Resta concentrato, non ti distrarre…

(di Roberto Masi)

I dati ISTAT dell’annuale rapporto sullo stato dell’editoria sono a dir poco allarmanti: non legge più nessuno, e tante grazie!

Che la lettura sia un ambiente paludoso in questo Paese è cosa risaputa, non a caso, sono anni che sentiamo parlare di crisi del settore, e sembra un paradosso che ciò avvenga nella nazione che più di tutte ha fatto dell’arte il proprio fiore all’occhiello. Ma tale evidenza è incontrovertibile, basti guardare le classifiche di vendita stilate dai siti di categoria per capire che le stesse non sono certo garantite da una valida letteratura.

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Resta concentrato, non ti distrarre…

Eppure, qualcosa si muove. Attorno a me vedo persone che, attraverso i nuovi mezzi di propaganda digitale, s’interessano di ciò che li circonda. Magari avviene con la superficialità imposta da un approfondimento limitato, ma rivelano una curiosità ancora viva sotto la cenere della pigrizia intellettuale. Leggere è una missione, non credo che si tratti di un dovere, ma è certamente un modo per crescere, comprendere, stimolare il proprio cervello a formulare ipotesi che in misura preponderante definiscono la personalità distinguendoci gli uni dagli altri. Niente al pari del “documentarsi” può aiutare la nostra identità a emergere dal guscio dell’omologazione. La lettura implica un livello di concentrazione tale che già di per sé rappresenta un viatico di primo livello; allora mi chiedo: perché nessuno legge più? E’ così grande l’ozio cerebrale da coprire ogni aspirazione, oppure l’inganno sta nella presunzione di credersi in diritto di scegliere?

Resta concentrato, non ti distrarre…

Sembra, addirittura, che almeno una persona su dieci in Italia non abbia un libro in casa il che, per quanto mi riguarda, equivale a non avere il water: ovviamente mi riferisco a categorie sopra la soglia di povertà per le quali ipotizzo un adeguato livello di sussistenza. Non potrei concepire di vivere in assenza di libri, anche se riconosco la mia inclinazione nei confronti dell’oggetto tale, che per lungo tempo mi ha fatto disdegnare, a torto, i nuovi formati digitali di cui adesso mi servo con avidità. La coscienza (e il posto che ormai scarseggia sugli scaffali della libreria), mi hanno spinto ad accogliere il formato digitale per ampliare il mio sapere e non come ostacolo tra la passione e il rimpianto della carta stampata, del resto qui parliamo di deficit di lettori e non d’acquirenti della carta stampata, sebbene i dati diffusi possano rappresentare un indebolimento del fatturato che è ben altra cosa.

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Resta concentrato, non ti distrarre…

Posso capire che il lavoro e il poco tempo a disposizione siano una minaccia: gli impegni quotidiani, la dedizione alla famiglia e la cura delle proprie passioni (sempre che tra queste non vi sia la lettura), occupano già la maggior parte del poco tempo a disposizione. Tuttavia, in questa breve riflessione, io rivendico la “non soggettività” della lettura: sia che si tratti di una novella che di un testo d’altra natura, l’uomo non può scegliere se leggere, l’uomo deve leggere! E deve farlo non soltanto per se stesso, ma per tutti noi, giacché soltanto così potrà migliorarsi in ottica collettiva. Io dico che l’ignoranza non è ammessa, inteso come il totale distacco dall’appagamento di una curiosità che muove l’umano evolversi da sempre, e che non può essere garantita da un’occhiata fugace a qualche immagine catturata qua e là. Ma allora perché nessuno (o quasi) legge?

Resta concentrato, non ti distrarre…

Riconosco la difficoltà di mantenere vigile l’attenzione mentre lo sguardo si perde tra i sogni. Capita a tutti di ritrovarsi in fondo alla pagina e non ricordarsi quello che abbiamo appena letto, ma perfino in questo corto circuito d’attenzione la lettura svolge un ruolo fondamentale. Il subconscio attinge per abbandonarsi a mirabolanti fantasie che, se anche distolgono l’attenzione dal significato dell’opera, garantiscono un valido esercizio mentale. Leggere infonde sicurezza, rende armonica la creatività e racconta, in un linguaggio ben diverso da quello parlato, fatti e situazioni non filtrati. Come scrive Oscar di Montigny nel suo Il tempo dei nuovi eroi: Mi preoccupa l’aridità culturale, che è la vera denutrizione di cui dovremmo occuparci. Mi preoccupa il vuoto di contenuti dei mezzi di comunicazione, che si sono trasformati in centri commerciali per il profitto e in luna park per il divertimento. […] Mi preoccupa l’attacco a istituzioni che tendiamo ancora a giudicare utili o inutili quando semplicemente non sono più ciò che dovrebbero essere. E tutto questo perché? Perché l’approfondimento, che viene solo appagando se stessi mediante la lettura, sembra destinato all’estinzione e i grandi gestori di questi mezzi divulgativi non sono interessati a comunicare attraverso la scrittura, quanto piuttosto a indottrinare, stimolando certe aree del nostro cervello oziante, per darci l’illusione di aver preso decisioni in completa libertà quando invece sono loro che hanno scelto per noi.

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Resta concentrato, non ti distrarre…

La lettura è lo spauracchio dell’ignoranza come l’ignoranza lo è dell’estasi. Sembra brutale, ma per godere di qualcosa senza pensieri, questi non devono esserci, e cosa può garantire un tale vuoto di coscienza se non la pochezza intellettuale? Essere adesso e qui richiede una luce che spesso ferisce. L’oblio dell’ignoranza, invece, equivale a brancolare senza meta su un tappeto di petali profumati. Il pensiero odora di scelte e come tale influisce sullo stato d’animo e sulla rassegnazione che aiuta tutti noi a superare i propri fallimenti. Ma nasconderli alla vista non rimuove il problema. Getta su di esso un velo che lo nasconde temporaneamente, fino a quando il vento della verità non lo farà volare via riportando in vita le pene che ci affliggono. Per fortuna, sembra che lo zoccolo duro dei lettori sia rappresentato proprio da quei giovani spesso tacciati di pressappochismo. Allora, uno spiraglio di luce alla fine di questo tunnel denominato “45 percento” sembra apparire ed è lì che mi auguro ci sia il destino delle sudate carte. Probabilmente non troveremo mai l’uscita di questa galleria, neppure attraverso un avveniristico impianto cibernetico del sapere che potrebbe garantirci l’onniscienza ma non l’arbitrarietà in grado di renderci umani; pertanto, in questo nostro viaggio verso quella meta irraggiungibile, soltanto un consiglio mi sento di dare:

Resta concentrato, non ti distrarre…

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L’eroe eterno

(di Roberto Masi)

La definizione che do al mio modo d’intendere gli eventi, è il risultato dell’abbandono di ogni giovanile virgulto intellettivo. Si tratta, dunque, di un macigno che pesa sulla mia coscienza e del quale vorrei liberarmi per ritrovare l’antico fuoco. Comunque, per quanto il definirmi Scrittore Metafisico sia per me doloroso al pari di ammettermi scevro di creatività, il suo riconoscimento lenisce esso stesso il dolore che mi provoca.

Come per molti prima di me, in gioventù sono stato un sostenitore inconsapevole della dottrina di Nietzsche, quando ancora i dolori e le colpe del passato erano tali da non inficiare l’umore quotidiano, e mi era lieto perfino gioire delle sventure. In seguito però, col progredire degli anni, delle responsabilità e l’accumulo di timori verso il domani incerto, il cosiddetto nichilismo passivo ha preso campo invadendo ogni azione della mente fino a condurmi all’accettazione, passiva appunto, del crollo di ogni valore. In buona sostanza, il Superuomo cui ambivo di diventare è oggi una mera utopia della mente spensierata che nel tempo è stata rimpiazzata da una visione empirica, sia nel gusto, che nell’approccio concettuale.

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Quando ho accettato questa evidenza, la mia prima reazione è stata di orrore. Un penoso senso di vergogna si è impossessato di me ché non volevo ammettere, dopo anni di studio, di riconoscere l’idea di illustri pensatori del calibro di Giovanni Papini del quale apprezzavo soltanto l’essere antiaccademico. Diciamo che la definizione usata per identificarmi come Webwriter è un atto di onestà verso me stesso. La creatività si è davvero perduta per lasciar spazio alla cronaca, seppur visionaria, del proprio immaginario. Questo avvicendamento è ovunque, in qualsiasi materia giacché l’innovazione avviene quasi sempre in età fertile, mentre ai più vecchi spetta il compito della sua oggettiva “contestualizzazione”. È duro da ammettere… ma è così!

Gli eroi cambiano nel corso della nostra vita. Crescono con noi, invecchiano e talvolta svaniscono. Penso a un atleta che nel tempo muta il suo potere sul nostro apprezzamento fino a svanire quasi del tutto, oppure a uno scrittore nei cui testi finiamo per non riconoscerci più. Il gusto si evolve, tuttavia alcuni di essi sono capaci di elevarsi ed elevarci a tal punto, che la stima resta immutata. Difficile se non siamo davanti all’oggettività di un dato come avviene per la scienza: la percezione stessa delle cose e il potere dell’opera inquadrata in un preciso periodo stenta a seguire l’evolversi della coscienza personale. Spesso sono anche i singoli destini che spostano l’attenzione privilegiando l’uno o l’altro ma, come ho detto, in certi casi il valore persuasivo si mantiene immutato e questo, almeno per ciò che mi riguarda, è il caso di Dino Campana.

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Dino Campana all’età di 23 anni

Dino Campana è il poeta cui più di tutti mi sento legato e la mia attenzione per la sua poetica è rimasta immutata negli anni, nonostante cambiassero gli stimoli da essa ricevuti. Se da giovane ero attratto dal suo essere convinto della necessità di spogliarsi di ogni corruzione, come nella dottrina nietzsciana appunto, per divenire il più puro possibile nella rappresentazione del sé (cosa da lui mantenuta invariata fino alla morte); in seguito, accogliendo una visione meno attiva del nichilismo per le ragioni di cui sopra, ho apprezzato fino in fondo la forza dei suoi versi, il loro indubbio empirismo, e le immagini ch’essi evocano con precisa violenza. La poetica di Campana si muove, mi riferisco soprattutto ai Canti Orfici,  in una “zona franca” di istinti nella quale ho spesso l’impressione di trovarmi, in quel frangente cioè che separa il sonno dalla veglia, il sogno dalla realtà nel quale la potenza metafisica delle suggestioni si scioglie nell’esasperazione di una creatività brutale e folle come il suo stesso autore. Proprio in questa sua follia, presunta o tale che sia, ho intravisto il mio stesso cambiamento: accolta per puro senso di ribellione emulativa nella prima parte della mia vita, e poi stimata per la determinazione al mantenimento delle proprie convinzioni fino all’epilogo nefasto.

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Spesso si sente dire che la poesia è morta, ma il fatto che ci sia un’evidente e comprovata crisi editoriale non giustifica affatto questa affermazione. Sempre più persone, spesso giovani, sono soliti interfacciarsi attraverso i moderni mezzi di socializzazione informatica definendosi tramite aforismi ed estratti poetici (per la maggior parte banali e frutto di una comprovata ignoranza, va detto), a dimostrazione che il bisogno di esprimersi attraverso “versi” sia ancora vivo e immutato nell’uomo. Semmai si può parlare di superficialità in essi, e non per snobbismo ma per oggettività del dato, ma non certo di crisi. La necessità di riconoscersi in un pensiero non nostro è frutto però di quel nichilismo passivo di cui parlavo che prevede l’accettazione indolente degli eventi mentre per Dino Campana, l’esprimersi attraverso la propria opera era un modo per affrancarsi: non per elevarsi bensì per distinguersi come nel suo intento più puro o, come scrive Neuro Bonifazi: “con la dedizione e l’innocenza del credente, dell’iniziato, dell’uomo che vuole elevarsi idealmente verso la bellezza apollinea, nobilitarsi alla luce dell’assoluto contro tutte le viltà e le povertà del quotidiano e del comune, anzi attraversando il fuoco della più amara e dionisiaca ebbrezza della materialità, per risvegliarsi nell’azzurro”.

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Dino Campana sapeva di essere un uomo superiore alla media e rivendicava questa sua convinzione nei momenti di rabbia, alimentando così la sua grande frustrazione. Ha avuto una vita costellata di fughe da se stesso e dai manicomi in cui sovente veniva rinchiuso a causa del riconosciuto limite patologico della schizofrenia. È stato forse il poeta della sofferenza mentale e come pochi altri, ha saputo navigare in questo dolore per trovare i propri versi ancora oggi, secondo me, scarsamente riconosciuti nel loro indiscusso valore. Se l’amore dura il tempo di una scintilla, in pochi, tra cui il poeta toscano, sono stati in grado di  descriverlo nel suo culmine dirompente e così facendo… renderlo eterno.

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Il Nulla esiste solo negandolo… o no?

(di Roberto Masi)

A causa del momento di bassa ispirazione ho deciso di scrivere un articolo che parli del Nulla, un concetto da me percepito in modo diverso dal Niente, difatti, quest’ultimo rappresenta l’assenza di qualcosa, perlopiù momentanea, facilmente colmabile attraverso la volontà. Il Nulla invece è una mancanza priva di rimedio: non è un contenitore vuoto, né un colore, né una condizione temporanea, bensì la non esistenza.

Paradossalmente, parlarne ne ammette l’esistenza, pertanto, il concetto di Nulla decade come se l’osservatore fosse in grado di modificare il risultato della percezione stessa. Tale concetto, in apparenza frutto di una perversione mentale, è in realtà un pilastro della Meccanica Quantistica che stabilisce con dimostrazioni pertinenti, quanto la nostra osservazione o misurazione di un evento, ne provochi il collasso. Sebbene questo assioma possa risultare di difficile comprensione, è descritto molto bene nel famoso Paradosso del gatto di Schrödinger in cui viene dimostrato come la discriminante sia proprio la coscienza dell’essere umano. Allora, se il mio intento è parlare del Nulla, in qualche modo lo sto “misurando” quindi decade il concetto stesso che la mia mente sta formulando.

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rappresentazione dell’esperimento mentale di Schrödinger

Stabilito che non posso parlarne senza impedire il decadimento del suo stato, sarei portato a immaginare il Nulla come qualcosa non soltanto inconcepibile, ma anche di non pensabile, tuttavia non posso parlarne, altrimenti smetterà di esistere in quanto tale. Ma se ci penso ed esso smette di esistere, questa non esistenza cos’è? È qualcosa che si deteriora anch’essa in una rovina perpetua che s’interrompe soltanto nel momento in cui la mia mente smette di pensarci.

In tal caso lo scenario è spaventoso: il Nulla esiste solo in assenza di noi, ed è la nostra assenza che lo giustifica come un fatto soggettivo e non universale. Può esistere per chi non ci sta pensando ma non per me che ne sto parlando, così voi che mi leggete adesso lo rendete improbabile nell’osservazione, mentre esiste in me che sto pensando ad altro poiché scrittura e lettura non sono un atto simultaneo.

Non intendo scomodare il concetto di Orizzonte degli Eventi, in fondo questo è un puro esercizio mentale che viene in soccorso alla mia pochezza creativa. Va da sé che il Nulla è privo di tutto e perfino del tempo. Non ha massa, nessuna legge, nessuna prerogativa e infine, il nulla non si può definire. Dunque l’assenza di definizione è un requisito fondamentale che porta all’accettazione del fatto che l’unica cosa ad essere identificata è la proprietà indefinibile del Nulla stesso. Ma se così fosse, non sarebbe essa stessa una caratteristica del Nulla che non ha attributi?

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Jean-Paul Sartre

In effetti non sarebbe poi così strano il fatto che il Nulla possa esistere solo in assenza di noi. A livello antropico solo io percepisco le cose e la mia assenza definisce la mancanza di tutto. La vita esiste solo per me che l’osservo e si verifica nel momento stesso in cui ciò avviene. Lo stesso Sartre lo dice chiaramente nel suo celeberrimo l’Essere e il nulla: gli enti “si manifestano” a me che “li intenziono”. In effetti il non avere ricordi di prima della nostra nascita va inteso come la non esistenza di alcunché e il percepirlo, nonostante decada nell’osservazione che gli dà consistenza, è la cosa più prossima alla sua definizione. Esso non ha variabili, non ha una grafica, è irrappresentabile perfino su un foglio bianco che a fronte di un candore mantenuto tale, è esso stesso una cosa fisica e pertanto lontano dalla negazione stessa del concetto.

Pertanto, se interpreto il Nulla come la non esistenza di qualcosa, sto teorizzando una negazione in termini poiché il “qualcosa” è di per sé un riferimento e come tale, a prescindere dalla sua presenza o meno, esiste. Oltretutto il fatto stesso di non esistere ne implica la sussistenza poiché il disconoscimento lo caratterizza. A conti fatti, il mio tentativo di scriverne per ovviare alla mancanza di creatività è da intendersi come un fallimento. L’unico modo per raggiungere lo scopo è mettere fine a questo inutile articolo in modo che la cosa successiva sarà quella che in maggior misura farà fede al mio stesso pensiero, tuttavia, dicendolo lo nego e ne teorizzo l’esistenza, ma come ho detto non si può dire che il Nulla non esiste perché facendolo nego la sua stessa esistenza confermando che esiste in quanto il suo non esistere lo fa esistere… Mi sembra chiaro.

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Internet of (Stranger) Things

(di Roberto Masi)

La domanda è: riusciremo a sopravvivere?

Ultimamente ho sentito spesso parlare di IoT, acronimo che sta a indicare l’espressione Internet of Things (Internet delle Cose). Sebbene a primo impatto non evochi alcunché di potenzialmente dannoso, una riflessione più approfondita ha spalancato scenari catastrofici.

La definizione Internet delle Cose è stata utilizzata per la prima volta da un Ingegnere inglese, Kevin Ashton, in riferimento alla connessione degli oggetti di uso comune alla rete. Un avanzamento tecnologico pensato per migliorare la qualità della vita di ognuno di noi, attraverso il perfezionamento, in questo caso cibernetico, degli aggeggi di cui ci circondiamo. Parliamo di manufatti di ogni genere: orologi, automobili, elettrodomestici… Tutto ciò che può avere un beneficio dalla connessione in termini di performance dell’uso che ne facciamo, sarà suscettibile di continui aggiornamenti dettati da un software globale. Una sorta di dialogo pulsante nell’estensione tra il braccio dell’uomo e l’oggetto, tra le giunzioni sinaptiche delle cellule e quelle Wlan (wireless local area network), che si uniscono per aumentare l’efficacia di entrambi, in un paradossale appiattimento distintivo tra noi e “loro”. Con questo non voglio dire che presto un aspirapolvere potrebbe utilizzarci per lucidare il pavimento, tuttavia, sulla scorta del mio interessamento per l’Intelligenza Artificiale, devo ammettere che qualche timore è sorto in me, e neppure troppo velato.

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Come il mostro della serie televisiva di successo sulla quale il titolo di questo articolo ironizza: Stranger Things dei fratelli Duffer, l’IoT spinge i propri tentacoli sulle nostre esistenze, e lo fa con una rapidità tale da risultare già adesso, di difficile controllo. Fino a poco tempo fa se cercavo di spiegarmi il concetto di Intelligenza Artificiale il mio cervello elaborava per istinto l’immagine di un umanoide, poiché la coda della migrazione nostalgica teneva in vita l’istinto di appartenenza alla specie. Oggi, invece, a pochi anni di distanza, tutto nella mia percezione si è modificato. Il pericolo non è più rappresentato dagli androidi di stampo “Asimoviano”, bensì dallo scenario in cui siamo immersi ogni giorno. Il Matrix cui va incontro l’umanità, mi pare, si annida laddove la nostra mente non si concentra.

Un esercito di ferri da stiro riprogrammabili, macchine da cucire e frullatori pronti a impossessarsi del mondo. Una specie alternativa che non fonda il proprio concetto di esistenza sul carbonio, che non necessita della fotosintesi clorofilliana e non deve sottostare ad alcuna regola di coscienza, sia essa giusta o deplorevole. La rete è la mente e sta imparando a gestire le proprie appendici nervose che, a fronte di un comportamento scorretto dell’essere umano, decide per lui obbligandolo, se non direttamente, a correggere la proprie intenzioni a discapito del libero arbitrio. Presto un plugin sostituirà la nostra consapevolezza e un giorno o l’altro, gli utensili potremmo essere noi.

Questo processo di interconnessione da molti considerato un vero e proprio passo avanti, è di fatto già iniziato col protocollo RFID (Radio frequency IDentification) che, per mezzo dei i cosiddetti transporter (etichette rilevabili), invia milioni di dati e gli elabora per proporre al lettore la soluzione più appropriata. Tutto, dalla produzione globale ai trasporti verranno inglobati in questo immenso magma di informazioni che scivola sulle nostre vite modificandole e soprattutto, arginando le scelte. Parliamo però di sistemi vulnerabili all’hackeraggio che ci espongono al rischio concreto di un’incontrollabile violazione della privacy, se non all’utilizzo della piattaforma globale per commettere crimini che, se fino ad ora erano di natura economica come la sottrazione dei codici di una carta di credito, potrebbero sfociare in qualcosa di molto più spaventoso. Penso a un veicolo programmato per muoversi nel traffico senza guidatore che, colpito da un virus informatico finisce per condurre l’ignaro utilizzatore in un burrone, o a una casa domotizzata i cui sistemi di sicurezza vengono bypassati per insidiare la salute dell’inquilino.

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Sebbene tutto questo possa sembrare fantascientifico, io credo che lo spettro sia molto più concreto di quanto pensiamo e non sarà facile passarvi attraverso senza conseguenze.

Le “cose” non sono più tali ma regolate attraverso algoritmi che danno l’oro un’identità nell’atto di discriminare l’azione. Come teorizzato da Elon Musk, il fondatore di Tesla Motors: “le conseguenze potrebbero essere disastrose”, e come lui ritengo necessario creare un Organo di Controllo in grado di regimare lo sviluppo dell’IoT. Tutti noi, io per primo, restiamo sbalorditi ogni volta che un nuovo gioiello tecnologico viene introdotto sul mercato. La nostra mente primitiva non riesce a scorgere il limite oltre il quale sarebbe bene non andare, ma vede soltanto l’oggetto inanimato da desiderare e possedere a costo di grandi sacrifici: un telefono dalle mille funzioni, un nuovo televisore 3D, l’automobile computerizzata, la carta igienica Bluetooth e chi più ne ha più ne metta. Tutto va verso una grande connessione globale con la quale prima o poi dovremo fare i conti, soprattutto perché noi stessi desideriamo dare vita al Frankenstein Commerciale che scatena le nostre endorfine di accumulatori. Non ci basta più l’artigianato. Dare forma alle cose animandole con la fantasia oramai è superato e desideriamo vedere le statue muoversi, le foto animarsi e i robot lucidare i nostri pavimenti, non tanto per ridurre la fatica dei mestieri domestici, quanto per dare ad altri, seppur inanimati, il compito di farlo per noi.

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Siamo certi, dunque, che non arriverà un giorno in cui saranno “loro” a comandarci? Le macchine imparano, e lo fanno a una velocità inconcepibile per noi che continuiamo a inseguire il grande sogno dell’eternità, convinti di poter controllare tutto solo per il fatto di averlo generato. Chissà se un algoritmo sarà in grado di arrestare l’ascesa al potere di uno scaldabagno con tendenze criminali, o se invece prima o poi dovremmo rassegnarci a fare la doccia fredda… Per quanto mi riguarda, in via del tutto cautelativa consiglio di spengere gli elettrodomestici prima di andare a dormire!

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Long tail keywords – le parole dalla coda lunga

(di Roberto Masi)

Questo blog è frutto di una maturazione personale, nata dal desiderio di sconfiggere un’innata reticenza alla condivisione. Oggetti, circostanze, opinioni… tutto ciò che mi porta a scrivere rappresenta l’attimo fugace di una mente in continua evoluzione (tanto per darsi un tono). Del resto, le contaminazioni sono ovunque e non è poi così difficile trovare ogni giorno nuove fonti d’ispirazione. So bene, tuttavia, che scrivere in prima persona implica il rischio di attirare antipatie da parte di chi, legittimamente, possiede opinioni discordanti; come comprendo che un blog di questo tipo ha poco da aggiungere se non l’aspirazione, mai vana, di creare un momento di svago.

Una volta deciso di rendere pubblico il pensiero però, è evidente che mi auguro che questo incontri il maggior numero di persone possibile e non si fermi alla cerchia ristretta degli amici. Ma come fare per raggiungere lo scopo? Esiste un modo per aumentare la propria visibilità che non sia vincolato alla speranza? La risposta è sì!

I metodi sono molti e penetrando l’argomento ho scoperchiato il vaso di pandora della mia ignoranza. Esistono oltretutto degli studi incredibili a riguardo, approfondimenti filosofici, socioculturali e quant’altro, che trattano un tema complesso, tutt’altro che limitato al desiderio di raggiungere gli altri attraverso il passaparola, ma che prevede chiare e spietate, nonché intelligenti, strategie da webmaster: un bellissimo neologismo il cui significato adesso mi è chiaro.

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Oltre ai vari trucchetti facilmente intuibili anche da un profano come me tipo condividere il più possibile attraverso i propri canali social, la cosa che ho trovato davvero interessante sta nel fatto che per scrivere in rete e ottenere il massimo dal proprio lavoro, bisogna sviluppare una mentalità adeguata, che si ponga l’obbiettivo di posizionare il proprio sito nelle posizioni più alte dei motori di ricerca. Per farlo, esiste il protocollo SEO (Search Engine Optimization), ovvero l’ottimizzazione per i motori di ricerca. In merito al SEO esistono interi trattati, corsi di laurea, differenti scuole di pensiero che studiano la semantica di questo complesso linguaggio in una lotta continua per elevarsi il più in alto possibile nell’elenco di offerte che appare dopo ogni nostra ricerca. Suggerimenti che una mente disinteressata dà per scontato, ignorando cosa essi nascondano: una cultura emergente da non sottovalutare e anzi, mi permetto di dire, da conoscere assolutamente per progredire attraverso l’apprendimento di un sistema in rapido avanzamento in cui il domani è già ieri.

Ammetto che la mia prima reazione è stata di rifiuto nei confronti di questo “atteggiamento” necessario: scrivere con la mente rivolta alla realizzazione di un articolo che possa apparire ai primi posti su Google, scivola fuori perfino dalla nube d’indeterminazione che ancora mi lega al passato, ciò nonostante la mia riflessione ha avuto una svolta molto positiva in quanto la passione per la scrittura trova nuova linfa in questa sfida rivolta alla conquista dei motori di ricerca grazie ai principi della linguistica. L’iniziale reticenza si è trasformata quindi nel desiderio di affrontare questa affascinante provocazione, ma dato che i miei post sono spesso il risultato di una furente illuminazione momentanea, il modo più opportuno che ho trovato per farlo è stato parlarne. Non a caso troverete dei brevi periodi in grassetto senza un motivo apparente, e invece ce l’hanno eccome, si tratta infatti de i Long tail keywords: le parole dalla lunga coda.

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Scrivere un articolo ottimizzato SEO prevede l’utilizzo appunto di queste fantomatiche parole dalla lunga coda, un vero e proprio paradosso informatico garantito da un algoritmo che ho scoperto esser stato modificato di recente a fronte di studi approfonditi. Più o meno, per quello che ho potuto intendere, se prima erano le singole parole (short tail) a dettare legge sui motori di ricerca sfruttando forse un ridotto flusso di utilizzatori e sviluppatori, oggi sono questi brevi periodi in cui alla parola principale ne seguono altre dove, più penetrante è la “coda”, più essa risulterà vantaggiosa. Facciamo un esempio pratico: la parola Ristorante è così generica e competitiva (qui il paradosso) che difficilmente, se il mio scopo e piazzare la mia attività sulla cuspide della ricerca, raggiungerà il traguardo. Molto più performante sembra esserlo invece la composizione Ristorante vegetariano dove, a fronte di una riduzione massiccia del range, si scalano svariate posizioni nel perfezionamento della ricerca da parte dell’utente. Ancora di più lo sarà quindi Ristorante vegetariano a Roma, affinabile ulteriormente in Ristorante vegetariano a Roma aperto il lunedì. Com’è facile intuire, in questo caso la posizione della nostra attività emergerà molto più in alto nella ricerca che il più generico Ristorante vegetariano; figuriamoci poi come salirebbe Ristorante vegetariano a Roma aperto il lunedì senza sedie (sempre che esistesse e ci fosse qualcuno interessato…).

Una volta appresa la necessità di scrivere con l’attenzione rivolta al mezzo utilizzato per pubblicare, la sfida si fa avvincente. Divenire padroni del tramite senza snaturare il proprio stile di scrittura pone un obbiettivo di non facile raggiungimento, stimolante e soprattutto meritocratico, giacché un algoritmo per certo non farà distinzioni tra noi. Per la verità esistono sistemi a pagamento come AdWords di Google che permettono a fronte di un budget d’investimento più o meno consistente di scalare con maggior facilità la piramide della rete, ma in ciò non vedo alcuna motivazione, a meno che non si debba pubblicizzare un’attività produttiva e in tal caso il mezzo risulterebbe ampiamente giustificato dal fine.

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esempio di ricerca in cui si vedono suggerimenti e primi risultati

La cosa che non mi è chiara è se tali parole, che poi sono frasi, è giusto che seguano regole grammaticali accettate oppure, come credo e disapprovo, sfruttino la pigrizia intellettuale dell’uomo. Se immetto nella barra di ricerca di un motore qualsiasi la dicitura “parole dalla lunga coda”, tra i risultati più in alto trovo SEO parole chiave nella CODA LUNGA, un’evidente composizione arguta, in cui tale sequenza verbale non segue alcuna legge sintattica e pur tuttavia risulta prevaricatrice. Di esempi ce ne sarebbero tantissimi e ciò mi porta a pensare che una combinazione efficace non segua regole universalmente riconosciute ma si affidi all’immediatezza, alla necessità di codificare cioè la ricerca per raggiungere lo scopo nel minor tempo possibile a discapito delle norme basilari. Sembra che la cosa più evoluta oggi si esprima come l’uomo delle caverne ieri e in questo, purtroppo, rivedo anche me stesso. Ciò mi ha fatto comprendere quanto abbia assimilato, inconsciamente, questa conversione letteraria nel mio utilizzo di internet. Sfruttare una lingua schematica nelle mie ricerche compulsive: prosciutto buono provincia firenze…  mi viene naturale al punto che, pur di avere la mia benedetta informazione nel più breve tempo possibile, sono pronto ad abbattere ogni precetto senza rendermene conto.

Nella mia scalata verso una visualizzazione più accurata dunque, accetto la sfida delle Long tail keywords. Ancora non so in che modo questo potrà avvenire, certo non scrivendone con cognizione poiché non ne sarei capace. Magari inserendole in un momento successivo a discapito del testo, oppure nel titolo come molti blogger esperti suggeriscono. La mia mente ormai è inquinata da una dottrina decennale e riconosco in questo la chiusura alla naturalezza di comporre un testo influenzato da tali direttive, senza che questo diventi un grottesco tentativo fatto di continui ammiccamenti. Ciò non toglie che la scrittura sia ancora una volta il mezzo di comunicazione dominante, di cui per fortuna non se ne vede all’orizzonte la fine ma anzi, sembra destinato a calcare le scene ancora per molto!

Con stima incondizionata, il vostro

albergo 3 stelle vista mare jesolo

(magari qualcuno in cerca di vacanze finisce sul blog e lo trova interessante…)

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L’uomo che sapeva tutto

(di Roberto Masi)

Di uomini straordinari, diciamocelo, ne è pieno il mondo, ognuno con la propria storia da raccontare. La discriminante è sempre la stessa, l’impatto cioè che hanno avuto sulla società, talvolta memorabile e altre, senza alcuna rilevanza. Questo è forse il caso di William J. Sidis, una creatura incredibile, la persona con il Quoziente Intellettivo più alto mai rilevato nella storia dell’umanità, e destinato pertanto alla sofferenza in quanto uomo tra le scimmie.

Volendo giocare con i numeri, senza fare paragoni giacché le capacità soggettive sono sempre influenzate da molteplici fattori, si suppone che il QI di Albert Einstein si aggirasse tra i 160 e i 190: un valore altissimo se si considera che la media mondiale non oltrepassa i 100, mentre pare che quello di William J. Sidis fosse tra i 250 e i 300!

C’è una bellissima biografia romanzata che lo riguarda e che consiglio a tutti di leggere: La vita perfetta di William Sidis di Morten Brask; oltretutto la storia di questo personaggio ha ispirato anche il film Will Hunting interpretato da Matt Damon e Robin Williams che, a differenza del suo ispiratore, ha un bel finale positivo e ricco di speranza (perdonate lo spoiler).

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Com’è facile intuire, il piccolo William mostrò fin da subito doti impressionanti. Fu in grado di parlare e scrivere correttamente l’inglese a pochi mesi di vita; imparò il latino in un anno e altre cose “fantastiche”. Figlio d’immigrati ucraini, è stato il più giovane studente che sia mai stato iscritto alla facoltà di Harvard. Già a otto anni, infatti, conosceva alla perfezione la logica aristotelica. Scrisse libri di astronomia, anatomia, diritto, geometria euclidea e chissà cos’altro in un disastro che, seppur offuscato dalla leggenda nascente, appariva scontato da questa assurda precocità.

Nella sua breve esistenza, William J. Sidis deve aver intuito cose che nessun uomo, forse, potrà mai comprendere. Una miriade di informazioni, assimilate in tempi troppo brevi per l’umana comprensione, ne hanno fatto un mostro agli occhi di coloro che, una volta oltrepassato lo smarrimento, si sono trovati a fare i conti col proprio senso d’inferiorità. Egli era un essere superiore e come per altri prima di lui, il suo percorso terreno è stato breve e travagliato. Tuttavia, per quanto nel romanzo di Brask venga fuori un ritratto angosciante fatto di isolamento, la finzione letteraria va intesa come finalizzata allo scopo e certe vicende, come l’episodio (realmente accaduto) dell’innamoramento di William per Martha, sono forse la sua parte più umana. Se tutto in lui ha il sapore di un evento ultraterreno, di un errore della natura, ciò che riporta il personaggio alla sua dimensione di uomo è proprio la difficoltà di relazionarsi sfociata poi nell’eremitaggio domestico.

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Sidis travalica perfino il concetto di Bambino Indaco. È l’antesignano di una meta evolutiva che quasi certamente l’umanità non raggiungerà mai se non attraverso l’Intelligenza Artificiale, ed è giusto, quindi, che questa creatura grandiosa si sia mantenuta distante dal teorizzare, per limitarsi all’apprendimento fine a se stesso: sembra che al momento della sua morte padroneggiasse più di quaranta tra lingue e idiomi. L’evoluzione può permettersi di affrontare salti temporali , ma non così lunghi da travalicare le ere in soli 46 anni. In questo vedo la presunzione di molti eccellenti pensatori, alcuni dei quali da me apprezzati, che non si sono peritati nella stesura delle proprie opere a mostrarci la nostra pochezza con l’intento, malcelato, d’innalzare se stessi alla gloria eterna. In questo William J. Sidis dà una lezione da non sottovalutare, magari senza averne coscienza, ma in un contesto caratterizzato dalla scelta ch’egli fa, consapevole o meno, di non distinguersi nel disperato tentativo di appartenerci, io credo che ci abbia fatto un dono, ovvero quello di continuare a crescere come specie attraverso la comunione

Il genio, a mio modo d’intendere le cose, non raggiunge mai tali estremi per diventarlo. È un insieme di fattori tra cui il talento, la curiosità, stimoli esterni favorevoli e perché no, anche un pizzico di egocentrismo che si uniscono per generare la meraviglia. Ma oltre a questo limite c’è l’abisso sconfinato delle nostre paure, della più cupa solitudine dettata dal senso di non appartenenza, di una superiorità inumana divenuta nullaosta per la sofferenza interiore. Pertanto, se penso a quest’uomo così dotato, la meraviglia iniziale sfocia nel lamento di una profonda pena in cui l’invidia del primo momento, se così si può definire, si trasforma attraverso la razionalità nel più dolce sollievo.

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Tutte le persone di natura curiosa si affliggono davanti alle difficoltà di un argomento complesso. Chi non vorrebbe imparare a parlare correttamente una lingua sconosciuta in pochi mesi? Chi non comprendere la meccanica quantistica nelle sue più arcane sfumature, se non addirittura descrivere con precisione lo sconcertante dilemma dell’entanglement? Ma in questo sogno di verità c’è tutta l’essenza dell’uomo, della sua capacità di desiderare, elevarsi e sognare, che alimentano senza sosta le nostre esistenze comuni per vivere, attraverso l’incompiutezza, la gioia del mistero. Per William J. Sidis forse tutto aveva un senso. Ogni cosa incasellata, pronta e illuminata nella sua mente perduta in un sapere assoluto, segreto in lui per una scelta affettiva verso quell’umanità che lo ha sempre respinto.

Dunque mi rallegro del fatto che talvolta sono costretto a rileggere la stessa pagina di un romanzo, attaccarmi ai traduttori digitali per cercare conferma su frasi banali di un inglese che stento a ricordare, o abbandonare la speranza di comprendere un argomento inaccessibile alla mia mente. Vivo la mia curiosità come un dono per il quale non smetterò mai di ringraziare la natura benevola, figuriamoci che disastro sarebbe stato se la comprensione illimitata delle cose me l’avesse portata via…

William J. Sidis nacque a New York il 1 aprile 1898, ci lega la stessa data di nascita con molti anni di differenza nei quali il mondo non è riuscito a compensare il divario intellettivo tra noi. Morì a Boston nel 1944 a soli 46 anni per un aneurisma cerebrale, come se Dio avesse voluto cancellare ogni traccia di una mente a lui prossima.

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Sul Principio d’Itineranza Generazionale e della Migrazione Nostalgica 

(di Roberto Masi)

Recentemente mi sono imbattuto nella storia controversa di Egomnia, la startup ideata da un giovane ambizioso definito senza troppi riguardi lo Zuckerberg italiano. Tralasciando ogni interesse per la vicenda che ho scoperto avere un seguito discordante, la mia attenzione si è focalizzata su alcune caratteristiche che identificano il suo creatore all’interno di una categoria denominata Millennials. Chi sono dunque, mi sono chiesto, questi individui così vicini al mio tempo e pur tuttavia distanti al punto che un orizzonte degli eventi ci separa?

Millennials, o generazione Y come talvolta vengono identificati, sono una generazione di giovani nati in un periodo di tempo stimato tra gli inizi del 1980 e la fine del 2000, distintisi dalle precedenti per una spiccata attitudine all’utilizzo dei sistemi informatici come mezzo di affrancamento. In questo il web ha determinato una vera e propria rivoluzione che ha permesso a molti individui, altrimenti destinati all’anonimato, di divenire l’esempio di riferimento se non addirittura l’ago della bilancia di un’economia altalenante. Nel mio caso l’interesse è amplificato dal fatto che pochi anni mi separano da quel confine demografico stabilito come inizio di una svolta epocale ma, per quanto esigua sia tale distanza, sento comunque una distinzione che fa di me una sfumatura più complessa di quel generico “inizio 1980 e fine 2000”: un attimo prima del cambiamento dove la scia del passato mi trattiene, mentre lo slancio verso il futuro respinge generando uno stiramento che si ripercuote nella percezione stessa dello stato di sussistenza. In questo smarrimento generazionale mi viene in soccorso il concetto del presente esteso, ovvero la “lentezza” dell’essere umano nel percepire un cambiamento, in questo caso epocale, che fa sì che il presente, inteso come adesso e qui, non abbia senso concepito in un dato punto ma in una nube d’indeterminazione entro la quale trova chiarimento la conoscenza nello spazio di un tutt’uno. (Mi perdoneranno i fisici per la brutale approssimazione di un concetto assai più complesso… (Fig. 1).

nube di indeterminazione

Se prendo a modello me stesso (nato nel 1975), l’età anagrafica mi colloca per definizione in quella che invece viene comunemente definita Generazione X, ma in un lasso temporale di essa che ne è tanto lontano quanto invece è prossimo alla sua successiva di cui ho appena parlato. È in questo alone nebuloso, infatti, ch’io mi trovo e percepisco la mia esistenza, nella sfumatura cioè di una transizione in dissolvenza tra un prima e un dopo, e comunque non nel qui e adesso.

Come i vettori di un piano cartesiano che da una medesima origine si allontanano all’infinto lungo gli assi delle ascisse e delle ordinate, le generazioni sembrano destinate all’allontanamento, mentre la coesistenza di questa sovrapposizione potrebbe rappresentare una raffinatezza socio-culturale rivolta all’assunzione, in ottica soggettiva, delle caratteristiche di entrambi. Va da sé che coloro i quali appartengono in senso anagrafico a questa sfumatura, che per facilitarne la comprensione chiameremo gli Estesi, sentono di possedere caratteristiche tipiche di entrambe le categorie, rivendicandole perfino, come un diritto all’esistenza fuori da una definizione universalmente accettata. Dunque si potrebbero identificare, sempre partendo dai dettami grafici di Cartesio, come Generazione Z, una flangia distaccata da tutto il resto ma integrata in esso nella sua ibrida purezza, in una complessa combinazione di fattori che prevedono l’essere influenzata dal passato, in grado di influenzare il futuro (oggi passato), e a sua volta di venirne influenzata nel presente esteso. Una combinazione di non facile comprensione, inconscia nell’individuo, ma chiara nella sua complessità dichiarata che potremmo rappresentare perfino graficamente (fig. 2) e che ci aiuterà a formulare l’ipotesi di una migrazione complessiva della coscienza. Dallo studio si evince che l’aspetto generazionale ha un’influenzabilità definita dal pulviscolo della sfumatura: vago nel suo inizio e nella sua fine ma compreso in esso, mentre il Me, per il Principio d’Itineranza qui sotto rappresentato, è sempre influenzato da eventi passati e mai da un probabile futuro: ciò che stabilisce la personalità crescente sembra limitato al noto dei trascorsi storici e non dalle previsioni ipotetiche, sebbene l’individuo faccia di tutto per convincersi del contrario.

principio 2

Potremmo dunque supporre che, accettato il principio d’Itineranza, l’unico aspetto dell’essere proiettato verso il domani sia la nebulosa della loro “Estensione”, inteso come la traslazione vettoriale della nube generazionale: Z in questo caso, in un continuo d’influenze che si alternano nel corso dei secoli trascinandosi in essi, e delle quali non si riesce a concepire un inizio e una fine ma addirittura, nella loro dimensione quantica, illimitati. (fig. 3)

FIG 3

fig 4

Se ipotizziamo, tuttavia, una sequenza inarrestabile di salti temporali in cui la nebulosa di sovrapposizione si alterna a periodi di definizione stabile (fig. 3), resta incomprensibile come tale stabilità sia parte integrante di ogni soggetto nel momento in cui esso vive. Nello specifico, Io, Tu, Egli, ognuno di noi percepisce un’esistenza influenzata e in grado a sua volta di influenzare; mi sembra, pertanto, che la nebulosa d’indeterminazione sia sempre più estesa e non si possa escludere la possibilità di casi di sovrapposizione alla sua precedente come alla successiva, verso qualcosa che potremmo rappresentare come in figura. (fig. 4)

FIG 5

Resi noti i presupposti di alternanza dobbiamo considerare una serie di variabili, anch’esse indeterminabili, che rendono ogni singola nube diversa. Tali fattori: emozionali, economici, culturali, politici,  o anche prettamente genetici, sono in grado di aumentare o diminuire lo sviluppo della nebulosa nella sua incertezza influenzale. Tale assunto porterebbe a considerare le generazioni più moderne come maggiormente condizionate dal passato per un più ragguardevole accesso alle informazioni, nel rispetto dell’equazione (maggior preparazione culturale = maggior percezione del mondo circostante = maggior influenzabilità e ampiezza della nube d’indeterminazione), resta però da definire se quest’ampiezza, che data l’imprevedibilità della crescita non si può intendere come direttamente proporzionale, sia destinata a crescere in eterno oppure avverrà un livellamento culturale in grado di stabilizzare la percezione del sé nelle generazioni future, tale da aprire uno scenario “sintetico” di individui tutti simili, condotti per evoluzione a una natura prevedibile.

Nasce quindi la domanda se l’uomo sia destinato a un mutamento artificiale che prescinde dallo sviluppo di un’ipotetica intelligenza sinottica: stiamo andando verso l’automatismo intellettivo dell’essere umano, oppure la nostra ancestralità si farà garante della distinzione soggettiva?

In questo breve articolo ci interessa sondare la probabilità che l’evoluzione della nube d’indeterminazione sia destinata al livellamento e di come ciò possa avvenire a discapito del salto temporale tra la sua precedente e quella successiva che, non accettandone la sovrapposizione come dato incontrovertibile, é destinato a dilatarsi in salti temporali sempre maggiori, tendenti a una crescita esponenziale continua e senza fine. Sembrano esserci, tuttavia, aspetti che denotano un’evoluzione dell’influenzabilità soggettiva quasi prevedibili, mi riferisco a certe mode che periodicamente tornano dettando scelte collettive, estetiche perlopiù, ma che allo stesso modo manifestano un notevole ascendente sul comportamento. Potrebbe esser quindi che la nube d’indeterminazione si accresca pur tendendo a un livellamento della sua estensione che ci offre uno scenario più complesso. Sarei portato a immaginare un’evoluzione dell’influenzabilità sempre minore a causa della dilatazione temporale che separa ogni nebulosa (fig. 6) dovuto alla rapidità delle informazioni ricevute.

NUBE 6

Tale tesi, che potrebbe apparire come una contraddizione logica, di fatto non lo è. La mole di informazioni che riceviamo attraverso canali sempre più efficaci, a mio avviso potrebbe, nel tempo, ridurre le nubi e dilatare la distanza temporale  tra esse, in quanto anche i grandi eventi a livello mondiale assumono caratteristiche di percezione immediata e se ne perde “l’eco” finora garantito dalla debolezza dei mezzi di comunicazione del passato. C’è il rischio, e se ne possono vedere già gli effetti, che tutto perda di credibilità, o meglio che venga meno la portata del suo condizionamento sovrastato ininterrottamente da nuovi eventi e nuove informazioni in grado di rendere meno efficace il messaggio che esso porta. Può essere, l’evoluzione, la causa stessa della regressione? Esiste un’equazione stabile in grado di decretare un comportamento prevedibile dell’influenzabilità, oppure il numero di variabili risulta così imponderabile nel tempo e nello spazio da non permettere a qualsivoglia formula di rappresentare il comportamento definito? E se così fosse, non è essa stessa, l’imprevedibilità delle variabili appunto, un insieme determinabile all’interno di uno spazio che alla stregua della nostra nebulosa tende a sfumare ai suoi limiti?

Riassumendo il ragionamento, epurandolo di tutte le elucubrazioni che lo hanno in qualche modo “perfezionato”, sono portato a immaginare l’evolversi dell’influenzabilità come variabile tendente all’uniformità progressiva. Una sorta di evoluzione pulsante che pur tuttavia è destinata a stabilizzarsi, fissando l’influenza delle informazioni nel tempo, come se la percezione ad eventi importanti venissero percepiti, per il loro ripetersi nell’alternanza dei secoli, come ormai assimilati dalla natura stessa dell’individuo.

fig 7

Per non gettare benzina sul fuoco è necessario riassumere i punti fondamentali di questa teoria e stabilire se vale la pena abbandonare il ragionamento o approfondirlo.

  • Generazione Z: Si ipotizza l’esistenza di generazioni ibride che si collocano a cavallo di altre prestabilite. In questo caso siamo partiti dallo studio delle generazioni X e Y a cavallo del 1980, mentre però quest’ultime due rappresentano insiemi definiti, la Z è rappresentata come una nebulosa più ampia che subisce le influenze di entrambe per un lasso di tempo che va inteso come una sfumatura più o meno estesa nel passato e nel “futuro trascorso”, dove per futuro trascorso si intende una porzione temporale passata ma interpretabile come un futuro all’atto del ragionamento.

 

  • Nube di indeterminazione o Nebulosa: È la rappresentazione teorica dell’influenza, indeterminabile, della generazione Z, ovvero del fatto che non si può stabilire con certezza, sebbene si tratti di un assunto fondamentale, quanto dei caratteri tipici della generazione precedente e della successiva essa mantenga. Da questa indeterminazione e dall’introduzione imprescindibile di molteplici variabili, si può altresì ipotizzare che suddetta nube sia variabile in modo non proporzionale nel tempo ed è impossibile escludere a priori la sovrapposizione di più nubi.
  • Tendenza alla stabilizzazione della coscienza: Ovvero la possibilità che la variabile dell’influenzabilità tenda a ridursi e con essa il “trascinamento” di caratteristiche appartenenti alle generazione antecedenti e successive alla nube. In questo caso, considerato il progressivo allungamento delle generazioni stabili a prescindere da una più rapida evoluzione tecnologica e culturale dell’uomo, si considera la possibilità che una moltitudine di fattori “nostalgici” tendano a imprimersi nell’essere umano come fattori propriamente ereditari e non di sovrapposizione, divenendo parte integrante del patrimonio genetico in quella che definirei Migrazione Nostalgica, che sembra essere legato al bisogno di mantenere la specie con la procreazione istintiva per beneficiare dell’illusione di eternità.

Riguardo alla Migrazione Nostalgica, infine, ipotizzo che l’evoluzione possa portare, a causa dell’allontanamento temporale delle nubi e la tendenza all’uniformità delle stesse, a un processo evolutivo meno emozionale, legato alla mera necessità di mantenere la specie con l’unico  scopo di preservarsi. La fantascienza ipotizzata da alcuni non sembra poi così lontana… Come non credere alla possibilità da parte dell’uomo di creare un’intelligenza contraffatta che si avvicini in tutto e per tutto a ciò cui l’uomo tende, se non addirittura, a una vera e propria inversione di ruoli?

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Tali fantasticherie sono voli pindarici, ma non posso esimermi dal chiedermi di cosa parliamo quando parliamo di evoluzione artificiale, tanto per scomodare le intenzioni emozionali di Carver. Perché coltiviamo questo ardente desiderio di creare la vita? Per raggiungere l’agognata eternità, oppure perché davvero la nostra coscienza si sta uniformando nella sua migrazione?

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La poubelle agréée

(di Roberto Masi)

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Logo disegnato da Gary Anderson nel 1971

Ho ripreso di proposito il titolo di questo articolo da un divertentissimo racconto di Italo Calvino in cui lo scrittore, all’epoca eremita a Parigi, descrive con ironia il suo unico momento di gloria all’interno del nucleo familiare, ovvero l’atto di portar fuori la spazzatura.

Questa quotidiana rappresentazione della discesa sottoterra, questo funerale domestico e municipale della spazzatura, è inteso in primo luogo ad allontanare il funerale della persona, a rimandarlo sia pur di poco, a confermarmi che ancora per un giorno sono stato produttore di scorie e non scoria io stesso”.

Di recente, infatti, ho affrontato una vera e propria rivoluzione “ecologica” riguardante il metodo di smaltimento dei rifiuti domestici, col passaggio (obbligato) dal cassonetto collettivo al servizio “Porta a Porta”. Una sorta di condanna definitiva al senso civico troppo spesso tradito dalle evidenze urbane dove, nei pressi delle postazioni di raccolta, è possibile ammirare ogni genere di rifiuto senza alcun rispetto per le direttive. Dubito che lo scopo di tale rivoluzione sia rendere efficace ciò in cui il buonsenso ha fallito, sarei più propenso a credere che si tratti di un espediente utilizzato dalle aziende di gestione per giustificare i propri costi, sebbene sia dimostrato che riducendo la quota della cosiddetta Indifferenziata, si abbattano notevolmente le spese di gestione. Comunque, ci tengo chiarire che non si tratta di un pezzo di protesta bensì della cronaca puntuale di un cambiamento, ahimè sottovalutato, che nel mio caso ha segnato l’inizio di una nuova era casalinga.

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Fin da subito ha prevalso il senso di smarrimento, ogni modifica alla routine destabilizza anche gli animi più aperti alle novità, figuriamoci un tipo abitudinario come  me. In seguito, giacché il preavviso è stato di circa dieci giorni, ho trascorso questo lasso di tempo a documentarmi sul giusto metodo di suddivisione degli scarti. Ma più mi sono addentrato in questa realtà, più mi sono reso conto quanto le mie convinzioni in fatto di riciclaggio fossero superficiali. Tuttavia, passare da una differenziata di comodo a togliere il velo trasparente delle finestre sulle bollette, beh, ha tanto il sapore di una nemesi di contrappasso, e francamente lo trovo eccessivo.

A tal proposito la mia deformazione ha toccato livelli preoccupanti in questi giorni. Sono stato travolto da un’ansia d’attesa tale che la mia attenzione, nel quotidiano pellegrinaggio per le vie cittadine, si è fermata più volte davanti alle abitazioni per verificare la presenza d’immondizia accatastata, o sulle postazioni ecologiche dove un eccesso di sacchi e oggetti di vario genere m’induceva a immaginare che dopo una cena tra amici, impossibilitati a gestire legalmente la quantità di rifiuti prodotta, ignoti cittadini (ma neppure troppo) si fossero rassegnati ad abbandonare le proprie scorie in uno dei pochi centri di raccolta rimasti.

I rari luoghi in cui ancora persistono i cassonetti sono percepiti ormai come templi di spazzatura. Luoghi da ammirare con aria sognante, capaci di riportare la memoria a quando il mondo era meno civilizzato eppure più rispettoso della libertà soggettiva. Scegliere di fregarsene è certamente biasimevole ma obbligare al rispetto non lo è forse altrettanto? Talvolta mi sento proprio come Marcovaldo: libero di sbagliare nella mia onestà, anche se lui in questa storia avrebbe inventato chissà quale metodo per trarne un beneficio economico destinato al fallimento, come improvvisarsi distaccatore della pellicola trasparente dalla carta delle baguette a 5 centesimi al pezzo, o separatore apicale del tappo in plastica dal corpo in tetrapak della confezione del latte per 10 euro al kg. Un mondo nuovo fatto di etichette, illustrazioni e finanche istruzioni sul giusto metodo di scomporre una confezione. Perfino il mio modo di fare la spesa è cambiato senza consapevolezza; le scelte stanno migrando verso prodotti di più facile gestione, privi di ambiguità e caratterizzati, se possibile, da elementi riciclabili in unica soluzione. La tendenza nel mio caso è catastrofica. Sono maggiormente orientato verso contenitori di plastica e la quota di questo materiale sta aumentando vertiginosamente per la sua facilità di smaltimento rispetto ai compositi. Così anche le scelte alimentari sono in qualche modo condizionate, o meglio ancora vincolate da un regolamento rigido in cui lo spauracchio di una segnalazione paventata dall’addetto al momento dell’informativa, che poi non ci è dato sapere quale sia la pena da scontare e quante le possibilità di errore, conduce il subconscio a scelte di comodo.

Il regolamento di questo Comune parla chiaro: tre giorni a settimana l’Umido,  un giorno la Plastica e la latta, un giorno la Carta, un giorno l’Indifferenziata (che in alcune legislature ho scoperto chiamarsi Secco), il Vetro nella campana dedicata che permane nella postazione, le pile e i medicinali scaduti alla Stazione Ecologica più vicina, oppure il mercoledì mattina al mercato rionale dove un addetto dell’azienda di gestione munito di furgone svolge il servizio di raccolta molto in voga, pare, tra i pensionati locali che pur di servirsene per scambiare due chiacchiere, vanno alla ricerca nei meandri delle proprie abitazioni di vecchie pile esauste e medicinali da smaltire con moderazione perché durino il più a lungo possibile. Il tutto, sia chiaro, senza possibilità di errore: macchiarsi del delitto di terrorista ecologico non piace a nessuno.

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Son finiti dunque i bei tempi in cui il rispetto per l’ambiente era motivo di fierezza. Ricordò già come un fatto remoto l’orgoglio verso me stesso quando carico di una raccolta consapevole mi recavo ai cassonetti nel momento della giornata a Me più congeniale, indulgente verso qualche peccatuccio dettato dalla fretta o dalla pigrizia… Adesso ho perfino il terrore di sbagliare, o l’angoscia di dover sostituire il vecchio manico dello spazzolone per non dovermi recare alla stazione ecologica (più vicina), ed esser scambiato per uno scellerato munito di bastone finendo per ricevere due sberle dall’addetto in un eccesso di difesa personale.

La mi piccola casa, con tre piccole stanze, un piccolo terrazzino e un piccolo annesso che utilizzo come piccola lavanderia, sono adesso scenario per una caterva di grandi bidoni per la raccolta differenziata Porta a Porta. In questa bolgia contenitiva l’errore è alle porte, come quando per sbaglio ho gettato le bucce di un mandarino nel contenitore dell’Indifferenziata e per poco non mi sono amputato una mano con un rasoio nel tentativo di recuperarle. Ma questa è la realtà a cui dovrò abituarmi, l’unica accettabile, la sola concessaci e come per molte altre cose di questo mondo evoluto verso una sana e consapevole dominazione del libero arbitrio, non posso far altro che adeguarmi a questa grande conquista civile che strizza l’occhio al mio essere stato fino ad oggi un miserabile… Ed ora scusatemi perché devo soffiarmi il naso; che poi dove andrà gettato il fazzoletto moccicoso? Forse nell’umido? Magari nella carta? Nel dubbio lo butto nel cesso!

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Ritratti e Riflessioni

(di Roberto Masi)

Nell’ultimo articolo di Forbes  ci sono alcuni “ritratti” di personaggi più o meno influenti: artisti, politici e imprenditori che vanno da Bono degli U2 a Frank Gehry, famoso architetto definito l’apripista della corrente decostruttiva. Tra tutti, alcuni dei quali molto interessanti, ho scelto di pubblicare le parole dei due che maggiormente mi hanno colpito per semplicità condivisa, come nel caso della stilista Miuccia Prada, e coerenza nell’approccio all’Intelligenza Artificiale del visionario Elon Musk , cofondatore di PayPal, SpaceX e Tesla Motors.

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Elon Musk – cofondatore Tesla Motors, SpaceX, PayPal

“L’intelligenza artificiale porterà molti benefici alle nostre società, tra i quali le automobili a guida  autonoma e strumenti per la diagnosi medica avanzata. Eppure, forse con l’AI stiamo evocando un demone, e rischiamo di mettere a repentaglio l’esistenza stessa dell’umanità. Se una superintelligenza fosse inavvertitamente ottimizzata per fare qualcosa di deleterio per gli umani, le conseguenze potrebbero essere disastrose. Potrebbe trattarsi di un’intelligenza programmata per eliminare lo spam che conclude che il miglior modo per farlo è eliminare la razza umana. O un programma finanziario che decide che il miglior modo di fare soldi è aumentare il valore delle azione del settore della difesa entrando in guerra. Siamo la prima specie in grado di autodistruggersi ed è estremamente possibile che ciò accada nel medio-lungo termine. La domanda è: riusciremo a sopravvivere? Dobbiamo imparare il più possibile e creare un’agenzia governativa che regoli l’AI. Alla fine sarà il settore privato a guidare la costruzione di tecnologie sicure e utili a far progredire l’umanità”.

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Miuccia Prada – Designer di moda, co-presidente Prada

“Non sono molto interessata a costruirmi una reputazione a livello personale, ma sono attenta alle cause sostenute dall’azienda. Credo nel lavoro e nella connessione col mondo in cui viviamo. Bisogna essere curiosi e non smettere mai di studiare. Devi spronarti a pensare ogni giorno di comprendere e rispondere a ciò che sta succedendo”.

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Mo basta!

(di Roberto Masi)

“Similis simili gaudet!” [il simile gode del simile] esclamava Schopenhauer citando Sant’Agostino, per rimarcare il proprio disprezzo nei confronti della banalità degli uomini che li spinge ad essere tutti uguali. Chissà cos’avrebbe pensato vedendo intere città colonizzate da migliaia di arnesi facenti parte della più grande rete di bike sharing al mondo?

Recentemente hanno fatto la loro comparsa per le vie di alcune città italiane i mezzi a due ruote di questo ambizioso progetto proveniente dall’Impero Cinese che, in breve tempo, vuoi per curiosità o per la natura bramosa dell’uomo di impossessarsi delle “cose”, si sono diffusi spingendosi fino alle periferie meno abbienti quasi fosse un indicatore sociale di un limite antropologico finora ignorato. Chiunque può accorgersene, è un fenomeno che non passa inosservato soprattutto per il fatto che a distanza di pochi mesi dall’introduzione di quello che mi auguro essere un esperimento malriuscito, questi replicanti compaiono nei luoghi più impensabili. Che sia una rastrelliera, la riva di un fiume o il tetto di una casa, gli affari dalle ruote arancioni hanno acquisito, pare, una propria identità che alla stregua di un blob meccanico é destinata a scivolare negli interstizi più reconditi per assecondarne lo squatting. Si salvano, semmai, alcune zone collinari dove se ne apprezza una minor presenza, complice il loro peso spropositato e una trasmissione cardanica che li rendono poco idonei alla scalata perfino ai più allenati di noi, figuriamoci a una moltitudine di stanchi individui che se ne servono anche solo per attraversare un ponte.

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Superato il disprezzo estetico che provo nel trovarmi circondato da questa ripetitività cromatica, devo riconoscere gli indubbi benefici che una tale disponibilità ha portato in certe zone assillate dal traffico o dalla pesantezza del Servizio Pubblico. Tuttavia, personalmente vivo la bicicletta come una gioia e in tale considerazione l’effetto repulsivo ch’io sento si oppone alla mia più grande passione. Così forte è il disprezzo che l’amore si accresce per rivendicare il diritto all’eclettismo ciclistico. Ma l’invasione di questo esercito di cloni avanza senza curarsi del sentimento, sovrasta ogni inibizione estetica per annullare con la propria opacità, ciò che attorno sbiadisce nella più cupa decontestualizzazione.

Non nego di essermi sentito io stesso uno Jedi, quando tutto aveva ancora il sapore della novità e il mio inconscio non prevedeva uno sviluppo di tale portata. Ignoravo, come tutti, l’entità del fenomeno e il caos di un sistema gestionale che mi ha fatto rimpiangere i primi tentativi di condivisione a pagamento, quando pochi velocipedi erano assai più disciplinati nel loro alloggiamento obbligato dal recupero del pegno. Oggi, invece, risulta quasi un paradosso vedere queste nuove dominatrici della scena urbana posteggiate in una rastrelliera, assai più improbabile che trovarle sopra l’unico albero di una piazza del centro alla stregua di una rivendicazione percepita con innocenza che fa dell’abbandono scriteriato, anche solo al centro di un marciapiede, o nel canale di scolo tra topi e ranocchie, un surrogato di affrancamento.

Immagine attacco cloni

Incuranti di tutto, perfino di una storia secolare sottomessa al dominio consensuale, questi oggetti sono ovunque. Un assedio destinato a diffondersi sempre più grazie all’intraprendenza di qualche temerario avventuriero che in virtù di una scommessa, o anche solo per un’intima dimostrazione di coraggio, li conduce alle periferie dove ignari del pericolo vengono accolti tra espressioni di stupore come se i fasti della metropoli fossero giunti fino a noi.

Arrivano dunque. Un fiume inarrestabile di argento e arancio che si riversa negli angoli più remoti della civiltà, ammassandosi sulle nostre esistenze, che oltraggia il pudore, ostacola la percezione di ogni riferimento visivo perdendosi nella ripetitività ossessiva. Questa omologazione che sempre più ci avvicina a un futuro teorizzato, che ci rende tutti uguali una volta inseriti nel contesto ciclistico dove la figura umana si perde, svanendo nella sua funzione di utilizzatore, nella comunità mondiale di questo evento spaventoso.

Già mi vedo di notte a vagare per le vie di un contesto “calviniano”, tra gli spettri di questi marchingegni abbandonati, impossibili da rimuovere per via dei costi esorbitanti che ciò comporterebbe qualora il suo ideatore, una volta sfruttato l’entusiasmo iniziale avesse rivolto le proprie risorse economiche nella produzione di monopattini verdi da gettare sul mondo attraverso un bombardamento aereo. Milioni di tonnellate di spazzatura, ammassate ovunque nella confusione satellitare che, in una mappa applicativa che le riunisce tutte sul display del telefono, apparirebbe più o meno come una confezione di smarties dai toni allegri e i risvolti catastrofici.

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Riusciremo a contrastare l’ascesa al potere di questi cosi, o dovremo inchinarci a un dominio di portata mondiale in grado di sconvolgere l’attenzione dell’osservatore da tutto il resto? Dal canto mio, che appartengo a una generazione in cui la nebulosa d’indeterminazione ha attirato a sé una piccola parte di malinconia estetica, non ho mezzi per contrastarne l’invasione se non attraverso il ricordo affettuoso di quelle vecchie biciclette rugginose, nascoste con cura perché nessuno le rubasse…

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La primavera è un ricordo lontano

La panchina al bois – Giovanni Boldini 1872

L’inverno è arrivato.

Fuori spira il grecale; soffia e s’insinua fischiando nelle fessure della casa rendendomi inquieto.

Oggi è domenica e il mio corpo richiede lentezza.

Mi rallegro per questa calma domestica e come un gatto acciambellato sul divano ascolto il mio corpo.

Il ticchettio dell’orologio alla parete mi rapisce per condurmi al passato dove ti rivedo, seduta su quel masso di alberese, nel luogo silvestre della nostra memoria.

E’ primavera e mi sembra di sentire l’odore delle acacie in fiore.

Il nostro futuro è così lontano e il coraggio così grande per temerlo. Ti vedo sorridere adesso e la calma… e la luce soffusa del vecchio paralume, mi trasportano assieme verso oniriche visioni.

Avverto l’assopimento ma i rumori della tempesta non riescono a fondersi con la luce di quel ricordo. Il vento spira forte e grida offeso dal calore dell’appartamento che lo tiene lontano.

Percepisco il braccio arrendersi, perdersi nell’oblio della rassegnazione. Le forze si assottigliano nel silenzio di questa luce infinita che ti avvolge e mi spinge a seguirti nel sentiero delle farfalle lungo la vecchia strada di Moriano.

Mi parli di noi, mentre osservo le tue braccia nude e candide come un sussulto che mi spinge ad abbracciarti ancora.

Il tepore ti fa arrossire gli zigomi, la timidezza le guance ed io, felice, intimamente sorrido per averti trovata.

Sono passati tanti anni dal giorno in cui ci siamo amati per la prima volta, te lo ricordi, tesoro?  fu nell’abbraccio del vespro marzolino, e da quel giorno non ci siamo più lasciati…

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