L’eroe eterno

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(di Roberto Masi)

La definizione che do al mio modo d’intendere gli eventi, è il risultato dell’abbandono di ogni giovanile virgulto intellettivo. Si tratta, dunque, di un macigno che pesa sulla mia coscienza e del quale vorrei liberarmi per ritrovare l’antico fuoco. Comunque, per quanto il definirmi Scrittore Metafisico sia per me doloroso al pari di ammettermi scevro di creatività, il suo riconoscimento lenisce esso stesso il dolore che mi provoca.

Come per molti prima di me, in gioventù sono stato un sostenitore inconsapevole della dottrina di Nietzsche, quando ancora i dolori e le colpe del passato erano tali da non inficiare l’umore quotidiano, e mi era lieto perfino gioire delle sventure. In seguito però, col progredire degli anni, delle responsabilità e l’accumulo di timori verso il domani incerto, il cosiddetto nichilismo passivo ha preso campo invadendo ogni azione della mente fino a condurmi all’accettazione, passiva appunto, del crollo di ogni valore. In buona sostanza, il Superuomo cui ambivo di diventare è oggi una mera utopia della mente spensierata che nel tempo è stata rimpiazzata da una visione empirica, sia nel gusto, che nell’approccio concettuale.

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Quando ho accettato questa evidenza, la mia prima reazione è stata di orrore. Un penoso senso di vergogna si è impossessato di me ché non volevo ammettere, dopo anni di studio, di riconoscere l’idea di illustri pensatori del calibro di Giovanni Papini del quale apprezzavo soltanto l’essere antiaccademico. Diciamo che la definizione usata per identificarmi come Webwriter è un atto di onestà verso me stesso. La creatività si è davvero perduta per lasciar spazio alla cronaca, seppur visionaria, del proprio immaginario. Questo avvicendamento è ovunque, in qualsiasi materia giacché l’innovazione avviene quasi sempre in età fertile, mentre ai più vecchi spetta il compito della sua oggettiva “contestualizzazione”. È duro da ammettere… ma è così!

Gli eroi cambiano nel corso della nostra vita. Crescono con noi, invecchiano e talvolta svaniscono. Penso a un atleta che nel tempo muta il suo potere sul nostro apprezzamento fino a svanire quasi del tutto, oppure a uno scrittore nei cui testi finiamo per non riconoscerci più. Il gusto si evolve, tuttavia alcuni di essi sono capaci di elevarsi ed elevarci a tal punto, che la stima resta immutata. Difficile se non siamo davanti all’oggettività di un dato come avviene per la scienza: la percezione stessa delle cose e il potere dell’opera inquadrata in un preciso periodo stenta a seguire l’evolversi della coscienza personale. Spesso sono anche i singoli destini che spostano l’attenzione privilegiando l’uno o l’altro ma, come ho detto, in certi casi il valore persuasivo si mantiene immutato e questo, almeno per ciò che mi riguarda, è il caso di Dino Campana.

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Dino Campana all’età di 23 anni

Dino Campana è il poeta cui più di tutti mi sento legato e la mia attenzione per la sua poetica è rimasta immutata negli anni, nonostante cambiassero gli stimoli da essa ricevuti. Se da giovane ero attratto dal suo essere convinto della necessità di spogliarsi di ogni corruzione, come nella dottrina nietzsciana appunto, per divenire il più puro possibile nella rappresentazione del sé (cosa da lui mantenuta invariata fino alla morte); in seguito, accogliendo una visione meno attiva del nichilismo per le ragioni di cui sopra, ho apprezzato fino in fondo la forza dei suoi versi, il loro indubbio empirismo, e le immagini ch’essi evocano con precisa violenza. La poetica di Campana si muove, mi riferisco soprattutto ai Canti Orfici,  in una “zona franca” di istinti nella quale ho spesso l’impressione di trovarmi, in quel frangente cioè che separa il sonno dalla veglia, il sogno dalla realtà nel quale la potenza metafisica delle suggestioni si scioglie nell’esasperazione di una creatività brutale e folle come il suo stesso autore. Proprio in questa sua follia, presunta o tale che sia, ho intravisto il mio stesso cambiamento: accolta per puro senso di ribellione emulativa nella prima parte della mia vita, e poi stimata per la determinazione al mantenimento delle proprie convinzioni fino all’epilogo nefasto.

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Spesso si sente dire che la poesia è morta, ma il fatto che ci sia un’evidente e comprovata crisi editoriale non giustifica affatto questa affermazione. Sempre più persone, spesso giovani, sono soliti interfacciarsi attraverso i moderni mezzi di socializzazione informatica definendosi tramite aforismi ed estratti poetici (per la maggior parte banali e frutto di una comprovata ignoranza, va detto), a dimostrazione che il bisogno di esprimersi attraverso “versi” sia ancora vivo e immutato nell’uomo. Semmai si può parlare di superficialità in essi, e non per snobbismo ma per oggettività del dato, ma non certo di crisi. La necessità di riconoscersi in un pensiero non nostro è frutto però di quel nichilismo passivo di cui parlavo che prevede l’accettazione indolente degli eventi mentre per Dino Campana, l’esprimersi attraverso la propria opera era un modo per affrancarsi: non per elevarsi bensì per distinguersi come nel suo intento più puro o, come scrive Neuro Bonifazi: “con la dedizione e l’innocenza del credente, dell’iniziato, dell’uomo che vuole elevarsi idealmente verso la bellezza apollinea, nobilitarsi alla luce dell’assoluto contro tutte le viltà e le povertà del quotidiano e del comune, anzi attraversando il fuoco della più amara e dionisiaca ebbrezza della materialità, per risvegliarsi nell’azzurro”.

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Dino Campana sapeva di essere un uomo superiore alla media e rivendicava questa sua convinzione nei momenti di rabbia, alimentando così la sua grande frustrazione. Ha avuto una vita costellata di fughe da se stesso e dai manicomi in cui sovente veniva rinchiuso a causa del riconosciuto limite patologico della schizofrenia. È stato forse il poeta della sofferenza mentale e come pochi altri, ha saputo navigare in questo dolore per trovare i propri versi ancora oggi, secondo me, scarsamente riconosciuti nel loro indiscusso valore. Se l’amore dura il tempo di una scintilla, in pochi, tra cui il poeta toscano, sono stati in grado di  descriverlo nel suo culmine dirompente e così facendo… renderlo eterno.

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