Internet of (Stranger) Things

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(di Roberto Masi)

La domanda è: riusciremo a sopravvivere?

Ultimamente ho sentito spesso parlare di IoT, acronimo che sta a indicare l’espressione Internet of Things (Internet delle Cose). Sebbene a primo impatto non evochi alcunché di potenzialmente dannoso, una riflessione più approfondita ha spalancato scenari catastrofici.

La definizione Internet delle Cose è stata utilizzata per la prima volta da un Ingegnere inglese, Kevin Ashton, in riferimento alla connessione degli oggetti di uso comune alla rete. Un avanzamento tecnologico pensato per migliorare la qualità della vita di ognuno di noi, attraverso il perfezionamento, in questo caso cibernetico, degli aggeggi di cui ci circondiamo. Parliamo di manufatti di ogni genere: orologi, automobili, elettrodomestici… Tutto ciò che può avere un beneficio dalla connessione in termini di performance dell’uso che ne facciamo, sarà suscettibile di continui aggiornamenti dettati da un software globale. Una sorta di dialogo pulsante nell’estensione tra il braccio dell’uomo e l’oggetto, tra le giunzioni sinaptiche delle cellule e quelle Wlan (wireless local area network), che si uniscono per aumentare l’efficacia di entrambi, in un paradossale appiattimento distintivo tra noi e “loro”. Con questo non voglio dire che presto un aspirapolvere potrebbe utilizzarci per lucidare il pavimento, tuttavia, sulla scorta del mio interessamento per l’Intelligenza Artificiale, devo ammettere che qualche timore è sorto in me, e neppure troppo velato.

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Come il mostro della serie televisiva di successo sulla quale il titolo di questo articolo ironizza: Stranger Things dei fratelli Duffer, l’IoT spinge i propri tentacoli sulle nostre esistenze, e lo fa con una rapidità tale da risultare già adesso, di difficile controllo. Fino a poco tempo fa se cercavo di spiegarmi il concetto di Intelligenza Artificiale il mio cervello elaborava per istinto l’immagine di un umanoide, poiché la coda della migrazione nostalgica teneva in vita l’istinto di appartenenza alla specie. Oggi, invece, a pochi anni di distanza, tutto nella mia percezione si è modificato. Il pericolo non è più rappresentato dagli androidi di stampo “Asimoviano”, bensì dallo scenario in cui siamo immersi ogni giorno. Il Matrix cui va incontro l’umanità, mi pare, si annida laddove la nostra mente non si concentra.

Un esercito di ferri da stiro riprogrammabili, macchine da cucire e frullatori pronti a impossessarsi del mondo. Una specie alternativa che non fonda il proprio concetto di esistenza sul carbonio, che non necessita della fotosintesi clorofilliana e non deve sottostare ad alcuna regola di coscienza, sia essa giusta o deplorevole. La rete è la mente e sta imparando a gestire le proprie appendici nervose che, a fronte di un comportamento scorretto dell’essere umano, decide per lui obbligandolo, se non direttamente, a correggere la proprie intenzioni a discapito del libero arbitrio. Presto un plugin sostituirà la nostra consapevolezza e un giorno o l’altro, gli utensili potremmo essere noi.

Questo processo di interconnessione da molti considerato un vero e proprio passo avanti, è di fatto già iniziato col protocollo RFID (Radio frequency IDentification) che, per mezzo dei i cosiddetti transporter (etichette rilevabili), invia milioni di dati e gli elabora per proporre al lettore la soluzione più appropriata. Tutto, dalla produzione globale ai trasporti verranno inglobati in questo immenso magma di informazioni che scivola sulle nostre vite modificandole e soprattutto, arginando le scelte. Parliamo però di sistemi vulnerabili all’hackeraggio che ci espongono al rischio concreto di un’incontrollabile violazione della privacy, se non all’utilizzo della piattaforma globale per commettere crimini che, se fino ad ora erano di natura economica come la sottrazione dei codici di una carta di credito, potrebbero sfociare in qualcosa di molto più spaventoso. Penso a un veicolo programmato per muoversi nel traffico senza guidatore che, colpito da un virus informatico finisce per condurre l’ignaro utilizzatore in un burrone, o a una casa domotizzata i cui sistemi di sicurezza vengono bypassati per insidiare la salute dell’inquilino.

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Sebbene tutto questo possa sembrare fantascientifico, io credo che lo spettro sia molto più concreto di quanto pensiamo e non sarà facile passarvi attraverso senza conseguenze.

Le “cose” non sono più tali ma regolate attraverso algoritmi che danno l’oro un’identità nell’atto di discriminare l’azione. Come teorizzato da Elon Musk, il fondatore di Tesla Motors: “le conseguenze potrebbero essere disastrose”, e come lui ritengo necessario creare un Organo di Controllo in grado di regimare lo sviluppo dell’IoT. Tutti noi, io per primo, restiamo sbalorditi ogni volta che un nuovo gioiello tecnologico viene introdotto sul mercato. La nostra mente primitiva non riesce a scorgere il limite oltre il quale sarebbe bene non andare, ma vede soltanto l’oggetto inanimato da desiderare e possedere a costo di grandi sacrifici: un telefono dalle mille funzioni, un nuovo televisore 3D, l’automobile computerizzata, la carta igienica Bluetooth e chi più ne ha più ne metta. Tutto va verso una grande connessione globale con la quale prima o poi dovremo fare i conti, soprattutto perché noi stessi desideriamo dare vita al Frankenstein Commerciale che scatena le nostre endorfine di accumulatori. Non ci basta più l’artigianato. Dare forma alle cose animandole con la fantasia oramai è superato e desideriamo vedere le statue muoversi, le foto animarsi e i robot lucidare i nostri pavimenti, non tanto per ridurre la fatica dei mestieri domestici, quanto per dare ad altri, seppur inanimati, il compito di farlo per noi.

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Siamo certi, dunque, che non arriverà un giorno in cui saranno “loro” a comandarci? Le macchine imparano, e lo fanno a una velocità inconcepibile per noi che continuiamo a inseguire il grande sogno dell’eternità, convinti di poter controllare tutto solo per il fatto di averlo generato. Chissà se un algoritmo sarà in grado di arrestare l’ascesa al potere di uno scaldabagno con tendenze criminali, o se invece prima o poi dovremmo rassegnarci a fare la doccia fredda… Per quanto mi riguarda, in via del tutto cautelativa consiglio di spengere gli elettrodomestici prima di andare a dormire!

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