La primavera è un ricordo lontano

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La panchina al bois – Giovanni Boldini 1872

L’inverno è arrivato.

Fuori spira il grecale; soffia e s’insinua fischiando nelle fessure della casa rendendomi inquieto.

Oggi è domenica e il mio corpo richiede lentezza.

Mi rallegro per questa calma domestica e come un gatto acciambellato sul divano ascolto il mio corpo.

Il ticchettio dell’orologio alla parete mi rapisce per condurmi al passato dove ti rivedo, seduta su quel masso di alberese, nel luogo silvestre della nostra memoria.

E’ primavera e mi sembra di sentire l’odore delle acacie in fiore.

Il nostro futuro è così lontano e il coraggio così grande per temerlo. Ti vedo sorridere adesso e la calma… e la luce soffusa del vecchio paralume, mi trasportano assieme verso oniriche visioni.

Avverto l’assopimento ma i rumori della tempesta non riescono a fondersi con la luce di quel ricordo. Il vento spira forte e grida offeso dal calore dell’appartamento che lo tiene lontano.

Percepisco il braccio arrendersi, perdersi nell’oblio della rassegnazione. Le forze si assottigliano nel silenzio di questa luce infinita che ti avvolge e mi spinge a seguirti nel sentiero delle farfalle lungo la vecchia strada di Moriano.

Mi parli di noi, mentre osservo le tue braccia nude e candide come un sussulto che mi spinge ad abbracciarti ancora.

Il tepore ti fa arrossire gli zigomi, la timidezza le guance ed io, felice, intimamente sorrido per averti trovata.

Sono passati tanti anni dal giorno in cui ci siamo amati per la prima volta, te lo ricordi, tesoro?  fu nell’abbraccio del vespro marzolino, e da quel giorno non ci siamo più lasciati…

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