Gelosia Intellettuale 451

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(di Roberto Masi)

Cos’è quest’avversione che mi assale?

Nel mio personalissimo e pressoché quotidiano pellegrinaggio mentale, ho avuto spesso la sensazione di una raggiunta coerenza. Ammetto che si tratta di una mia aspirazione, riconosco pertanto la “chimera” di tale convinzione, minacciata dalla fragilità intellettuale che ne impedisce il compimento. Dolori, sentimenti, episodi inattesi… tutto influisce sul pensiero, e ogni minima fluttuazione spazza via l’evidenza di un’idea irraggiungibile. La stranezza risiede nel fatto che, nonostante m’impegni per ottenere il risultato perfetto, ogni mia certezza viene confutata da una sequenza caotica di affermazioni e smentite, che rappresentano il mio stesso intelletto.

Dunque, mi pare che il pensiero coerente sia in realtà la minaccia dell’identità, che invece necessita del conflitto per emergere, giacché tale illusione demolisce ogni lecito interrogativo.

Tra i tanti eventi irrazionali della mia elaborazione, c’è n’è uno che trascende il tempo e lo spazio in cui mi muovo, riguardante una sorta di “gelosia”, non saprei come altro definirla, che mi colpisce ogniqualvolta un autore da me scoperto e amato in tempi non sospetti, raggiunge quel successo di pubblico ch’io stesso ho provveduto ad augurargli. Non sto parlando d’invidia, figuriamoci, ma del dispetto che mi assale in quanto io, per qualche ragione che non riesco a controllare, rivendico il mio muto diritto al consenso della sua opera: un abominio in termini, se vogliamo.

Andando contro i miei propositi di coerenza appunto, faccio un torto all’autore e a me stesso. Quello che fino a un attimo prima era stato motivo di vanto interiore, si trasforma, nella sua approvazione collettiva, in una leggerezza da disprezzare. Sembra, in effetti, ch’io possa idolatrare una cosa soltanto nel suo momento di scarsa attenzione mentre il successo m’indispettisce. Minaccia il mio egocentrismo e lo fa emergere, attraverso il disappunto, nella forma di questa sensazione di disturbo. Quando ci penso mi punirei; sarei pronto ad autoinfliggermi una pena corporale se ciò servisse a qualcosa, ma non posso farci niente, si tratta di un meccanismo involontario, esule da ogni controllo, preponderante sul buonsenso al punto da infischiarsene della mia volontà di non turbare un sentimento candido come l’amore per l’arte.

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George Tooker – The waiting room

Se leggo il libro di uno sconosciuto e lo amo, il mio amore si trasforma in venerazione fino a quando la diffusione (auspicata) non trasforma l’opera in un oggetto collettivo. A quel punto sono in grado di fagocitare il mio affetto per trasformarlo in odio, e ciò mi pone al cospetto di un problema più ampio, che non riguarda la letteratura, ma me stesso. Tuttavia, questa teoria del misantropo letterario mostra risvolti inattesi, positivi, perfino in grado di confutare quello che l’intuito frettoloso mostra, nascondendo talvolta sconcertanti verità. L’analisi è la seguente: se m’innamoro di un’opera, questa mi entra dentro e non riesco a farne a meno. Il mio slancio mi porta a parlarne nel tentativo, onesto, di diffonderla. Se però l’apprezzamento dilaga in un susseguirsi di riconoscimenti che ne determinano il successo, allora il mio istinto tende alla reticenza, perfino alla condanna se questa era stata per me molto importante. Non nego che più di una volta mi è capitato di criticare qualcosa che intimamente avevo venerato, soltanto per sminuirne il valore agli occhi dell’interlocutore. Ma perché? Da cosa deriva questa follia che percuote il mio attaccamento?

L’analisi sembra chiara: il mio ego sovrasta il concetto di condivisione e non accetta l’apprezzamento collettivo, almeno così sembrerebbe. Eppure, so che esiste una verità meno riprovevole. L’ho trovata, nascosta tra i trucioli della vergogna, e mi dice che il motivo scatenante è un altro, ovvero la stessa gelosia dell’amante, che è ben diverso dal volersi a tutti i costi distinguere. Sebbene reputi lodevole il tentativo di emergere, non disprezzo, a ragion veduta, la rabbia possessiva verso qualcosa che si ama profondamente. Non quella collera malata che ottenebra la mente e conduce a gesti di follia, ma il dispetto interiore che mi rende inquieto, quando sento un caro affetto allontanarsi. Provo imbarazzo, lo ammetto. Confusione intellettuale che mi costringe a chiudermi nel silenzio per interrompere la discussione. Non accetto che si parli di qualcosa che mi ha “toccato” l’animo, e per non trasformare questo sdegno in disprezzo, taglio corto ed evito di parlarne. Mi ritrovo così, sperduto in questa gelosia intellettuale senza sapere come uscirne. La via di fuga è la quiete che segue nel tempo la popolarità dell’opera, che la trasforma in un classico e la rende immortale, patrimonio comune, unica e per questo, accettabile. Ma in quel lasso di tempo più o meno esteso che intercorre tra la sua nascita e la diffusione, superata una certa misura, io non gradisco che se ne parli in mia presenza perché la cosa mi disturba più che se fossi stato costretto a fare qualcosa contro il mio volere.

Adesso so di poter apprezzare il prodotto dell’intelletto attraverso una latente possessività. Sarei quindi orgoglioso se qualcuno mi snobbasse per un mio successo, qualora lo svilimento avesse origine da una precedente infatuazione. Ammetto che questa controversa reazione con gli anni si sta attenuando, così come cresce l’indulgenza verso lo scarso valore. Non so se si tratti di un assopimento del furore giovanile o di una più ampia percezione del mio abbandono. Riconosco il valore oggettivo e lo accolgo, non senza riluttanza quand’esso è di dominio pubblico, ma non mi nego. Lo stesso accade per le cose deplorevoli, le accolgo con la pena che provo per loro. Ma là sotto, il fuoco avvampa ancora. Lo sento ardere, pronto a uscire quando ciò che m’attrae si dimostra tale da mettere in moto il meccanismo della gelosia intellettuale. La natura dunque rivendica se stessa e non cede all’avanzare dell’età.

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Pertanto, l’amore verso certi libri m’impedisce di accettare che altri s’intromettano tra me e loro. Quando ciò accade, l’autore che li ha scritti svanisce nella sua stessa creazione, si perde al punto che talvolta ne ricordo a malapena il nome. In qualche misura sono il Grado Fahrenheit quattrocentocinquantuno della letteratura che mi conquista… e mi va bene così!

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