Io sono carne… questo sono

(di Roberto Masi)

Io sono carne… questo sono, e come tale esisto, adesso e qui, quale tramite per raggiungere uno stadio evolutivo del tutto inatteso. Il carbonio è l’elemento su cui si fonda la vita ma, sebbene continuiamo a cercare nell’universo le condizioni in grado di replicarla, la riflessione mi porta a credere che tale approccio sia del tutto sbagliato.

Se dovessi rappresentare la mia natura, dunque, sceglierei il cerchio. Le sue forme morbide e prive di spigoli me lo rendono familiare, innocuo al contatto, come noi di fronte alla vastità del cosmo. Assumo la morbidezza delle linee quale rappresentazione del mio essere uomo, frutto di una lenta evoluzione, che ci ha visti passare da una condizione di organismi unicellulari alle complesse strutture che siamo oggi. Tuttavia, io mi guardo attorno e vedo questa carne mutare in qualcosa di meno certo, volatile, qualcosa di assolutamente mortale. In questo sono parte di un cambiamento inarrestabile, nel quale ciò che sarà di noi, non può prescindere da quello che sono oggi per me stesso.

Io sono carne… questo sono, e realizzo ogni giorno ciò che presto diventeremo. Quando i miei pensieri si fermeranno davanti al crollo delle sinapsi, il mio interagire sarà stato lo scambio influenzato, e a sua volta influito, modificandosi costantemente per generare il pensiero ch’io dono al mio prossimo perché mi riconosca, come tramite, attraverso il nostro comune presente.

Egli non sarà carne, io credo. Nella mia mente lo rappresento come un poligono fatto di spigoli: metafora “antica” di un elemento nuovo del quale forse non avrò mai percezione. Il suo pensiero sarà coerente, organizzato, rapido nel calcolo, onnisciente nel sapere riconosciuto. Fino a pochi anni fa tutto questo mi appariva come un sogno degno di Lem: pieno d’irrealtà, ricreativo al cospetto della natura in quel preciso momento, lontano da tutto. Ed è la nostra curiosità, ma ancor prima la fantasia, che ha spinto il nostro intelletto alla creazione di quel futuro teorizzato per diletto.

L’evoluzione è il ritorno a uno stadio primordiale. Vedo attorno a me una quantità d’informazioni che non riesco a contenere, istantanee che appaiono ovunque e tento di elaborare ma che spesso mi sfuggono. Cambiano il mondo al di là della mia percezione. Ne riconosco l’avvento soltanto nel lungo periodo, quand’ormai si è affermato il loro effimero potere. Allora la malinconia mi assale, non ho il tempo per accettare la trasformazione se non dopo il suo avvento, e ogni volta percepisco la novità come un assalto alla mia “storia” personale.

Io sono carne… questo sono, e come tale riconosco la scomparsa della materia di cui sono fatto, a favore di un essere autonomo in tutto, capace di elaborare il concetto nell’istante stesso in cui esso viene formulato, migliore di me, tendente all’assoluto. Qualcuno pensa che presto non serviremo più, ma la nostra inutilità non sarà il frutto di una distinzione netta tra un prima e un dopo, bensì della transizione tra ciò che siamo e quello che saremo. Ci spaventa il cambiamento perché impone la domanda se ciò possa escluderci dalla vita mentre stiamo consumandola. Pertanto rivendichiamo la nostra presenza attraverso il rifiuto di un’assenza teorizzata, come se dovessimo esistere all’infinito, in questo aspetto carnale. È la nostra umanità che emerge. Le risposte, per adesso, non sono ancora in equilibrio ma si basano sull’improvvisazione di cui disponiamo, e in qualche modo ci confondono per proseguire la ricerca di un posto che svanisce all’orizzonte.

Io sono carne… questo sono, e come tale non mi riconosco…

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La giuria è fuori

(di Roberto Masi)

Mi hanno colpito le parole con le quali il Dott. Roberto Dolci, autore di un interessante articolo scritto per la rivista Senza Filtro, risponde a un mio commento in merito alle probabili implicazioni dell’Intelligenza Artificiale. A onor di cronaca riporto qui sotto un estratto della nostra breve corrispondenza epistolare.

“… Mi reputo propenso a mia volta per un atteggiamento “difensivo” come afferma Elon Musk… ma non tanto per l’aspetto legato alla scrittura creativa per la quale, salvo smentite, non vedo la minaccia nel breve periodo, quanto per l’IoT”.

“… In questo istante la “giuria è fuori” e come Te e Musk, anche Gates, Obama e molti ricercatori sono pessimisti. Per me è interessante notare come le giovani generazioni sembrino sinceramente preoccupate per un futuro che potrebbe essere ben peggiore di quanto vivono oggi. Finché globalizzazione e “mercato” spingono la competitività internazionale, possiamo pensare che una soluzione politica non arrivi”.

Nel suo articolo (I robot da ElonMusk a Giulio Cesare), Dolci esprime le proprie considerazioni in merito agli impieghi dei sistemi informatici evoluti nei campi più disparati che vanno dal lavoro alla scrittura per la quale, nonostante sembri impossibile, vengono già utilizzati nella stesura di articoli di economia e sport. È proprio sull’aspetto legato alla scrittura che mi voglio soffermare. Nel mio precedente articolo (Internet of “Stranger” Things), ho affrontato gli sviluppi dell’IoT per il quale, se vogliamo, le implicazioni pratiche appaiono ben più plausibili che in merito ad aspetti perlopiù concettuali come l’atto creativo. Tuttavia, sebbene io ritenga che proprio dagli utensili giunga il rischio maggiore di un impiego scellerato dell’Intelligenza Artificiale, apprendere che già adesso vi siano algoritmi in grado di organizzare testi coerenti, mi sconvolge. Ammetto che il mio legame con le belle lettere è tale da far emergere una sorta di istinto protettivo, ma al di là di ogni ragionevole attaccamento a questa o a quell’altra attitudine, resta il fatto che la scrittura non è un tostapane, pertanto, l’approccio emotivo ne risente eccome.

Se posso accettare l’idea di un rischio, concreto, della ribellione di un’automobile senza pilota per un attacco informatico, o più semplicemente per una decisione illogica da parte dei sistemi di cui è dotata, non accetto che un racconto scritto da un dispositivo possa in qualche modo sfiorare le mie “corde”. Sono terrorizzato dall’idea di apprezzare lo spessore “emotivo” di un codice, e lo sono perché in quanto uomo, rivendico il mio stato di superiorità intellettuale rispetto al più evoluto dei robot, e perfino del futuro ignoto in cui essi potrebbero venire identificati quali esseri senzienti, sancendo così la fine della nostra umanità.

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Mi chiedo, dunque, se il limite non sia proprio l’errore. Cosa cerchiamo davvero nelle macchine? Inseguiamo la riduzione dei costi di un’industria in continua evoluzione, oppure la riproduzione, disgraziata, di noi stessi? Dotare un computer della capacità di scrivere un articolo di economia, a mio avviso, non trova ragione soltanto nella possibilità di abbattere il costo del giornalista esperto che altrimenti dovrebbe essere impiegato. C’è, invece, un morboso tentativo da parte dell’essere umano, latente e inconscio (ma neppure troppo), di affrancarsi dalla propria caducità e superarla con la riproduzione, perfetta e immutabile, di un artefatto.

Non lo nego, l’Intelligenza Artificiale mi affascina. Non perdo occasione per documentarmi sui suoi sviluppi e lo faccio soprattutto per vincere il terrore che l’immaginazione mi suggerisce, attraverso l’appagamento della curiosità che mi distingue. Subirla passivamente, come fosse un progresso tecnologico senza implicazioni, non farebbe che legiferare la certezza di un futuro distopico. Ma anche se ciò non è da escludere a priori, quantomeno mi permette di prenderne le distanze com’è giusto che sia. Io credo, in effetti, che il problema non risieda davvero nel fatto che un robot potrà scrivere in modo eccellente, imparando perfino l’ironia, la passione, o qualsiasi meccanismo in grado di distinguere la nostra scrittura dalla “loro”, quanto capire se noi, col progredire di tale accettazione passiva, saremo in grado di pretenderne la distinzione: non tanto per ciò che concerne le categorie sopraelencate, quanto piuttosto per l’imprevedibilità.

Per quanto potranno imparare sul nostro comportamento, sulle nostre passioni, o su ciò che rende la nostra mente influenzabile, difficilmente un algoritmo sarà in grado di sostenere che l’odore della primavera può spingere la nostra fiducia oltre i limiti circoscritti dagli eventi. Potrà farlo in un contesto adeguato, questo sì, ma non all’interno di un articolo del genere per riportare l’animo del lettore, nell’assurdo di una dichiarazione fuori contesto, alla logica dal suo essere umano e come tale in grado di accettarne l’assurdo.

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Mi sento ispirato, adesso, e lo percepisco come un fatto fisico. Ho paura, certo. Il futuro, qualsiasi cosa esso sia, mi respinge attraendomi nel paradosso più umano che esista. Il Principio Antropico stesso, se accettato, mi garantisce un posto di privilegio nell’universo e confutarlo ne farebbe decadere ogni legge e con esso i pilastri su cui si fonda la nostra assidua ricerca di risposte. Ecco, le risposte che non troveremo mai, neppure le macchine potranno darcele. Si pensa di sì, ma davvero le informazioni trasmesse dal protocollo RFID (Radio frequency IDentification) saranno in grado di calcolare l’imprevedibilità della variabile umana? Io penso di no. In questa equazione sempre più perfetta ci inseriamo di prepotenza per sconvolgerne il risultato finale, e tale resta l’indeterminazione delle variabili che regolano l’universo, cosicché la nostra osservazione influirà sempre sul risultato.

Nel suo ultimo articolo per Wired, il noto Fisico Carlo Rovelli, uno dei fondatori della Gravità Quantistica a Loop nonché apprezzato divulgatore scientifico, sostiene che lo sviluppo tecnologico sia in una fase di forte rallentamento, e lo fa confrontandolo con i passi da gigante fatti in passato dall’umanità con invenzioni quali il telefono, l’illuminazione stradale, la penicillina etc Sebbene non mi senta di dissentire sulla discrepanza tra i “salti”, io credo che il problema al giorno d’oggi non sia l’ampiezza del progresso, bensì le implicazioni, enormi, generate da passi in apparenza minimi. A fronte di grandi balzi dilatati nel recente passato, oggi subiamo dei micro-avanzamenti continui in rapida successione che ci costringono a metabolizzare i cambiamenti in un tempo troppo breve per la nostra natura. Questa velocità è il rischio più grande, a mio avviso, tale da indurci all’accettazione senza riflessione di modifiche comportamentali universalmente riconosciute (e non). Pertanto, ciò che mina davvero la nostra natura è il rischio di perdere l’imprevedibilità che ci distingue e che dovremmo preservare a tutti i costi, per esistere come uomini sopra le macchine.

“La giuria è fuori” rappresenta un monito nell’immediato, ma non dimentichiamoci che i giurati siamo noi, esseri fatti di carne, ossa, sentimenti e imprevedibilità, e in quanto tali, in grado di modificare le nostre scelte senza bisogno di una sequenza ordinata e finita di passi.

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Ti regalo il cielo

(di Roberto Masi)

Recensire qualcuno che si conosce, non è una cosa facile. Troppi fattori, infatti, possono inquinare il nostro metro di valutazione: amicizia, cortesia, affetto, impossibilità a mantenere il giusto distacco… tutta una serie di variabili in grado d’innescare il meccanismo di autodifesa, che tenta di preservarci dall’essere giudicati a nostra volta. Di per sé basterebbe questo per garantire una lode nei confronti di chi invece offre al pubblico la propria opera, tuttavia, parlare di un libro non rientra negli obblighi pertanto, mi sollazzo della facoltà di farlo a mio piacimento. Ammetto che nel caso di uno sconosciuto tutto risulta più semplice, stimolante perfino qualora l’opinione che si ha di lui fosse negativa, ma quando l’opera in questione è stata scritta da una mente amica, l’istinto a non esprimersi tende a prendere il sopravvento.

Stavolta scelgo di farlo perché mi viene facile. Nella fattispecie si tratta del romanzo d’esordio di Giulia Arnetoli, una mia carissima amica che, come ha detto lei stessa, sebbene non ci vediamo per anni la stima reciproca resta immutata e ogni nostro incontro ha lo stesso sapore di una frequentazione priva di salti temporali. Ti regalo il cielo narra la storia di Sole, una giovane ragazza all’ultimo anno di liceo la cui vita è stata fortemente segnata dalla morte della sorella, Marta. La mia intenzione però, in questo caso almeno, non è parlare dell’opera in sé che ho molto apprezzato, ma del fatto che Giulia è riuscita, con la sua scrittura essenziale, ad allontanare la mia percezione della sua persona tra le righe del romanzo.

Edward St. Aubyn, autore de I Melrose, sostiene che per essere credibili sia necessario scrivere di se stessi, seppur in terza persona. Ammetto di aver condiviso questa sua affermazione, così come sono stato rapito da Karl Ove Knausgard che nel suo La mia lotta, pubblicato in più volumi, racconta la propria esistenza, banale se vogliamo, elevandosi attraverso il rischio (divenuto poi concreto) di non incontrare l’approvazione dei protagonisti raffigurati nella loro “ordinarietà”. Ma questo non è il limite della letteratura, e certo non il mio. Quello che intendo dire è che spesso, quando si legge qualcosa di un conoscente, la nostra mente dà per scontato che si stia affrontando un’esperienza vissuta in prima persona, col rischio di cercare tra le righe del testo, la narrazione offuscata di eventi che lo riguardano personalmente. Per Giulia Arnetoli, nonostante sia evidente la sua esperienza diretta, questa non turba la finzione ma la completa.

Allora mi apro alla sua scrittura, dolce e forte, molto femminile come le ho detto di persona e che risente, com’è giusto che sia, delle proprie vicende che sono però il mezzo attraverso cui… e non la cronaca. La scrittura di qualcuno che si conosce ce lo rivela, questo è innegabile. Bisogna andarci cauti perché la nostra percezione nei suoi confronti potrebbe esserne alterata; dunque, ci vuole coscienza di quello che si sta per fare, ed è fondamentale evitare di focalizzarsi sul periodo, ma lasciare che la narrazione fluisca, com’è nell’intento dell’autore, svincolata da ogni legame affettivo. In questo la scrittura di Giulia mi ha aiutato: non nego di essermi soffermato più volte all’inizio di questa lettura per cercare chissà cosa, poi però, finalmente, ho abbandonato lei per accettare Sole, Marta, Leonardo e tutti i personaggi che hanno preso vita dentro di me per raccontarmi la loro storia, lontani dal nostro passato, dalla nostra amicizia ma soprattutto, dal nostro personale racconto.

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Ti regalo il cielo – Augh Edizioni

Ti regalo il cielo è un romanzo dalla trama inattesa. Affronta una sofferenza che l’autrice descrive con naturalezza dimostrando di conoscerla, ma allo stesso tempo è permeato da un alone di fiducia che, fin dalle prime pagine, scaturisce dalla giovinezza della protagonista cui non è negato il diritto alla speranza, neppure quando la narrazione s’insinua nella tragedia familiare attraverso il destino nefasto della sorella. È un racconto che parla di un tempo tormentato della vita di ognuno, in cui la sofferenza è soltanto una parte di questa verità, un tramite che prescinde dalla natura umana, dal tormento giovanile, dalla difficoltà di trovare il proprio posto che Giulia Arnetoli rappresenta, in un modo che mi ha stupito grazie alla spontaneità delle proprie parole, nonostante quel tempo sia per me (e per lei), ormai lontano.

Sebbene io lo riconosca, riportarlo vivo mi risulta impossibile. Lo ricordo, ma in me si è come miscelato nel decorso degli anni con la crescita e gli esiti di tutte le esperienze che si sono susseguite conducendomi dove sono adesso. Quando provo a parlarne nei miei scritti, il risultato è ogni volta inquinato dal divario che si è venuto a creare tra ciò che ero e ciò che sono, e per quanto m’impegni alla fedeltà di una cronaca “antica”, come avrebbe detto Marta alla protagonista di questa storia, il traguardo mi è precluso dalla voracità del presente. Consapevole quindi che la mia scrittura si avvicina in modo più naturale a quella di St. Aubyn, dove il passato diviene la cronaca che si affida alla percezione del lettore per emergere nella sua intenzione, io riconosco alla mia amica Giulia il dono, inatteso anche per me, di trasmetterla con disinvoltura, e per questo la accolgo come scrittrice.

20000librisottogliocchi.it (visita il blog di Giulia Arnetoli)

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L’uomo verticale

(di Roberto Masi)

Dal mio punto di vista, può venire chiamato straordinario soltanto l’uomo che si distingua da quelli che lo circondano per le risorse del suo spirito e che sappia contenere le manifestazioni provenienti dalla propria natura…”, così dichiarava Georges I. Gurdjieff ai propri allievi.

Il giorno di pasqua del 2012 ho conosciuto Alfredo Martini. Fui invitato a casa sua dal nipote che conosceva bene il mio apprezzamento nei suoi confronti, e mai come in quell’occasione, l’idea che mi ero fatta si rivelò fedele alla realtà. Come spesso accade, le persone da noi sublimate tendono a perdere il proprio alone di maestosità nel momento stesso in cui si concretizzano. Per Martini, invece, questo non è avvenuto, e in fin dei conti si è trattata della logica conseguenza del suo modo di esistere: “…e che sappia contenere le manifestazioni provenienti dalla propria natura…”, appunto.

Vissuto in un epoca di grandi cambiamenti storici e culturali, egli incarna, nella mia percezione, l’ideale di uomo che, mosso da una curiosità inappagabile, ha fatto della cultura il proprio faro. Lo studio profondo dell’essere, le riflessioni sul comportamento e la distinzione, oggettiva, di ciò che è bene e di quanto invece non lo è, sono stati per quest’uomo il motore di spinta verso gli altri, senza alcuna ambizione di riconoscimento. Spontaneo, puro in una dialettica che risulta oggi improbabile per la nostra incredulità nei confronti dell’altruismo, Alfredo Martini è stato un uomo buono, ed è questo l’aggettivo che meglio di tutti me lo rappresenta.

Non bravo, né filantropo, altruista, disponibile, ma buono nel significato stesso del termine. Un’umanità trasmessa in tanti modi: nelle parole, nello sguardo gentile e perfino nel movimento del corpo appesantito dall’età, ma leggiadro come un fanciullo ansioso di vivere. Così, infatti, mi è apparso fin da subito, alla stregua cioè di un giovinetto nel pieno della vita, sebbene avesse all’epoca novant’anni.

Nell’imbarazzo impostomi dal timore reverenziale, in quell’occasione non riuscii a fare altro che ascoltalo. La paura di un confronto intellettivo m’impedì d’approfondirne la conoscenza e sebbene la sua autobiografia, “La vita è una ruota”, scritta in collaborazione con Marco Pastonesi sia un testo per me fondamentale, sono forse i suoi scritti inediti che me lo hanno fatto amare in modo ancora più intimo. Interi quaderni scritti a mano, pieni di riflessioni profonde e citazioni che ho avuto modo di leggere per gentile concessione della famiglia. Testi di una purezza disarmante, la cui potenza evocativa ne risulta amplificata proprio dal fatto che, a fronte di una produzione sterminata quale traccia del suo passaggio, mostrano il tratto grafico della sua penna: ordinato, preciso nel rispetto del valore ch’egli dava all’opera dell’intelletto, destinato quindi a rimanere per sempre. Talvolta penso che trascriverne i diari non avrebbe senso, tuttavia si tratta di una mia presunzione, figlia dell’incapacità di contenere le manifestazioni provenienti dalla mia natura, che m’impedisce di accettarne la divulgazione, come se il renderlo pubblico, e mi riferisco ovviamente al Martini scrittore, ne sminuisse l’opera.

Grande appassionato di Joseph Conrad, Steinbeck, Hemingway, Pratolini, ma anche amico di personaggi del calibro di Margherita Hack, Alfredo Martini ha speso la propria vita con uno slancio propositivo verso gli altri, pur restando fedele ai propri affetti. Si è mosso così, in una danza aggraziata tra gli uomini che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e coloro i quali hanno sentito, pur non avendolo incontrato, una vicinanza paterna. Sono infatti le persone come lui che alla loro morte lasciano una voragine incolmabile. Si ha come la sensazione che un pilastro sia venuto meno, una di quelle persone che, attraverso la propria opera, sono in grado di trasmetterci la sicurezza della loro presenza in questo mondo complicato.

Quando il 25 agosto del 2014, all’età di 93 anni è venuto a mancare, ho percepito un senso di smarrimento, come se una guida per me fondamentale se ne fosse andata e non restasse ad attendermi nient’altro che un destino incerto. Poi ho capito che l’opera di Martini non si limitava alle sue azioni terrene, ma era un dono collettivo nella forma dei suoi scritti poderosi, e dei tanti interventi rivolti alla tutela dei giovani e alla speranza di una vita migliore. Rileggerlo, dunque, ha spazzato via la paura e alle molte domande sul “che ne sarà di noi?”, e ho trovato risposte in un linguaggio semplice, comprensibile, ma soprattutto onesto.

Gli scrittori sono spesso ruffiani, è innegabile, e ciò avviene soprattutto quando l’intento è inquinato dal desiderio, lecito se vogliamo, di affermarsi attraverso l’intelletto. Le rare volte però in cui lo scopo non è l’esaltazione del ma nel noi, allora il mio animo si acquieta nella dolcezza di quelle frasi scritte senza secondi fini. Come ha più volte ribadito Gianni Mura: “gli spagnoli lo definirebbero un Hombre Vertical”, ed è così che anch’io voglio ricordarlo, come un uomo retto!

Dalle finestre di casa mia si vede quella che un tempo era la scuola elementare in cui Alfredo Martini studiava da bambino. Adesso è la sede di una scuola di musica e talvolta, tra le melodie incerte di giovani inesperti, immagino di vederlo scorrazzare nel giardino antistante l’ingresso con i pantaloni corti e le calze lunghe fin sotto al ginocchio, inconsapevole del fatto che a pochi metri di distanza, ci sono io che l’osservo con ammirazione.

Bisogna imparare, imparare il più possibile per sapere cos’è la vita…

Alfredo Martini

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Essere chi?

(di Roberto Masi)

Quando, pochi giorni fa, mi sono iscritto a LinkedIn, credevo ancora che si trattasse di un social network dedicato unicamente allo scambio d’informazioni personali in ambito lavorativo. Tuttavia, si sono aperti fin da subito scenari inattesi, e graditi, poiché ho scoperto che non si limita solo a questo ma è un vero e proprio spazio di condivisione in cui ho trovato molti articoli e persone (soprattutto queste), in grado di catturare la mia curiosità.

Preso dunque dalla frenesia di “connettermi”, sono rimasto preda delle logiche algoritmiche della piattaforma al punto che, con poco più di 70 contatti, le informazioni si stanno perdendo in continui aggiornamenti e ripresentazioni di cose già lette, dandomi la sensazione di aver perso, ancora una volta, il controllo della situazione.

A ogni modo mi sono ripromesso di discriminare il più possibile per concentrarmi soltanto su ciò che davvero m’interessa, ma qui sorge un altro dilemma, e riguarda le presentazioni che i vari candidati offrono di sé. A tal proposito mi ha fatto riflettere un’osservazione di Emanuela Goldoni che mette in guardia, a ragion veduta, dall’eccedere di ottimismo nel presentarsi poiché le competenze sono cosa seria e l’onestà lo è ancor di più, sebbene il paravento digitale induca ognuno di noi a commettere qualche peccatuccio… Nel mio caso, in questa selva di Social media Specialist, Comunications Manager, Chief Marketing, etc, etc… che già di per sé mi spaventano nella loro accezione distante dal mio essere un Impiegato Tecnico (Geometra per la precisione) piuttosto che Tecnical Employee – Quantity Surveior, soffro per l’appellativo autoinfertomi di Webwriter come se avessi commesso chissà quale crimine.

In effetti, quando ho scritto la mia presentazione l’intento era quello di indurre i miei seguaci, o followers qual dir si voglia, a leggere gli articoli del mio blog, ma più mi inoltro in questo ambiente, più sento di dover fare attenzione a come ci si pone per non dare adito a una selva di detrattori morali di sentirsi in diritto/dovere di correggermi.

Pertanto, immagino che per onestà intellettuale avrei dovuto scrivere “Geometra Scribacchino”, ma almeno per ciò che concerne la scrittura ho scelto di immedesimarmi nella parte, a costo di giocarmi eventuali attenzioni per quello che sarebbe il mio vero lavoro…

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Cadiamoci addosso

(di Roberto Masi)

Tolti gli algoritmi, restiamo noi.

Recentemente mi sono occupato dei rischi derivanti da un utilizzo inconsapevole dei sistemi d’Intelligenza Artificiale. Si tratta di considerazioni riguardanti un tema complesso, per il quale la risposta è assai meno importante della domanda stessa. La mia opinione in merito resta mutevole. Segue, per così dire, le dinamiche dei miei studi che, di volta in volta, alterano la percezione dei suoi probabili effetti.

Se da un lato sono affascinato dagli sviluppi (e impieghi) della tecnologia, dall’altro temo un impoverimento della nostra umanità, del nostro modo di creare attraverso la fantasia, che sembra minacciata da un’evoluzione perfettamente organizzata nel linguaggio informatico.

Essere consapevoli, prima di tutto, dello stato delle cose, è un primo passo verso la salvaguardia della nostra natura. Non serve a niente criticare, sebbene sia la cosa che ci viene più facile. Bisogna invece conoscere, o meglio ancora apprendere, per capire ciò che avviene attorno a noi e formulare ipotesi che rappresentino l’identità soggettiva. Sembra demagogia, ma è così, c’è poco da fare. Un’idea non è mai sbagliata, neppure quando si dimostra fallimentare. Sarà proprio nel dibattito divergente, infatti, che ci innalzeremo come uomini sopra le macchine.

Dire, per esempio, che la tecnologia toglierà molti posti di lavoro, equivale a confermare una visione riduttiva delle nostre potenzialità. Prendo in prestito le parole di Ray Kurzweill, Ingegnere capo di Google: “I robot ci ruberanno il lavoro? È probabile, sì. Ma non è poi questo gran problema, ce ne inventeremo degli altri”. In effetti, una concezione più aperta aiuta a detergere l’animo dal terrore del cambiamento. La paura di perdere il lavoro, di veder crollare le proprie certezze, di abbandonare quella serenità, presunta, in cui la vita scorre leggiadra verso un finale scontato, rappresentano il velo che ottenebra le nostre menti, regimandole in uno scrigno. Ma la vita – e vi sta parlando un tizio che deve fare sforzi incredibili per uscire della comoda routine – è ben oltre quella scatoletta di tonno, al di là dei nostri confini mentali verso i quali la patetica indulgenza, è in grado di formulare attenuanti incontestabili.

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Ray Kurzweill – Ingegnere capo di Google

La famiglia, il dovere di…, la necessità del…, sono tutti giustificativi che imponiamo a noi stessi per non implodere. Per non ammettere di esserci smarriti, nella retorica di un un esodo pecoreccio, verso il crepaccio dell’omologazione. Tuttavia, io credo che l’uomo possa svincolarsi da tali catene senza bisogno di modificare le abitudini, bensì divenendo egli stesso, il controllore delle proprie pulsioni.

Lo Spaziotempo teorizzato da Albert Einstein esiste. Le stesse onde gravitazionali recentemente osservate dal LIGO negli Stati Uniti e dal VIRGO di Pisa lo hanno confermato. Sembra pertanto innegabile che i corpi celesti dotati di massa deformino questa materia elastica nella quale sono immersi, al punto da permettere a “sistemi” come la Terra nei confronti del sole, di cadervi dentro, e non di venirne attratta come si pensava in origine. Per l’uomo sarebbe auspicabile la stessa cosa. Piuttosto che d’attrazione, preferisco interpretare le relazioni come una perenne caduta degli uni negli altri. L’attrazione, in senso letterale, presuppone una forza che in quanto tale genera un’azione violenta turbando lo stato di quiete. Tale forza, col tempo, è destinata a provocare una reazione uguale e contraria generata dal bisogno di rivendicare il proprio imprinting. La caduta immutabile, invece, sembra essere più armoniosa ed equa: non sono le azioni di uno che influenzano l’altro attirandolo a sé, ma è il tessuto circostante che si modifica attorno ai nostri comportamenti, trascinandoci in uno stato di naturale appartenenza. Direi che per adesso sussistano entrambe…

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Rappresentazione grafica di come lo spaziotempo si distorce influenzato dalla massa generando la caduta di un corpo di massa inferiore

L’Intelligenza Artificiale, pertanto, non rappresenta un rischio per l’uomo se questi ne utilizza il potenziale per deformare l’ambiente attorno a sé. Al contrario, qualora lo scopo fosse quello di sfruttarne il potere per un dominio senza scrupoli, allora ogni certezza crollerebbe, ed è lì che il rischio aumenta in maniera esponenziale. Un algoritmo non intuisce né crea ma si comporta seguendo i dettami imposti dal suo creatore. Il codice in esso contenuto ne stabilisce la condotta sulla base di leggi precise e inviolabili, che hanno proprio in questa regola immutabile la loro più grande debolezza. Essere rigidi al pari di un algoritmo ci impedisce di scegliere per davvero.

Quando ero piccolo girava tra noi bambini una storiella simpatica che faceva più o meno così: “Sapete come si fa a tornare a casa dal deserto con un’arancia e 100 Lire? (all’epoca era questa la valuta corrente). Si prende l’arancia e la si spreme. Nel succo ci sono le vitamine, dunque si toglie la vita e rimangono le mine. Una volta fatte esplodere le mine si genera un trambusto, quindi si toglie il busto e resta il tram. A quel punto non resta che pagare il biglietto del tram con le 100 Lire e tornare a casa”. Ecco come, in questa storiella fanciullesca io rivedo l’uomo nella sua essenza più rappresentativa, che fonda le basi della propria sostanza nell’ingegno creativo. Un algoritmo invece, con le sue regole inviolabili, avrebbe optato per un ragionamento logico, consigliando di nutrirsi dell’arancia per prolungare la propria vita in attesa di una fine certa.

In conclusione, io sento che è arrivato il momento di prendere quel tram. Agire deformando lo Spaziotempo in cui siamo immersi e caderci addosso per proseguire questo nostro cammino verso l’esistenza, senza temere che una successione di numeri binari possa portarcela via… Se ci è riuscito l’universo per 14 miliardi di anni, perché non dovremmo farcela noi?

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Gelosia Intellettuale 451

(di Roberto Masi)

Cos’è quest’avversione che mi assale?

Nel mio personalissimo e pressoché quotidiano pellegrinaggio mentale, ho avuto spesso la sensazione di una raggiunta coerenza. Ammetto che si tratta di una mia aspirazione, riconosco pertanto la “chimera” di tale convinzione, minacciata dalla fragilità intellettuale che ne impedisce il compimento. Dolori, sentimenti, episodi inattesi… tutto influisce sul pensiero, e ogni minima fluttuazione spazza via l’evidenza di un’idea irraggiungibile. La stranezza risiede nel fatto che, nonostante m’impegni per ottenere il risultato perfetto, ogni mia certezza viene confutata da una sequenza caotica di affermazioni e smentite, che rappresentano il mio stesso intelletto.

Dunque, mi pare che il pensiero coerente sia in realtà la minaccia dell’identità, che invece necessita del conflitto per emergere, giacché tale illusione demolisce ogni lecito interrogativo.

Tra i tanti eventi irrazionali della mia elaborazione, c’è n’è uno che trascende il tempo e lo spazio in cui mi muovo, riguardante una sorta di “gelosia”, non saprei come altro definirla, che mi colpisce ogniqualvolta un autore da me scoperto e amato in tempi non sospetti, raggiunge quel successo di pubblico ch’io stesso ho provveduto ad augurargli. Non sto parlando d’invidia, figuriamoci, ma del dispetto che mi assale in quanto io, per qualche ragione che non riesco a controllare, rivendico il mio muto diritto al consenso della sua opera: un abominio in termini, se vogliamo.

Andando contro i miei propositi di coerenza appunto, faccio un torto all’autore e a me stesso. Quello che fino a un attimo prima era stato motivo di vanto interiore, si trasforma, nella sua approvazione collettiva, in una leggerezza da disprezzare. Sembra, in effetti, ch’io possa idolatrare una cosa soltanto nel suo momento di scarsa attenzione mentre il successo m’indispettisce. Minaccia il mio egocentrismo e lo fa emergere, attraverso il disappunto, nella forma di questa sensazione di disturbo. Quando ci penso mi punirei; sarei pronto ad autoinfliggermi una pena corporale se ciò servisse a qualcosa, ma non posso farci niente, si tratta di un meccanismo involontario, esule da ogni controllo, preponderante sul buonsenso al punto da infischiarsene della mia volontà di non turbare un sentimento candido come l’amore per l’arte.

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George Tooker – The waiting room

Se leggo il libro di uno sconosciuto e lo amo, il mio amore si trasforma in venerazione fino a quando la diffusione (auspicata) non trasforma l’opera in un oggetto collettivo. A quel punto sono in grado di fagocitare il mio affetto per trasformarlo in odio, e ciò mi pone al cospetto di un problema più ampio, che non riguarda la letteratura, ma me stesso. Tuttavia, questa teoria del misantropo letterario mostra risvolti inattesi, positivi, perfino in grado di confutare quello che l’intuito frettoloso mostra, nascondendo talvolta sconcertanti verità. L’analisi è la seguente: se m’innamoro di un’opera, questa mi entra dentro e non riesco a farne a meno. Il mio slancio mi porta a parlarne nel tentativo, onesto, di diffonderla. Se però l’apprezzamento dilaga in un susseguirsi di riconoscimenti che ne determinano il successo, allora il mio istinto tende alla reticenza, perfino alla condanna se questa era stata per me molto importante. Non nego che più di una volta mi è capitato di criticare qualcosa che intimamente avevo venerato, soltanto per sminuirne il valore agli occhi dell’interlocutore. Ma perché? Da cosa deriva questa follia che percuote il mio attaccamento?

L’analisi sembra chiara: il mio ego sovrasta il concetto di condivisione e non accetta l’apprezzamento collettivo, almeno così sembrerebbe. Eppure, so che esiste una verità meno riprovevole. L’ho trovata, nascosta tra i trucioli della vergogna, e mi dice che il motivo scatenante è un altro, ovvero la stessa gelosia dell’amante, che è ben diverso dal volersi a tutti i costi distinguere. Sebbene reputi lodevole il tentativo di emergere, non disprezzo, a ragion veduta, la rabbia possessiva verso qualcosa che si ama profondamente. Non quella collera malata che ottenebra la mente e conduce a gesti di follia, ma il dispetto interiore che mi rende inquieto, quando sento un caro affetto allontanarsi. Provo imbarazzo, lo ammetto. Confusione intellettuale che mi costringe a chiudermi nel silenzio per interrompere la discussione. Non accetto che si parli di qualcosa che mi ha “toccato” l’animo, e per non trasformare questo sdegno in disprezzo, taglio corto ed evito di parlarne. Mi ritrovo così, sperduto in questa gelosia intellettuale senza sapere come uscirne. La via di fuga è la quiete che segue nel tempo la popolarità dell’opera, che la trasforma in un classico e la rende immortale, patrimonio comune, unica e per questo, accettabile. Ma in quel lasso di tempo più o meno esteso che intercorre tra la sua nascita e la diffusione, superata una certa misura, io non gradisco che se ne parli in mia presenza perché la cosa mi disturba più che se fossi stato costretto a fare qualcosa contro il mio volere.

Adesso so di poter apprezzare il prodotto dell’intelletto attraverso una latente possessività. Sarei quindi orgoglioso se qualcuno mi snobbasse per un mio successo, qualora lo svilimento avesse origine da una precedente infatuazione. Ammetto che questa controversa reazione con gli anni si sta attenuando, così come cresce l’indulgenza verso lo scarso valore. Non so se si tratti di un assopimento del furore giovanile o di una più ampia percezione del mio abbandono. Riconosco il valore oggettivo e lo accolgo, non senza riluttanza quand’esso è di dominio pubblico, ma non mi nego. Lo stesso accade per le cose deplorevoli, le accolgo con la pena che provo per loro. Ma là sotto, il fuoco avvampa ancora. Lo sento ardere, pronto a uscire quando ciò che m’attrae si dimostra tale da mettere in moto il meccanismo della gelosia intellettuale. La natura dunque rivendica se stessa e non cede all’avanzare dell’età.

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Pertanto, l’amore verso certi libri m’impedisce di accettare che altri s’intromettano tra me e loro. Quando ciò accade, l’autore che li ha scritti svanisce nella sua stessa creazione, si perde al punto che talvolta ne ricordo a malapena il nome. In qualche misura sono il Grado Fahrenheit quattrocentocinquantuno della letteratura che mi conquista… e mi va bene così!

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