Mo basta!

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(di Roberto Masi)

“Similis simili gaudet!” [il simile gode del simile] esclamava Schopenhauer citando Sant’Agostino, per rimarcare il proprio disprezzo nei confronti della banalità degli uomini che li spinge ad essere tutti uguali. Chissà cos’avrebbe pensato vedendo intere città colonizzate da migliaia di arnesi facenti parte della più grande rete di bike sharing al mondo?

Recentemente hanno fatto la loro comparsa per le vie di alcune città italiane i mezzi a due ruote di questo ambizioso progetto proveniente dall’Impero Cinese che, in breve tempo, vuoi per curiosità o per la natura bramosa dell’uomo di impossessarsi delle “cose”, si sono diffusi spingendosi fino alle periferie meno abbienti quasi fosse un indicatore sociale di un limite antropologico finora ignorato. Chiunque può accorgersene, è un fenomeno che non passa inosservato soprattutto per il fatto che a distanza di pochi mesi dall’introduzione di quello che mi auguro essere un esperimento malriuscito, questi replicanti compaiono nei luoghi più impensabili. Che sia una rastrelliera, la riva di un fiume o il tetto di una casa, gli affari dalle ruote arancioni hanno acquisito, pare, una propria identità che alla stregua di un blob meccanico é destinata a scivolare negli interstizi più reconditi per assecondarne lo squatting. Si salvano, semmai, alcune zone collinari dove se ne apprezza una minor presenza, complice il loro peso spropositato e una trasmissione cardanica che li rendono poco idonei alla scalata perfino ai più allenati di noi, figuriamoci a una moltitudine di stanchi individui che se ne servono anche solo per attraversare un ponte.

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Superato il disprezzo estetico che provo nel trovarmi circondato da questa ripetitività cromatica, devo riconoscere gli indubbi benefici che una tale disponibilità ha portato in certe zone assillate dal traffico o dalla pesantezza del Servizio Pubblico. Tuttavia, personalmente vivo la bicicletta come una gioia e in tale considerazione l’effetto repulsivo ch’io sento si oppone alla mia più grande passione. Così forte è il disprezzo che l’amore si accresce per rivendicare il diritto all’eclettismo ciclistico. Ma l’invasione di questo esercito di cloni avanza senza curarsi del sentimento, sovrasta ogni inibizione estetica per annullare con la propria opacità, ciò che attorno sbiadisce nella più cupa decontestualizzazione.

Non nego di essermi sentito io stesso uno Jedi, quando tutto aveva ancora il sapore della novità e il mio inconscio non prevedeva uno sviluppo di tale portata. Ignoravo, come tutti, l’entità del fenomeno e il caos di un sistema gestionale che mi ha fatto rimpiangere i primi tentativi di condivisione a pagamento, quando pochi velocipedi erano assai più disciplinati nel loro alloggiamento obbligato dal recupero del pegno. Oggi, invece, risulta quasi un paradosso vedere queste nuove dominatrici della scena urbana posteggiate in una rastrelliera, assai più improbabile che trovarle sopra l’unico albero di una piazza del centro alla stregua di una rivendicazione percepita con innocenza che fa dell’abbandono scriteriato, anche solo al centro di un marciapiede, o nel canale di scolo tra topi e ranocchie, un surrogato di affrancamento.

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Incuranti di tutto, perfino di una storia secolare sottomessa al dominio consensuale, questi oggetti sono ovunque. Un assedio destinato a diffondersi sempre più grazie all’intraprendenza di qualche temerario avventuriero che in virtù di una scommessa, o anche solo per un’intima dimostrazione di coraggio, li conduce alle periferie dove ignari del pericolo vengono accolti tra espressioni di stupore come se i fasti della metropoli fossero giunti fino a noi.

Arrivano dunque. Un fiume inarrestabile di argento e arancio che si riversa negli angoli più remoti della civiltà, ammassandosi sulle nostre esistenze, che oltraggia il pudore, ostacola la percezione di ogni riferimento visivo perdendosi nella ripetitività ossessiva. Questa omologazione che sempre più ci avvicina a un futuro teorizzato, che ci rende tutti uguali una volta inseriti nel contesto ciclistico dove la figura umana si perde, svanendo nella sua funzione di utilizzatore, nella comunità mondiale di questo evento spaventoso.

Già mi vedo di notte a vagare per le vie di un contesto “calviniano”, tra gli spettri di questi marchingegni abbandonati, impossibili da rimuovere per via dei costi esorbitanti che ciò comporterebbe qualora il suo ideatore, una volta sfruttato l’entusiasmo iniziale avesse rivolto le proprie risorse economiche nella produzione di monopattini verdi da gettare sul mondo attraverso un bombardamento aereo. Milioni di tonnellate di spazzatura, ammassate ovunque nella confusione satellitare che, in una mappa applicativa che le riunisce tutte sul display del telefono, apparirebbe più o meno come una confezione di smarties dai toni allegri e i risvolti catastrofici.

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Riusciremo a contrastare l’ascesa al potere di questi cosi, o dovremo inchinarci a un dominio di portata mondiale in grado di sconvolgere l’attenzione dell’osservatore da tutto il resto? Dal canto mio, che appartengo a una generazione in cui la nebulosa d’indeterminazione ha attirato a sé una piccola parte di malinconia estetica, non ho mezzi per contrastarne l’invasione se non attraverso il ricordo affettuoso di quelle vecchie biciclette rugginose, nascoste con cura perché nessuno le rubasse…

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