanto tale, troverà sempre la resistenza da parte di un sistema consolidato. Così è la coscienza che muta e si scontra a ogni fluttuazione perché vorrebbe mantenere inalterato lo stato di quiete. In fondo siamo dei conservatori di noi stessi. Parliamo di istinto evolutivo ma facciamo di tutto per resistere a ciò che ci rende inattuali, e questa è la percezione errata giacché il cambiamento non è la fine di noi stessi, ma il transito a cui invece dovremmo abbandonarci con gioia.

Il pensiero non dev’essere inteso come definitivo. Ricredersi è un atto di fede verso una crescita continua che tende all’universalità cui possiamo solo ambire senza speranza di raggiungerla. Il gusto stesso sembra essere l’aspetto più umano della coscienza; non l’etica, non gli ideologismi o la morale, ma il gusto in quanto effetto inconsapevole di una traslazione della mente sul tessuto. Cose che prima ripudiavo, adesso mi attirano come effetti di un’attesa lunga e fruttuosa. Ciò che credevo distante da me si è fatto vivo nella mia mente e allo stesso modo in cui ho iniziato ad apprezzare Burri, Manzoni e tutti gli altri, il tempo ha allontanato le certezze di un passato in cui tutto sembrava definitivo. Ciò mi porta a immaginare che tutto questo: i miei testi, la mia indagine, il mio stesso modo di fare letteratura, sia destinato a una continua evoluzione che mi porterà come spesso accaduto, a provare sensazioni di rifiuto verso la mia opere precedente. L’insoddisfazione, dunque, se consapevole, è un atto della coscienza e non la negazione della felicità. Il confine però è labile, al cospetto di una strenua lotta con la necessità di vedere oltre, si oppone l’accezione negativa dell’attesa, della speranza di un cambiamento che, nella nostra mente, può essere solo fortuito e non indotto dal nostro stesso volere.

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Moto Browniano

Essere gli artefici, pertanto, comporta l’insoddisfazione; sta a noi percepire questo sentimento come una spinta propulsiva. La mobilità è la garanzia dell’esistenza: non può esistere vita senza interazione, tale che la solitudine, ch’io stesso ho più volte interpretato come una necessità per penetrare in me come avvenuto nelle le immersione, nel lungo termine inquina tutto portando alla rassegnazione che ci trascinerà in un abisso senza ritorno. “Cosa ci spinge?” quindi, è una domanda la cui risposta risiede nella coscienza stessa che, se vitale, rappresenta il motore delle nostre azioni.

Il valore della discontinuità

(di Roberto Masi)

Ridursi all’essenziale richiede il colore; ho capito che il peso di una gravità cosciente dev’essere armonizzato. La funzione continua della curva di Peano, per esempio, ha trovato il suo controvalore nell’opera di Bruno Munari, non tanto per la rappresentazione grafica dell’elemento geometrico in sé, quanto nel cromatismo utilizzato dall’artista in funzione di un bilanciamento necessario. Ho intuito questo bisogno durante una visita al museo della Fondazione Casamonti dove, tra decine di opere tra le quali non sono mancati i “soliti” Manzoni e Burri, la mia attenzione è stata catturata da un autore fino a quel momento sconosciuto: Josef Albers. In questi giorni ho cercato un nesso tra l’opera di quest’artista e quella di Munari, nel tentativo di comprenderne il potere attrattivo pressoché identico, dal momento che a Munari sono giunto attraverso l’apprendimento della logica, mentre ad Albers tramite uno slancio in apparenza privo di motivazioni. Tuttavia, se accetto la teoria del velo, devo accogliere la possibilità che ogni stimolo faccia parte di una medesima coscienza sottoposta all’influsso della distorsione, come il passaggio dal bianco al nero delle prime immersioni, per risalire al cromatismo di superficie in cui mi trovo adesso.

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Josef Albers – Omaggio al quadrato (1949-1976)

La formula della coscienza, dunque, resta un dato mutevole che non solo rappresenta la nostra suscettibilità all’indeterminazione, ma evidenzia il nostro esserne costantemente dominati. Nello specifico, volendo fare un esperimento mentale, se applicassi dati certi di caratteristiche personali e influenzabilità alla formula concepita nel mio precedente Ognuno vede ciò che sa: [Δc = (±Kp) x (±Rc) → ±∞-1 Δcˈ], otterrei un valore definitivo e “chiuso” che rappresenta soltanto quel preciso momento. La natura stessa del velo, infatti, assoggettato al cambiamento per effetto di dinamiche imponderabili, stabilisce che in un tempo imprecisato la mia posizione debba necessariamente variare, e con essa la percezione di ciò che mi circonda. In effetti, questo è ciò che è sempre avvenuto nel corso della mia vita. Quando ero giovane, amavo la pittura surrealista e leggevo gli autori della Beat Generation come Jack Kerouac e William Burroughs sentendoli definitivi, poi, nel tempo, la mia attenzione si è spostata verso opere più “classiche” in un continuo stravolgimento senza alcun legame in grado di stabilire una qualche forma di coerenza. Tale discontinuità, nel gusto e nella percezione del mondo, non è altro che la conferma di vivere sulla superficie estesa già teorizzata da Nietzsche, in un punto qualsiasi dello spazio sconfinato in cui il velo si distorce, e tale da rendere la fluttuazione stessa imprevedibile a differenza di ciò che accadrebbe se mi trovassi su una funzione d’onda. Percepisco quindi una frattalità mobile, in grado di scivolare sul velo e non aggrappata a esso come, invece, credevo fino a poco tempo fa. Non basta l’ondeggiare della coscienza collettiva per stravolgere la mia riflessione; se nascessimo con una posizione inamovibile, ciò implicherebbe una certa marginalità nel cambiamento, anche a fronte di variazioni importanti. Credo piuttosto che la nostra posizione debba ritenersi libera di spostarsi su questa superficie, in modo che gli effetti della mobilità del velo inducano non solo un’oscillazione ma anche una traslazione che generi un rimescolamento perenne a conferma del dubbio quale caposaldo di questa teoria.

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Josef Albers – Formulazione Articolazione I e II – 1972

Devo alleggerire. Sbrogliare la matassa di astrazioni difficilmente assimilabili. Dunque, ridursi all’essenziale richiede il colore. Cerco di fare un paragone per chiarire questa mia affermazione, mettendo a confronto l’opera di due maestri molto vicini l’uno all’altro, ma assai lontani nella mia percezione attuale. Il primo è Getulio Alviani, anch’egli come Munari rappresentante dell’arte cinetica, all’apparenza più complesso e che mi avrebbe maggiormente colpito in passato, l’altro è Josef Albers appunto, esponente dell’Op art (un sottoinsieme della prima), nella cui semplicità, per quanto apparente, mi sono perso come avvenuto per rappresentazioni ben più articolate. Molti artisti sono stupefacenti. Opere grandiose popolano il mondo: dipinti, sculture, romanzi, componimenti musicali; nonostante ciò, alla grandezza fa eco la semplicità di un’intuizione che rende l’impianto stabile solo e soltanto se saremo in grado di riconoscerne la forza. Se il colore è il contrappeso, esso dev’essere equilibrato nel cromatismo, non basta una mescolanza scriteriata, anzi, la stessa rischierebbe di ottenere l’effetto contrario e far naufragare definitivamente la nostra entità. Il colore, in tal caso, rappresenta la metafora di un concetto molto più ampio, in cui tutto deve trovare una simmetria ma ancor più una correlazione in grado d’impedirne la deriva. Tuttavia, sebbene tale affermazione possa risultare scontata, non faccio riferimento a opposti di categoria come bianco e nero, bene e male, caldo e freddo o qualsiasi altra specularità intuitiva, quanto ad aspetti puramente soggettivi di percezione del mondo e degli individui, in cui il bilanciamento della gravità di pensiero può esistere in qualsiasi categoria riconosciuta, purché sia in grado di alleggerirne il peso. La pesantezza stessa può bilanciare la volatilità delle frivolezze riportandoci con i piedi per terra. Questo, come sappiamo, può rivelarsi un azzardo. Il senso di alleggerimento scatena risposte talvolta esagerate che inducono alla sovrabbondanza di una panacea presunta, col rischio di trasformarla nella causa del disfacimento stesso. L’equilibrio deve accettare il dolore, lo sconforto, la pena e perfino agognarla giacché un eccesso di positività finirebbe per schiacciarci né più né meno come il suo opposto. Se non posso controllare la mutevolezza del velo devo accettarne il rischio.

getullio alviani - testura grafica inclinazione ottica 1939
Getulio Alviani – Testura grafica inclinazione ottica – 1939
quadrato concentrico getullio alviani
Getulio Alviani – Quadrato concentrico

Le parole sono un aspetto oneroso nella mia ricerca, rappresentano il peso, la gravità del dubbio che s’insinua e cerca la propria antitesi nel colore, nella vitalità di un corpo che esulta, nella dolcezza di una canzone d’amore o nel contatto fisico con un’altra persona. Essere equivale ad avere il controllo sul becchettio che, se accolto, garantisce la sussistenza. Spesso però attorno a me vedo la resa: individui che brancolano senza meta sopra e sotto il velo per aver ceduto alla lusinga di un eccesso di gioia o di dolore. Ho imparato sulla mia pelle quanto può rivelarsi pericoloso il gusto per la malinconia, per i testi dolorosi e splendenti, accettando l’opera come un dono da contrapporre alla felicità per impedirle di sovrastare tutto. Niente sussiste senza uno scenario che ne contrasti le forme, altrimenti tutto apparirebbe privo di scopo. Ma esiste anche il rischio di affezionarsi all’inquietudine, a una visione opaca e negativa di ogni destino, tale da non potervi rinunciare nemmeno a fronte di un affrancamento da essa. Si tratta del Limite eterno, l’alone che ci separa dallo stravolgimento, e che mi mostra la natura del velo non più come un panno dal ricamo frattale, ma come un drappo spesso e opalescente sul quale i frattali stessi scivolano. Nello spessore minimo di quest’ambiente nel quale siamo immersi finché in noi sopravvive la consapevolezza, tutto è ancora possibile mentre al di fuori ci attende la deriva. Non c’è ritorno. La salvezza è un’illusione, il distacco ci scaglierebbe lontani per annullamento della tensione superficiale. Ecco allora che in molti ci raduniamo alle estremità di questo tessuto, come se il richiamo dell’annientamento fosse talmente forte da non potervi rinunciare. In realtà è la natura stessa dell’essere umano che cerca di spingersi al limite garantendo una fluttuazione eterna.

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Rappresentazione della distorsione e natura dl velo

Hilbert dice: “Tutto quello che si può dimostrare idealmente si può dimostrare anche realmente”, ma è Gödel che ridimensiona il concetto fornendo la prova che in certi casi, tale affermazione è incoerente. Non basta l’intuizione; ho usato il velo giacché mi risulta di facile intendimento per la sua capacità d’incresparsi e ciò mi permette di assimilare il concetto di un’essenza mutevole, sebbene la sua profondità sia ben più complessa. La nostra stessa natura lo è, diversi come siamo dall’istinto che in parte abbiamo abbandonato a favore di questa famigerata evoluzione. Quello che dovremmo fare, dunque, per difenderci dal desiderio di riprodurre noi stessi, sarebbe evitare la programmazione di algoritmi in grado di randomizzare le scelte, le reazioni, capaci appunto di insinuare l’indeterminazione che invece è proprio ciò che stiamo facendo con gli odierni sistemi di Intelligenza Artificiale. Agli albori di questa scienza, il fascino risiedeva nel rigore, nella capacità di compiere calcoli impossibili in un tempo minimo nel rispetto dell’affermazione di Hilbert, e dell’opera di Albers in cui rivedo la docile visione di un passato in cui il rigore sembrava l’eccesso. A mano a mano che questo nostro sapere si va perfezionando, un po’ come avviene per tutte le cose di cui disponiamo, lo stupore iniziale sta cedendo il posto al desiderio di spingerci oltre per sentirci artefici dell’esistenza. È come se stessimo cercando in tutti i modi la conferma dell’esistenza di un Creatore, e più si va affinando il nostro sapere, più inseguiamo ciò che questo tende ad allontanare da noi portandoci fuori dal tessuto. Forse l’uomo ha bisogno di credere. Vivere non basta, amare non basta se non c’è un premio finale, tutto è subordinato alla necessità di sentirsi approvati attraverso il riconoscimento dei propri meriti e così facendo, la vita scappa via per derivare chissà dove.

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Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

Amor fati

Il limite eterno

Il velo di Maya

Ognuno vede ciò che sa

Ognuno vede ciò che sa

(di Roberto Masi)

Lo studio della curva di Peano mi ha mostrato la strada, sento però la necessità di fare ordine in questa logica di concetti franati. Sebbene condivida con Nietzsche molte cose, ribadisco il mio deciso rifiuto del concetto di Eterno ritorno. Con questo non voglio dire che accolgo una qualche forma di religione, ma non accetto l’idea di una ripetizione perpetua. Non riesco, anche perché in caso contrario questa ricerca non avrebbe senso, ad accogliere la possibilità che non esista uno scopo nella vita, che l’uomo sia un mero carburante nel ciclo vitale del cosmo, una fonte energetica che si ricarica come una batteria per affievolirsi e sparire in un lasso di tempo più o meno esteso. Partendo dalle immersioni, dunque, ho scoperto il Limite eterno, e con esso la necessità di risalire. La vita è qui, dove posso interagire e la coscienza, come ho detto in Amor fati, è una superficie mossa che finalmente, per mezzo della rappresentazione grafica di David Hilbert e dell’opera di Bruno Munari, sfocia nel concetto dei frattali: oggetti geometrici le cui forme si ripetono senza interruzione. L’omotetia che li contraddistingue, ovvero la capacità comune di replicare in scala la propria caratteristica geometrica, è la rappresentazione, in natura, del concetto che intendo approfondire per perfezionare il mio ragionamento.

Foglie, fiocchi di neve, cristalli, perfino un semplice cavolo romano, sono la rappresentazione di aspetti assimilati. La ripetitività ossessiva che genera il concetto di forma, e di coscienza appunto, attraverso la reiterazione di un motivo calcolabile. La cosa che mi spinge ad approfondirne la comprensione è che il frattale, a differenza di una curva piana che utilizza una funzione matematica, dev’essere necessariamente calcolato attraverso un algoritmo. Questa sua caratteristica intrinseca gli assegna una proprietà specifica, in altre parole il fatto di tendere al risultato finale senza mai raggiungerlo. Sparisce dalla percezione sensoriale verso il mondo quantico ove la meccanica stessa smette di rispondere alle leggi della fisica classica, e da questo la tendenza, insita nella natura, all’indeterminazione di tutte le cose, al dubbio appunto.

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cavolo romano – frattale in natura
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fiocco di neve – frattale in natura

La coscienza, pertanto, è un dato comune. Un velo che si distorce alla stregua dello spaziotempo sotto l’influenza della gravità storica, e che separa il senso di una verità accettata, dal disordine in cui tutto si confonde perdendo di significato. Il valore di questa superficie è lo stesso del Velo di Maya: il Limite eterno che separa l’indicibile senza alcuna direzione cardinale prestabilita. Il fuori e il dentro sono aspetti della medesima confusione e l’essere umano, diversificato come un frattale senza fine, vive su questa superficie che si distorce incessantemente. L’Eterno ritorno decade. Il suo aspetto ciclico declina nella natura stessa di questo concetto che, mutando in continuazione, sposta il ripetersi degli eventi, anche personali, ogni volta in un punto diverso della sua curvatura, garantendo a noi umani di subire l’influenza delle scelte che facciamo, senza possibilità che un evento si ripeta nello stesso identico modo e proponga incessantemente i medesimi risultati.

Cosa sto guardando? A questo punto sento l’ambiguità del concetto che, se da un lato mi apre gli occhi verso nuovi orizzonti, dall’altro m’impone l’incertezza. Se dubitare è la regola, la direzione non può essere sbagliata, neppure quando la verità dovesse attraversare il fallimento senza condurre a niente, giacché la sua confutazione diverrebbe un po’ più facile da raggiungere. Forse la vita interiore si riduce a questo, come nella geometria frattale appunto, nella tendenza infinita verso una verità irraggiungibile. Tale concetto scaturiva in me già ne Il limite eterno, e rappresenta il mio modo d’interpretare la riflessione introspettiva, come un metodo irrisolvibile la cui compiutezza è la caratteristica propria dall’essere privo di soluzione. Più si affina la ricerca, spostandosi sulla superficie del “velo” che ondeggia sotto l’impeto della modifica di assetti socioculturali, e più si tende all’unico risultato possibile: l’indeterminazione. Ma, come ho detto prima, rifiuto il concetto di Eterno ritorno e perfino il significato intrinseco del Velo di Maya come dimostrazione che l’essere umano vive nella più completa illusione di ciò che lo circonda. Protendo, invece, verso il Principio antropico secondo il quale ogni cosa da me osservata si modifica nell’istante stesso in cui interagisco con essa. Sebbene possa sembrare un affinamento dell’ipotesi di un’illusione perenne, in realtà dona un senso più alto alla nostra natura, rendendoci in qualche modo artefici, attraverso connessioni logiche, di un destino comune. Credo nella creazione e terminazione di tutte le cose, non per mano di un dio benevolo che giudica le nostre azioni, ma in quanto limiti estremi di un’opera collettiva entro la quale si svolge l’esistenza.

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Geometria frattale

Siamo in ambito paradossale, dunque cito Georg Cantor, grande matematico tedesco padre della “teoria degli insiemi”, e lo faccio in barba a coloro che, forti della propria intelligenza, del proprio sapere, della propria esclusiva capacità di comprendere teoremi ad altri preclusi, tacciano i filosofi di farne un uso anomalo e scellerato. Rivendico, opponendomi al dogma di un’erudizione egocentrica e poco incline alla scoperta di un confine ancora più lontano, il diritto di ognuno ad attraversare la scienza, l’arte, la letteratura o qualsiasi cosa egli desideri, per tendere alla scoperta di se stesso: “Non ho alcun dubbio che in questo modo noi ci estendiamo sempre oltre, senza mai raggiungere una barriera insuperabile, ma anche, senza mai raggiungere una comprensione anche approssimativa dell’Assoluto. L’Assoluto può solo essere riconosciuto, mai conosciuto, neppure in modo approssimativo”. Così, con la “frattalizzazione” della coscienza che raffiguro come una schiuma in cui ogni bolla riflette gli effetti di stimoli cui è assoggettato l’uomo, intendo l’impossibilità di un sapere assoluto bensì una tendenza, chiara e mutevole, verso ciò cui aspiriamo in quanto esseri umani. Il concetto stesso di tempo svanisce, il caos che regola lo sviluppo di questa schiuma è tale che ognuno di noi fa del proprio carattere la circoscrizione di una singola bolla rappresentata, che si modifica al tocco di scelte continue ed eventi subiti: un colpo di vento, la spinta alla fusione di due elementi, l’esplosione nella morsa di enti pressanti. Pertanto, un’ipotetica formula della coscienza che parta dal concetto d’Invarianza di scala, sebbene persista la variabile “Kp” (caratteristiche personali) della natura soggettiva, dovrà essere incrementata da un’altra variabile imprescindibile: la risposta allo stimolo come quantità finita data dall’osservazione “Rc” (risposta a eventi del caso). Proverò a fare chiarezza. L’Invarianza di scala è la proprietà di un oggetto di non mutare qualora venga effettuata una variazione della sua scala di grandezza. Userò in questo caso il termine “invarianza” giacché si parla di Trasformazione quando il fattore moltiplicante è positivo e Contrazione, quando invece negativo. Poiché nel caso di una coscienza consapevole l’influenza ricevuta può sottostare a mutazioni in entrambi i sensi, è necessario esprimere un concetto che risulti il più aperto possibile. In questo studio non c’è l’intenzione di attribuire alla coscienza peculiarità positive in senso assoluto, bensì stabilirne la variabilità soggettiva contestualizzata all’ambiente. Non percepisco, infatti, la coscienza come un fatto puramente benevolo, bensì come una parte dell’essere che ne stabilisce il ruolo. Pertanto, la formula che ne ricavo è la seguente:

Δc = (±Kp) x (±Rc) → ±∞-1Δcˈ

Da leggersi nel seguente modo: la coscienza Δc è il prodotto tra l’influenza variabile ricevuta da caratteristiche proprie (±Kp) e la risposta a eventi casuali cui l’essere è sottoposto (±Rc), tali da garantire un risultato coerente che tende all’infinito, sia esso positivo o negativo, senza mai raggiungerlo ±∞1Δcˈ.

È chiaro che si tratta di un gioco. Tale formula non ha alcun valore logico-matematico, serve solo a rappresentare, alla stregua di un dipinto se vogliamo, la sintesi comica del mio pensiero. Dice bene Munari quando afferma in uno dei suoi tanti testi: “Ognuno vede ciò che sa”. Se tanto mi da tanto, la nostra vista è piuttosto marginale, offuscata dall’ignoranza, perfino in coloro i quali dimostrano doti eccellenti in qualche campo specifico, mostrando evidenti lacune in tutto il resto. In effetti, questo mio studio cerca di coinvolgere il maggior numero di concetti possibile con lo scopo di chiarire, se non agli altri almeno a me stesso, la particolarità del nostro modo di “fare vita”, di sfamare la nostra curiosità senza curarsi del mezzo utilizzato per farlo, quanto della necessità incessante di assecondare il bisogno di sapere. Questo è il motore che smuove tutto, modifica il nostro modo di vivere e con esso, necessariamente, la nostra percezione degli altri. Secondo Ray Kurzweil, direttore capo del reparto ingegneria di Google, entro gli anni quaranta di questo secolo avverrà una svolta epocale per l’umanità, il sorpasso delle intelligenze artificiali sull’uomo. Supponiamo che la stima di questo illustre pensatore sia sbagliata, resta il fatto che per quanto si possa spostare la data di tale cambiamento definitivo, tutto fa pensare che si tratti di un evento ormai certo. Dove finirà a questo punto la nostra essenza? Saremo in grado di mantenere il fuoco acceso, o la formula volgerà infinitamente al negativo, mentre algoritmi incontrollabili decideranno in base al principio della crescita di un mondo distopico privo di emozioni? Forse, se sapremo comprendere il rischio di un tale cambiamento, conosceremo meglio il valore della nostra natura e proprio mentre tenteremo di opporci, sarà proprio un algoritmo a salvarci dall’annientamento.

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Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

Amor fati

Il limite eterno

Il velo di Maya

Il velo di Maya

(di Roberto Masi)

Quando ho iniziato il Progetto Immersioni non avevo idea di cosa stessi facendo. Assecondavo un’esigenza, letteraria, volta all’esposizione di concetti che avevo in mente da tempo. La metafora dell’immersione, inizialmente, mi era sembrata la più adatta per l’indagine cui andavo incontro, se non altro per il mistero che avvolge tale pratica sportiva. Nonostante ciò, nel corso della stesura ho riscontrato la mutazione del concetto iniziale che, in modo del tutto inatteso, ha stabilito un confine proprio. Lo studio dei filosofi moderni si è intensificato molto in questo periodo della mia vita, e ogni nuovo spunto ha dato impulso alla “ricerca”, più che altro per la curiosità di scoprire fin dove la riflessione potesse spingersi. Cambiare il mio intendere non era lo scopo, se non nella comprensione che nel progredire si va perfezionando, di quale fosse il mio limite personale, un limite oltre il quale rischiavo di perdermi in elucubrazioni prive di senso. Tale rischio è reso ancora più probabile dalla mia opera che non può essere definita ontologica, almeno non in questo caso, giacché troppo legata a un approccio letterario di tipo narrativo, seppur nel flusso di coscienza che caratterizza i miei scritti, e che mi porta a sfociare sovente nella metafisica.

Tra tutti i grandi pensatori che in qualche modo hanno suggestionato il mio pensiero, Nietzsche è forse quello che ha avuto l’impatto più importante. Ci tengo a precisare che non è tanto la sua opera ad avermi ispirato, sebbene concetti come l’Oltreuomo e la Volontà di potenza siano ampiamente rappresentati nei miei articoli, quanto, e questo l’ho potuto capire soltanto scrivendone, la natura stessa dell’uomo in tutta la sua fragilità. Non a caso, il testo da me più studiato non è il celeberrimo Così parlò Zarathustra, pietra miliare dell’opera nietzschiana, bensì Ecce homo, l’ultimo dei suoi scritti la cui stesura, avvenuta in Italia, coincide con il cosiddetto “crollo” dell’autore verso quella pazzia che lo condurrà alla morte prematura cancellando per sempre la memoria di una filosofia nuova.

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Bruno Munari – Colori nella curva di Peano

Dunque, il mio pensiero resta umano, poco votato alla ricerca, sebbene proprio di questo si tratti, quanto invece all’analisi progressiva dello stimolo ricevuto da una riflessione profonda, spinta al limite della comprensione. Non so bene se dipenda dal mio essere autodidatta o da una reale inclinazione; credo che in parte dipenda dal mio legame con la narrativa, dal mio gusto per il romanzo che, inevitabilmente, mi porta ad avere un approccio di questo tipo.

In tutto ciò, ho formulato il mio concetto di Limite eterno, un confine fisico della riflessione, uno sbarramento oltre il quale è bene non andare. Si tratta di una regola imposta che trae fondamento dall’idea stessa di “dubbio” quale cardine del pensiero: una costante imprescindibile che, sebbene in apparenza sembri limitare la ricerca di una verità assoluta, in realtà la rappresenta. Come nei Teoremi d’incompletezza di Gödel, la realtà indimostrabile è la regola imprescindibile: l’indeterminazione cui tutto è sottomesso. Comprendere la natura oggettiva del dubbio m’impone di accettarne la non confutabilità e, in quanto dato reale, devo per forza considerarlo come assioma di partenza e non come risultato finale. Tuttavia, per ciò che mi riguarda, esso rappresenta un traguardo, il risultato cioè, di avere una base solida da cui partire per proseguire. Una sola evidenza quindi: l’incertezza.

Come nell’Arte di ricredersi, scorgo in questa virata logica la necessità di rimanere in superficie. Mi chiarisco anche il perché della scelta di Bruno Munari come raffigurazione ultima di un limite eterno, non solo in rappresentazione della dualità positivo-negativo, quanto nella geometria delle figure rappresentate. L’arte è una forma di comunicazione che segue il gusto ma non solo quello. Nel mio caso, talvolta, influisce attraverso la scoperta di concetti sempre nuovi che l’opera mi suggerisce a livello inconscio, e dei quali trovo spesso conferma col progredire dell’indagine. Il ragionamento però va sciolto, così è troppo rigido, il suo schema risulta laborioso perché segue il mio stile letterario in cui la complessità divulgativa rende opaca l’intenzione.

Non dubito di vivere nel dubbio. Ancora un paradosso del mentitore racchiuso in una logica di prim’ordine che stavolta, finalmente, riconosco. Di conseguenza, l’enantiosemia annunciata ne Il limite eterno, che associa allo stesso termine significati opposti come per esempio la parola “spolverare” che indica sia l’atto di togliere la polvere da un mobile che quello di cospargere di zucchero una torta, mi rappresenta alla perfezione il termine stesso in regime ontologico: dubito di qualcosa di cui non saprei dare contezza della sua verità o falsità; dubito e in quanto tale custodisco una certezza incontrovertibile.

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Bruno Munari – tra terra e aria

Tutto sembra ruotare attorno a quest’unica certezza. Se fino ad ora le “cose” si sono evolute seguendo il progresso dell’essere umano, in futuro potrebbe avvenire uno stravolgimento di questo concetto assimilato nel corso dell’evoluzione. Un ribaltamento in cui la percezione dell’uomo progredisce in un processo accelerato, o meglio ancora uno spostamento verso il domani, seguendo il flusso delle “cose” stesse. Dunque, l’intuizione spontanea del mentitore, quantomeno nella sua valenza semantica, potrebbe subire uno sconvolgimento. Dire “è falso”, che oggi percepiamo come un’affermazione che se vera ne conferma la falsità mentre se falsa ne stabilisce la verità in un paradosso d’insieme, all’uomo del futuro potrebbe apparire come un’espressione del tutto priva di significato, perfino errata sintatticamente. L’unica cosa sensata diventerebbe “essere”: nessuna conseguenza, nessuna coscienza. Qualcosa di esistente in quanto tale e che sembra essere in grado di cancellare il dubbio che però, poiché assioma, stabilisce un’unica possibilità… in altre parole “è dubbio”. Si tratta, ovviamente, di un mero esperimento mentale in cui è richiesto uno sforzo notevole, ma ancor di più un atto di fede nel quale la controversia in sé stabilisce la necessita di non trasmettere alcuna definizione stabile che possa dare risposte certe. Nonostante ciò, se accettiamo il Principio di Bivalenza, anche in questo caso si hanno ripercussioni notevoli, tali però che non può esistere negazione: se è vero, è dubbio e resta invariato l’enunciato, mentre se è falso, è indubbio, quindi vero. Ma se è vero, oppure “non dubbio”, va da sé che l’unica condizione è la verità poiché il suo essere dubbio ne prevede la confutazione che servirebbe a negarne la verità. Pertanto, “è dubbio”, rappresenta la necessaria certezza poiché dire “è vero” non garantisce il mantenimento di un’unica condizione coerente.

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Philippe Delenseigne – Immersion – Il velo di Maya

Nonostante che in quest’ultimo ragionamento possa sembrare ch’io abbia sollevato il velo di Maya, quel limite del sé teorizzato da Schopenhauer oltre il quale convivono in un magma indistinto e senza intelletto gli oggetti, i colori, gli individui e i ragionamenti tutti, in realtà mi sto muovendo sulla superficie in cui tutto si compie nell’illusione. Come nella curva di Peano, concetto matematico tutt’altro che intuitivo, nel quale una curva passa per tutti i punti di un quadrato, ogni immersione precedente, votata al raggiungimento di uno stadio più puro dell’essere, mi ha condotto al sedime di una coscienza che, invece, ha origine in superficie e non scende per conservarsi ma si deposita, nel corso degli anni, se non trattenuta laddove si crea. Nella rappresentazione grafica della curva, lo spazio si ricopre tendendo all’infinito, così il lavoro fatto sulla percezione del sé ci dà la tendenza all’ovvietà, pur avendo la certezza che non la raggiungeremo mai. Lo scopo resta migliorarsi senza ambire ad alcuna completezza. Ho scoperto che il dubbio, che adesso rappresenta l’unica certezza, col trascorrere del tempo tende a sopire. Cresce in me una melma indotta dal bisogno di partecipare, di riconoscermi in ciò che mi circonda per stabilire un ruolo effimero che faccia da garante all’esistenza, ma la necessità di contrastare questa schiuma in espansione è tale che la discesa in profondità è servita per cogliere il bisogno di restare in superficie.

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Hilbert – rappresentazione della curva di Peano

La vita è qui e non oltre. Il Limite eterno è ancor prima del nero e del bianco di Burri e Manzoni, è un luogo di forze in cui la battaglia per restare se stessi mostra scenari inattesi e stimola la comprensione di tutto. Il velo di Maya stesso è oltre, e l’ambiente in cui siamo immersi fin dalla nascita, già si compone di caos. Tuttavia, sento che non si tratta di una confusione indomabile, la consapevolezza si fa strada in questo flusso d’informazioni che trovano ordine dentro di me attraverso la logica del dubbio stesso. L’accettazione dell’impossibilità di distinguere ciò che è vero da ciò che è falso (non tra ciò che è bene e ciò che è male), mi permette di restare nel pulviscolo in cui tutto si svolge, e la confusione è la cosa che mi è più chiara. Perche? Perché sento che il non sapere, il non avere certezze se non quella che tutto è incertezza, è in grado di donarmi questa tranquillità? Vivere per scoprire è lo stimolo più grande che ricevo dalla vita; la curiosità, il bisogno di conoscere, riflettere, cercare ininterrottamente una via che conduca altrove, rappresentano il bisogno della coscienza di migrare senza sosta con la mia interiorità. Perfino in questa tendenza a ingarbugliare il concetto, che immagino respinto dal lettore come avviene anche per me verso altri pensatori, trovo pace. Nella tregua dell’incertezza che adesso è verità e falsità allo stesso tempo, l’onniscienza sembra passare attraverso un territorio vasto, troppo esteso per l’umanità, impercorribile all’uomo isolato, nell’insieme vuoto di cose che non possono esistere, e in quanto tale innocuo.

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L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

Amor fati

Il limite eterno

Il limite eterno

(di Roberto Masi)

Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione lui stesso a non diventare un mostro. E se tu riguarderai a lungo dentro un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te”. Nonostante il desiderio di scendere ancora più in profondità, Nietzsche mi avverte del pericolo. Capisco che il mio tempo sta per scadere, che non potrò continuare in eterno a scavare senza correre il rischio di ripercussioni avverse. Inoltre, sento che la riflessione si fa sempre più difficoltosa, stanca, offuscata dalla pressione. Temo una percezione distorta del mondo che mi circonda. La ricerca dell’ignoto mi costringe a voler raggiungere a tutti i costi un risultato accettabile, ma il rischio che quest’ultimo possa rivelarsi sbagliato è concreto, tanto quanto la possibilità che intendere l’essere come il fine ultimo e non il mezzo, possa allontanarmi da ogni ambizione. Ecco il dubbio, dunque: l’inizio della conoscenza. Ma cosa vuol dire davvero tutto questo?

Se dubito, spingo la mia mente a ragionare in modo più attento. Cerco la risposta che possa cancellare ogni sospetto, col rischio di implodere in essa, sia nel tentativo di voler conoscere, che nell’impulso ad alimentare l’equivoco. È in questo nodo che sento manifestarsi la minaccia di diventare un “mostro”, quando la spinta diviene un’ossessione prevaricatrice sulla razionalità che, invece, dovrebbe guidare le intenzioni. Anche qui, però, è bene distinguere una razionalità di tipo conservativo, mirata quindi al conforto dell’omologazione, da una razionalità intesa come il distacco, necessario, dal dominio dell’istinto all’azione inconsapevole. Entro in un territorio oscuro, ambiguo, minato dal rischio di fare confusione. La ridondanza è necessaria, si presenta il pericolo di enantiosemia, di generare concetti dal significato opponibile col rischio concreto di scegliere quello sbagliato. L’Eterno Ritorno, in tal caso, si appiattisce in qualcosa di meno profetico, attuale direi, un’Eterna Continuazione piuttosto, che non prevede cicli ma linearità, almeno per ciò che concerne la percezione delle cose a prescindere dall’influenza. So di espormi, forse troppo, ma l’elaborazione passa anche per il rischio di fare un passo falso, senza temere un ripensamento ma accogliendolo come progresso.

Mi guardo attorno e tutto è come afferma Schopenhauer. Persone che ti sorpassano al casello e non si voltano per evitare l’imbarazzo del tuo disappunto, uomini che urinano per strada indifferenti alla sensibilità altrui, rabbia, sporcizia, ovunque io guardi, la speranza vacilla e niente appare ciclico, né destinato a un ritorno eterno giacché la mediocrità non se n’è mai andata, anzi, è dilagata come un gene che cancella ogni forma di civiltà, ogni parvenza di amore, accrescendo la propria energia non più stabile né immutabile. So che dovrei respingere la rabbia per non cadere a mia volta nell’inganno. Ci provo, ma è difficile, impossibile, perfino nell’obbligo di volgere lo sguardo altrove che se da un lato impedisce la mutazione istantanea dello stato d’animo, dall’altro innesca quella ben più pericolosa dell’indole. Devo immergermi ancora; tutto questo mi disturba ed è giunto il momento di escluderlo per ritrovarmi.

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Bruno Munari – Negativo Positivo

Torno al bianco. Lo attraverso come se stessi ripercorrendo un itinerario familiare e giungo al nero. La spinta è forte ormai, tutto il mio essere mi conduce senza sforzo nel luogo in cui ero arrivato la volta precedente e, sebbene tutto questo mi parli di consapevolezza, allo stesso tempo mostra un limite invalicabile, quell’orizzonte degli eventi dal quale non potrei fare ritorno. Da questa tenebra tutto sfugge con crescente difficoltà, la luce stessa non penetra né si allontana, così, a mano a mano che il fondale si avvicina, comprendo di trovarmi davanti a una scelta definitiva: vedere tutto, o mantenere un giusto equilibrio d’ignoranza che mi garantisca la possibilità di sopravvivere alla verità. Raggiungere uno stato di percezione assoluta, per quanto possa sembrare auspicabile, rischia di diventare l’apocalisse della sopravvivenza. Ignorare per essere, quindi? Forse, ma è indispensabile indagare. L’innocenza come nemesi del non conoscere, come forma di affermazione in una società priva di abisso, dove tutto scivola sulla superficie di una coscienza estesa, e impedisce di raggiungere il sé che appare scevro da ogni umanità. La coscienza, dunque, come inganno: l’impossibilità di sprofondarvi in quanto tessuto esterno, di qualcosa che va oltre e come tale, finirebbe per nasconderci del tutto, trattenendoci.

Siamo così fragili. Ogni emozione si regge su equilibri precari, perfino cose all’apparenza stabili, come i canoni onorati al punto da compromettere la nostra stessa felicità, si dimostrano nel tempo visioni distorte. Il tramandarsi un’educazione in grado di minacciare ogni libertà che, invece, reputo plausibile solo e soltanto se illuminata dall’assenza di convenzioni. È utopistico pensare che attraverso il nostro comportamento sia garantito il benessere altrui, è l’egoismo di cui parlo in Amor fati che identifica nella scelta di un altruismo ostentato, la necessità di sollevare la considerazione che si ha di se stessi. Questa profondità che cerco nelle mie immersioni, adesso che si fanno sempre più intime, mostra come nell’abisso la vita stessa divenga mistero. Tutto ciò che conosciamo, cambia forma, perde la propria complessità per divenire essenziale: occhi più grandi per vedere quel poco che c’è da vedere, olfatto sviluppato per percepire i movimenti attorno a noi, tatto esasperato per rilevare ogni più flebile vibrazione. Come in un ambiente ostile, nel quale ogni distrazione può rivelarsi fatale, vivere in superficie uno stato di coscienza massima crea inevitabilmente un distacco da ciò che ci circonda, da ciò che in tale ambiente è vita. L’adattamento, invece, dovrebbe garantire l’elevazione e non l’isolamento, da qui il pericolo di divenire un mostro io stesso lottandovi contro. Se i mostri sono la metafora delle nostre paure, esistere nel timore di commettere errori è l’avverarsi della profezia Nietzschiana: sono un mostro quando la paura domina i miei stimoli, sono libero quando il mostro è davanti a me e lo combatto in antitesi.

Come nel paradosso del mentitore di Aristotele: “È possibile ordinare di disobbedire all’ordine che si sta impartendo?”, io creo il paradosso di me stesso affermando che è un atto d’incoscienza cercare se stessi oltre la coscienza; dunque, così come il filosofo greco risolve la questione imponendo l’annullamento della preposizione, giacché priva di significato, io impongo la coscienza come limite invalicabile al sé, allo stesso modo in cui lo è la velocità della luce per la relatività. Allora la coscienza diviene l’atto estremo dell’incoscienza umana e il suo raggiungimento rappresenta allo stesso tempo l’apoteosi del sapere e dell’ignoranza, in altre parole l’enantiosemia di cui parlavo all’inizio.

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Bruno Munari – Negativo Positivo

Ecco che adesso percepisco il pericolo. Questi concetti mi sfuggono, stento a credere di essere proprio io a formularli, eppure ancora ne comprendo la difficoltà e in qualche modo mi mettono in guardia dai pericoli di una discesa scellerata, in cui il desiderio di conoscere sovrasta la ragione di restare, almeno in parte, all’oscuro. Come l’angoscia che prende ognuno di noi quando tentiamo di penetrare mentalmente la vastità del cosmo, o di schematizzare l’idea di eternità mentre in noi qualsiasi cosa è circoscritta, sento di essere in procinto di un limite oltre il quale tutto perderebbe di significato, regolato da norme impenetrabili all’essere non solo per uno stadio primitivo dell’evoluzione, quanto per la natura stessa ove tutto e delimitato in sottoinsiemi che vanno dal macroscopico al quantistico, ma pur sempre definibili. Anch’io, come Heidegger, ritengo opportuno staccarmi dall’abitudine di ascoltare soltanto ciò che fin da subito è chiaro, ma un limite esiste, è innegabile, un limite oltre il quale la comprensione viene meno e il dubbio rappresenta il massimo del profitto cui ambire.

Pertanto, nella lenta discesa in quest’abisso interiore, ho avvertito una crescente percezione delle cose, un chiarimento su molti aspetti che prima mi apparivano nebulosi. Tuttavia, scendendo ancora più in profondità mi rendo conto che esiste un limite eterno che è giusto non oltrepassare, non un confine definito, ma uno spazio opaco nel quale ogni concetto torna a farsi incomprensibile. Credo si tratti di una difesa della mente, una costante che attraverso lo studio, purché non votato all’annullamento di una progressiva accettazione, possiamo restringere senza però che vi sia alcuna possibilità di cancellarla. Oltre tale spessore tutto è perduto, perfino il pregresso svanisce giacché sollevando lo sguardo ciò che è stato resta precluso dall’opacità. Lo percepiamo ancora, ma il suo essere inosservabile finirebbe per farci impazzire. Raggiungere il fondale rappresenta pertanto un’utopia, un evento teorico che funge da monito contro la follia cui altrimenti andrei incontro, se dovessi rifiutare l’indeterminazione. All’inizio di questa nube in cui il dubbio risiede, quindi, concentrerò la mia ricerca.

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Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

Amor fati

Voi due senza di me

(di Roberto Masi)

Sebbene lo avessi acquistato molti mesi fa, ho atteso tutto questo tempo prima di leggere l’ultimo romanzo di Emiliano Gucci: Voi due senza di me, e il motivo di quest’attesa è dato dal fatto che, avendo amato tantissimo il suo precedente Sui pedali tra i filari, temevo di rimanerne deluso. Troppe affinità mi legavano a quel libro diverso da tutti i suoi precedenti, troppe descrizioni condivise, o riflessioni trascritte aleggiavano ancora nella mia testa per fagocitarle con nuove parole; tuttavia, accantonate per un attimo le carte dei miei studi filosofici, ho deciso che era giunto il momento di rimediare. La spinta definitiva è giunta dall’ascolto di un brano tratto da questo romanzo e letto da Alessandro Borghi in occasione del Premio Wondy: pochi minuti di una tale intensità che mi hanno commosso e convinto ad abbandonare ogni reticenza.

Preso dunque dalla smania di conoscere la fonte di quelle parole, ho consumato questa storia in un tempo così breve che, stordito dalla sua bellezza, finalmente posso dire che ci siamo. Lo scrittore vive in me senza alcun timore e d’ora in poi sarò in grado di perdonargli qualsiasi passo falso egli dovesse commettere ai miei occhi. Leggendo questa storia, infatti, ho provato la stessa sensazione che mi procura l’ascolto di una canzone struggente di Luigi Tenco, Quello che conta, il cui ritornello descrive benissimo ciò che tento di esprimere: “… Adesso che il fumo cancella l’estate, e il grigio ritorna scendendo su noi, la lunga vacanza si chiude per sempre, eppure qualcosa di noi resterà”. Le solite speranze, il medesimo dolore. Tutto in questo romanzo è amore e la sofferenza, sebbene si aggrappi alla trama in funzione di qualcosa di ancora più grande, ne innalza il valore come un inno alla ricerca di questo sentimento puro e invincibile, tenace, sfiancante e infine distruttivo poiché un grande amore, per dirsi tale, sempre dovrà essere negato.

In questo mio scritto desidero trasmettere lo stupore che ho provato pagina dopo pagina. Non m’interessa parlare della storia in sé, vorrei invece spingere chi mi legge a non poter fare a meno di conoscerla poiché le descrizioni di Gucci sono il fuoco che arde in ognuno di noi, esperienze violente e grandiose che prima o poi abbiamo provato tutti e che in fondo, pur temendole, agogniamo per il piacere che ci procura il sentirci sofferenti, lontani da tutto e da tutti nel nostro mondo ideale, salvo poi ritrovarvisi davvero.

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Voi due senza di me – Emiliano Gucci

Nel panorama letterario italiano Gucci si fa strada a spallate, e stavolta ne ha ben donde. Tra le macerie di una letteratura abominevole e giovani autori nei quali riconosco il valore ma non l’onestà intellettuale, il talento dello scrittore toscano emerge come un monito, in una storia che abbraccia un arco temporale esteso ma che non fa del tempo la discriminante, bensì la rappresentazione di un’eternità sentimentale che, se da un lato ci dà conforto, dall’altro non può che spaventarci per l’eventualità di dovervi rinunciare. Questa storia è ovunque la si voglia proiettare, perfino la distanza tra le due parti in cui è divisa potrebbe essere invertita, tanto il valore degli anni svanisca nella percezione di un amore indissolubile. Ma non è solo questo, alcuni frammenti di questo romanzo possiedono una carica tale che ho sentito il desiderio di rileggerli più volte per perdermi nella loro profondità, una su tutte la scena della passione feroce in un lurido deposito urbano, dove si spalancano le porte di qualcosa che tutti conosciamo e che l’autore indaga, parola per parola, in un modo che me lo mostrano non solo capace, ma in grado di descrivere la bellezza mai volgare di un rapimento emotivo. Per non parlare di alcune metafore originali e così precise che mi hanno lasciato a bocca aperta: “Milioni di gambe tra cui lo sguardo si ficcava e torceva, prima flettendosi poi spezzandosi, come un giunco trascinato a forza negli ingranaggi di una pompa idraulica”. Per quanto la scrittura di Gucci risulti facilmente comprensibile e chiara nei concetti espressi, dote questa non comune, trovarmi di fronte a un tale “gioiello innovativo” mi costringe a soffermarmi per apprezzarne lo spessore mai banale, seppur nella sua immediatezza.

Se parlo di Tenco, e del suo esistenzialismo, allora non posso non citare il grande filosofo danese Søren Kierkegaard che ne è il padre: “Soffrire è bello, e nelle lacrime vi è del vigore; ma non bisogna soffrire come un uomo senza speranze. Tu escludi la speranza quando affermi che lo scopo della vita è di vivere nel dolore”. Adesso tutto è più chiaro, il cerchio si stringe attorno ai protagonisti di questa storia che sfiora le esistenze di tutti noi, Marta e Michele, che per tutto il tempo si cercano, ma ancor di più si trascinano incapaci di rinunciarsi, di risollevare le rispettive sorti esprimendo il desiderio di farlo come qualcosa che invece non desiderano affatto. Oltre ogni sofferenza restano aggrappati a quel “giunco” finissimo, nella speranza di potersi avere ancora e ancora e ancora, fino alla fine della loro vita, poiché l’uno non potrà mai fare a meno dell’altra e viceversa.

L’opera di Emiliano Gucci matura con me. L’ho intuito ripensando al mio modo di accogliere i suoi lavori precedenti, da Donne e Topi in poi. La giovinezza dei suoi personaggi, così come la mia, sono adesso dolci ricordi che sorreggono i pericoli dell’essere adulti. Qualcosa cui aggrapparsi, nei momenti in cui la malinconia, che pure amo vivere e condividere come lui nei suoi scritti, rischia di schiacciarmi sotto il peso dell’ineluttabilità. Parliamo di verità, ma non necessariamente in contesti di sofferenza o disagio, quanto di riconoscimento della natura stessa dell’essere che vorrebbe affrancarsi da ogni vincolo umano per non doversi sgretolare in esso, ma che allo stesso tempo non può farne a meno per sentirsi vivo. L’amore adesso è completo giacché frammentato, sbattuto da eventi incontrollabili, indomabile. Non esiste alcuna linearità nel fuoco che lo alimenta, non può essere regolato nell’intensità come fosse la fiamma di un fornello a gas, ma richiede l’indeterminazione di legna sempre nuova, diversa per natura, ora bagnata ora ricoperta di muffa e tale, da poterne modificare di volta in volta l’intensità senza però controllarlo. L’amore deve mutare e allo stesso tempo mantenersi riconoscibile, per impedirgli di svanire in una nuvola di fuliggine che si depositerebbe su di noi cancellandoci. Ma questa mutevolezza, questo bisogno di vederlo muoversi e di ardere in esso, hanno un prezzo da pagare molto alto, e la speranza di cui ci parla Kierkegaard in fondo è proprio questa, il sogno di riuscire a sostenerlo.

Voi due senza di me è un romanzo incantato. Certe atmosfere, artifici letterari se vogliamo, mi riportano al Realismo Magico dei latini, primo tra tutti Marquez, ma anche Dino Buzzati per restare nei confini di casa nostra. Come il carico azzurro del cielo della prima parte in grado di colorare il mondo e perfino condizionare l’indole degli animali, o il bianco accecante della seconda, il cui silenzio priva i due protagonisti di ogni scenografia per restituirceli soli davanti al loro destino di coppia. Le descrizioni dei luoghi, che io conosco per appartenenza geografica, non disturbano ma guidano il lettore, attraverso rapide pennellate, verso l’animo tormentato di questi personaggi che, seppur con storie completamente diverse, potrebbero essere ognuno di noi. L’empatia ci fa sperare nello strazio. Ce lo fa agognare perfino tanto è forte il desiderio di partecipare all’azione, per provare almeno una volta nella vita quest’amore inviolato da eventi nefasti, dal tempo, dalle scelte più opportune che, sebbene possano averci restituito una qualche misura di tranquillità, ci hanno privato di quello che davvero ci distingue come esseri umani, la capacità di annullarci per l’altro.

Non so cosa spinga le persone di questa nostra Provincia ai margini della Piana Fiorentina a voler parlare di sentimenti; sento di trovarmi in un luogo favorevole e qualcosa, per quanto ne ignori la natura, ci “costringe” a farlo. Basti pensare che nel raggio di poche centinaia di metri sono cresciuti lo stesso Emiliano Gucci, Giulia Arnetoli della quale avevo scritto in un mio precedente articolo, e perfino io che sebbene non sia un narratore nel senso stretto del termine, non posso esimermi dal trattare i medesimi argomenti nei miei scritti. Staccarmi da quest’opera non è stato facile quindi. Ho svolto le mansioni di tutti i giorni con la mente proiettata al momento in cui finalmente avrei potuto immergermi di nuovo nella lettura, ma non era il bisogno di apprenderne l’epilogo, sebbene l’innata curiosità mi spingesse a volerlo conoscere, quanto di affiancare i due protagonisti per condividere il loro turbamento, nella speranza che qualcosa potesse rimanermi attaccata e tutto non andasse perduto una volta chiuso il libro. L’abilità di Emiliano Gucci stavolta irrompe come una regola non scritta, pertanto fate largo, l’amore è tornato.

Amor fati

(di Roberto Masi)

Prima di affrontare la prossima immersione devo sostenere una preparazione attenta, uno studio puntuale degli esiti di un approccio errato all’apnea della mente. In superficie posso ascoltare le parole di Nietzsche, mi è concesso, ed egli mi avverte: “La coscienza è una superficie – sia mantenuta pura da qualsiasi grande imperativo”. Dunque, sebbene l’abisso di cui parlo nelle mie discese possa sembrare un allontanamento da essa, egli mi parla di un’estensione inviolabile, situata in un luogo incorruttibile, nascosto dalla profondità che cerco di raggiungere e lontano dai grandi paroloni e dagli atteggiamenti sbagliati. L’ultima volta ho scoperto il Nero, un luogo oltre il bianco ispirato da Piero Manzoni nei suoi Achrome, che ho rintracciato in Alberto Burri, pittore Informale della stessa epoca che ha dedicato gran parte della sua opera all’indagine sulle proprietà espressive della materia. E sono proprio Nero e Materia i concetti che ho ritrovato nella mia ultima analisi: Lanciarsi in Sé, come riscoperta di una fisicità dissimile da quella contaminata nello schema d’insieme in cui vivo. Laddove il liquido è divenuto denso e la mia pelle, la superficie stessa della coscienza.

Gli artisti del dopoguerra, in modo del tutto inatteso, sono divenuti l’ispirazione della mia indagine, proprio come Wagner per Nietzsche prima del cosiddetto collasso. Una sorta di processo inverso accaduto a me nei confronti del rinascimento, quando ciò che per anni avevo rifiutato è stato in grado di spingermi oltre. Ma è proprio nel concetto di “oltre” come uomo, che io trovo il conforto alle pene terrene; nell’amor fati, nell’accettare cioè, con gioia, il destino dal quale non posso sottrarmi. In fondo le mie immersioni hanno lo scopo di raggiungere l’eterno ritorno, senza più alcuna afflizione per le pene passate, presenti, né future, per comprendere a fondo questo concetto che mi spaventa come un monito nefasto, ma che rifiuto pur accogliendone talune sfumature.

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Alberto Burri – Cretti

Nel suo L’arte di conoscere se stessi, Schopenhauer mi parla del modo in cui ha accolto la solitudine. Spaventa il suo intendere l’umanità come un male dal quale fuggire, come il dolore del passaggio da una condizione d’insieme, all’isolamento di cui si fa carico per preservare se stesso a discapito di una felicità idealizzata: “La maggior parte della gente si accorge, quando fa la mia conoscenza che non può essere nulla per me, e io nulla per loro”. Tuttavia, sebbene il suo studio m’imponga l’accettazione di verità incontrovertibili che per anni ho evitato nel tentativo di sostenere la vita, non posso negarne l’evidenza. Forse, il suo estremismo è lo spauracchio di una consistenza meno dolorosa, ma indubbiamente la solitudine rappresenta un passo verso l’identità. In questo Nietzsche mi chiarifica il concetto con la dolcezza che cerco nel suo essere onesto: “In termini morali: l’amore del prossimo, la vita per gli altri e per ciò che è altro può essere la misura di difesa per la conservazione della più rigida egoità”. Quante volte mi è capitato, magari provando indulgenza per la sofferenza altrui, per la diversità, per il dolore, fino a scoprire che tale appiattimento serviva allo scopo di elevare me stesso e non coloro ai quali rivolgevo le mie attenzioni. Ma non solo, anche la necessità di amare a tutti costi, quale rappresentazione del “capolavoro nell’arte dell’autoconservazione”, ovvero l’egoismo. Comprendere tutto ciò è il primo passo verso l’emancipazione, verso un amore incondizionato, da donare agli altri come un bene prezioso, utile, lontano da una sterile compassione, e che non abbia niente a che vedere col cristianesimo.

Manzoni è stato il tramite, Burri l’approdo. Nei suoi famosi “Cretti”, l’artista marchigiano mi offre una visione d’insieme che non fa distinzione, nella mia mente, tra il bianco e il nero, ma rappresenta entrambe le circostanze nella loro affinità. Dal primo al secondo, dunque, non è più un passaggio inevitabile per raggiungere la profondità interiore, quanto un insieme omogeneo, senza alcuna fusione cromatica, nel quale inserirmi per diventare parte attiva dell’oceano. Le scanalature sono le sinapsi, i solchi nei quali mi sposto per andare da una parte all’altra della personalità che, come nell’opera, tendono a infittirsi mano a mano che ci si sposta verso l’estremità, nelle regioni più remote della nostra indole. È in queste zone che mi dirigo, sul fondale dell’abisso in cui sprofondo, per cercare gli aspetti offuscati dalla “strada più facile”, quella dell’omologazione, e sfidare l’uniformità cromatica del buio interiore, dove ogni passo va in una direzione diversa che potrebbe condurmi in un punto imprecisato della cornice, la linea del tempo, al di là della quale sussiste l’Oltreuomo nietzschiano.

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Alberto Burri – Cretti

Pertanto, accettare la solitudine addentrandosi nel solco del pensiero più profondo, alla ricerca di un amore giusto verso il proprio destino sia esso bianco oppure nero, è l’opera finale di queste immersioni in cui mi prodigo, oltre l’aspetto empirico dell’esistenza. Vivere è la conseguenza dell’essere, non il contrario. Esistere come istinto, infatti, facilita il compito di non doversi “ammirare” nella complessità che ci distingue; così tutto scorre, tra le pietre della vita che rotolano a valle incoraggiate dalla corrente di ciò che è lecito, fino al punto in cui tutta l’esistenza si raduna, in un cumulo di detriti tutti uguali: le nostre vite. Nonostante ciò, io credo che non tutto sia perduto. Il Filosofo sceglie la solitudine come mezzo di affrancamento da tali catene, dalla necessità di giustificare la propria visione, attraverso il messaggio dell’estrapolazione dal concetto stesso di condivisione. L’unica cosa che egli ritiene di dover spartire è il proprio pensiero, che in quanto tale, però, lo identifica come uomo tra gli uomini. C’è un pensiero di Mao Tse-tung che rende limpido il concetto, un testo divenuto in seguito l’opera d’arte di Alberto Moretti: L’artista al servizio del popolo. Ne traspongo un estratto che rappresenta, a mio avviso, ciò che ho appena detto riguardo ai sapienti: “… il Lenin vivo era impegnato nel lavoro da mattina a sera e la sua attività non era molto diversa da quella di tanta altra gente”. Da quella di tutti aggiungerei. Ecco che in questo concetto sento giungere la speranza di una partecipazione collettiva alla vita, perfino da parte di coloro i quali per una ragione o per l’altra appaiono scollegati e tentano di elevarsi, riuscendoci talvolta, sopra aspetti concettuali che la materia appesantisce. Un sistema, dunque, che si regge su se stesso; un equilibrio stabile in cui non c’è una verità assoluta, in cui la diversità è il cardine su cui si fonda il movimento stesso di tutte le cose, che cancella all’istante ogni timore reverenziale.

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Alberto Moretti – L’artista al servizio del popolo

Amor fati quindi, non ci distingue, ma ci rende uguali. Così mi sbarazzo dell’agape schopenhaueriana per il dolore, cui ogni uomo sembra destinato e che non rappresenta un dogma, bensì una probabilità; non auspicabile certo, ma ammissibile per esistere consapevolmente. Trovarsi soli, talvolta, induce a una riflessione più intima e spesso si cerca compagnia nell’altro proprio per svincolarsi da una tale eventualità. Soli però non è fine, soli può divenire l’inizio di tutto se ci permette di comprendere la nostra stessa presenza. Una cosa è certa: il dolore smuove. Soffrire ci permette di vedere oltre la cortina di fumo, mentre la felicità difende il proprio stato ideale rendendo opaco l’orizzonte, per preservare se stessa il più a lungo possibile. Ma il cambiamento deve essere ricevuto, perfino quando si rivela penoso, giacché l’accanimento, la falsità o il non voler vedere le cose nel loro aspetto reale, crescono in noi come assilli destinati nel tempo ad annientarci. Quando m’immergo, cerco fin da subito di liberarmi dei frammenti di debolezza accumulati giorno dopo giorno; lo faccio per non dovermi scontrare con loro nel momento di massima concentrazione, ma so di non potermene liberare, come so che al momento della risalita saranno nuovamente in me, pronti a condizionare ogni scelta, a deviare il mio percorso verso la cornice del “Cretto” che pur tuttavia, conduce sempre in un punto imprecisato del tempo. L’indeterminazione, dunque, mi sostiene e capisco che non serve a niente accanirsi, cercare di liberarsi delle scaglie costruite negli anni, poiché l’unica cosa utile è ammetterne la presenza, per ridurre l’attrito verso la ricerca di una verità propria che non può essere l’unica. Non c’è pensatore al mondo che possa confutare tale affermazione, salvo poi controbattere a me stesso che non può esistere assoluto, ché la coscienza, come ho detto all’inizio: “va mantenuta pura da qualsiasi grande imperativo”.

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L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

Lanciarsi in Sè

(di Roberto Masi)

Leggere Nietzsche è come farsi accudire da una madre premurosa ma severa. Egli mi spoglia di ogni orpello, lasciandomi nudo al cospetto della mia riflessione, dunque è a lui che ricorro sovente per affrontare le mie immersioni.

Oggi sono su una scogliera altissima e sto per gettarmi nelle profondità del mio oceano interiore per ricongiungermi. Scelgo di tuffarmi dall’altura per vincere fin da subito la spinta di Archimede e risparmiare così più ossigeno possibile, giacché in questa ennesima discesa, proverò ad andare ancora più in profondità. Chiudo gli occhi, mi lancio nel vuoto, e percepisco la velocità di una caduta fatta d’immagini in rapida successione. Mentre precipito, mi tornano alla mente le parole del Filosofo: “Il dotto […] finisce col perdere completamente la capacità di pensare per conto suo. Se non compulsa non pensa […] e alla fine reagisce e basta”. Ecco che, nonostante io non mi senta tale, scopro che devo staccarmi da questa figura ingombrante, non perché condivida appieno tale visione, quanto perché è giusta nella misura di creare un pensiero che si dimostri coerente alla propria “opera” e poi, semmai, trovarne riscontro nel pensiero altrui. Sento che tutto questo fa parte di quell’annullamento di cui parlavo nel mio precedente Essere l’Oceano, e che in qualche modo mi facilita il compito di far ritorno al bianco.

Tale scelta mi procura un’imprevista sofferenza; tutta una serie di appigli che vorrei citare adesso per sorreggere il mio pensiero dal timore della banalità: aforismi e citazioni cui sovente ricorro in questa indagine per accrescerne, nella mia debolezza di ricercatore, il valore intrinseco. Tuttavia, dopo aver raggiunto un tale livello di profondità ed essendo sul punto di ritornarvi, comprendo il valore di una visione personale. Si tratta di affrontare i propri timori, e quello della banalità espressiva, sebbene possa nascondersi dietro parole altisonanti e nomi illustri, rappresenta un ostacolo ancor più pericoloso delle conseguenze di un’azione avventata. Dunque, devo lasciare che gli insegnamenti si stacchino dalla mia pelle prima che il mio volto penetri il liquido che in qualche misura li farebbe aderire, e per farlo ho bisogno di aprire gli occhi, concentrarmi sull’impatto imminente, distogliere l’attenzione da questi canoni che uno a uno si disperdono nell’aria.

Non posso continuare a reagire e basta, non voglio farlo. Non voglio neppure continuare a difendermi, ma in tutto questo “non volere”, scorgo il bisogno di modificare la mia visione, com’è nell’intento di queste brevi riflessioni, per portarla oltre al vortice di polvere in cui gli altri vedono siccità, fino all’immagine della gonna di Genny in un ballo di tanti anni fa, dunque al “volere”, che è diverso. La negazione adesso è l’ennesima forma di conservazione che intendo lasciarmi alle spalle come scelta consapevole, nel tentativo di rendere l’assenza di respiro l’atto involontario del pensiero che si svincola dalle catene d’appartenenza, per ritrovarsi al cospetto di un automatismo istintivo del pensiero stesso, e non dell’azione, come se secoli di evoluzione venissero spazzati via per ritrovare l’essenziale, il candore, il coraggio di agire senza il tormento di effetti presunti. Ed è proprio il coraggio che adesso cerco; la capacità di non lasciarsi vincere nelle scelte, di non sentirne il peso ma andare incontro a esse, come se procedessi nel sentiero davanti a me, passo dopo passo, in un progredire che non sente il peso d’incontrare ostacoli, ma la forza di poterli affrontare di volta in volta come parte imprescindibile del cammino stesso.

Eccolo, il fluido arriva, lo sento irrompere sulla mia faccia. Lo scambio termico cancella ogni pensiero e in un attimo l’azione mi riporta al bianco. Stavolta è una sensazione ancora nuova, passo da ogni aspetto materiale all’abbaglio interiore e, nel tempo di un colpo di tosse, sono qui, nel punto in cui ero arrivato la volta scorsa, con tutta la mia scorta di ossigeno a disposizione per andare oltre. L’impatto ha cancellato ogni pensiero. Sono libero in uno stato di quiete nel quale stavolta posso affinare il mio pensiero e la percezione di me che non ne sono immerso, ma faccio parte di questo fluido viscoso, diverso dall’acqua, ricco della mia stessa sostanza che ne aumenta la consistenza rendendo sempre più complessa la discesa verso luoghi inesplorati della mia personalità. Cerco la posizione di massima penetrazione e vado giù. Gli occhi pieni di luce mi lasciano intravedere qua e là una moltitudine di ombre leggere, come vesti di seta mosse dal vento si spostano attorno a me, sono i pensieri allontanati dall’immersione che aleggiano come fantasmi di latte, resi innocui dalla profondità in cui si trasformano nell’immagine remota di un’idea, e mi raggiungono come lo spettro della luce di una stella scomparsa  milioni di anni fa. Ho imparato a percepirli come innocui in questa dimensione, tanto che adesso fanno parte di un ambiente favorevole, elementi imprescindibili della mia natura: innocue reminiscenze della vita di tutti i giorni.

In questa condizione ideale, di annullamento e profondità, sento di poter oltrepassare il bianco e spingermi verso il nero, dove il pensiero sorregge lo spavento per l’indeterminazione. Il chiarore raggiunto è servito a vincere la paura della permanenza a grandi profondità, ma per spingermi oltre, devo raggiungere luoghi privi di luce, luoghi nei quali l’orientamento giunge soltanto dall’acuirsi dei sensi che mi permettono di percepire leggi in grado di dirigere la mia ricerca. Sono in un limbo opaco. Tutto è incorrotto, resta solo l’attesa di un epilogo non scritto, auspicato, inimmaginabile oltre il tempo e le scelte che potrei fare. Il domani e l’adesso coincidono, so che il movimento avrà ripercussioni nel tempo come una vibrazione del tessuto spaziotemporale, come un’increspatura nella coscienza che si espande all’infinito per accogliere la propagazione di questi moti impercettibili, eppure in grado di sommarsi e condizionare ogni scelta futura. Come fare per impedire che ciò avvenga? Se scelgo ci saranno ripercussioni; se accolgo il comportamento senza paure, avverrà lo stesso, dunque non resta che accettare il fatto che un battito d’ali potrebbe davvero trasformarsi in un uragano chissà dove nel mio spirito, senza che un preciso modello matematico possa dimostrarmi la bontà di tale teoria, ma accogliendo la possibilità che ciò avvenga come una causa del mio stesso esistere, e come tale accettare in me la leggerezza di una carezza ricevuta o data, così come il furore di uno schiaffo: due aspetti tanto diversi, ma che in qualche modo bilanciano la neutralità dell’essere che se fosse troppo lieve finirebbe per oltrepassare l’atmosfera e perdersi nel cosmo, così come un’eccessiva pesantezza lo schiaccerebbe al suolo cancellandone lo spessore.

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Alberto Burri – Sacco e Nero

In questa lunga digressione, all’apparenza contorta, io unisco il mio essere mutevole a questa nuova profondità, accogliendo tutto ciò che mi caratterizza, come la struttura che m’impedisce di perdermi nell’oscurità cui vado incontro. Sento i sensi acutizzarsi. La vista lascia il posto alla percezione, ciò che c’è d’inutile viene sovrastato da un senso nuovo, la comprensione del sé che vibra come qualcosa che la materia m’impedisce di nutrire alla luce del giorno, sotto l’impeto dei colori, dei suoni, del vibrare della pelle, del gusto… Quando la mente si trova in uno stato di perplessità, inizia a formulare i concetti fuori dagli schemi, giacché solo operando in modo non schematico si può raggiungere l’illuminazione. Quindi, dopo il bianco, l’abbaglio risiede nell’oscurità che mi attende sprofondando ancora più giù nel rispetto di una dottrina zen che riconosco e non accolgo, in quanto voglio mantenermi su un piano sì profondo, ma che sia funzionale all’ambiente in cui vivo, al sistema con il quale interagisco non come individuo dislocato, bensì come parte distinta e distinguibile. Un concetto meno spirituale pertanto, più fisico se vogliamo.

Nel tempo di tale riflessione ho raggiunto l’agape. Non lascio alla mia natura irruenta alcuna possibilità di sfuggire al controllo perché so che se anche un solo filamento di rabbia dovesse scappar via, come spesso avviene quando mi trovo in superficie, questo si attorciglierebbe alle mie caviglie per trascinarmi giù come un kraken dai cui tentacoli non potrei liberarmi. In questo nuovo stadio intermedio della coscienza abissale, l’oscurità è confortata dalla densità del fluido nel quale riesco a muovermi in un modo del tutto nuovo, quasi terreno. Questa cosa, se da un lato mi spaventa, dall’altro mi da conforto sostenendomi. L’ossigeno si consuma lentamente, perfino nella fisicità ritrovata dopo che l’avevo abbandonata in superficie. Dunque, se questa materia non fa parte di tutto ciò che mi sono lasciato alle spalle immergendomi, allora deve trattarsi di qualcosa di nuovo, più profondo, personale e che ha resistito sotto la cenere in tutti questi anni, nell’attesa che qualcosa la riportasse alla luce. Qualcosa d’incorruttibile, che il tempo non può scalfire, né sostituire con altre convinzioni di natura indotta dal bisogno di difendersi. Sono io non solo nel pensiero ma anche nella percezione del mio corpo e sfruttando la spinta di questa nuova forza ritrovata, torno in superficie con la speranza di scoprirne i benefici nella prossima immersione.

Emergo, prendo aria, e tutto è come lo avevo lasciato.

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L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Essere l’Oceano

(di Roberto Masi)

Torno al bianco. Dopo l’ultima immersione la mia coscienza ha acquisito un peso che mi permette di raggiungere più facilmente il punto in cui ero arrivato la volta scorsa. Lo scopo di queste scivolate interiori è sempre lo stesso: alleggerire l’azione. Oggi proverò a scendere ancora più in profondità, e voglio farlo partendo dall’incipit di una canzone di De André, Il suonatore Jones, liberamente ispirata a uno dei componimenti di Edgar Lee Masters nel suo Antologia di Spoon River. “In un vortice di polvere, gli altri vedevan siccità. A me ricordava la gonna di Genny in un ballo di tanti anni fa…” Ecco che in queste poche righe è racchiuso il mio intento, ovvero la necessità di alleggerire il “vivere” oltre gli ostacoli della materia, per ottenere una visione più ampia, diversa, del tutto personale.

Eppure, non è la diversità che cerco. Lo scopo di questa indagine non è l’acquisizione di capacità che mi differenzino dagli altri, bensì vedere le cose in modo perfezionato dall’assenza di timori consequenziali. Se osservo il mondo con l’animo inquinato dalla paura di ciò che il mio comportamento potrebbe generare, già mi precludo il raggiungimento dell’obiettivo. Ma nemmeno questo, poiché non è il timore del risultato il problema, quanto l’impedimento a dare inizio all’avventura di agire fuori dagli schemi.

Ci ho pensato molto. Mentre affermo queste visioni mi raggiunge il dubbio, e in quanto tale, scelgo le parole di un illustre pensatore che m’ha preceduto, Cartesio, per svincolarmi da queste catene: “Il dubbio è l’inizio della conoscenza”. Allora, accetto l’incertezza per scendere ancora più in profondità, dove potrò spogliarmi di questa veste per oltrepassare il candore, e così penetrare l’abbaglio di una visione assoluta. Prendo fiato e mi lascio trascinare dalla pressione che aumenta. La spinta positiva si fa sempre minore, subentrano però altri pericoli. Il mio intento non è più minacciato dal galleggiamento che afferma la materia sullo spirito, ma da questa propulsione inversa che potrebbe impedirmi la risalita, facendomi ottenere l’effetto contrario, l’annegamento nel pensiero sulle cose materiali, che sancirebbe la supremazia della pesantezza.

L’abbandono è controllato e la concentrazione respinge la minaccia degli eventi sulle intenzioni. Non è facile. Stavolta faccio fatica a liberarmi del concreto; il pericolo aumenta e la capacità di estraniarmi si fa sempre più difficile giacché affogare adesso, equivarrebbe a una sconfitta definitiva. Cerco la calma e procedo a occhi chiusi, mentre il mio corpo si annulla oltre la spinta gravitazionale eliminando ogni immagine. Com’è nelle intenzioni, cerco di sopprimere il pensiero delle conseguenze di un annegamento che si fa sempre più probabile mano a mano che il fondale si avvicina. È l’effetto dell’immersione: silenzio, calma, pace attorno a me, lentamente cancellano i problemi di tutti i giorni che scivolano via come filamenti di seta e risalgono in superficie. Chiudo gli occhi ancora una volta e tutto si allontana; finalmente ritrovo lo stato di quiete che mi permette di tornare al bianco, dove ancora potrò scorgere la coscienza e darle peso.

Rallento la discesa. Scelgo di fermarmi in questo stadio intermedio per non accelerare il processo che dovrà essere lento e meditato. Sono brevi questi momenti di lucidità, prima che la fame d’aria torni a farsi sentire attraverso contrazioni diaframmatiche che riporteranno i fatti al dominio sulla mente. Eccomi, nella luce, dove tutto ciò che mi condiziona è rimasto in superficie e non ci sono che io con la mia pace e le mille domande alle quali, stavolta, non serve dare risposta. Il conforto, infatti, giunge dalla domanda stessa che da’ la misura del risveglio di una libertà sopraffatta troppo spesso dall’equilibrio cinetico: sono felice? Sono in grado di amare? Temo per la mia salute? Mi spaventa l’indeterminazione del futuro? Sono interrogativi, questi, ai quali non sento di dover dare risposta. Li vedo fluttuare davanti ai miei occhi nel liquido che m’avvolge, come foglie sospinte da una brezza leggera. La risposta a tutto è no. In questo stato di apertura mentale non temo niente perché Sono, quindi spalanco le braccia per resistere alla spinta verticale e mi fermo, a occhi chiusi, per lasciarmi cullare dal movimento che mi riporta al ventre di mia madre nel 1975. Non conosco niente, solo un remoto fragore di vita che si consuma accompagnando la mia volontà senza influenzarla. Tutto è avvolto dal calore e le conseguenze di un’azione non hanno maggiore importanza dell’azione stessa. Sento che ogni mia decisione è valida. Non posso compiere scelte sbagliate, tutto è dettato dal desiderio di esistere e non dal bisogno di affermare la mia presenza sul resto del mondo. Sono, dunque non ho bisogno di scegliere perché il mio atteggiamento è finalizzato all’immediato respiro; non permangono implicazioni ma solo il bisogno che sostiene il desiderio di condurre l’esistenza. Tutto è scoperta, meraviglia, ovunque io sposti il mio sguardo le cose appaiono sotto una luce completamente diversa. Il Bianco le illumina mettendo in evidenza lo spessore impercettibile dei bordi che attirano la mia attenzione, e mi coglie il desiderio, infantile, di sollevare quel lembo per scoprire cosa si nasconde sotto al velo.

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Incredulità di San Tommaso – Caravaggio 1600

Quest’incredulità rappresenta l’ultimo atto per esistere in questo istante di solitudine. Tuttavia, non riesco a liberarmi completamente ma so che se insisto, se resisto anche stavolta alla tentazione di riemergere, presto tutto sarà coerente. Per farlo devo ancora una volta ricorrere alle parole di Nietzsche, neppure il “vecchio” Schopenhauer riuscirebbe a darmi conforto adesso, poiché troppo avvelenato dal suo odio per l’umanità, mentre io vorrei uscire da tali logiche per tornare a me. Riferendosi all’Amleto di Shakespeare, Nietzsche dice: “Non è il dubbio, è la certezza che fa diventare pazzi… Ma solo dalla profondità si può sentire così, bisogna essere un abisso, un filosofo… Abbiamo tutti paura della verità”. Dunque, oltre a confermare la mia intuizione alle parole di Cartesio sulla bontà di dubitare per accogliere la conoscenza, egli mi parla di profondità, che è proprio ciò che sto cercando, ma ancor di più mi pone davanti a un obbligo imprescindibile, ovvero svincolarmi dal sentirmi immerso nel fluido della percezione, per divenire io stesso l’abisso in cui cerco di sprofondare. Una sorta di Oceano Pensante come nel Solaris di Stanislaw Lem, o come afferma Carmelo Bene quando dice che l’artista non deve creare l’opera ma diventarlo egli stesso.

In questo vortice di citazioni mi perdo. I pezzi dei miei studi mi raggiungono per dare forza all’intento di proseguire in questa immersione, e mentre unisco gli insegnamenti assimilati dando loro equilibrio, mi scordo che l’ossigeno è un bene destinato a finire, tanto da prolungare la mia permanenza in questo stadio della percezione più concreto del precedente, ma assai più intimo. È come se mi trovassi davanti alla scelta di azzardare immergendomi ancora più in profondità, oppure fermarmi adesso per non rischiare l’annegamento. Decido di andare oltre. Voglio vedere; sento di doverlo fare. Allora smetto di percepire il liquido che m’avvolge, svuoto la mente e mi lascio trasportare dal lento movimento fino a sentirmi parte di esso. Neppure il freddo di questa profondità mi spaventa più; l’unica cosa che percepisco adesso è il moto ondoso, nient’altro che questo oscillare in un elemento che fino a un attimo prima ritenevo estraneo, e di cui adesso sento di fare parte.

Il pensiero si riduce a un soffio della memoria e mi permette di fluttuare in questo spaziotempo privo di attrazione. Ecco, è questo che sto cercando adesso, prima della prossima immersione dove proverò a vedere le cose da un punto di vista completamente estraneo al timore di vivere. Ambisco a raggiungere un completo annullamento: il mondo attorno a me, il pensiero stesso, la coscienza: tutto svanisce e mi trasformo in un oggetto inanimato che si mantiene inerme. Resto così per un tempo indefinibile, è piacevole e mi permette di capire come fare per andare oltre, al punto che la risalita obbligata mi raggiunge nella forma di un risveglio sgradevole, come se tutto fosse regredito a prima della mia nascita, e non vi fosse il ricordo di alcun dolore a dilaniare il pensiero coerente.

Torno in superficie, riprendo fiato, e tutto si mantiene distante.

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L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Sotto un oceano di vita

(di Roberto Masi)

Tutto tace attorno a me. Il silenzio si espande oltre i contorni del visibile, come una bolla in cui il vuoto di uno spazio sconfinato, mi costringe alla riflessione. In questa continua ricerca della coscienza, che si alterna giorno dopo giorno nella pulsazione di eventi che mi coinvolgono, cerco di trovare la stabilità, un equilibrio che vacilla a ogni più lieve movimento, e che minaccia questa mia volontà di sprofondare. Tuttavia, la determinazione proviene dal desiderio, sempre maggiore, di conoscere cose finora ignorate. Come nel mio precedente articolo ad esempio, nel quale parlo della possibilità di ricredermi su qualcosa che per anni ho ritenuto fondante del mio essere riconoscibile, il bisogno di andare oltre è forte. Travalica la necessità di partecipare all’azione, di scegliere la coesistenza, di sentirmi, perfino in un ambiente naturale, parte della materia. Sebbene spinta da impulsi di natura elettrica, la riflessione si dissocia da tutto e mi pone al cospetto di ma stesso come davanti a una tela immacolata, un foglio bianco sul quale ogni parola diventa eccessiva nell’annullamento che inseguo per trovarmi.

In questa ricerca voglio però mantenere la prospettiva. Non intendo accogliere una filosofia che non potrei onorare né capire, quanto invece contemplare il mio essere qui, in questo luogo, in questo mio destino di discendenza, senza alcuna necessità di trovare origini profonde dove sento di non averne. La connessione è forte; ho scelto di “guardare”, dunque non posso ignorarla. Voglio tentare di spazzar via i pregiudizi di una vita senza snaturarmi. Desidero, infatti, mantenere una visione più ampia possibile e la non remissività verso cose deprecabili sia sul profilo estetico, che umano. Non posso però negare di subire la lusinga del nulla oltre tutte le cose, che seppur spaventoso, mi permette di sprofondare in me assecondando l’urgenza di farlo per risorgere. E mi sento oltremodo vicino all’idea di un Principio Antropico, sempre più intenso, nel quale tutto attorno a me esiste, così come lo percepisco. Allora mi sforzo di penetrare questo concetto di difficile assimilazione, per vedere fino a che punto la teoria possa divenire la pratica, se non nel gesto, quantomeno nel pensiero e scopro che sprofondando in esso qualcosa avviene oltre l’istinto all’abitudine.

Essere spaventati al pensiero delle conseguenze di un’azione è umanamente accettato. Comprensibile oltre ogni ragionevole dubbio in quanto, perseverare nel mantenimento di uno stato di quiete risulta conservativo e pertanto, auspicabile. Così, molte azioni sono limitate dal controllo ma, perfezionando il ragionamento, direi da un limite imposto da fattori che esulano del tutto dalla natura strategica dell’evoluzione, per sfociare nel disastro ontologico di costumi e rappresentazioni. Non voglio riemergere adesso; l’ossigeno scarseggia ma se intendo affrontare la questione della lotta tra materia e volatilità del pensiero, il rischio di cedere al bisogno di riprendere aria è grande e la materia rischia di avere il sopravvento sulla determinazione. Dunque, come suggeriva Jacques Mayol nel suo approccio all’apnea, la fame d’aria si può contrastare oltre i limiti fisici concentrandosi per preservare il più a lungo possibile la scorta d’ossigeno. Penso, dunque m’immergo nuovamente sotto la superficie della retorica e faccio ritorno al bianco, alla luce assoluta che illumina il pensiero e lo mostra fluttuante al becchettio dei tentacoli di ogni paura.

Se le mie azioni non volgono al male, tali non potranno essere le conseguenze. “ Non vorrei piantare in asso un’azione per quel che ne è venuto; preferirei giudicarne il valore lasciando da parte ogni considerazione sul cattivo esito, sulle conseguenze. Quando l’esito è cattivo, si perde troppo facilmente la giusta visione di ciò che si è fatto…”. È così; o almeno è così che dovrebbe essere, sebbene in questa riflessione, Nietzsche, dà una misura estrema, la sua, senza implicazioni pratiche che possano confutarne la forza apparente. Le conseguenze ci sono, è ovvio che ci siano, ma il fatto che giustifichino fin da subito la Volontà di Potenza ci rende immobili di fronte alla ricerca di una condizione più elevata, anche attraverso la discesa in noi stessi. Devo scrollarmi di dosso l’aspetto cerebrale di ciò che intendo perseguire però, altrimenti rischio di raggiungere una profondità tale che il concetto platonico di una luce abbagliante immediata dopo una lunga permanenza al buio, finirebbe per opporsi al desiderio di adattamento. Serve un tempo ragionevole per elaborare tutto ciò che di meritevole esiste; la discesa dovrà essere lenta, per strati sottili, ripetuta più volte, così da dare alla consapevolezza il tempo di adattarsi al cambiamento di prospettiva. Si tratta di una scivolata dolce verso sé, ove il risalire sarà una levitazione in cui la gravità dell’animo si annulla nella scoperta di cose dal peso sempre maggiore. Una legge inversa: dare peso alla coscienza per vivere con leggerezza l’azione.

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Achrome 1958 – Piero Manzoni

Scelgo di andare oltre il bianco; mi soffermo per svuotare la mente. Le cose appaiono per quello che sono, cose appunto, inanimate, così come i concetti che m’assillano giorno dopo giorno, di una società che preme e spinge non tanto per dominarmi nelle scelte quanto per impedirmi di pensare. Ecco che finalmente inquadro l’obiettivo e realizzo la destinazione: la scelta di pensare oltre ogni influenza come il denaro, la convivenza con gli altri, o togliersi dall’imbarazzo di una solitudine incompresa. Tutto questo, adesso, si allontana come se in me fosse esplosa una massa che lo spinge per far spazio all’umanità di cui sono fatto e che in questa riflessione, seppur dall’apparenza contorta, mi rende unico nell’istante. Non posso nuocere, non devo scegliere, non ho necessità di riflettere; vivo il battito del mio cuore per ciò che sono: una creatura consapevole di esistere in un sistema nel quale ogni cosa osservata, è così perché in me si manifesta. Vedo l’invisibile. Il concreto sparisce dal campo visivo che si restringe fino a pormi in un punto imprecisato del cosmo. Dove sono, lo ignoro, e non m’interessa; mi basta sapere che sono. Allora le conseguenze perdono la propria luce accecante e vedo gli ostacoli idealizzati dalla paura di procedere in linea retta verso me stesso. Quel me stesso che si sposta ogniqualvolta l’attenzione viene meno, in un punto imprecisato che tenterò di raggiungere alla prossima immersione.

Mi scrollo di dosso ogni dolore. Le paure svaniscono ma sono al limite adesso, lo sento dal fatto che il concetto tende a perdersi in elucubrazioni mentali. L’ossigeno sta finendo, l’estraneazione è massima per non bruciare in anticipo le riserve, ma presto dovrò riemergere alla realtà per riprendere fiato e tornare alla vita fatta di cose, interazioni, scelte, tempo… Per non perdere il riferimento del mio limite attuale mi guardo attorno nel chiarore che si apre in lontananza, come se annullando il pensiero, la coscienza si aprisse verso la purezza dell’essere immobile, mentre tutto attorno a me è ovattato dalla profondità di quest’immersione. Sento la pace sopraggiungere e la decisione di risalire da questo mondo interiore non mi spaventa come il distacco da un luogo ideale, perché so che presto potrò scendere ancora più in profondità. Sempre più giù, fono al tepore dell’assoluto privo di tutto ciò che condiziona il raziocinio, per liberarmi, un giorno, di ogni più flebile illusione d’esistere.

Riemergo, prendo aria, e la vita mi assale.

 

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L’arte di Ricredersi

 

L’arte di ricredersi

(di Roberto Masi)

Attorno a me, l’amore… Eccolo; ovunque si posi il mio sguardo allagato dalla malinconia, esso affiora: nei passi delle coppiette che si tengono per mano, negli sguardi dei bambini, nello stringersi al collo il cappotto per impedire all’aria gelida di rubarci il calore.

In questi giorni di pioggia incessante qualcosa si dibatte dentro di me. Come una belva inferocita cerca di fuggire, reclama la propria natura solare e respinge, attraverso la rabbia delle nostre parole, la malinconia che ci assale indisturbata. La mutazione e il perdurare incessante di questo cielo grigio, finiscono per penetrare le nostre intenzioni riducendo lo slancio alla vita che si spegne nel colore uniforme di tutte le cose. Grigi i palazzi del centro, grigio il cielo, grigio il volto delle persone; tutto sfuma davanti ai nostri occhi e il tormento del corpo, limitato dall’impossibilità di compiere determinate azioni, si rafforza.

In questo stato di malessere interiore, l’unica cosa che posso fare per non sprecarne il valore indiscusso è cogliere l’occasione di comprendere quello che, nell’arco della vita consapevole, ho ignorato, se non addirittura rifiutato per paura di alterare il mio stato di quiete apparente. Dopo giorni e giorni di oscuri presagi e tempesta, per la prima volta ho percepito l’opera di Piero Manzoni, un artista che, per sciocca arroganza, ho bistratto ritenendo la sua arte meno degna di quella di altri quando invece non lo è. Talvolta, del resto, dobbiamo sbattere la faccia con violenza per renderci conto che il muro è davvero duro come dicono.

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Piero Manzoni

Piero Manzoni è noto a tutti per la sua opera più rappresentativa, Merda d’Artista, e per molti, me compreso fino a ieri, la sua arte finisce lì: in un piccolo recipiente metallico autografo, dentro al quale si suppone dimorino gli escrementi di colui che per ironia della sorte, porta lo stesso cognome di un altro Manzoni che proprio in Arno, fiume che attraversa la mia Firenze, venne a sciacquare i panni della lingua italiana. Tuttavia, complice uno stato d’animo favorevole all’accoglienza di una tale espressione artistica, quanto al suo rifiuto nella ricerca della felicità, la mia mente si è spalancata, inaspettatamente, all’inattesa potenza di questo “autore” della cui fama mi fregiavo soltanto in sporadiche battute di dubbio gusto. Una cosa alquanto deprecabile a ragion veduta, giacché perfino nelle più bieche facezie da bar di periferia, l’animo di noi detrattori dal presunto amore per l’arte s’innalza al cospetto di una tale citazione. In fondo, tutti sono in grado di ricondurre la propria memoria all’opera in questione dal titolo, ma in pochi sanno farlo partendo dal nome del suo realizzatore, un po’ come avviene per Sherlock Holmes nei confronti di Sir Arthur Conan Doyle, quando la fama dell’opera supera quella del suo autore e il riconoscerlo diventa un vanto per pochi.

Stavolta vado oltre il famigerato “vasetto”, il numero 68 della serie in questo caso, e ritorno all’uniformità cromatica di questo periodo climatico, che da giorni attanaglia la nostra regione ingrigendo gli umori, nel tentativo di avvicinarmi all’Achrome di questo artista dalla visione estrema. “La ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro”, ecco che in questo aforisma dell’autore de I promessi sposi, Alessandro Manzoni, trovo l’insegnamento che cerco per redimermi dall’atteggiamento pregiudizievole mostrato finora nei confronti dell’altro Manzoni, Piero, e non posso far altro che chiedermi se in questo eccesso di arroganza intellettuale, non vi sia stato in me un condensato di autostima che ha finito, talvolta, per minacciare gli altri. Se così fosse, e probabilmente lo è, voglio credere che aprire il proprio cuore a nuovi orizzonti, accogliendo un evento climatico inatteso per esempio, oppure attraverso la riflessione profonda generata da qualcosa che ci ha turbati, possa renderci migliori, o almeno consapevoli della nostra limitatezza mentale, e ci spinga a voler penetrare sempre più gli aspetti che sentiamo lontani, tanto da rendere ancora più grandiosi quelli che invece percepiamo vicini al nostro modo d’intendere la vita: mai unico, mai nettamente diverso da quello rifiutato, mai in grado di poter dire che una parte sia priva dell’altra e viceversa.

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Corpo d’aria – Piero Manzoni

L’Achrome espresso da Piero Manzoni in quello che, seppur nella sua breve esistenza, potremmo definire come il suo ultimo periodo, mi ha colpito mostrandomi quanto l’assenza di colore teorizzata nelle sue opere a dimostrazione che “l’infinibilità è rigorosamente monocroma”, possa rappresentare l’animo di chi si affida al colore per cancellare la percezione delle proprie debolezze che, come avviene nei panneggi dell’artista, nei panini ripetuti e nelle ghiaie chiare sperdute in uno sfondo che le cancella, non mostra nient’altro che l’essenza di una nudità troppo spesso ritenuta inaccettabile. Allora comprendo che abbandonando ogni desiderio di potenza cromatica per lasciarmi andare alla luce pura e assoluta, sia nelle cose che mi circondano che nell’animo stesso, posso finalmente godere delle forme interiori del mio pensiero più profondo, e misurare attraverso l’ombra proiettata dalla coscienza che si risveglia, o da una lampada sulla superficie mossa del “quadro” di Manzoni, la vitalità dell’oggetto che egli mi propone, tanto quanto la grandezza di ciò che rifuggo per paura di percepirne la profondità. Se guardo in me scacciando il pregiudizio verso un’opera che ho sempre tacciato di fanatismo, dunque, scopro di aver fatto la stessa cosa nei confronti di talune percezioni personali, allontanate perché in grado di mostrare una dimensione scomoda, invece che una sensazione auspicata.

Non si smette mai di sprofondare sotto la superficie di se stessi, qualora lo si desideri. Per quando mi vanti di farlo con abilità, più per convincere me stesso che gli altri, scopro che in fondo sono ancora sotto il primo strato di epidermide, in un luogo nel quale un colpo di luce più intenso potrebbe spazzarmi via come un lembo di pelle scottata dal sole. Con l’opera di Manzoni ho provato questo, e ciò basterebbe per giustificare la mia breve trasferta verso una mostra dove autori come Fontana, Burri, Baj, sono svaniti dietro alle sensazioni risvegliate dal primo, complice anche l’allestimento impeccabile di una sala colma di luce bianca in cui il monocromatismo del milanese ha rivelato l’acromatopsia del mio pensiero, pur nelle sue mille sfaccettature. In questo non cerco una metafora alla vita, se non nella scoperta che l’arte di ricredersi assume il ruolo di opera nel momento stesso in cui viene stimolata dal pensiero. Sono stato aiutato da molti fattori, non solo dall’unicità del momento atmosferico e dall’assenza di colori, ma anche da un attimo di debolezza emotiva che ha riacceso in me la speranza di vedere oltre l’accanimento del pensiero stabile, del proprio essere convinti di esistere senza alcuna possibilità di riscatto nei confronti di una vita per la quale, altrimenti, non resterebbe che un’attesa senza alcuno spessore in grado di mostrarci nei momenti d’oscurità.

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Achrome 1957-1963 – Piero Manzoni

Pane, sassi, uova, aria, feci, impronte digitali… Tutto appartiene all’uomo e come tale mi avvicinano alla sua eterna manifestazione di sé, e di me. Anche con Schiele mi è successa una cosa simile, quando al Leopold Museum di Vienna intravidi in un’opera l’impronta del suo dito e mi trovai catapultato, come spinto da un’attrazione inarrestabile, verso il suo essere vivo oltre la morte biologica. In questo caso la concretezza dell’uomo Manzoni non mi è apparsa soltanto attraverso l’uso di materiali degradabili biologicamente, ma nell’idea stessa che in quelle forme all’apparenza casuali, incorrotte dal colore, potesse esistere un lavoro certosino di ricerca interiore, così come nella domanda assillante sull’attendibilità o meno del contenuto di quelle lattine…

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La Primavera 1478-1482 – Sandro Botticelli

Concludo quindi tornando a un quadro ricco di colori che amo forse più di ogni altra opera, la Primavera di Botticelli. Tra le tante figure rappresentate, sulla sinistra appare Mercurio che con il caduceo scaccia via le poche nubi residue per conservare una primavera eterna; quella stessa primavera che è ormai alle porte, seppur velata da un cielo plumbeo che sembra non volerci abbandonare. E mentre i turbamenti di questa stagione uggiosa si vanno lentamente dissipando al tocco del messaggero degli dei, percepisco la potenza della transizione di tutte le cose: del mio gusto personale, dell’amore che torna attraverso la malinconia, e del passaggio da una stagione all’altra della vita di ognuno di noi, come fosse la fine e l’inizio di tutto.

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L’esatta indeterminazione

(di Roberto Masi)

La sensazione che mi ha trasmesso l’Esattezza di Calvino è paragonabile a una lenta caduta verso il basso. Le immagini sfilano davanti ai miei occhi, per poi svanire una dietro l’altra mentre in me va crescendo il terrore per gli esiti di questo precipitare. Stavolta ho penato molto nella lettura, e nell’apprendimento, di questa terza “proposta per il nuovo millennio”, infatti, sebbene avessi letto Lezioni americane molto tempo fa, all’epoca la mia mente era inquinata dalla riverenza verso quello che non esito a definire, nel panorama italiano almeno, come il mio autore preferito. Tuttavia, nel tentativo di approfondire questo testo che, com’era stato per la Rapidità, mi aveva suggerito un processo di comprensione incontrovertibile, la mia arrendevolezza si è scontrata con le idee dell’autore, fino a generare un conflitto tra la sua idea di letteratura e il mio modo di praticarla.

Per fare chiarezza, a me stesso prima di tutto, sono obbligato a trascrivere quelli che egli non esita a definire i tre capisaldi sui quali basare la propria opera, e successivamente, in un modo che trascende la mia maniera, analizzarli uno per uno. Basterebbe questo per definire il mio stato d’animo conteso tra l’amore per la sua prestazione e il rifiuto di tali assiomi, ma soprattutto mi si prospetta lo spauracchio di un’opera che, seppur autografa, resta pur sempre postuma…

1 Un disegno ben definito e ben calcolato.

2L’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo un aggettivo che non esiste in inglese, “icastico”.

3 Un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

Ci va duro fin da subito Calvino, sia con l’enunciazione di queste regole che nell’affermare, senza troppi convenevoli, che siamo in uno stato di totale sconforto nell’uso delle parole le quali sono utilizzate con sbadataggine, approssimazione e senza alcun rispetto. Per me che lo amo e ne percorro l’opera fin dalla fanciullezza, risulta inaccettabile una tale presa di posizione da parte sua; la subisco come se in quel preciso momento il suo scopo non fosse l’educazione all’arte letteraria, bensì la critica verso qualcosa che ne aveva scatenato la ferocia. Mi sento come un bambino a cui il padre ha appena dato uno schiaffo senza motivo, e mi ritrovo a vagare per la casa, in questo caso la memoria della sua produzione, alla ricerca di un perché.

Epidemia, malattia, uniformità massmediatica… Il mio Calvino si allontana da me con uno slancio che mi spaventa. Non salta tra i rami dell’elce come Cosimo Piovasco di Rondò, non risale la strada di San Giovanni che lo condurrà nell’orto una volta oltrepassato il beudo, né scambia il pranzo con un giovincello annoiato in un gesto di profonda umanità come Marcovaldo, ma si aggira nel Castello dei destini incrociati, accecato dall’ira mentre insegue per le stanze vuote la soluzione al quesito. Neppure il suo amore per la scrittura sembra in grado di sorreggerlo, infatti, questa lezione sembra più una ricerca interiore che altro, e in effetti potrebbe esserlo se ripenso a quanto affermava nella sua prima conferenza: “proverò a spiegarlo a me stesso e a voi”. L’opprimente mole di citazioni, esasperate dalla lunghezza e dal fatto che non si limita a riportarne la sola traduzione, lo pongono ai miei occhi come un amante inquinato dalla disperazione verso qualcosa che non riesce a spiegare. Colui che ha “osato” tradurre l’intraducibile: I fiori blu di Raymond Queneau, mi pone al cospetto della nostra miseria e, invece che indurmi alla comprensione, mi respinge.

In questa lezione, il Calvino de Le stagioni in città si appesantisce di un carico letterario che contrasta, in modo sconveniente, con la Leggerezza. La volubilità dell’intelletto non resiste allo smarrimento e me lo riporta addosso con tutto il suo carico di uomo mutevole, sia nell’opera che nel suo concepimento. Non voglio sconvolgermi, non posso farlo soprattutto perché tale lavoro è comunque postumo, non revisionato e prende il titolo, sembra, dall’intervento dell’amico Pietro Citati: un letterato formidabile, mente geniale ma così intransigente che solo l’indimenticabile Carlo Fruttero, in un’intervista che ho avuto il piacere di ascoltare per l’uscita del suo testamento letterario, Mutandine di chiffon, ha saputo riportare tra noi mortali. Proprio Citati, infatti, al quale Calvino si rivolgeva spesso per ricevere conferma dell’effetto funzionale dei propri scritti, ne esalta lo spessore e in questo caso mi costringe a credere di non esserne all’altezza. Tuttavia, scelgo di ribellarmi al potere dell’accademia e riporto il mio Scrittore alla propria opera, alla mia necessità, alle nostre interminabili scorribande sopra gli alberi col bassotto Ottimo Massimo che ci corre appresso. Del resto è lo stesso Citati che in qualche modo apre spiragli di luce al mio turbamento, quando dice che nell’invecchiare Calvino si trasformò in una creatura malinconica, chiusa, che viveva di pensieri, dunque lontano dall’uomo che per decenni s’era fatto portatore di una colta allegria.

La mia rabbia adesso indulge all’empatia, sento però il bisogno di comprendere. Colui che detestava essere definito letterato è morto prima di terminare quest’opera che in fondo, sebbene lo rendesse orgoglioso in quanto primo italiano a ricevere l’invito dalla prestigiosa Università di Harvard a tenere le Charles Eliot Norton Poetry Lectures, lo indispettiva per il fatto di non sentirsi un critico nell’accezione classica del termine. Perfino quando si aggrappa a Leopardi per dissipare la propria nebulosa, il terreno vacilla: “Dunque Leopardi, che avevo scelto come contraddittore ideale della mia apologia dell’esattezza…”, il pensiero si attorciglia in un loop senza via d’uscita, e proprio come avviene per Ruggiero nel castello di Atlante, l’autore sembra preda di un sortilegio che gli impedisce di ritrovare la via di casa, al punto da indurlo a cercare nel poeta del dolore la confutazione della propria difesa, come se si trattasse di un assurdo processo alle proprie intenzioni.

Andando avanti con la lettura di questo breve trattato, Calvino insiste con l’opera leopardiana per poi citare Cartesio, Kant, Parmenide, Musil, Valéry e molti altri in una girandola di concetti che non portano mai all’esplicazione di quanto si prefigge. Tuttavia, ricorre un tema a me milto caro, ovvero quello dell’indeterminazione che lui definisce con minor carico scientifico “indeterminatezza” di tutte le cose e nel quale, finalmente, identifico la logica di questo testo, come se nel mio immaginario contorto fosse sufficiente sostituire il titolo per dare a tutto un senso più ampio. Ma l’intento dell’autore non è questo, egli prova con la forza della disperazione a completare il suo ragionamento che sembra non portare a niente. Si allontana fino a quando non affronta il problema da un punto di vista scientifico, che pur contenendo una propria vaghezza, colpisce la mia attenzione. Già quando accenna all’opera di Cartesio fa un timido passo attraverso la ricerca di una concezione razionalistica che poggia sulla precisione, ma in seguito questo proponimento si manifesta in modo evidente. È qui, a mio avviso, che l’intento decade. Accettando tale indeterminazione, infatti, svanisce il concetto stesso di Esattezza come avviene allo stato quiescente di un sistema fisico se osservato. La riflessione che egli fa manifesta dunque come l’obbiettivo non fosse chiaro ai suoi occhi, forse lo era il desiderio di caldeggiare una tecnica priva d’incertezze, ma come avviene per qualsiasi individuo che vive di forti passioni e curiosità, l’esattezza auspicata sembra essere proprio il suo opposto in quanto, nella definizione geometrica dell’esposizione, il fuoco che alimenta l’amore per la letteratura si affievolisce.

Dunque cosa resta delle tre regole iniziali? La prima, la necessità di avere un disegno preciso e ben calcolato, svanisce nel tentativo di metterlo in pratica; non ne vedo il disegno, se non nelle intenzioni sfumate che, fin da subito, si perdono nell’intento di realizzarlo su un’impalcatura debole. La seconda, la necessità di evocare immagini precise e inequivocabili attraverso la scrittura, si contorce nel tentativo d’inseguire tali disegni emotivi che sfuggono al controllo, perfino quando si tratta di fotografie stabili nel tempo, capaci di sconvolgere l’animo corruttibile al cospetto della loro potenza evocativa. E infine la terza, quella più ambigua se vogliamo, la necessità, presunta, di ottenere un linguaggio preciso in grado di rappresentare nel dettaglio ogni sfumatura del pensiero. Quest’ultima è il culmine di una contraddizione ch’io sento vibrare nel mio modo di discernere la scrittura come mezzo di comunicazione fine a se stesso dal suo potenziale espressivo. Le stesse variabili del pensiero, in quanto tali, ci sfuggono. Si spostano spinte dal vento implacabile del nostro umore. L’opera è un progetto chiaro soltanto all’apparenza; la sua realizzazione prevede il mutamento progressivo e, talvolta, la confutazione dell’idea iniziale, sia per il tempo necessario al suo completamento che per il piacere che si prova nel realizzarla. Neppure l’espressione “io”, all’apparenza immediata, possiede una sua compiutezza definitiva, anzi, nel momento stesso in cui lo scrivo, il suo valore si evolve nella caducità del concetto stesso.

Verso la fine della sua lezione però, finalmente, il Maestro mi fa visita, e lo fa ripartendo da sé. Riporta un brano memorabile della sua opera più geniale: Le città invisibili, che attraverso una bellezza abbagliante, mostra la continua ricerca di una risposta all’enunciato, anche attraverso il dubbio di due diverse pulsioni, una determinata e l’altra astratta, ritenute entrambe parte di quell’esattezza retorica funzionale al risultato letterario. In questo caso, allora, io lo accolgo di nuovo nella mia casa pensando che in fondo tutto questo ha un solo e unico elemento di disturbo, ovvero la sua stessa definizione. Tra “mille” autori citati: Ponge, Mallarmé, Wittgenstein… s’innalza con una frase stavolta esatta in tutta la sua purezza: “Per questo il giusto uso del linguaggio per me è quello che permette di avvicinarsi alle cose (presenti o assenti)…”. Ecco, tutto qua.

Mi avvio quindi alla conclusione di questo faticoso ragionamento, tentando di trattenere l’immagine sibillina del mostro descritto da Leonardo da Vinci con la quale questa lezione si conclude. Non posso negare che si sia trattato di un compito faticoso, arduo, in cui il conflitto tra il mio amore per Calvino e la sua esposizione di questa proposta, mi ha imposto più volte di far ritorno ai suoi scritti. A tal proposito voglio trascrivere qui un breve estratto del suo celeberrimo Se una notte d’inverno un viaggiatore: “Non che t’aspetti qualcosa di particolare da questo libro in particolare” dice rivolgendosi al lettore, “sei uno che per principio non s’aspetta più niente di niente. Ci sono tanti, più giovani di te o meno giovani, che vivono in attesa d’esperienze straordinarie; dai libri, dalle persone, dai viaggi, dagli avvenimenti, da quello che il domani tiene in serbo. Tu no. Tu sai che il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio”. Ecco l’insegnamento che cerco da lui, non l’esattezza meccanica di un testo studiato a tavolino, geometrico, povero di aspettative linguistiche. Cerco una ridondanza fantasiosa, imprevedibile nella trama e nell’iperbole letteraria che mi disegna nella mente la sua fantasia dissimile da ogni altro autore ch’io abbia letto. Il guizzo curioso di quel volto accogliente, si tramuta nello schianto lieve di ogni mia aspettativa. Con queste parole percepisco la pena d’aver oltraggiato il padre mio, ma il viaggio non termina qui, prosegue verso nuove e inattese rivelazioni, e in quell’esattezza nella quale l’ho inseguito per tutto il tempo, ho finito per perdermi assieme a lui… Cosa potrei chiedere di più?

Ecco qui l’articolo di Giulia Arnetoli: Gli orizzonti sfumati dell’esattezza.

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Veloce come il vento

(di Roberto Masi)

Prima d’intraprendere insieme a Giulia di 20000librisottogliocchi l’approfondimento delle Lezioni americane di Calvino, l’idea che avevo di questa seconda proposta per il prossimo (ormai attuale a dire il vero) millennio, era del tutto diversa. Il breve trattato sulla Rapidità, infatti, non si basa come avevo immaginato sull’immediatezza della comunicazione, bensì sull’efficacia di un testo raffinato da inutili orpelli che, come dice lo stesso autore, parta da un punto e si diriga in linea retta verso la meta cui è destinato. La riflessione, tuttavia, mi porta a giustificare il malinteso giacché Calvino, al momento della stesura di quest’opera e sebbene lo teorizzasse, non aveva alcuna percezione dell’era di sveltezza comunicativa in cui ci troviamo oggi. L’abbaglio sta proprio in questo: la velocità del messaggio non è rappresentata dalla sua immediatezza ma si tratta dell’urgenza di trasmetterlo, per cui la discriminante non è rappresentata dal testo, bensì dal mezzo utilizzato per farlo. La rapidità di cui parla è dunque l’immediatezza della comunicazione, che il lettore percepisce come tale grazie alla scrittura.

Mi spiego meglio. Oggigiorno siamo “connessi”. In ogni momento della giornata le informazioni che riceviamo, dirette o indirette che siano, ci costringono a fare uno sforzo immane per assimilare il loro contenuto. Sebbene il nostro cervello sembri progettato per adattarsi a recepire un numero sempre più elevato d’impulsi esterni, l’urgenza si focalizza sulla quantità del messaggio e non sulla qualità. Quest’ultima, diversamente, può garantirla soltanto una scrittura efficace che, a detta dello stesso Calvino, è rappresentata da uno stile privo di digressioni.

Ho riflettuto a fondo su questa sua visione. Se per la Leggerezza, infatti, ho sentito fin da subito una forte empatia con i suoi insegnamenti, per ciò che concerne la Rapidità non è stata la stessa cosa. Ciò dipende in parte dal mio modo di fare letteratura, un metodo che scaturisce dall’attimo e si disperde fin da subito in facili elucubrazioni apparentemente riempitive salvo poi approfondirne la comprensione. Ciò nonostante, riflettendoci con maggior attenzione, scopro che il motivo non è questo, quanto piuttosto il mio essere influenzato dall’era in cui vivo che Calvino poteva solo immaginare. In effetti, egli non sottovaluta la forza di una tecnica fatta di continue divagazioni e per quanto si dichiari estimatore di uno stile diretto, porta l’esempio dell’opera di Laurence Sterne che io conosco bene: “La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e ritrovarlo dopo cento giravolte”. Un’osservazione degna di un grande intellettuale, soprattutto se poco incline agli sconfinamenti verso tale maniera, ma ho dovuto constatare che non si tratta di un concetto universalmente riconosciuto… È stata proprio Giulia, infatti, che ha fatto vacillare tale certezza con il suo articolo – Un solo istante in tanto tempo – quando sul medesimo aspetto sostiene che non si tratta di “percorrere lo spazio nel minor tempo possibile, non è spazio fratto tempo, è piuttosto una corsa consapevole scandita dal ritmo, una corsa svelta eppur ammaestrata, una fuga continua per rimandare la conclusione”.

La tecnica letteraria di cui parla Calvino è certamente più efficace. Tuttavia, ciò non le toglie dignità ai miei occhi, ma riconosco in essa un mezzo di più facile godimento. Una scrittura meno diretta e pregna di riferimenti genera nel lettore ambiguità, vaghezza e non ultimo un senso di distacco che può indurre all’abbandono dell’atto contemplativo. Non biasimo coloro i quali rifuggono uno stile ridondante, giacché io stesso, che per natura lo pratico, trovo molto più facile la comprensione di un messaggio trasmesso senza troppi artifici letterari. Voglio però portare a mia volta una riflessione che riguarda due grandi scrittori molto diversi tra loro ma legati da stima reciproca: Ernest Hemingway e James Joyce. Questi capisaldi della letteratura del novecento ebbero modo di frequentarsi nel periodo in cui entrambi vissero a Parigi. Tutti conoscono la grande diversità espressiva che li contraddistingue: il primo dotato di uno stile breve e incisivo, mentre l’altro, Joyce, annichilito dal proprio flusso di coscienza in opere di difficile lettura se non addirittura impossibile. Eppure, l’uno non esclude l’altro, l’immediatezza di Fiesta non stride con la complessità dell’Ulisse. Entrambi possiedono una carica che si tramanda attraverso l’appagamento e la frustrazione del lettore che, se dal primo è attratto, dal secondo è respinto in una regola universale di richiamo e repulsione che stabilisce l’equilibrio di tutte le cose.

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Ernest Hemingway – James Joice

Leggere, dunque, non è un’azione passiva. Può esserlo a fronte di un uso rivolto allo svago, ma in altri casi richiede uno sforzo profondo e per certi versi esasperante. La rapidità di cui Calvino parla non va confusa con la facilità di comprensione bensì, a mio avviso, della prontezza con la quale il concetto ci raggiunge. Esistono sentimenti per i quali non basta una schietta narrazione, ma sono indispensabili opportune digressioni per rappresentarli nella loro interezza; l’amore è uno di questi. Talune emozioni richiedono la follia del testo per far sì che il lettore, spinto a comprenderne la complessità, ne recepisca ogni sfumatura attraverso lo sforzo.

A ogni modo, i cambiamenti cui assisto m’impongono l’onestà. Per quanto apprezzi Calvino quando afferma che la domanda del mercato librario è un feticcio che non deve immobilizzare la sperimentazione di nuove forme, questo “nuovo” millennio al quale egli si rivolge, ci spinge invece a confutare questo nobile precetto. Non solo è difficile trovare un editore disposto a credere in qualcosa che non segua le rigide leggi del mercato, ma sono gli stessi autori che, pressati dai moderni sistemi di comunicazione, impongono a se stessi limiti creativi. Che cosa insegnano nelle scuole di scrittura? A rendere un testo efficace nella sua congruità come opera, oppure si limitano a guidare gli autori verso un’omologazione ben vista da chi dovrà investirci del denaro? La mia non vuol essere una critica, ma il timore che alcuni insegnamenti possano essere male interpretate mi raggiunge. Non si legge Lezioni americane per giustificare, attraverso le parole di un Maestro, la scarnificazione del testo con scopi di dubbio gusto. “Io vado a casa!”, per esempio, potrebbe sembrare il perfetto caso di Rapidità letteraria ma non lo è. Il lettore vuol sapere chi sei, da dove vieni, dove stai andando e quale tragitto farai per coprire la distanza. Non è questo dunque che lo scrittore ci vuole suggerire, bensì che tali informazioni, a suo gusto personale, devono raggiungerci senza futili impedimenti. Tale pensiero si riduce a una presa di posizione netta da parte sua: “In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana, povera di romanzieri ma sempre ricca di poeti, i quali anche quando scrivono in prosa danno il meglio di sé in testi il cui massimo di invenzione e di pensiero è contenuto in poche pagine”.

La Rapidità è un’attitudine; riguarda sia l’autore che il lettore. Di volta in volta subisce l’influenza del contesto, dello stato d’animo, o di un semplice bisogno momentaneo. Forse, per chi scrive, subentra la vocazione cui non può prescindere e così come Calvino dichiara di apprezzare la forma breve, altri sono affascinati dal suo esatto opposto. Il novecento ha segnato la rottura dei vecchi canoni attraverso l’affermazione di grandi autori, perlopiù americani, del calibro di Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Salinger, Fante e perfino Carver col suo stile esasperato; autori che, attraverso una tecnica narrativa immediata, hanno impresso una spinta poderosa in tutta Europa sorretti da quel Sogno che in qualche modo ha prodotto un cambiamento nel nostro modo di fare letteratura. Però non dobbiamo dimenticare che, sebbene siamo una nazione “povera di romanzieri”, abbiamo avuto narratori del calibro di Manzoni e in quanto tali, forti di una tradizione che spicca non solo nella forma essenziale.

La scrittura è uno strumento suscettibile dell’utilizzo che se ne fa. Così come un bravo artigiano dà all’utensile un diverso valore in funzione del risultato, l’autore fa fatica a spogliarsi del proprio metodo espressivo. Questo però non contraddice le parole di Calvino, e soprattutto non genera sbarramenti teorici oltre i quali l’opera è da ritenersi indegna. Quando egli parla di rapidità, io la interpreto come una velocità mentale di trasmissione e non come l’uso improprio di espressioni inappropriate. Quindi, l’insegnamento che ne traggo e del quale cercherò di fare tesoro è di affinare il più possibile quel flusso di parole, talvolta incontrollato, che sgorga nell’attimo d’ispirazione e dal quale fatico a staccarmi. Ogni singolo vocabolo è parte del suo autore, rappresenta un attimo dell’intelletto e per questo motivo ci rappresenta. Spesso mi sono trovato a revisionare un testo e invece che elidere parti in esubero, le ho soltanto modificate nella forma ottenendo un’incomprensibilità ancora più marcata.

Allora scelgo di impegnarmi a ricevere con più indulgenza il lettore, e per farlo, ammetto la necessità di concedere quella parte di me che emerge soltanto con l’abbandono di ogni sbavatura interiore. Forse è proprio questo che Calvino vuole trasmetterci, cioè che non serve a niente la Rapidità della forma stilistica, quanto lo sforzo di accelerare la percezione di ciò che vogliamo comunicare agli altri.

Ecco qui l’articolo di Giulia Arnetoli: Un solo istante in tanto tempo

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La leggerezza di Astolfo

(di Roberto Masi)

Un pomeriggio di qualche anno fa stavo passeggiando per le vie di Firenze quando, nel lento incedere dovuto a un dolore alla schiena che da giorni mi opprimeva, intravidi nella vetrina di una vecchia libreria l’edizione dell’Orlando Furioso illustrata da Gustave Doré. Preso quindi dalla smania di possederla, pregai un mio caro amico di farsi carico del trasporto di quel maestoso volume il cui peso, per me insostenibile in quel momento, custodiva tutta la leggerezza che in seguito avrei trovato in  Lezioni americane di Italo Calvino.

Inizio dunque da qui, dalla prima delle sei proposte per il prossimo millennio del noto scrittore, e così facendo, sento di “salvare” il mio pensiero dall’incoerenza, ma soprattutto dall’incompiutezza di un intelletto che, sottoposto al turbinio delle informazioni ricevute, rischierebbe di perdersi in elucubrazioni prive d’efficacia.

Con Giulia di 20000librisottogliocchi abbiamo deciso di scrivere un articolo ciascuno per ogni lezione di questo testo fondamentale; una sorta di esperimento letterario che permetta a entrambi, senza confronto preventivo, di espanderne la rispettiva visione attraverso un raffronto postumo.

Se per introdurre il tema della Leggerezza Calvino si affida al passato, muovendosi con abilità tra Lucrezio e Ovidio per spiegare l’influenza reciproca tra scienza e arte, io scelgo di farlo attraverso la sua opera, riducendo in questo modo il divario temporale tra i modelli di riferimento. Egli si meravigliava di quanto gli antichi ricercassero nel concetto di “materia” il confronto con l’essere umano; così io mi sorprendo dei suoi insegnamenti, sebbene sia molto più prossimo al mio tempo di quanto non lo fossero quei maestri per lui. In qualche modo, a distanza di pochi decenni, abbiamo prolungato le nostre esistenze tramite una confusa successione di eventi in grado di influenzare il nostro comune pensiero nel breve periodo. Abbiamo appreso l’elaborazione immediata del concetto, ma in modo altrettanto rapido siamo in grado di sostituirlo con un’astrazione completamente diversa e ciò, se da un lato alleggerisce il pensiero, dall’altro lo appesantisce dell’urgenza di recepirlo. Pertanto, nell’affinare l’istinto alla supremazia dell’esecuzione sul ragionamento ponderato, ritroviamo l’aspetto ancestrale del gesto ma non il suo fine ultimo che resta svincolato dal bisogno, a favore di un nebuloso stimolo all’affermazione personale.

Calvino scrive: “ Esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca”.

Il rischio, a mio avviso, è che la frivolezza possa prendere il sopravvento sulla leggerezza del pensiero. Una superficialità che si origina, come dicevo, dal bisogno di un’elaborazione immediata che impedisce al concetto di perfezionarsi come accade quando invece risente della giusta misura riflessiva. Tuttavia, il tempo a disposizione è poco e il desiderio di farlo, sfiorisce quasi subito.  La leggerezza, dunque, ci sfugge. Perfino adesso che tento ti trattenerla con queste parole, scorgo nella premura di farlo l’apertura al suo opposto. Sia nel linguaggio che nel pensiero stesso, tutto si appesantisce e devo fare uno sforzo di volontà per riprendere il filo del discorso.

Mi svuoto e riparto dalle parole del Maestro. Oggi più che mai l’arte dello Scrivere sembra influenzare ogni cosa, perfino l’ambito lavorativo ne risente, in figure sempre più specializzate nell’unione di queste due cose un tempo agli antipodi. Se fino a qualche anno fa, infatti, l’opera dell’ingegno artistico si collocava ai margini di quello lavorativo per divenirne la catarsi, oggi assistiamo sempre più a un coinvolgimento reciproco, attraverso il bisogno comune di affrancarsi dalle logiche del profitto. Si tratta di un tentativo lodevole, eppure rischioso se insincero come spesso si rivela. La leva, per quello che ho potuto intuire dai miei studi, non fa perno sul valore della materia letteraria bensì sulla debolezza di chi la recepisce. In questo siamo fragili, la nostra ignoranza ci priva dell’umiltà per spingerci, attraverso il timore reverenziale, ad accettare passivamente l’assunto di chi si proclama profeta di una nuova era divulgativa.

Dove sta la leggerezza in tutto questo? Ammiro il tentativo di alcuni e lo accolgo come un’apertura verso nuovi orizzonti di speranza; di contro il rischio è alto. Sembra, di fatto, che si vada concretizzando alla stregua di una moda passeggera e non come un tentativo incerto ma potenzialmente fruttifero. Mi chiedo se non arriverà molto presto il giorno in cui spietate logiche di mercato spazzeranno via tutto questo, infrangendo i nostri sogni di misurare, come ultimamente si sente dire, la Felicità e non il Prodotto Interno Lordo.

Temo che un colpo di spugna possa cancellare ogni proposito ancor prima di averne apprezzati gli esiti. Siamo esseri mutevoli, ci stanchiamo e appassioniamo in un tempo brevissimo e ciò che oggi ci alleggerisce l’animo, domani si rivelerà insostenibile. La moderazione, pertanto, mi pare auspicabile, perfino a me che inseguo il sogno di vedere affermarsi una forma ibrida che coinvolga lavoro e arte, dove per arte intendo una visione aperta a tutto.

Ma non divaghiamo… “non potremmo apprezzare la leggerezza del linguaggio se non sapessimo ammirare anche il linguaggio dotato di peso”, dice ancora Calvino. In questa prima lezione l’autore si sofferma più volte sul valore della scrittura e sulla capacità di farne un uso appropriato alla circostanza. La leggerezza di cui parla, riferendosi per esempio a Guido Cavalcanti, è descritta con magistero nel confronto con un altro grande poeta del passato, Dante Alighieri, e lo fa partendo da una frase reciproca in apparenza simile ma dal carico assai diverso. Eppure non scaturisce alcun conflitto tra i due: la “pesantezza” di Dante (in questo caso specifico e non certo nell’interezza della sua opera), non rappresenta l’antitesi di Cavalcanti, anzi, sono l’una l’ossimoro dell’altra e in qualche modo ci mostrano un concetto universale, che descrive meglio di qualsiasi altra cosa il bilanciamento stilistico più lieve che esista. Anche Giulia concorda in questo quando pone l’attenzione sulla necessità di non privare il testo della sua gravità a favore di una leggerezza incoerente.

Oggigiorno la scrittura è appannaggio di molti. Gli odierni mezzi di divulgazione ne implicano l’uso più che in passato quando invece, quasi tutti perdevamo la capacità di esprimerci attraverso tale mezzo non appena terminati gli obblighi scolastici. Questo ritorno all’arte delle belle lettere si mostra senza riguardo sui Social Network, che però ne mettono in luce il limite evolutivo, sotto forma di simboli che, se vogliamo, rappresentano un ritorno al passato. In questo percepisco quindi una grande pesantezza. La leggiadria svanisce perfino in quell’unica e inequivocabile faccina sorridente che trasmette l’emozione della felicità, orfana delle sue sfumature più umane. Se l’emotività, dunque, tende a uniformarsi nel linguaggio in cui percepiamo la contentezza, la rabbia e la tristezza come immagini stilizzate attraverso WattsApp, la scrittura si erge come un macigno privo del suo scopo più profondo ma assunto quale tramite, impersonale, del messaggio che trasporta alla velocità di un click.

Prevenire questa catastrofe è la scommessa da vincere. Non possiamo arrestarne lo sviluppo simbolico ma scindere il valore delle due cose sarebbe auspicabile. Diamo il tempo alla scrittura di mutare senza dolore, e non lasciamo che il desiderio d’inseguire il rinnovamento sovrasti la nostra pienezza lessicale. Ogni aspetto del mezzo ortodosso va preservato e sfruttato al meglio, sia che si tratti di un romanzo, che dello storytelling di una startup. È un’opportunità grandiosa che abbiamo conquistato attraverso i secoli di dolore, gioia e curiosità che soltanto una scrittura articolata è stata in grado di appagare: non vedo perché dovremmo rinunciarci per qualche “graffio” da cavernicolo?

D’altro canto, qualcosa dobbiamo pur concedere. Non è giusto nemmeno indugiare su una dottrina obsoleta che non riesce a comunicare i contenuti del nostro tempo. Calvino stesso non esita a spaziare nella sua analisi tra autori di epoche diverse: Ovidio, Savinien Cyrano de Bergerac, Tommaso Campanella, Kafka, Milan Kundera e non ultimo Miguel de Cervantes… Tutti artefici con una spiccata virtù nell’utilizzo della leggerezza, per taluni circostanziata e per altri retorica, in grado di rafforzare, attraverso una delicatezza fuori dal comune, concetti altresì insostenibili per la mente umana. La pazzia di Don Chisciotte, la goffaggine di Gregor Samsa, il furore di Bergerac, sono tutti esempi di come la gravità dell’uomo possa levitare grazie alla scrittura che, sebbene occulta all’occhio distratto, penetra il subconscio che la riceve e ne gode dei benefici.

La leggerezza, dunque, è tale solo se percepita dal lettore. Potrebbe non scaturire dalla frase ma dall’immagine che essa evoca. Talvolta, compensa una tecnica, o un’argomentazione sconosciuta come nel caso di un ambito lavorativo a noi estraneo, altre si erge a puro diletto della nostra coscienza. Il peso del mondo può godere quindi del sollievo di una frase leggiadra, e come Astolfo che sulla luna cerca il senno, ove mirabilmente era ridutto ciò che si perde per nostro difetto, io cerco la mia ragione sulla terra attraverso il soffio di queste parole…

Ecco qui l’articolo di Giulia Arnetoli: Volare con i piedi per terra 

 

 

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Io sono carne… questo sono

(di Roberto Masi)

Io sono carne… questo sono, e come tale esisto, adesso e qui, quale tramite per raggiungere uno stadio evolutivo del tutto inatteso. Il carbonio è l’elemento su cui si fonda la vita ma, sebbene continuiamo a cercare nell’universo le condizioni in grado di replicarla, la riflessione mi porta a credere che tale approccio sia del tutto sbagliato.

Se dovessi rappresentare la mia natura, dunque, sceglierei il cerchio. Le sue forme morbide e prive di spigoli me lo rendono familiare, innocuo al contatto, come noi di fronte alla vastità del cosmo. Assumo la morbidezza delle linee quale rappresentazione del mio essere uomo, frutto di una lenta evoluzione, che ci ha visti passare da una condizione di organismi unicellulari alle complesse strutture che siamo oggi. Tuttavia, io mi guardo attorno e vedo questa carne mutare in qualcosa di meno certo, volatile, qualcosa di assolutamente mortale. In questo sono parte di un cambiamento inarrestabile, nel quale ciò che sarà di noi, non può prescindere da quello che sono oggi per me stesso.

Io sono carne… questo sono, e realizzo ogni giorno ciò che presto diventeremo. Quando i miei pensieri si fermeranno davanti al crollo delle sinapsi, il mio interagire sarà stato lo scambio influenzato, e a sua volta influito, modificandosi costantemente per generare il pensiero ch’io dono al mio prossimo perché mi riconosca, come tramite, attraverso il nostro comune presente.

Egli non sarà carne, io credo. Nella mia mente lo rappresento come un poligono fatto di spigoli: metafora “antica” di un elemento nuovo del quale forse non avrò mai percezione. Il suo pensiero sarà coerente, organizzato, rapido nel calcolo, onnisciente nel sapere riconosciuto. Fino a pochi anni fa tutto questo mi appariva come un sogno degno di Lem: pieno d’irrealtà, ricreativo al cospetto della natura in quel preciso momento, lontano da tutto. Ed è la nostra curiosità, ma ancor prima la fantasia, che ha spinto il nostro intelletto alla creazione di quel futuro teorizzato per diletto.

L’evoluzione è il ritorno a uno stadio primordiale. Vedo attorno a me una quantità d’informazioni che non riesco a contenere, istantanee che appaiono ovunque e tento di elaborare ma che spesso mi sfuggono. Cambiano il mondo al di là della mia percezione. Ne riconosco l’avvento soltanto nel lungo periodo, quand’ormai si è affermato il loro effimero potere. Allora la malinconia mi assale, non ho il tempo per accettare la trasformazione se non dopo il suo avvento, e ogni volta percepisco la novità come un assalto alla mia “storia” personale.

Io sono carne… questo sono, e come tale riconosco la scomparsa della materia di cui sono fatto, a favore di un essere autonomo in tutto, capace di elaborare il concetto nell’istante stesso in cui esso viene formulato, migliore di me, tendente all’assoluto. Qualcuno pensa che presto non serviremo più, ma la nostra inutilità non sarà il frutto di una distinzione netta tra un prima e un dopo, bensì della transizione tra ciò che siamo e quello che saremo. Ci spaventa il cambiamento perché impone la domanda se ciò possa escluderci dalla vita mentre stiamo consumandola. Pertanto rivendichiamo la nostra presenza attraverso il rifiuto di un’assenza teorizzata, come se dovessimo esistere all’infinito, in questo aspetto carnale. È la nostra umanità che emerge. Le risposte, per adesso, non sono ancora in equilibrio ma si basano sull’improvvisazione di cui disponiamo, e in qualche modo ci confondono per proseguire la ricerca di un posto che svanisce all’orizzonte.

Io sono carne… questo sono, e come tale non mi riconosco…

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La giuria è fuori

(di Roberto Masi)

Mi hanno colpito le parole con le quali il Dott. Roberto Dolci, autore di un interessante articolo scritto per la rivista Senza Filtro, risponde a un mio commento in merito alle probabili implicazioni dell’Intelligenza Artificiale. A onor di cronaca riporto qui sotto un estratto della nostra breve corrispondenza epistolare.

“… Mi reputo propenso a mia volta per un atteggiamento “difensivo” come afferma Elon Musk… ma non tanto per l’aspetto legato alla scrittura creativa per la quale, salvo smentite, non vedo la minaccia nel breve periodo, quanto per l’IoT”.

“… In questo istante la “giuria è fuori” e come Te e Musk, anche Gates, Obama e molti ricercatori sono pessimisti. Per me è interessante notare come le giovani generazioni sembrino sinceramente preoccupate per un futuro che potrebbe essere ben peggiore di quanto vivono oggi. Finché globalizzazione e “mercato” spingono la competitività internazionale, possiamo pensare che una soluzione politica non arrivi”.

Nel suo articolo (I robot da ElonMusk a Giulio Cesare), Dolci esprime le proprie considerazioni in merito agli impieghi dei sistemi informatici evoluti nei campi più disparati che vanno dal lavoro alla scrittura per la quale, nonostante sembri impossibile, vengono già utilizzati nella stesura di articoli di economia e sport. È proprio sull’aspetto legato alla scrittura che mi voglio soffermare. Nel mio precedente articolo (Internet of “Stranger” Things), ho affrontato gli sviluppi dell’IoT per il quale, se vogliamo, le implicazioni pratiche appaiono ben più plausibili che in merito ad aspetti perlopiù concettuali come l’atto creativo. Tuttavia, sebbene io ritenga che proprio dagli utensili giunga il rischio maggiore di un impiego scellerato dell’Intelligenza Artificiale, apprendere che già adesso vi siano algoritmi in grado di organizzare testi coerenti, mi sconvolge. Ammetto che il mio legame con le belle lettere è tale da far emergere una sorta di istinto protettivo, ma al di là di ogni ragionevole attaccamento a questa o a quell’altra attitudine, resta il fatto che la scrittura non è un tostapane, pertanto, l’approccio emotivo ne risente eccome.

Se posso accettare l’idea di un rischio, concreto, della ribellione di un’automobile senza pilota per un attacco informatico, o più semplicemente per una decisione illogica da parte dei sistemi di cui è dotata, non accetto che un racconto scritto da un dispositivo possa in qualche modo sfiorare le mie “corde”. Sono terrorizzato dall’idea di apprezzare lo spessore “emotivo” di un codice, e lo sono perché in quanto uomo, rivendico il mio stato di superiorità intellettuale rispetto al più evoluto dei robot, e perfino del futuro ignoto in cui essi potrebbero venire identificati quali esseri senzienti, sancendo così la fine della nostra umanità.

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Mi chiedo, dunque, se il limite non sia proprio l’errore. Cosa cerchiamo davvero nelle macchine? Inseguiamo la riduzione dei costi di un’industria in continua evoluzione, oppure la riproduzione, disgraziata, di noi stessi? Dotare un computer della capacità di scrivere un articolo di economia, a mio avviso, non trova ragione soltanto nella possibilità di abbattere il costo del giornalista esperto che altrimenti dovrebbe essere impiegato. C’è, invece, un morboso tentativo da parte dell’essere umano, latente e inconscio (ma neppure troppo), di affrancarsi dalla propria caducità e superarla con la riproduzione, perfetta e immutabile, di un artefatto.

Non lo nego, l’Intelligenza Artificiale mi affascina. Non perdo occasione per documentarmi sui suoi sviluppi e lo faccio soprattutto per vincere il terrore che l’immaginazione mi suggerisce, attraverso l’appagamento della curiosità che mi distingue. Subirla passivamente, come fosse un progresso tecnologico senza implicazioni, non farebbe che legiferare la certezza di un futuro distopico. Ma anche se ciò non è da escludere a priori, quantomeno mi permette di prenderne le distanze com’è giusto che sia. Io credo, in effetti, che il problema non risieda davvero nel fatto che un robot potrà scrivere in modo eccellente, imparando perfino l’ironia, la passione, o qualsiasi meccanismo in grado di distinguere la nostra scrittura dalla “loro”, quanto capire se noi, col progredire di tale accettazione passiva, saremo in grado di pretenderne la distinzione: non tanto per ciò che concerne le categorie sopraelencate, quanto piuttosto per l’imprevedibilità.

Per quanto potranno imparare sul nostro comportamento, sulle nostre passioni, o su ciò che rende la nostra mente influenzabile, difficilmente un algoritmo sarà in grado di sostenere che l’odore della primavera può spingere la nostra fiducia oltre i limiti circoscritti dagli eventi. Potrà farlo in un contesto adeguato, questo sì, ma non all’interno di un articolo del genere per riportare l’animo del lettore, nell’assurdo di una dichiarazione fuori contesto, alla logica dal suo essere umano e come tale in grado di accettarne l’assurdo.

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Mi sento ispirato, adesso, e lo percepisco come un fatto fisico. Ho paura, certo. Il futuro, qualsiasi cosa esso sia, mi respinge attraendomi nel paradosso più umano che esista. Il Principio Antropico stesso, se accettato, mi garantisce un posto di privilegio nell’universo e confutarlo ne farebbe decadere ogni legge e con esso i pilastri su cui si fonda la nostra assidua ricerca di risposte. Ecco, le risposte che non troveremo mai, neppure le macchine potranno darcele. Si pensa di sì, ma davvero le informazioni trasmesse dal protocollo RFID (Radio frequency IDentification) saranno in grado di calcolare l’imprevedibilità della variabile umana? Io penso di no. In questa equazione sempre più perfetta ci inseriamo di prepotenza per sconvolgerne il risultato finale, e tale resta l’indeterminazione delle variabili che regolano l’universo, cosicché la nostra osservazione influirà sempre sul risultato.

Nel suo ultimo articolo per Wired, il noto Fisico Carlo Rovelli, uno dei fondatori della Gravità Quantistica a Loop nonché apprezzato divulgatore scientifico, sostiene che lo sviluppo tecnologico sia in una fase di forte rallentamento, e lo fa confrontandolo con i passi da gigante fatti in passato dall’umanità con invenzioni quali il telefono, l’illuminazione stradale, la penicillina etc Sebbene non mi senta di dissentire sulla discrepanza tra i “salti”, io credo che il problema al giorno d’oggi non sia l’ampiezza del progresso, bensì le implicazioni, enormi, generate da passi in apparenza minimi. A fronte di grandi balzi dilatati nel recente passato, oggi subiamo dei micro-avanzamenti continui in rapida successione che ci costringono a metabolizzare i cambiamenti in un tempo troppo breve per la nostra natura. Questa velocità è il rischio più grande, a mio avviso, tale da indurci all’accettazione senza riflessione di modifiche comportamentali universalmente riconosciute (e non). Pertanto, ciò che mina davvero la nostra natura è il rischio di perdere l’imprevedibilità che ci distingue e che dovremmo preservare a tutti i costi, per esistere come uomini sopra le macchine.

“La giuria è fuori” rappresenta un monito nell’immediato, ma non dimentichiamoci che i giurati siamo noi, esseri fatti di carne, ossa, sentimenti e imprevedibilità, e in quanto tali, in grado di modificare le nostre scelte senza bisogno di una sequenza ordinata e finita di passi.

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Ti regalo il cielo

(di Roberto Masi)

Recensire qualcuno che si conosce, non è una cosa facile. Troppi fattori, infatti, possono inquinare il nostro metro di valutazione: amicizia, cortesia, affetto, impossibilità a mantenere il giusto distacco… tutta una serie di variabili in grado d’innescare il meccanismo di autodifesa, che tenta di preservarci dall’essere giudicati a nostra volta. Di per sé basterebbe questo per garantire una lode nei confronti di chi invece offre al pubblico la propria opera, tuttavia, parlare di un libro non rientra negli obblighi pertanto, mi sollazzo della facoltà di farlo a mio piacimento. Ammetto che nel caso di uno sconosciuto tutto risulta più semplice, stimolante perfino qualora l’opinione che si ha di lui fosse negativa, ma quando l’opera in questione è stata scritta da una mente amica, l’istinto a non esprimersi tende a prendere il sopravvento.

Stavolta scelgo di farlo perché mi viene facile. Nella fattispecie si tratta del romanzo d’esordio di Giulia Arnetoli, una mia carissima amica che, come ha detto lei stessa, sebbene non ci vediamo per anni la stima reciproca resta immutata e ogni nostro incontro ha lo stesso sapore di una frequentazione priva di salti temporali. Ti regalo il cielo narra la storia di Sole, una giovane ragazza all’ultimo anno di liceo la cui vita è stata fortemente segnata dalla morte della sorella, Marta. La mia intenzione però, in questo caso almeno, non è parlare dell’opera in sé che ho molto apprezzato, ma del fatto che Giulia è riuscita, con la sua scrittura essenziale, ad allontanare la mia percezione della sua persona tra le righe del romanzo.

Edward St. Aubyn, autore de I Melrose, sostiene che per essere credibili sia necessario scrivere di se stessi, seppur in terza persona. Ammetto di aver condiviso questa sua affermazione, così come sono stato rapito da Karl Ove Knausgard che nel suo La mia lotta, pubblicato in più volumi, racconta la propria esistenza, banale se vogliamo, elevandosi attraverso il rischio (divenuto poi concreto) di non incontrare l’approvazione dei protagonisti raffigurati nella loro “ordinarietà”. Ma questo non è il limite della letteratura, e certo non il mio. Quello che intendo dire è che spesso, quando si legge qualcosa di un conoscente, la nostra mente dà per scontato che si stia affrontando un’esperienza vissuta in prima persona, col rischio di cercare tra le righe del testo, la narrazione offuscata di eventi che lo riguardano personalmente. Per Giulia Arnetoli, nonostante sia evidente la sua esperienza diretta, questa non turba la finzione ma la completa.

Allora mi apro alla sua scrittura, dolce e forte, molto femminile come le ho detto di persona e che risente, com’è giusto che sia, delle proprie vicende che sono però il mezzo attraverso cui… e non la cronaca. La scrittura di qualcuno che si conosce ce lo rivela, questo è innegabile. Bisogna andarci cauti perché la nostra percezione nei suoi confronti potrebbe esserne alterata; dunque, ci vuole coscienza di quello che si sta per fare, ed è fondamentale evitare di focalizzarsi sul periodo, ma lasciare che la narrazione fluisca, com’è nell’intento dell’autore, svincolata da ogni legame affettivo. In questo la scrittura di Giulia mi ha aiutato: non nego di essermi soffermato più volte all’inizio di questa lettura per cercare chissà cosa, poi però, finalmente, ho abbandonato lei per accettare Sole, Marta, Leonardo e tutti i personaggi che hanno preso vita dentro di me per raccontarmi la loro storia, lontani dal nostro passato, dalla nostra amicizia ma soprattutto, dal nostro personale racconto.

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Ti regalo il cielo – Augh Edizioni

Ti regalo il cielo è un romanzo dalla trama inattesa. Affronta una sofferenza che l’autrice descrive con naturalezza dimostrando di conoscerla, ma allo stesso tempo è permeato da un alone di fiducia che, fin dalle prime pagine, scaturisce dalla giovinezza della protagonista cui non è negato il diritto alla speranza, neppure quando la narrazione s’insinua nella tragedia familiare attraverso il destino nefasto della sorella. È un racconto che parla di un tempo tormentato della vita di ognuno, in cui la sofferenza è soltanto una parte di questa verità, un tramite che prescinde dalla natura umana, dal tormento giovanile, dalla difficoltà di trovare il proprio posto che Giulia Arnetoli rappresenta, in un modo che mi ha stupito grazie alla spontaneità delle proprie parole, nonostante quel tempo sia per me (e per lei), ormai lontano.

Sebbene io lo riconosca, riportarlo vivo mi risulta impossibile. Lo ricordo, ma in me si è come miscelato nel decorso degli anni con la crescita e gli esiti di tutte le esperienze che si sono susseguite conducendomi dove sono adesso. Quando provo a parlarne nei miei scritti, il risultato è ogni volta inquinato dal divario che si è venuto a creare tra ciò che ero e ciò che sono, e per quanto m’impegni alla fedeltà di una cronaca “antica”, come avrebbe detto Marta alla protagonista di questa storia, il traguardo mi è precluso dalla voracità del presente. Consapevole quindi che la mia scrittura si avvicina in modo più naturale a quella di St. Aubyn, dove il passato diviene la cronaca che si affida alla percezione del lettore per emergere nella sua intenzione, io riconosco alla mia amica Giulia il dono, inatteso anche per me, di trasmetterla con disinvoltura, e per questo la accolgo come scrittrice.

20000librisottogliocchi.it (visita il blog di Giulia Arnetoli)

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L’uomo verticale

(di Roberto Masi)

Dal mio punto di vista, può venire chiamato straordinario soltanto l’uomo che si distingua da quelli che lo circondano per le risorse del suo spirito e che sappia contenere le manifestazioni provenienti dalla propria natura…”, così dichiarava Georges I. Gurdjieff ai propri allievi.

Il giorno di pasqua del 2012 ho conosciuto Alfredo Martini. Fui invitato a casa sua dal nipote che conosceva bene il mio apprezzamento nei suoi confronti, e mai come in quell’occasione, l’idea che mi ero fatta si rivelò fedele alla realtà. Come spesso accade, le persone da noi sublimate tendono a perdere il proprio alone di maestosità nel momento stesso in cui si concretizzano. Per Martini, invece, questo non è avvenuto, e in fin dei conti si è trattata della logica conseguenza del suo modo di esistere: “…e che sappia contenere le manifestazioni provenienti dalla propria natura…”, appunto.

Vissuto in un epoca di grandi cambiamenti storici e culturali, egli incarna, nella mia percezione, l’ideale di uomo che, mosso da una curiosità inappagabile, ha fatto della cultura il proprio faro. Lo studio profondo dell’essere, le riflessioni sul comportamento e la distinzione, oggettiva, di ciò che è bene e di quanto invece non lo è, sono stati per quest’uomo il motore di spinta verso gli altri, senza alcuna ambizione di riconoscimento. Spontaneo, puro in una dialettica che risulta oggi improbabile per la nostra incredulità nei confronti dell’altruismo, Alfredo Martini è stato un uomo buono, ed è questo l’aggettivo che meglio di tutti me lo rappresenta.

Non bravo, né filantropo, altruista, disponibile, ma buono nel significato stesso del termine. Un’umanità trasmessa in tanti modi: nelle parole, nello sguardo gentile e perfino nel movimento del corpo appesantito dall’età, ma leggiadro come un fanciullo ansioso di vivere. Così, infatti, mi è apparso fin da subito, alla stregua cioè di un giovinetto nel pieno della vita, sebbene avesse all’epoca novant’anni.

Nell’imbarazzo impostomi dal timore reverenziale, in quell’occasione non riuscii a fare altro che ascoltalo. La paura di un confronto intellettivo m’impedì d’approfondirne la conoscenza e sebbene la sua autobiografia, “La vita è una ruota”, scritta in collaborazione con Marco Pastonesi sia un testo per me fondamentale, sono forse i suoi scritti inediti che me lo hanno fatto amare in modo ancora più intimo. Interi quaderni scritti a mano, pieni di riflessioni profonde e citazioni che ho avuto modo di leggere per gentile concessione della famiglia. Testi di una purezza disarmante, la cui potenza evocativa ne risulta amplificata proprio dal fatto che, a fronte di una produzione sterminata quale traccia del suo passaggio, mostrano il tratto grafico della sua penna: ordinato, preciso nel rispetto del valore ch’egli dava all’opera dell’intelletto, destinato quindi a rimanere per sempre. Talvolta penso che trascriverne i diari non avrebbe senso, tuttavia si tratta di una mia presunzione, figlia dell’incapacità di contenere le manifestazioni provenienti dalla mia natura, che m’impedisce di accettarne la divulgazione, come se il renderlo pubblico, e mi riferisco ovviamente al Martini scrittore, ne sminuisse l’opera.

Grande appassionato di Joseph Conrad, Steinbeck, Hemingway, Pratolini, ma anche amico di personaggi del calibro di Margherita Hack, Alfredo Martini ha speso la propria vita con uno slancio propositivo verso gli altri, pur restando fedele ai propri affetti. Si è mosso così, in una danza aggraziata tra gli uomini che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e coloro i quali hanno sentito, pur non avendolo incontrato, una vicinanza paterna. Sono infatti le persone come lui che alla loro morte lasciano una voragine incolmabile. Si ha come la sensazione che un pilastro sia venuto meno, una di quelle persone che, attraverso la propria opera, sono in grado di trasmetterci la sicurezza della loro presenza in questo mondo complicato.

Quando il 25 agosto del 2014, all’età di 93 anni è venuto a mancare, ho percepito un senso di smarrimento, come se una guida per me fondamentale se ne fosse andata e non restasse ad attendermi nient’altro che un destino incerto. Poi ho capito che l’opera di Martini non si limitava alle sue azioni terrene, ma era un dono collettivo nella forma dei suoi scritti poderosi, e dei tanti interventi rivolti alla tutela dei giovani e alla speranza di una vita migliore. Rileggerlo, dunque, ha spazzato via la paura e alle molte domande sul “che ne sarà di noi?”, e ho trovato risposte in un linguaggio semplice, comprensibile, ma soprattutto onesto.

Gli scrittori sono spesso ruffiani, è innegabile, e ciò avviene soprattutto quando l’intento è inquinato dal desiderio, lecito se vogliamo, di affermarsi attraverso l’intelletto. Le rare volte però in cui lo scopo non è l’esaltazione del ma nel noi, allora il mio animo si acquieta nella dolcezza di quelle frasi scritte senza secondi fini. Come ha più volte ribadito Gianni Mura: “gli spagnoli lo definirebbero un Hombre Vertical”, ed è così che anch’io voglio ricordarlo, come un uomo retto!

Dalle finestre di casa mia si vede quella che un tempo era la scuola elementare in cui Alfredo Martini studiava da bambino. Adesso è la sede di una scuola di musica e talvolta, tra le melodie incerte di giovani inesperti, immagino di vederlo scorrazzare nel giardino antistante l’ingresso con i pantaloni corti e le calze lunghe fin sotto al ginocchio, inconsapevole del fatto che a pochi metri di distanza, ci sono io che l’osservo con ammirazione.

Bisogna imparare, imparare il più possibile per sapere cos’è la vita…

Alfredo Martini

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Essere chi?

(di Roberto Masi)

Quando, pochi giorni fa, mi sono iscritto a LinkedIn, credevo ancora che si trattasse di un social network dedicato unicamente allo scambio d’informazioni personali in ambito lavorativo. Tuttavia, si sono aperti fin da subito scenari inattesi, e graditi, poiché ho scoperto che non si limita solo a questo ma è un vero e proprio spazio di condivisione in cui ho trovato molti articoli e persone (soprattutto queste), in grado di catturare la mia curiosità.

Preso dunque dalla frenesia di “connettermi”, sono rimasto preda delle logiche algoritmiche della piattaforma al punto che, con poco più di 70 contatti, le informazioni si stanno perdendo in continui aggiornamenti e ripresentazioni di cose già lette, dandomi la sensazione di aver perso, ancora una volta, il controllo della situazione.

A ogni modo mi sono ripromesso di discriminare il più possibile per concentrarmi soltanto su ciò che davvero m’interessa, ma qui sorge un altro dilemma, e riguarda le presentazioni che i vari candidati offrono di sé. A tal proposito mi ha fatto riflettere un’osservazione di Emanuela Goldoni che mette in guardia, a ragion veduta, dall’eccedere di ottimismo nel presentarsi poiché le competenze sono cosa seria e l’onestà lo è ancor di più, sebbene il paravento digitale induca ognuno di noi a commettere qualche peccatuccio… Nel mio caso, in questa selva di Social media Specialist, Comunications Manager, Chief Marketing, etc, etc… che già di per sé mi spaventano nella loro accezione distante dal mio essere un Impiegato Tecnico (Geometra per la precisione) piuttosto che Tecnical Employee – Quantity Surveior, soffro per l’appellativo autoinfertomi di Webwriter come se avessi commesso chissà quale crimine.

In effetti, quando ho scritto la mia presentazione l’intento era quello di indurre i miei seguaci, o followers qual dir si voglia, a leggere gli articoli del mio blog, ma più mi inoltro in questo ambiente, più sento di dover fare attenzione a come ci si pone per non dare adito a una selva di detrattori morali di sentirsi in diritto/dovere di correggermi.

Pertanto, immagino che per onestà intellettuale avrei dovuto scrivere “Geometra Scribacchino”, ma almeno per ciò che concerne la scrittura ho scelto di immedesimarmi nella parte, a costo di giocarmi eventuali attenzioni per quello che sarebbe il mio vero lavoro…

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Cadiamoci addosso

(di Roberto Masi)

Tolti gli algoritmi, restiamo noi.

Recentemente mi sono occupato dei rischi derivanti da un utilizzo inconsapevole dei sistemi d’Intelligenza Artificiale. Si tratta di considerazioni riguardanti un tema complesso, per il quale la risposta è assai meno importante della domanda stessa. La mia opinione in merito resta mutevole. Segue, per così dire, le dinamiche dei miei studi che, di volta in volta, alterano la percezione dei suoi probabili effetti.

Se da un lato sono affascinato dagli sviluppi (e impieghi) della tecnologia, dall’altro temo un impoverimento della nostra umanità, del nostro modo di creare attraverso la fantasia, che sembra minacciata da un’evoluzione perfettamente organizzata nel linguaggio informatico.

Essere consapevoli, prima di tutto, dello stato delle cose, è un primo passo verso la salvaguardia della nostra natura. Non serve a niente criticare, sebbene sia la cosa che ci viene più facile. Bisogna invece conoscere, o meglio ancora apprendere, per capire ciò che avviene attorno a noi e formulare ipotesi che rappresentino l’identità soggettiva. Sembra demagogia, ma è così, c’è poco da fare. Un’idea non è mai sbagliata, neppure quando si dimostra fallimentare. Sarà proprio nel dibattito divergente, infatti, che ci innalzeremo come uomini sopra le macchine.

Dire, per esempio, che la tecnologia toglierà molti posti di lavoro, equivale a confermare una visione riduttiva delle nostre potenzialità. Prendo in prestito le parole di Ray Kurzweill, Ingegnere capo di Google: “I robot ci ruberanno il lavoro? È probabile, sì. Ma non è poi questo gran problema, ce ne inventeremo degli altri”. In effetti, una concezione più aperta aiuta a detergere l’animo dal terrore del cambiamento. La paura di perdere il lavoro, di veder crollare le proprie certezze, di abbandonare quella serenità, presunta, in cui la vita scorre leggiadra verso un finale scontato, rappresentano il velo che ottenebra le nostre menti, regimandole in uno scrigno. Ma la vita – e vi sta parlando un tizio che deve fare sforzi incredibili per uscire della comoda routine – è ben oltre quella scatoletta di tonno, al di là dei nostri confini mentali verso i quali la patetica indulgenza, è in grado di formulare attenuanti incontestabili.

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Ray Kurzweill – Ingegnere capo di Google

La famiglia, il dovere di…, la necessità del…, sono tutti giustificativi che imponiamo a noi stessi per non implodere. Per non ammettere di esserci smarriti, nella retorica di un un esodo pecoreccio, verso il crepaccio dell’omologazione. Tuttavia, io credo che l’uomo possa svincolarsi da tali catene senza bisogno di modificare le abitudini, bensì divenendo egli stesso, il controllore delle proprie pulsioni.

Lo Spaziotempo teorizzato da Albert Einstein esiste. Le stesse onde gravitazionali recentemente osservate dal LIGO negli Stati Uniti e dal VIRGO di Pisa lo hanno confermato. Sembra pertanto innegabile che i corpi celesti dotati di massa deformino questa materia elastica nella quale sono immersi, al punto da permettere a “sistemi” come la Terra nei confronti del sole, di cadervi dentro, e non di venirne attratta come si pensava in origine. Per l’uomo sarebbe auspicabile la stessa cosa. Piuttosto che d’attrazione, preferisco interpretare le relazioni come una perenne caduta degli uni negli altri. L’attrazione, in senso letterale, presuppone una forza che in quanto tale genera un’azione violenta turbando lo stato di quiete. Tale forza, col tempo, è destinata a provocare una reazione uguale e contraria generata dal bisogno di rivendicare il proprio imprinting. La caduta immutabile, invece, sembra essere più armoniosa ed equa: non sono le azioni di uno che influenzano l’altro attirandolo a sé, ma è il tessuto circostante che si modifica attorno ai nostri comportamenti, trascinandoci in uno stato di naturale appartenenza. Direi che per adesso sussistano entrambe…

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Rappresentazione grafica di come lo spaziotempo si distorce influenzato dalla massa generando la caduta di un corpo di massa inferiore

L’Intelligenza Artificiale, pertanto, non rappresenta un rischio per l’uomo se questi ne utilizza il potenziale per deformare l’ambiente attorno a sé. Al contrario, qualora lo scopo fosse quello di sfruttarne il potere per un dominio senza scrupoli, allora ogni certezza crollerebbe, ed è lì che il rischio aumenta in maniera esponenziale. Un algoritmo non intuisce né crea ma si comporta seguendo i dettami imposti dal suo creatore. Il codice in esso contenuto ne stabilisce la condotta sulla base di leggi precise e inviolabili, che hanno proprio in questa regola immutabile la loro più grande debolezza. Essere rigidi al pari di un algoritmo ci impedisce di scegliere per davvero.

Quando ero piccolo girava tra noi bambini una storiella simpatica che faceva più o meno così: “Sapete come si fa a tornare a casa dal deserto con un’arancia e 100 Lire? (all’epoca era questa la valuta corrente). Si prende l’arancia e la si spreme. Nel succo ci sono le vitamine, dunque si toglie la vita e rimangono le mine. Una volta fatte esplodere le mine si genera un trambusto, quindi si toglie il busto e resta il tram. A quel punto non resta che pagare il biglietto del tram con le 100 Lire e tornare a casa”. Ecco come, in questa storiella fanciullesca io rivedo l’uomo nella sua essenza più rappresentativa, che fonda le basi della propria sostanza nell’ingegno creativo. Un algoritmo invece, con le sue regole inviolabili, avrebbe optato per un ragionamento logico, consigliando di nutrirsi dell’arancia per prolungare la propria vita in attesa di una fine certa.

In conclusione, io sento che è arrivato il momento di prendere quel tram. Agire deformando lo Spaziotempo in cui siamo immersi e caderci addosso per proseguire questo nostro cammino verso l’esistenza, senza temere che una successione di numeri binari possa portarcela via… Se ci è riuscito l’universo per 14 miliardi di anni, perché non dovremmo farcela noi?

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Gelosia Intellettuale 451

(di Roberto Masi)

Cos’è quest’avversione che mi assale?

Nel mio personalissimo e pressoché quotidiano pellegrinaggio mentale, ho avuto spesso la sensazione di una raggiunta coerenza. Ammetto che si tratta di una mia aspirazione, riconosco pertanto la “chimera” di tale convinzione, minacciata dalla fragilità intellettuale che ne impedisce il compimento. Dolori, sentimenti, episodi inattesi… tutto influisce sul pensiero, e ogni minima fluttuazione spazza via l’evidenza di un’idea irraggiungibile. La stranezza risiede nel fatto che, nonostante m’impegni per ottenere il risultato perfetto, ogni mia certezza viene confutata da una sequenza caotica di affermazioni e smentite, che rappresentano il mio stesso intelletto.

Dunque, mi pare che il pensiero coerente sia in realtà la minaccia dell’identità, che invece necessita del conflitto per emergere, giacché tale illusione demolisce ogni lecito interrogativo.

Tra i tanti eventi irrazionali della mia elaborazione, c’è n’è uno che trascende il tempo e lo spazio in cui mi muovo, riguardante una sorta di “gelosia”, non saprei come altro definirla, che mi colpisce ogniqualvolta un autore da me scoperto e amato in tempi non sospetti, raggiunge quel successo di pubblico ch’io stesso ho provveduto ad augurargli. Non sto parlando d’invidia, figuriamoci, ma del dispetto che mi assale in quanto io, per qualche ragione che non riesco a controllare, rivendico il mio muto diritto al consenso della sua opera: un abominio in termini, se vogliamo.

Andando contro i miei propositi di coerenza appunto, faccio un torto all’autore e a me stesso. Quello che fino a un attimo prima era stato motivo di vanto interiore, si trasforma, nella sua approvazione collettiva, in una leggerezza da disprezzare. Sembra, in effetti, ch’io possa idolatrare una cosa soltanto nel suo momento di scarsa attenzione mentre il successo m’indispettisce. Minaccia il mio egocentrismo e lo fa emergere, attraverso il disappunto, nella forma di questa sensazione di disturbo. Quando ci penso mi punirei; sarei pronto ad autoinfliggermi una pena corporale se ciò servisse a qualcosa, ma non posso farci niente, si tratta di un meccanismo involontario, esule da ogni controllo, preponderante sul buonsenso al punto da infischiarsene della mia volontà di non turbare un sentimento candido come l’amore per l’arte.

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George Tooker – The waiting room

Se leggo il libro di uno sconosciuto e lo amo, il mio amore si trasforma in venerazione fino a quando la diffusione (auspicata) non trasforma l’opera in un oggetto collettivo. A quel punto sono in grado di fagocitare il mio affetto per trasformarlo in odio, e ciò mi pone al cospetto di un problema più ampio, che non riguarda la letteratura, ma me stesso. Tuttavia, questa teoria del misantropo letterario mostra risvolti inattesi, positivi, perfino in grado di confutare quello che l’intuito frettoloso mostra, nascondendo talvolta sconcertanti verità. L’analisi è la seguente: se m’innamoro di un’opera, questa mi entra dentro e non riesco a farne a meno. Il mio slancio mi porta a parlarne nel tentativo, onesto, di diffonderla. Se però l’apprezzamento dilaga in un susseguirsi di riconoscimenti che ne determinano il successo, allora il mio istinto tende alla reticenza, perfino alla condanna se questa era stata per me molto importante. Non nego che più di una volta mi è capitato di criticare qualcosa che intimamente avevo venerato, soltanto per sminuirne il valore agli occhi dell’interlocutore. Ma perché? Da cosa deriva questa follia che percuote il mio attaccamento?

L’analisi sembra chiara: il mio ego sovrasta il concetto di condivisione e non accetta l’apprezzamento collettivo, almeno così sembrerebbe. Eppure, so che esiste una verità meno riprovevole. L’ho trovata, nascosta tra i trucioli della vergogna, e mi dice che il motivo scatenante è un altro, ovvero la stessa gelosia dell’amante, che è ben diverso dal volersi a tutti i costi distinguere. Sebbene reputi lodevole il tentativo di emergere, non disprezzo, a ragion veduta, la rabbia possessiva verso qualcosa che si ama profondamente. Non quella collera malata che ottenebra la mente e conduce a gesti di follia, ma il dispetto interiore che mi rende inquieto, quando sento un caro affetto allontanarsi. Provo imbarazzo, lo ammetto. Confusione intellettuale che mi costringe a chiudermi nel silenzio per interrompere la discussione. Non accetto che si parli di qualcosa che mi ha “toccato” l’animo, e per non trasformare questo sdegno in disprezzo, taglio corto ed evito di parlarne. Mi ritrovo così, sperduto in questa gelosia intellettuale senza sapere come uscirne. La via di fuga è la quiete che segue nel tempo la popolarità dell’opera, che la trasforma in un classico e la rende immortale, patrimonio comune, unica e per questo, accettabile. Ma in quel lasso di tempo più o meno esteso che intercorre tra la sua nascita e la diffusione, superata una certa misura, io non gradisco che se ne parli in mia presenza perché la cosa mi disturba più che se fossi stato costretto a fare qualcosa contro il mio volere.

Adesso so di poter apprezzare il prodotto dell’intelletto attraverso una latente possessività. Sarei quindi orgoglioso se qualcuno mi snobbasse per un mio successo, qualora lo svilimento avesse origine da una precedente infatuazione. Ammetto che questa controversa reazione con gli anni si sta attenuando, così come cresce l’indulgenza verso lo scarso valore. Non so se si tratti di un assopimento del furore giovanile o di una più ampia percezione del mio abbandono. Riconosco il valore oggettivo e lo accolgo, non senza riluttanza quand’esso è di dominio pubblico, ma non mi nego. Lo stesso accade per le cose deplorevoli, le accolgo con la pena che provo per loro. Ma là sotto, il fuoco avvampa ancora. Lo sento ardere, pronto a uscire quando ciò che m’attrae si dimostra tale da mettere in moto il meccanismo della gelosia intellettuale. La natura dunque rivendica se stessa e non cede all’avanzare dell’età.

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Pertanto, l’amore verso certi libri m’impedisce di accettare che altri s’intromettano tra me e loro. Quando ciò accade, l’autore che li ha scritti svanisce nella sua stessa creazione, si perde al punto che talvolta ne ricordo a malapena il nome. In qualche misura sono il Grado Fahrenheit quattrocentocinquantuno della letteratura che mi conquista… e mi va bene così!

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Resta concentrato, non ti distrarre…

(di Roberto Masi)

I dati ISTAT dell’annuale rapporto sullo stato dell’editoria sono a dir poco allarmanti: non legge più nessuno, e tante grazie!

Che la lettura sia un ambiente paludoso in questo Paese è cosa risaputa, non a caso, sono anni che sentiamo parlare di crisi del settore, e sembra un paradosso che ciò avvenga nella nazione che più di tutte ha fatto dell’arte il proprio fiore all’occhiello. Ma tale evidenza è incontrovertibile, basti guardare le classifiche di vendita stilate dai siti di categoria per capire che le stesse non sono certo garantite da una valida letteratura.

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Resta concentrato, non ti distrarre…

Eppure, qualcosa si muove. Attorno a me vedo persone che, attraverso i nuovi mezzi di propaganda digitale, s’interessano di ciò che li circonda. Magari avviene con la superficialità imposta da un approfondimento limitato, ma rivelano una curiosità ancora viva sotto la cenere della pigrizia intellettuale. Leggere è una missione, non credo che si tratti di un dovere, ma è certamente un modo per crescere, comprendere, stimolare il proprio cervello a formulare ipotesi che in misura preponderante definiscono la personalità distinguendoci gli uni dagli altri. Niente al pari del “documentarsi” può aiutare la nostra identità a emergere dal guscio dell’omologazione. La lettura implica un livello di concentrazione tale che già di per sé rappresenta un viatico di primo livello; allora mi chiedo: perché nessuno legge più? E’ così grande l’ozio cerebrale da coprire ogni aspirazione, oppure l’inganno sta nella presunzione di credersi in diritto di scegliere?

Resta concentrato, non ti distrarre…

Sembra, addirittura, che almeno una persona su dieci in Italia non abbia un libro in casa il che, per quanto mi riguarda, equivale a non avere il water: ovviamente mi riferisco a categorie sopra la soglia di povertà per le quali ipotizzo un adeguato livello di sussistenza. Non potrei concepire di vivere in assenza di libri, anche se riconosco la mia inclinazione nei confronti dell’oggetto tale, che per lungo tempo mi ha fatto disdegnare, a torto, i nuovi formati digitali di cui adesso mi servo con avidità. La coscienza (e il posto che ormai scarseggia sugli scaffali della libreria), mi hanno spinto ad accogliere il formato digitale per ampliare il mio sapere e non come ostacolo tra la passione e il rimpianto della carta stampata, del resto qui parliamo di deficit di lettori e non d’acquirenti della carta stampata, sebbene i dati diffusi possano rappresentare un indebolimento del fatturato che è ben altra cosa.

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Resta concentrato, non ti distrarre…

Posso capire che il lavoro e il poco tempo a disposizione siano una minaccia: gli impegni quotidiani, la dedizione alla famiglia e la cura delle proprie passioni (sempre che tra queste non vi sia la lettura), occupano già la maggior parte del poco tempo a disposizione. Tuttavia, in questa breve riflessione, io rivendico la “non soggettività” della lettura: sia che si tratti di una novella che di un testo d’altra natura, l’uomo non può scegliere se leggere, l’uomo deve leggere! E deve farlo non soltanto per se stesso, ma per tutti noi, giacché soltanto così potrà migliorarsi in ottica collettiva. Io dico che l’ignoranza non è ammessa, inteso come il totale distacco dall’appagamento di una curiosità che muove l’umano evolversi da sempre, e che non può essere garantita da un’occhiata fugace a qualche immagine catturata qua e là. Ma allora perché nessuno (o quasi) legge?

Resta concentrato, non ti distrarre…

Riconosco la difficoltà di mantenere vigile l’attenzione mentre lo sguardo si perde tra i sogni. Capita a tutti di ritrovarsi in fondo alla pagina e non ricordarsi quello che abbiamo appena letto, ma perfino in questo corto circuito d’attenzione la lettura svolge un ruolo fondamentale. Il subconscio attinge per abbandonarsi a mirabolanti fantasie che, se anche distolgono l’attenzione dal significato dell’opera, garantiscono un valido esercizio mentale. Leggere infonde sicurezza, rende armonica la creatività e racconta, in un linguaggio ben diverso da quello parlato, fatti e situazioni non filtrati. Come scrive Oscar di Montigny nel suo Il tempo dei nuovi eroi: Mi preoccupa l’aridità culturale, che è la vera denutrizione di cui dovremmo occuparci. Mi preoccupa il vuoto di contenuti dei mezzi di comunicazione, che si sono trasformati in centri commerciali per il profitto e in luna park per il divertimento. […] Mi preoccupa l’attacco a istituzioni che tendiamo ancora a giudicare utili o inutili quando semplicemente non sono più ciò che dovrebbero essere. E tutto questo perché? Perché l’approfondimento, che viene solo appagando se stessi mediante la lettura, sembra destinato all’estinzione e i grandi gestori di questi mezzi divulgativi non sono interessati a comunicare attraverso la scrittura, quanto piuttosto a indottrinare, stimolando certe aree del nostro cervello oziante, per darci l’illusione di aver preso decisioni in completa libertà quando invece sono loro che hanno scelto per noi.

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Resta concentrato, non ti distrarre…

La lettura è lo spauracchio dell’ignoranza come l’ignoranza lo è dell’estasi. Sembra brutale, ma per godere di qualcosa senza pensieri, questi non devono esserci, e cosa può garantire un tale vuoto di coscienza se non la pochezza intellettuale? Essere adesso e qui richiede una luce che spesso ferisce. L’oblio dell’ignoranza, invece, equivale a brancolare senza meta su un tappeto di petali profumati. Il pensiero odora di scelte e come tale influisce sullo stato d’animo e sulla rassegnazione che aiuta tutti noi a superare i propri fallimenti. Ma nasconderli alla vista non rimuove il problema. Getta su di esso un velo che lo nasconde temporaneamente, fino a quando il vento della verità non lo farà volare via riportando in vita le pene che ci affliggono. Per fortuna, sembra che lo zoccolo duro dei lettori sia rappresentato proprio da quei giovani spesso tacciati di pressappochismo. Allora, uno spiraglio di luce alla fine di questo tunnel denominato “45 percento” sembra apparire ed è lì che mi auguro ci sia il destino delle sudate carte. Probabilmente non troveremo mai l’uscita di questa galleria, neppure attraverso un avveniristico impianto cibernetico del sapere che potrebbe garantirci l’onniscienza ma non l’arbitrarietà in grado di renderci umani; pertanto, in questo nostro viaggio verso quella meta irraggiungibile, soltanto un consiglio mi sento di dare:

Resta concentrato, non ti distrarre…

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L’eroe eterno

(di Roberto Masi)

La definizione che do al mio modo d’intendere gli eventi, è il risultato dell’abbandono di ogni giovanile virgulto intellettivo. Si tratta, dunque, di un macigno che pesa sulla mia coscienza e del quale vorrei liberarmi per ritrovare l’antico fuoco. Comunque, per quanto il definirmi Scrittore Metafisico sia per me doloroso al pari di ammettermi scevro di creatività, il suo riconoscimento lenisce esso stesso il dolore che mi provoca.

Come per molti prima di me, in gioventù sono stato un sostenitore inconsapevole della dottrina di Nietzsche, quando ancora i dolori e le colpe del passato erano tali da non inficiare l’umore quotidiano, e mi era lieto perfino gioire delle sventure. In seguito però, col progredire degli anni, delle responsabilità e l’accumulo di timori verso il domani incerto, il cosiddetto nichilismo passivo ha preso campo invadendo ogni azione della mente fino a condurmi all’accettazione, passiva appunto, del crollo di ogni valore. In buona sostanza, il Superuomo cui ambivo di diventare è oggi una mera utopia della mente spensierata che nel tempo è stata rimpiazzata da una visione empirica, sia nel gusto, che nell’approccio concettuale.

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Quando ho accettato questa evidenza, la mia prima reazione è stata di orrore. Un penoso senso di vergogna si è impossessato di me ché non volevo ammettere, dopo anni di studio, di riconoscere l’idea di illustri pensatori del calibro di Giovanni Papini del quale apprezzavo soltanto l’essere antiaccademico. Diciamo che la definizione usata per identificarmi come Webwriter è un atto di onestà verso me stesso. La creatività si è davvero perduta per lasciar spazio alla cronaca, seppur visionaria, del proprio immaginario. Questo avvicendamento è ovunque, in qualsiasi materia giacché l’innovazione avviene quasi sempre in età fertile, mentre ai più vecchi spetta il compito della sua oggettiva “contestualizzazione”. È duro da ammettere… ma è così!

Gli eroi cambiano nel corso della nostra vita. Crescono con noi, invecchiano e talvolta svaniscono. Penso a un atleta che nel tempo muta il suo potere sul nostro apprezzamento fino a svanire quasi del tutto, oppure a uno scrittore nei cui testi finiamo per non riconoscerci più. Il gusto si evolve, tuttavia alcuni di essi sono capaci di elevarsi ed elevarci a tal punto, che la stima resta immutata. Difficile se non siamo davanti all’oggettività di un dato come avviene per la scienza: la percezione stessa delle cose e il potere dell’opera inquadrata in un preciso periodo stenta a seguire l’evolversi della coscienza personale. Spesso sono anche i singoli destini che spostano l’attenzione privilegiando l’uno o l’altro ma, come ho detto, in certi casi il valore persuasivo si mantiene immutato e questo, almeno per ciò che mi riguarda, è il caso di Dino Campana.

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Dino Campana all’età di 23 anni

Dino Campana è il poeta cui più di tutti mi sento legato e la mia attenzione per la sua poetica è rimasta immutata negli anni, nonostante cambiassero gli stimoli da essa ricevuti. Se da giovane ero attratto dal suo essere convinto della necessità di spogliarsi di ogni corruzione, come nella dottrina nietzsciana appunto, per divenire il più puro possibile nella rappresentazione del sé (cosa da lui mantenuta invariata fino alla morte); in seguito, accogliendo una visione meno attiva del nichilismo per le ragioni di cui sopra, ho apprezzato fino in fondo la forza dei suoi versi, il loro indubbio empirismo, e le immagini ch’essi evocano con precisa violenza. La poetica di Campana si muove, mi riferisco soprattutto ai Canti Orfici,  in una “zona franca” di istinti nella quale ho spesso l’impressione di trovarmi, in quel frangente cioè che separa il sonno dalla veglia, il sogno dalla realtà nel quale la potenza metafisica delle suggestioni si scioglie nell’esasperazione di una creatività brutale e folle come il suo stesso autore. Proprio in questa sua follia, presunta o tale che sia, ho intravisto il mio stesso cambiamento: accolta per puro senso di ribellione emulativa nella prima parte della mia vita, e poi stimata per la determinazione al mantenimento delle proprie convinzioni fino all’epilogo nefasto.

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Spesso si sente dire che la poesia è morta, ma il fatto che ci sia un’evidente e comprovata crisi editoriale non giustifica affatto questa affermazione. Sempre più persone, spesso giovani, sono soliti interfacciarsi attraverso i moderni mezzi di socializzazione informatica definendosi tramite aforismi ed estratti poetici (per la maggior parte banali e frutto di una comprovata ignoranza, va detto), a dimostrazione che il bisogno di esprimersi attraverso “versi” sia ancora vivo e immutato nell’uomo. Semmai si può parlare di superficialità in essi, e non per snobbismo ma per oggettività del dato, ma non certo di crisi. La necessità di riconoscersi in un pensiero non nostro è frutto però di quel nichilismo passivo di cui parlavo che prevede l’accettazione indolente degli eventi mentre per Dino Campana, l’esprimersi attraverso la propria opera era un modo per affrancarsi: non per elevarsi bensì per distinguersi come nel suo intento più puro o, come scrive Neuro Bonifazi: “con la dedizione e l’innocenza del credente, dell’iniziato, dell’uomo che vuole elevarsi idealmente verso la bellezza apollinea, nobilitarsi alla luce dell’assoluto contro tutte le viltà e le povertà del quotidiano e del comune, anzi attraversando il fuoco della più amara e dionisiaca ebbrezza della materialità, per risvegliarsi nell’azzurro”.

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Dino Campana sapeva di essere un uomo superiore alla media e rivendicava questa sua convinzione nei momenti di rabbia, alimentando così la sua grande frustrazione. Ha avuto una vita costellata di fughe da se stesso e dai manicomi in cui sovente veniva rinchiuso a causa del riconosciuto limite patologico della schizofrenia. È stato forse il poeta della sofferenza mentale e come pochi altri, ha saputo navigare in questo dolore per trovare i propri versi ancora oggi, secondo me, scarsamente riconosciuti nel loro indiscusso valore. Se l’amore dura il tempo di una scintilla, in pochi, tra cui il poeta toscano, sono stati in grado di  descriverlo nel suo culmine dirompente e così facendo… renderlo eterno.

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Il Nulla esiste solo negandolo… o no?

(di Roberto Masi)

A causa del momento di bassa ispirazione ho deciso di scrivere un articolo che parli del Nulla, un concetto da me percepito in modo diverso dal Niente, difatti, quest’ultimo rappresenta l’assenza di qualcosa, perlopiù momentanea, facilmente colmabile attraverso la volontà. Il Nulla invece è una mancanza priva di rimedio: non è un contenitore vuoto, né un colore, né una condizione temporanea, bensì la non esistenza.

Paradossalmente, parlarne ne ammette l’esistenza, pertanto, il concetto di Nulla decade come se l’osservatore fosse in grado di modificare il risultato della percezione stessa. Tale concetto, in apparenza frutto di una perversione mentale, è in realtà un pilastro della Meccanica Quantistica che stabilisce con dimostrazioni pertinenti, quanto la nostra osservazione o misurazione di un evento, ne provochi il collasso. Sebbene questo assioma possa risultare di difficile comprensione, è descritto molto bene nel famoso Paradosso del gatto di Schrödinger in cui viene dimostrato come la discriminante sia proprio la coscienza dell’essere umano. Allora, se il mio intento è parlare del Nulla, in qualche modo lo sto “misurando” quindi decade il concetto stesso che la mia mente sta formulando.

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rappresentazione dell’esperimento mentale di Schrödinger

Stabilito che non posso parlarne senza impedire il decadimento del suo stato, sarei portato a immaginare il Nulla come qualcosa non soltanto inconcepibile, ma anche di non pensabile, tuttavia non posso parlarne, altrimenti smetterà di esistere in quanto tale. Ma se ci penso ed esso smette di esistere, questa non esistenza cos’è? È qualcosa che si deteriora anch’essa in una rovina perpetua che s’interrompe soltanto nel momento in cui la mia mente smette di pensarci.

In tal caso lo scenario è spaventoso: il Nulla esiste solo in assenza di noi, ed è la nostra assenza che lo giustifica come un fatto soggettivo e non universale. Può esistere per chi non ci sta pensando ma non per me che ne sto parlando, così voi che mi leggete adesso lo rendete improbabile nell’osservazione, mentre esiste in me che sto pensando ad altro poiché scrittura e lettura non sono un atto simultaneo.

Non intendo scomodare il concetto di Orizzonte degli Eventi, in fondo questo è un puro esercizio mentale che viene in soccorso alla mia pochezza creativa. Va da sé che il Nulla è privo di tutto e perfino del tempo. Non ha massa, nessuna legge, nessuna prerogativa e infine, il nulla non si può definire. Dunque l’assenza di definizione è un requisito fondamentale che porta all’accettazione del fatto che l’unica cosa ad essere identificata è la proprietà indefinibile del Nulla stesso. Ma se così fosse, non sarebbe essa stessa una caratteristica del Nulla che non ha attributi?

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Jean-Paul Sartre

In effetti non sarebbe poi così strano il fatto che il Nulla possa esistere solo in assenza di noi. A livello antropico solo io percepisco le cose e la mia assenza definisce la mancanza di tutto. La vita esiste solo per me che l’osservo e si verifica nel momento stesso in cui ciò avviene. Lo stesso Sartre lo dice chiaramente nel suo celeberrimo l’Essere e il nulla: gli enti “si manifestano” a me che “li intenziono”. In effetti il non avere ricordi di prima della nostra nascita va inteso come la non esistenza di alcunché e il percepirlo, nonostante decada nell’osservazione che gli dà consistenza, è la cosa più prossima alla sua definizione. Esso non ha variabili, non ha una grafica, è irrappresentabile perfino su un foglio bianco che a fronte di un candore mantenuto tale, è esso stesso una cosa fisica e pertanto lontano dalla negazione stessa del concetto.

Pertanto, se interpreto il Nulla come la non esistenza di qualcosa, sto teorizzando una negazione in termini poiché il “qualcosa” è di per sé un riferimento e come tale, a prescindere dalla sua presenza o meno, esiste. Oltretutto il fatto stesso di non esistere ne implica la sussistenza poiché il disconoscimento lo caratterizza. A conti fatti, il mio tentativo di scriverne per ovviare alla mancanza di creatività è da intendersi come un fallimento. L’unico modo per raggiungere lo scopo è mettere fine a questo inutile articolo in modo che la cosa successiva sarà quella che in maggior misura farà fede al mio stesso pensiero, tuttavia, dicendolo lo nego e ne teorizzo l’esistenza, ma come ho detto non si può dire che il Nulla non esiste perché facendolo nego la sua stessa esistenza confermando che esiste in quanto il suo non esistere lo fa esistere… Mi sembra chiaro.

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Internet of (Stranger) Things

(di Roberto Masi)

La domanda è: riusciremo a sopravvivere?

Ultimamente ho sentito spesso parlare di IoT, acronimo che sta a indicare l’espressione Internet of Things (Internet delle Cose). Sebbene a primo impatto non evochi alcunché di potenzialmente dannoso, una riflessione più approfondita ha spalancato scenari catastrofici.

La definizione Internet delle Cose è stata utilizzata per la prima volta da un Ingegnere inglese, Kevin Ashton, in riferimento alla connessione degli oggetti di uso comune alla rete. Un avanzamento tecnologico pensato per migliorare la qualità della vita di ognuno di noi, attraverso il perfezionamento, in questo caso cibernetico, degli aggeggi di cui ci circondiamo. Parliamo di manufatti di ogni genere: orologi, automobili, elettrodomestici… Tutto ciò che può avere un beneficio dalla connessione in termini di performance dell’uso che ne facciamo, sarà suscettibile di continui aggiornamenti dettati da un software globale. Una sorta di dialogo pulsante nell’estensione tra il braccio dell’uomo e l’oggetto, tra le giunzioni sinaptiche delle cellule e quelle Wlan (wireless local area network), che si uniscono per aumentare l’efficacia di entrambi, in un paradossale appiattimento distintivo tra noi e “loro”. Con questo non voglio dire che presto un aspirapolvere potrebbe utilizzarci per lucidare il pavimento, tuttavia, sulla scorta del mio interessamento per l’Intelligenza Artificiale, devo ammettere che qualche timore è sorto in me, e neppure troppo velato.

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Come il mostro della serie televisiva di successo sulla quale il titolo di questo articolo ironizza: Stranger Things dei fratelli Duffer, l’IoT spinge i propri tentacoli sulle nostre esistenze, e lo fa con una rapidità tale da risultare già adesso, di difficile controllo. Fino a poco tempo fa se cercavo di spiegarmi il concetto di Intelligenza Artificiale il mio cervello elaborava per istinto l’immagine di un umanoide, poiché la coda della migrazione nostalgica teneva in vita l’istinto di appartenenza alla specie. Oggi, invece, a pochi anni di distanza, tutto nella mia percezione si è modificato. Il pericolo non è più rappresentato dagli androidi di stampo “Asimoviano”, bensì dallo scenario in cui siamo immersi ogni giorno. Il Matrix cui va incontro l’umanità, mi pare, si annida laddove la nostra mente non si concentra.

Un esercito di ferri da stiro riprogrammabili, macchine da cucire e frullatori pronti a impossessarsi del mondo. Una specie alternativa che non fonda il proprio concetto di esistenza sul carbonio, che non necessita della fotosintesi clorofilliana e non deve sottostare ad alcuna regola di coscienza, sia essa giusta o deplorevole. La rete è la mente e sta imparando a gestire le proprie appendici nervose che, a fronte di un comportamento scorretto dell’essere umano, decide per lui obbligandolo, se non direttamente, a correggere la proprie intenzioni a discapito del libero arbitrio. Presto un plugin sostituirà la nostra consapevolezza e un giorno o l’altro, gli utensili potremmo essere noi.

Questo processo di interconnessione da molti considerato un vero e proprio passo avanti, è di fatto già iniziato col protocollo RFID (Radio frequency IDentification) che, per mezzo dei i cosiddetti transporter (etichette rilevabili), invia milioni di dati e gli elabora per proporre al lettore la soluzione più appropriata. Tutto, dalla produzione globale ai trasporti verranno inglobati in questo immenso magma di informazioni che scivola sulle nostre vite modificandole e soprattutto, arginando le scelte. Parliamo però di sistemi vulnerabili all’hackeraggio che ci espongono al rischio concreto di un’incontrollabile violazione della privacy, se non all’utilizzo della piattaforma globale per commettere crimini che, se fino ad ora erano di natura economica come la sottrazione dei codici di una carta di credito, potrebbero sfociare in qualcosa di molto più spaventoso. Penso a un veicolo programmato per muoversi nel traffico senza guidatore che, colpito da un virus informatico finisce per condurre l’ignaro utilizzatore in un burrone, o a una casa domotizzata i cui sistemi di sicurezza vengono bypassati per insidiare la salute dell’inquilino.

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Sebbene tutto questo possa sembrare fantascientifico, io credo che lo spettro sia molto più concreto di quanto pensiamo e non sarà facile passarvi attraverso senza conseguenze.

Le “cose” non sono più tali ma regolate attraverso algoritmi che danno l’oro un’identità nell’atto di discriminare l’azione. Come teorizzato da Elon Musk, il fondatore di Tesla Motors: “le conseguenze potrebbero essere disastrose”, e come lui ritengo necessario creare un Organo di Controllo in grado di regimare lo sviluppo dell’IoT. Tutti noi, io per primo, restiamo sbalorditi ogni volta che un nuovo gioiello tecnologico viene introdotto sul mercato. La nostra mente primitiva non riesce a scorgere il limite oltre il quale sarebbe bene non andare, ma vede soltanto l’oggetto inanimato da desiderare e possedere a costo di grandi sacrifici: un telefono dalle mille funzioni, un nuovo televisore 3D, l’automobile computerizzata, la carta igienica Bluetooth e chi più ne ha più ne metta. Tutto va verso una grande connessione globale con la quale prima o poi dovremo fare i conti, soprattutto perché noi stessi desideriamo dare vita al Frankenstein Commerciale che scatena le nostre endorfine di accumulatori. Non ci basta più l’artigianato. Dare forma alle cose animandole con la fantasia oramai è superato e desideriamo vedere le statue muoversi, le foto animarsi e i robot lucidare i nostri pavimenti, non tanto per ridurre la fatica dei mestieri domestici, quanto per dare ad altri, seppur inanimati, il compito di farlo per noi.

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Siamo certi, dunque, che non arriverà un giorno in cui saranno “loro” a comandarci? Le macchine imparano, e lo fanno a una velocità inconcepibile per noi che continuiamo a inseguire il grande sogno dell’eternità, convinti di poter controllare tutto solo per il fatto di averlo generato. Chissà se un algoritmo sarà in grado di arrestare l’ascesa al potere di uno scaldabagno con tendenze criminali, o se invece prima o poi dovremmo rassegnarci a fare la doccia fredda… Per quanto mi riguarda, in via del tutto cautelativa consiglio di spengere gli elettrodomestici prima di andare a dormire!

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Long tail keywords – le parole dalla coda lunga

(di Roberto Masi)

Questo blog è frutto di una maturazione personale, nata dal desiderio di sconfiggere un’innata reticenza alla condivisione. Oggetti, circostanze, opinioni… tutto ciò che mi porta a scrivere rappresenta l’attimo fugace di una mente in continua evoluzione (tanto per darsi un tono). Del resto, le contaminazioni sono ovunque e non è poi così difficile trovare ogni giorno nuove fonti d’ispirazione. So bene, tuttavia, che scrivere in prima persona implica il rischio di attirare antipatie da parte di chi, legittimamente, possiede opinioni discordanti; come comprendo che un blog di questo tipo ha poco da aggiungere se non l’aspirazione, mai vana, di creare un momento di svago.

Una volta deciso di rendere pubblico il pensiero però, è evidente che mi auguro che questo incontri il maggior numero di persone possibile e non si fermi alla cerchia ristretta degli amici. Ma come fare per raggiungere lo scopo? Esiste un modo per aumentare la propria visibilità che non sia vincolato alla speranza? La risposta è sì!

I metodi sono molti e penetrando l’argomento ho scoperchiato il vaso di pandora della mia ignoranza. Esistono oltretutto degli studi incredibili a riguardo, approfondimenti filosofici, socioculturali e quant’altro, che trattano un tema complesso, tutt’altro che limitato al desiderio di raggiungere gli altri attraverso il passaparola, ma che prevede chiare e spietate, nonché intelligenti, strategie da webmaster: un bellissimo neologismo il cui significato adesso mi è chiaro.

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Oltre ai vari trucchetti facilmente intuibili anche da un profano come me tipo condividere il più possibile attraverso i propri canali social, la cosa che ho trovato davvero interessante sta nel fatto che per scrivere in rete e ottenere il massimo dal proprio lavoro, bisogna sviluppare una mentalità adeguata, che si ponga l’obbiettivo di posizionare il proprio sito nelle posizioni più alte dei motori di ricerca. Per farlo, esiste il protocollo SEO (Search Engine Optimization), ovvero l’ottimizzazione per i motori di ricerca. In merito al SEO esistono interi trattati, corsi di laurea, differenti scuole di pensiero che studiano la semantica di questo complesso linguaggio in una lotta continua per elevarsi il più in alto possibile nell’elenco di offerte che appare dopo ogni nostra ricerca. Suggerimenti che una mente disinteressata dà per scontato, ignorando cosa essi nascondano: una cultura emergente da non sottovalutare e anzi, mi permetto di dire, da conoscere assolutamente per progredire attraverso l’apprendimento di un sistema in rapido avanzamento in cui il domani è già ieri.

Ammetto che la mia prima reazione è stata di rifiuto nei confronti di questo “atteggiamento” necessario: scrivere con la mente rivolta alla realizzazione di un articolo che possa apparire ai primi posti su Google, scivola fuori perfino dalla nube d’indeterminazione che ancora mi lega al passato, ciò nonostante la mia riflessione ha avuto una svolta molto positiva in quanto la passione per la scrittura trova nuova linfa in questa sfida rivolta alla conquista dei motori di ricerca grazie ai principi della linguistica. L’iniziale reticenza si è trasformata quindi nel desiderio di affrontare questa affascinante provocazione, ma dato che i miei post sono spesso il risultato di una furente illuminazione momentanea, il modo più opportuno che ho trovato per farlo è stato parlarne. Non a caso troverete dei brevi periodi in grassetto senza un motivo apparente, e invece ce l’hanno eccome, si tratta infatti de i Long tail keywords: le parole dalla lunga coda.

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Scrivere un articolo ottimizzato SEO prevede l’utilizzo appunto di queste fantomatiche parole dalla lunga coda, un vero e proprio paradosso informatico garantito da un algoritmo che ho scoperto esser stato modificato di recente a fronte di studi approfonditi. Più o meno, per quello che ho potuto intendere, se prima erano le singole parole (short tail) a dettare legge sui motori di ricerca sfruttando forse un ridotto flusso di utilizzatori e sviluppatori, oggi sono questi brevi periodi in cui alla parola principale ne seguono altre dove, più penetrante è la “coda”, più essa risulterà vantaggiosa. Facciamo un esempio pratico: la parola Ristorante è così generica e competitiva (qui il paradosso) che difficilmente, se il mio scopo e piazzare la mia attività sulla cuspide della ricerca, raggiungerà il traguardo. Molto più performante sembra esserlo invece la composizione Ristorante vegetariano dove, a fronte di una riduzione massiccia del range, si scalano svariate posizioni nel perfezionamento della ricerca da parte dell’utente. Ancora di più lo sarà quindi Ristorante vegetariano a Roma, affinabile ulteriormente in Ristorante vegetariano a Roma aperto il lunedì. Com’è facile intuire, in questo caso la posizione della nostra attività emergerà molto più in alto nella ricerca che il più generico Ristorante vegetariano; figuriamoci poi come salirebbe Ristorante vegetariano a Roma aperto il lunedì senza sedie (sempre che esistesse e ci fosse qualcuno interessato…).

Una volta appresa la necessità di scrivere con l’attenzione rivolta al mezzo utilizzato per pubblicare, la sfida si fa avvincente. Divenire padroni del tramite senza snaturare il proprio stile di scrittura pone un obbiettivo di non facile raggiungimento, stimolante e soprattutto meritocratico, giacché un algoritmo per certo non farà distinzioni tra noi. Per la verità esistono sistemi a pagamento come AdWords di Google che permettono a fronte di un budget d’investimento più o meno consistente di scalare con maggior facilità la piramide della rete, ma in ciò non vedo alcuna motivazione, a meno che non si debba pubblicizzare un’attività produttiva e in tal caso il mezzo risulterebbe ampiamente giustificato dal fine.

ricerca google

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esempio di ricerca in cui si vedono suggerimenti e primi risultati

La cosa che non mi è chiara è se tali parole, che poi sono frasi, è giusto che seguano regole grammaticali accettate oppure, come credo e disapprovo, sfruttino la pigrizia intellettuale dell’uomo. Se immetto nella barra di ricerca di un motore qualsiasi la dicitura “parole dalla lunga coda”, tra i risultati più in alto trovo SEO parole chiave nella CODA LUNGA, un’evidente composizione arguta, in cui tale sequenza verbale non segue alcuna legge sintattica e pur tuttavia risulta prevaricatrice. Di esempi ce ne sarebbero tantissimi e ciò mi porta a pensare che una combinazione efficace non segua regole universalmente riconosciute ma si affidi all’immediatezza, alla necessità di codificare cioè la ricerca per raggiungere lo scopo nel minor tempo possibile a discapito delle norme basilari. Sembra che la cosa più evoluta oggi si esprima come l’uomo delle caverne ieri e in questo, purtroppo, rivedo anche me stesso. Ciò mi ha fatto comprendere quanto abbia assimilato, inconsciamente, questa conversione letteraria nel mio utilizzo di internet. Sfruttare una lingua schematica nelle mie ricerche compulsive: prosciutto buono provincia firenze…  mi viene naturale al punto che, pur di avere la mia benedetta informazione nel più breve tempo possibile, sono pronto ad abbattere ogni precetto senza rendermene conto.

Nella mia scalata verso una visualizzazione più accurata dunque, accetto la sfida delle Long tail keywords. Ancora non so in che modo questo potrà avvenire, certo non scrivendone con cognizione poiché non ne sarei capace. Magari inserendole in un momento successivo a discapito del testo, oppure nel titolo come molti blogger esperti suggeriscono. La mia mente ormai è inquinata da una dottrina decennale e riconosco in questo la chiusura alla naturalezza di comporre un testo influenzato da tali direttive, senza che questo diventi un grottesco tentativo fatto di continui ammiccamenti. Ciò non toglie che la scrittura sia ancora una volta il mezzo di comunicazione dominante, di cui per fortuna non se ne vede all’orizzonte la fine ma anzi, sembra destinato a calcare le scene ancora per molto!

Con stima incondizionata, il vostro

albergo 3 stelle vista mare jesolo

(magari qualcuno in cerca di vacanze finisce sul blog e lo trova interessante…)

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L’uomo che sapeva tutto

(di Roberto Masi)

Di uomini straordinari, diciamocelo, ne è pieno il mondo, ognuno con la propria storia da raccontare. La discriminante è sempre la stessa, l’impatto cioè che hanno avuto sulla società, talvolta memorabile e altre, senza alcuna rilevanza. Questo è forse il caso di William J. Sidis, una creatura incredibile, la persona con il Quoziente Intellettivo più alto mai rilevato nella storia dell’umanità, e destinato pertanto alla sofferenza in quanto uomo tra le scimmie.

Volendo giocare con i numeri, senza fare paragoni giacché le capacità soggettive sono sempre influenzate da molteplici fattori, si suppone che il QI di Albert Einstein si aggirasse tra i 160 e i 190: un valore altissimo se si considera che la media mondiale non oltrepassa i 100, mentre pare che quello di William J. Sidis fosse tra i 250 e i 300!

C’è una bellissima biografia romanzata che lo riguarda e che consiglio a tutti di leggere: La vita perfetta di William Sidis di Morten Brask; oltretutto la storia di questo personaggio ha ispirato anche il film Will Hunting interpretato da Matt Damon e Robin Williams che, a differenza del suo ispiratore, ha un bel finale positivo e ricco di speranza (perdonate lo spoiler).

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Com’è facile intuire, il piccolo William mostrò fin da subito doti impressionanti. Fu in grado di parlare e scrivere correttamente l’inglese a pochi mesi di vita; imparò il latino in un anno e altre cose “fantastiche”. Figlio d’immigrati ucraini, è stato il più giovane studente che sia mai stato iscritto alla facoltà di Harvard. Già a otto anni, infatti, conosceva alla perfezione la logica aristotelica. Scrisse libri di astronomia, anatomia, diritto, geometria euclidea e chissà cos’altro in un disastro che, seppur offuscato dalla leggenda nascente, appariva scontato da questa assurda precocità.

Nella sua breve esistenza, William J. Sidis deve aver intuito cose che nessun uomo, forse, potrà mai comprendere. Una miriade di informazioni, assimilate in tempi troppo brevi per l’umana comprensione, ne hanno fatto un mostro agli occhi di coloro che, una volta oltrepassato lo smarrimento, si sono trovati a fare i conti col proprio senso d’inferiorità. Egli era un essere superiore e come per altri prima di lui, il suo percorso terreno è stato breve e travagliato. Tuttavia, per quanto nel romanzo di Brask venga fuori un ritratto angosciante fatto di isolamento, la finzione letteraria va intesa come finalizzata allo scopo e certe vicende, come l’episodio (realmente accaduto) dell’innamoramento di William per Martha, sono forse la sua parte più umana. Se tutto in lui ha il sapore di un evento ultraterreno, di un errore della natura, ciò che riporta il personaggio alla sua dimensione di uomo è proprio la difficoltà di relazionarsi sfociata poi nell’eremitaggio domestico.

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Sidis travalica perfino il concetto di Bambino Indaco. È l’antesignano di una meta evolutiva che quasi certamente l’umanità non raggiungerà mai se non attraverso l’Intelligenza Artificiale, ed è giusto, quindi, che questa creatura grandiosa si sia mantenuta distante dal teorizzare, per limitarsi all’apprendimento fine a se stesso: sembra che al momento della sua morte padroneggiasse più di quaranta tra lingue e idiomi. L’evoluzione può permettersi di affrontare salti temporali , ma non così lunghi da travalicare le ere in soli 46 anni. In questo vedo la presunzione di molti eccellenti pensatori, alcuni dei quali da me apprezzati, che non si sono peritati nella stesura delle proprie opere a mostrarci la nostra pochezza con l’intento, malcelato, d’innalzare se stessi alla gloria eterna. In questo William J. Sidis dà una lezione da non sottovalutare, magari senza averne coscienza, ma in un contesto caratterizzato dalla scelta ch’egli fa, consapevole o meno, di non distinguersi nel disperato tentativo di appartenerci, io credo che ci abbia fatto un dono, ovvero quello di continuare a crescere come specie attraverso la comunione

Il genio, a mio modo d’intendere le cose, non raggiunge mai tali estremi per diventarlo. È un insieme di fattori tra cui il talento, la curiosità, stimoli esterni favorevoli e perché no, anche un pizzico di egocentrismo che si uniscono per generare la meraviglia. Ma oltre a questo limite c’è l’abisso sconfinato delle nostre paure, della più cupa solitudine dettata dal senso di non appartenenza, di una superiorità inumana divenuta nullaosta per la sofferenza interiore. Pertanto, se penso a quest’uomo così dotato, la meraviglia iniziale sfocia nel lamento di una profonda pena in cui l’invidia del primo momento, se così si può definire, si trasforma attraverso la razionalità nel più dolce sollievo.

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Tutte le persone di natura curiosa si affliggono davanti alle difficoltà di un argomento complesso. Chi non vorrebbe imparare a parlare correttamente una lingua sconosciuta in pochi mesi? Chi non comprendere la meccanica quantistica nelle sue più arcane sfumature, se non addirittura descrivere con precisione lo sconcertante dilemma dell’entanglement? Ma in questo sogno di verità c’è tutta l’essenza dell’uomo, della sua capacità di desiderare, elevarsi e sognare, che alimentano senza sosta le nostre esistenze comuni per vivere, attraverso l’incompiutezza, la gioia del mistero. Per William J. Sidis forse tutto aveva un senso. Ogni cosa incasellata, pronta e illuminata nella sua mente perduta in un sapere assoluto, segreto in lui per una scelta affettiva verso quell’umanità che lo ha sempre respinto.

Dunque mi rallegro del fatto che talvolta sono costretto a rileggere la stessa pagina di un romanzo, attaccarmi ai traduttori digitali per cercare conferma su frasi banali di un inglese che stento a ricordare, o abbandonare la speranza di comprendere un argomento inaccessibile alla mia mente. Vivo la mia curiosità come un dono per il quale non smetterò mai di ringraziare la natura benevola, figuriamoci che disastro sarebbe stato se la comprensione illimitata delle cose me l’avesse portata via…

William J. Sidis nacque a New York il 1 aprile 1898, ci lega la stessa data di nascita con molti anni di differenza nei quali il mondo non è riuscito a compensare il divario intellettivo tra noi. Morì a Boston nel 1944 a soli 46 anni per un aneurisma cerebrale, come se Dio avesse voluto cancellare ogni traccia di una mente a lui prossima.

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Sul Principio d’Itineranza Generazionale e della Migrazione Nostalgica 

(di Roberto Masi)

Recentemente mi sono imbattuto nella storia controversa di Egomnia, la startup ideata da un giovane ambizioso definito senza troppi riguardi lo Zuckerberg italiano. Tralasciando ogni interesse per la vicenda che ho scoperto avere un seguito discordante, la mia attenzione si è focalizzata su alcune caratteristiche che identificano il suo creatore all’interno di una categoria denominata Millennials. Chi sono dunque, mi sono chiesto, questi individui così vicini al mio tempo e pur tuttavia distanti al punto che un orizzonte degli eventi ci separa?

Millennials, o generazione Y come talvolta vengono identificati, sono una generazione di giovani nati in un periodo di tempo stimato tra gli inizi del 1980 e la fine del 2000, distintisi dalle precedenti per una spiccata attitudine all’utilizzo dei sistemi informatici come mezzo di affrancamento. In questo il web ha determinato una vera e propria rivoluzione che ha permesso a molti individui, altrimenti destinati all’anonimato, di divenire l’esempio di riferimento se non addirittura l’ago della bilancia di un’economia altalenante. Nel mio caso l’interesse è amplificato dal fatto che pochi anni mi separano da quel confine demografico stabilito come inizio di una svolta epocale ma, per quanto esigua sia tale distanza, sento comunque una distinzione che fa di me una sfumatura più complessa di quel generico “inizio 1980 e fine 2000”: un attimo prima del cambiamento dove la scia del passato mi trattiene, mentre lo slancio verso il futuro respinge generando uno stiramento che si ripercuote nella percezione stessa dello stato di sussistenza. In questo smarrimento generazionale mi viene in soccorso il concetto del presente esteso, ovvero la “lentezza” dell’essere umano nel percepire un cambiamento, in questo caso epocale, che fa sì che il presente, inteso come adesso e qui, non abbia senso concepito in un dato punto ma in una nube d’indeterminazione entro la quale trova chiarimento la conoscenza nello spazio di un tutt’uno. (Mi perdoneranno i fisici per la brutale approssimazione di un concetto assai più complesso… (Fig. 1).

nube di indeterminazione

Se prendo a modello me stesso (nato nel 1975), l’età anagrafica mi colloca per definizione in quella che invece viene comunemente definita Generazione X, ma in un lasso temporale di essa che ne è tanto lontano quanto invece è prossimo alla sua successiva di cui ho appena parlato. È in questo alone nebuloso, infatti, ch’io mi trovo e percepisco la mia esistenza, nella sfumatura cioè di una transizione in dissolvenza tra un prima e un dopo, e comunque non nel qui e adesso.

Come i vettori di un piano cartesiano che da una medesima origine si allontanano all’infinto lungo gli assi delle ascisse e delle ordinate, le generazioni sembrano destinate all’allontanamento, mentre la coesistenza di questa sovrapposizione potrebbe rappresentare una raffinatezza socio-culturale rivolta all’assunzione, in ottica soggettiva, delle caratteristiche di entrambi. Va da sé che coloro i quali appartengono in senso anagrafico a questa sfumatura, che per facilitarne la comprensione chiameremo gli Estesi, sentono di possedere caratteristiche tipiche di entrambe le categorie, rivendicandole perfino, come un diritto all’esistenza fuori da una definizione universalmente accettata. Dunque si potrebbero identificare, sempre partendo dai dettami grafici di Cartesio, come Generazione Z, una flangia distaccata da tutto il resto ma integrata in esso nella sua ibrida purezza, in una complessa combinazione di fattori che prevedono l’essere influenzata dal passato, in grado di influenzare il futuro (oggi passato), e a sua volta di venirne influenzata nel presente esteso. Una combinazione di non facile comprensione, inconscia nell’individuo, ma chiara nella sua complessità dichiarata che potremmo rappresentare perfino graficamente (fig. 2) e che ci aiuterà a formulare l’ipotesi di una migrazione complessiva della coscienza. Dallo studio si evince che l’aspetto generazionale ha un’influenzabilità definita dal pulviscolo della sfumatura: vago nel suo inizio e nella sua fine ma compreso in esso, mentre il Me, per il Principio d’Itineranza qui sotto rappresentato, è sempre influenzato da eventi passati e mai da un probabile futuro: ciò che stabilisce la personalità crescente sembra limitato al noto dei trascorsi storici e non dalle previsioni ipotetiche, sebbene l’individuo faccia di tutto per convincersi del contrario.

principio 2

Potremmo dunque supporre che, accettato il principio d’Itineranza, l’unico aspetto dell’essere proiettato verso il domani sia la nebulosa della loro “Estensione”, inteso come la traslazione vettoriale della nube generazionale: Z in questo caso, in un continuo d’influenze che si alternano nel corso dei secoli trascinandosi in essi, e delle quali non si riesce a concepire un inizio e una fine ma addirittura, nella loro dimensione quantica, illimitati. (fig. 3)

FIG 3

fig 4

Se ipotizziamo, tuttavia, una sequenza inarrestabile di salti temporali in cui la nebulosa di sovrapposizione si alterna a periodi di definizione stabile (fig. 3), resta incomprensibile come tale stabilità sia parte integrante di ogni soggetto nel momento in cui esso vive. Nello specifico, Io, Tu, Egli, ognuno di noi percepisce un’esistenza influenzata e in grado a sua volta di influenzare; mi sembra, pertanto, che la nebulosa d’indeterminazione sia sempre più estesa e non si possa escludere la possibilità di casi di sovrapposizione alla sua precedente come alla successiva, verso qualcosa che potremmo rappresentare come in figura. (fig. 4)

FIG 5

Resi noti i presupposti di alternanza dobbiamo considerare una serie di variabili, anch’esse indeterminabili, che rendono ogni singola nube diversa. Tali fattori: emozionali, economici, culturali, politici,  o anche prettamente genetici, sono in grado di aumentare o diminuire lo sviluppo della nebulosa nella sua incertezza influenzale. Tale assunto porterebbe a considerare le generazioni più moderne come maggiormente condizionate dal passato per un più ragguardevole accesso alle informazioni, nel rispetto dell’equazione (maggior preparazione culturale = maggior percezione del mondo circostante = maggior influenzabilità e ampiezza della nube d’indeterminazione), resta però da definire se quest’ampiezza, che data l’imprevedibilità della crescita non si può intendere come direttamente proporzionale, sia destinata a crescere in eterno oppure avverrà un livellamento culturale in grado di stabilizzare la percezione del sé nelle generazioni future, tale da aprire uno scenario “sintetico” di individui tutti simili, condotti per evoluzione a una natura prevedibile.

Nasce quindi la domanda se l’uomo sia destinato a un mutamento artificiale che prescinde dallo sviluppo di un’ipotetica intelligenza sinottica: stiamo andando verso l’automatismo intellettivo dell’essere umano, oppure la nostra ancestralità si farà garante della distinzione soggettiva?

In questo breve articolo ci interessa sondare la probabilità che l’evoluzione della nube d’indeterminazione sia destinata al livellamento e di come ciò possa avvenire a discapito del salto temporale tra la sua precedente e quella successiva che, non accettandone la sovrapposizione come dato incontrovertibile, é destinato a dilatarsi in salti temporali sempre maggiori, tendenti a una crescita esponenziale continua e senza fine. Sembrano esserci, tuttavia, aspetti che denotano un’evoluzione dell’influenzabilità soggettiva quasi prevedibili, mi riferisco a certe mode che periodicamente tornano dettando scelte collettive, estetiche perlopiù, ma che allo stesso modo manifestano un notevole ascendente sul comportamento. Potrebbe esser quindi che la nube d’indeterminazione si accresca pur tendendo a un livellamento della sua estensione che ci offre uno scenario più complesso. Sarei portato a immaginare un’evoluzione dell’influenzabilità sempre minore a causa della dilatazione temporale che separa ogni nebulosa (fig. 6) dovuto alla rapidità delle informazioni ricevute.

NUBE 6

Tale tesi, che potrebbe apparire come una contraddizione logica, di fatto non lo è. La mole di informazioni che riceviamo attraverso canali sempre più efficaci, a mio avviso potrebbe, nel tempo, ridurre le nubi e dilatare la distanza temporale  tra esse, in quanto anche i grandi eventi a livello mondiale assumono caratteristiche di percezione immediata e se ne perde “l’eco” finora garantito dalla debolezza dei mezzi di comunicazione del passato. C’è il rischio, e se ne possono vedere già gli effetti, che tutto perda di credibilità, o meglio che venga meno la portata del suo condizionamento sovrastato ininterrottamente da nuovi eventi e nuove informazioni in grado di rendere meno efficace il messaggio che esso porta. Può essere, l’evoluzione, la causa stessa della regressione? Esiste un’equazione stabile in grado di decretare un comportamento prevedibile dell’influenzabilità, oppure il numero di variabili risulta così imponderabile nel tempo e nello spazio da non permettere a qualsivoglia formula di rappresentare il comportamento definito? E se così fosse, non è essa stessa, l’imprevedibilità delle variabili appunto, un insieme determinabile all’interno di uno spazio che alla stregua della nostra nebulosa tende a sfumare ai suoi limiti?

Riassumendo il ragionamento, epurandolo di tutte le elucubrazioni che lo hanno in qualche modo “perfezionato”, sono portato a immaginare l’evolversi dell’influenzabilità come variabile tendente all’uniformità progressiva. Una sorta di evoluzione pulsante che pur tuttavia è destinata a stabilizzarsi, fissando l’influenza delle informazioni nel tempo, come se la percezione ad eventi importanti venissero percepiti, per il loro ripetersi nell’alternanza dei secoli, come ormai assimilati dalla natura stessa dell’individuo.

fig 7

Per non gettare benzina sul fuoco è necessario riassumere i punti fondamentali di questa teoria e stabilire se vale la pena abbandonare il ragionamento o approfondirlo.

  • Generazione Z: Si ipotizza l’esistenza di generazioni ibride che si collocano a cavallo di altre prestabilite. In questo caso siamo partiti dallo studio delle generazioni X e Y a cavallo del 1980, mentre però quest’ultime due rappresentano insiemi definiti, la Z è rappresentata come una nebulosa più ampia che subisce le influenze di entrambe per un lasso di tempo che va inteso come una sfumatura più o meno estesa nel passato e nel “futuro trascorso”, dove per futuro trascorso si intende una porzione temporale passata ma interpretabile come un futuro all’atto del ragionamento.

 

  • Nube di indeterminazione o Nebulosa: È la rappresentazione teorica dell’influenza, indeterminabile, della generazione Z, ovvero del fatto che non si può stabilire con certezza, sebbene si tratti di un assunto fondamentale, quanto dei caratteri tipici della generazione precedente e della successiva essa mantenga. Da questa indeterminazione e dall’introduzione imprescindibile di molteplici variabili, si può altresì ipotizzare che suddetta nube sia variabile in modo non proporzionale nel tempo ed è impossibile escludere a priori la sovrapposizione di più nubi.
  • Tendenza alla stabilizzazione della coscienza: Ovvero la possibilità che la variabile dell’influenzabilità tenda a ridursi e con essa il “trascinamento” di caratteristiche appartenenti alle generazione antecedenti e successive alla nube. In questo caso, considerato il progressivo allungamento delle generazioni stabili a prescindere da una più rapida evoluzione tecnologica e culturale dell’uomo, si considera la possibilità che una moltitudine di fattori “nostalgici” tendano a imprimersi nell’essere umano come fattori propriamente ereditari e non di sovrapposizione, divenendo parte integrante del patrimonio genetico in quella che definirei Migrazione Nostalgica, che sembra essere legato al bisogno di mantenere la specie con la procreazione istintiva per beneficiare dell’illusione di eternità.

Riguardo alla Migrazione Nostalgica, infine, ipotizzo che l’evoluzione possa portare, a causa dell’allontanamento temporale delle nubi e la tendenza all’uniformità delle stesse, a un processo evolutivo meno emozionale, legato alla mera necessità di mantenere la specie con l’unico  scopo di preservarsi. La fantascienza ipotizzata da alcuni non sembra poi così lontana… Come non credere alla possibilità da parte dell’uomo di creare un’intelligenza contraffatta che si avvicini in tutto e per tutto a ciò cui l’uomo tende, se non addirittura, a una vera e propria inversione di ruoli?

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Tali fantasticherie sono voli pindarici, ma non posso esimermi dal chiedermi di cosa parliamo quando parliamo di evoluzione artificiale, tanto per scomodare le intenzioni emozionali di Carver. Perché coltiviamo questo ardente desiderio di creare la vita? Per raggiungere l’agognata eternità, oppure perché davvero la nostra coscienza si sta uniformando nella sua migrazione?

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La poubelle agréée

(di Roberto Masi)

riciclo
Logo disegnato da Gary Anderson nel 1971

Ho ripreso di proposito il titolo di questo articolo da un divertentissimo racconto di Italo Calvino in cui lo scrittore, all’epoca eremita a Parigi, descrive con ironia il suo unico momento di gloria all’interno del nucleo familiare, ovvero l’atto di portar fuori la spazzatura.

Questa quotidiana rappresentazione della discesa sottoterra, questo funerale domestico e municipale della spazzatura, è inteso in primo luogo ad allontanare il funerale della persona, a rimandarlo sia pur di poco, a confermarmi che ancora per un giorno sono stato produttore di scorie e non scoria io stesso”.

Di recente, infatti, ho affrontato una vera e propria rivoluzione “ecologica” riguardante il metodo di smaltimento dei rifiuti domestici, col passaggio (obbligato) dal cassonetto collettivo al servizio “Porta a Porta”. Una sorta di condanna definitiva al senso civico troppo spesso tradito dalle evidenze urbane dove, nei pressi delle postazioni di raccolta, è possibile ammirare ogni genere di rifiuto senza alcun rispetto per le direttive. Dubito che lo scopo di tale rivoluzione sia rendere efficace ciò in cui il buonsenso ha fallito, sarei più propenso a credere che si tratti di un espediente utilizzato dalle aziende di gestione per giustificare i propri costi, sebbene sia dimostrato che riducendo la quota della cosiddetta Indifferenziata, si abbattano notevolmente le spese di gestione. Comunque, ci tengo chiarire che non si tratta di un pezzo di protesta bensì della cronaca puntuale di un cambiamento, ahimè sottovalutato, che nel mio caso ha segnato l’inizio di una nuova era casalinga.

materiali riciclo

Fin da subito ha prevalso il senso di smarrimento, ogni modifica alla routine destabilizza anche gli animi più aperti alle novità, figuriamoci un tipo abitudinario come  me. In seguito, giacché il preavviso è stato di circa dieci giorni, ho trascorso questo lasso di tempo a documentarmi sul giusto metodo di suddivisione degli scarti. Ma più mi sono addentrato in questa realtà, più mi sono reso conto quanto le mie convinzioni in fatto di riciclaggio fossero superficiali. Tuttavia, passare da una differenziata di comodo a togliere il velo trasparente delle finestre sulle bollette, beh, ha tanto il sapore di una nemesi di contrappasso, e francamente lo trovo eccessivo.

A tal proposito la mia deformazione ha toccato livelli preoccupanti in questi giorni. Sono stato travolto da un’ansia d’attesa tale che la mia attenzione, nel quotidiano pellegrinaggio per le vie cittadine, si è fermata più volte davanti alle abitazioni per verificare la presenza d’immondizia accatastata, o sulle postazioni ecologiche dove un eccesso di sacchi e oggetti di vario genere m’induceva a immaginare che dopo una cena tra amici, impossibilitati a gestire legalmente la quantità di rifiuti prodotta, ignoti cittadini (ma neppure troppo) si fossero rassegnati ad abbandonare le proprie scorie in uno dei pochi centri di raccolta rimasti.

I rari luoghi in cui ancora persistono i cassonetti sono percepiti ormai come templi di spazzatura. Luoghi da ammirare con aria sognante, capaci di riportare la memoria a quando il mondo era meno civilizzato eppure più rispettoso della libertà soggettiva. Scegliere di fregarsene è certamente biasimevole ma obbligare al rispetto non lo è forse altrettanto? Talvolta mi sento proprio come Marcovaldo: libero di sbagliare nella mia onestà, anche se lui in questa storia avrebbe inventato chissà quale metodo per trarne un beneficio economico destinato al fallimento, come improvvisarsi distaccatore della pellicola trasparente dalla carta delle baguette a 5 centesimi al pezzo, o separatore apicale del tappo in plastica dal corpo in tetrapak della confezione del latte per 10 euro al kg. Un mondo nuovo fatto di etichette, illustrazioni e finanche istruzioni sul giusto metodo di scomporre una confezione. Perfino il mio modo di fare la spesa è cambiato senza consapevolezza; le scelte stanno migrando verso prodotti di più facile gestione, privi di ambiguità e caratterizzati, se possibile, da elementi riciclabili in unica soluzione. La tendenza nel mio caso è catastrofica. Sono maggiormente orientato verso contenitori di plastica e la quota di questo materiale sta aumentando vertiginosamente per la sua facilità di smaltimento rispetto ai compositi. Così anche le scelte alimentari sono in qualche modo condizionate, o meglio ancora vincolate da un regolamento rigido in cui lo spauracchio di una segnalazione paventata dall’addetto al momento dell’informativa, che poi non ci è dato sapere quale sia la pena da scontare e quante le possibilità di errore, conduce il subconscio a scelte di comodo.

Il regolamento di questo Comune parla chiaro: tre giorni a settimana l’Umido,  un giorno la Plastica e la latta, un giorno la Carta, un giorno l’Indifferenziata (che in alcune legislature ho scoperto chiamarsi Secco), il Vetro nella campana dedicata che permane nella postazione, le pile e i medicinali scaduti alla Stazione Ecologica più vicina, oppure il mercoledì mattina al mercato rionale dove un addetto dell’azienda di gestione munito di furgone svolge il servizio di raccolta molto in voga, pare, tra i pensionati locali che pur di servirsene per scambiare due chiacchiere, vanno alla ricerca nei meandri delle proprie abitazioni di vecchie pile esauste e medicinali da smaltire con moderazione perché durino il più a lungo possibile. Il tutto, sia chiaro, senza possibilità di errore: macchiarsi del delitto di terrorista ecologico non piace a nessuno.

raccolta-differenziata

Son finiti dunque i bei tempi in cui il rispetto per l’ambiente era motivo di fierezza. Ricordò già come un fatto remoto l’orgoglio verso me stesso quando carico di una raccolta consapevole mi recavo ai cassonetti nel momento della giornata a Me più congeniale, indulgente verso qualche peccatuccio dettato dalla fretta o dalla pigrizia… Adesso ho perfino il terrore di sbagliare, o l’angoscia di dover sostituire il vecchio manico dello spazzolone per non dovermi recare alla stazione ecologica (più vicina), ed esser scambiato per uno scellerato munito di bastone finendo per ricevere due sberle dall’addetto in un eccesso di difesa personale.

La mi piccola casa, con tre piccole stanze, un piccolo terrazzino e un piccolo annesso che utilizzo come piccola lavanderia, sono adesso scenario per una caterva di grandi bidoni per la raccolta differenziata Porta a Porta. In questa bolgia contenitiva l’errore è alle porte, come quando per sbaglio ho gettato le bucce di un mandarino nel contenitore dell’Indifferenziata e per poco non mi sono amputato una mano con un rasoio nel tentativo di recuperarle. Ma questa è la realtà a cui dovrò abituarmi, l’unica accettabile, la sola concessaci e come per molte altre cose di questo mondo evoluto verso una sana e consapevole dominazione del libero arbitrio, non posso far altro che adeguarmi a questa grande conquista civile che strizza l’occhio al mio essere stato fino ad oggi un miserabile… Ed ora scusatemi perché devo soffiarmi il naso; che poi dove andrà gettato il fazzoletto moccicoso? Forse nell’umido? Magari nella carta? Nel dubbio lo butto nel cesso!

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Ritratti e Riflessioni

(di Roberto Masi)

Nell’ultimo articolo di Forbes  ci sono alcuni “ritratti” di personaggi più o meno influenti: artisti, politici e imprenditori che vanno da Bono degli U2 a Frank Gehry, famoso architetto definito l’apripista della corrente decostruttiva. Tra tutti, alcuni dei quali molto interessanti, ho scelto di pubblicare le parole dei due che maggiormente mi hanno colpito per semplicità condivisa, come nel caso della stilista Miuccia Prada, e coerenza nell’approccio all’Intelligenza Artificiale del visionario Elon Musk , cofondatore di PayPal, SpaceX e Tesla Motors.

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Elon Musk – cofondatore Tesla Motors, SpaceX, PayPal

“L’intelligenza artificiale porterà molti benefici alle nostre società, tra i quali le automobili a guida  autonoma e strumenti per la diagnosi medica avanzata. Eppure, forse con l’AI stiamo evocando un demone, e rischiamo di mettere a repentaglio l’esistenza stessa dell’umanità. Se una superintelligenza fosse inavvertitamente ottimizzata per fare qualcosa di deleterio per gli umani, le conseguenze potrebbero essere disastrose. Potrebbe trattarsi di un’intelligenza programmata per eliminare lo spam che conclude che il miglior modo per farlo è eliminare la razza umana. O un programma finanziario che decide che il miglior modo di fare soldi è aumentare il valore delle azione del settore della difesa entrando in guerra. Siamo la prima specie in grado di autodistruggersi ed è estremamente possibile che ciò accada nel medio-lungo termine. La domanda è: riusciremo a sopravvivere? Dobbiamo imparare il più possibile e creare un’agenzia governativa che regoli l’AI. Alla fine sarà il settore privato a guidare la costruzione di tecnologie sicure e utili a far progredire l’umanità”.

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Miuccia Prada – Designer di moda, co-presidente Prada

“Non sono molto interessata a costruirmi una reputazione a livello personale, ma sono attenta alle cause sostenute dall’azienda. Credo nel lavoro e nella connessione col mondo in cui viviamo. Bisogna essere curiosi e non smettere mai di studiare. Devi spronarti a pensare ogni giorno di comprendere e rispondere a ciò che sta succedendo”.

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Mo basta!

(di Roberto Masi)

“Similis simili gaudet!” [il simile gode del simile] esclamava Schopenhauer citando Sant’Agostino, per rimarcare il proprio disprezzo nei confronti della banalità degli uomini che li spinge ad essere tutti uguali. Chissà cos’avrebbe pensato vedendo intere città colonizzate da migliaia di arnesi facenti parte della più grande rete di bike sharing al mondo?

Recentemente hanno fatto la loro comparsa per le vie di alcune città italiane i mezzi a due ruote di questo ambizioso progetto proveniente dall’Impero Cinese che, in breve tempo, vuoi per curiosità o per la natura bramosa dell’uomo di impossessarsi delle “cose”, si sono diffusi spingendosi fino alle periferie meno abbienti quasi fosse un indicatore sociale di un limite antropologico finora ignorato. Chiunque può accorgersene, è un fenomeno che non passa inosservato soprattutto per il fatto che a distanza di pochi mesi dall’introduzione di quello che mi auguro essere un esperimento malriuscito, questi replicanti compaiono nei luoghi più impensabili. Che sia una rastrelliera, la riva di un fiume o il tetto di una casa, gli affari dalle ruote arancioni hanno acquisito, pare, una propria identità che alla stregua di un blob meccanico é destinata a scivolare negli interstizi più reconditi per assecondarne lo squatting. Si salvano, semmai, alcune zone collinari dove se ne apprezza una minor presenza, complice il loro peso spropositato e una trasmissione cardanica che li rendono poco idonei alla scalata perfino ai più allenati di noi, figuriamoci a una moltitudine di stanchi individui che se ne servono anche solo per attraversare un ponte.

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Superato il disprezzo estetico che provo nel trovarmi circondato da questa ripetitività cromatica, devo riconoscere gli indubbi benefici che una tale disponibilità ha portato in certe zone assillate dal traffico o dalla pesantezza del Servizio Pubblico. Tuttavia, personalmente vivo la bicicletta come una gioia e in tale considerazione l’effetto repulsivo ch’io sento si oppone alla mia più grande passione. Così forte è il disprezzo che l’amore si accresce per rivendicare il diritto all’eclettismo ciclistico. Ma l’invasione di questo esercito di cloni avanza senza curarsi del sentimento, sovrasta ogni inibizione estetica per annullare con la propria opacità, ciò che attorno sbiadisce nella più cupa decontestualizzazione.

Non nego di essermi sentito io stesso uno Jedi, quando tutto aveva ancora il sapore della novità e il mio inconscio non prevedeva uno sviluppo di tale portata. Ignoravo, come tutti, l’entità del fenomeno e il caos di un sistema gestionale che mi ha fatto rimpiangere i primi tentativi di condivisione a pagamento, quando pochi velocipedi erano assai più disciplinati nel loro alloggiamento obbligato dal recupero del pegno. Oggi, invece, risulta quasi un paradosso vedere queste nuove dominatrici della scena urbana posteggiate in una rastrelliera, assai più improbabile che trovarle sopra l’unico albero di una piazza del centro alla stregua di una rivendicazione percepita con innocenza che fa dell’abbandono scriteriato, anche solo al centro di un marciapiede, o nel canale di scolo tra topi e ranocchie, un surrogato di affrancamento.

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Incuranti di tutto, perfino di una storia secolare sottomessa al dominio consensuale, questi oggetti sono ovunque. Un assedio destinato a diffondersi sempre più grazie all’intraprendenza di qualche temerario avventuriero che in virtù di una scommessa, o anche solo per un’intima dimostrazione di coraggio, li conduce alle periferie dove ignari del pericolo vengono accolti tra espressioni di stupore come se i fasti della metropoli fossero giunti fino a noi.

Arrivano dunque. Un fiume inarrestabile di argento e arancio che si riversa negli angoli più remoti della civiltà, ammassandosi sulle nostre esistenze, che oltraggia il pudore, ostacola la percezione di ogni riferimento visivo perdendosi nella ripetitività ossessiva. Questa omologazione che sempre più ci avvicina a un futuro teorizzato, che ci rende tutti uguali una volta inseriti nel contesto ciclistico dove la figura umana si perde, svanendo nella sua funzione di utilizzatore, nella comunità mondiale di questo evento spaventoso.

Già mi vedo di notte a vagare per le vie di un contesto “calviniano”, tra gli spettri di questi marchingegni abbandonati, impossibili da rimuovere per via dei costi esorbitanti che ciò comporterebbe qualora il suo ideatore, una volta sfruttato l’entusiasmo iniziale avesse rivolto le proprie risorse economiche nella produzione di monopattini verdi da gettare sul mondo attraverso un bombardamento aereo. Milioni di tonnellate di spazzatura, ammassate ovunque nella confusione satellitare che, in una mappa applicativa che le riunisce tutte sul display del telefono, apparirebbe più o meno come una confezione di smarties dai toni allegri e i risvolti catastrofici.

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Riusciremo a contrastare l’ascesa al potere di questi cosi, o dovremo inchinarci a un dominio di portata mondiale in grado di sconvolgere l’attenzione dell’osservatore da tutto il resto? Dal canto mio, che appartengo a una generazione in cui la nebulosa d’indeterminazione ha attirato a sé una piccola parte di malinconia estetica, non ho mezzi per contrastarne l’invasione se non attraverso il ricordo affettuoso di quelle vecchie biciclette rugginose, nascoste con cura perché nessuno le rubasse…

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La primavera è un ricordo lontano

La panchina al bois – Giovanni Boldini 1872

L’inverno è arrivato.

Fuori spira il grecale; soffia e s’insinua fischiando nelle fessure della casa rendendomi inquieto.

Oggi è domenica e il mio corpo richiede lentezza.

Mi rallegro per questa calma domestica e come un gatto acciambellato sul divano ascolto il mio corpo.

Il ticchettio dell’orologio alla parete mi rapisce per condurmi al passato dove ti rivedo, seduta su quel masso di alberese, nel luogo silvestre della nostra memoria.

E’ primavera e mi sembra di sentire l’odore delle acacie in fiore.

Il nostro futuro è così lontano e il coraggio così grande per temerlo. Ti vedo sorridere adesso e la calma… e la luce soffusa del vecchio paralume, mi trasportano assieme verso oniriche visioni.

Avverto l’assopimento ma i rumori della tempesta non riescono a fondersi con la luce di quel ricordo. Il vento spira forte e grida offeso dal calore dell’appartamento che lo tiene lontano.

Percepisco il braccio arrendersi, perdersi nell’oblio della rassegnazione. Le forze si assottigliano nel silenzio di questa luce infinita che ti avvolge e mi spinge a seguirti nel sentiero delle farfalle lungo la vecchia strada di Moriano.

Mi parli di noi, mentre osservo le tue braccia nude e candide come un sussulto che mi spinge ad abbracciarti ancora.

Il tepore ti fa arrossire gli zigomi, la timidezza le guance ed io, felice, intimamente sorrido per averti trovata.

Sono passati tanti anni dal giorno in cui ci siamo amati per la prima volta, te lo ricordi, tesoro?  fu nell’abbraccio del vespro marzolino, e da quel giorno non ci siamo più lasciati…

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