L’uomo verticale

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(di Roberto Masi)

Dal mio punto di vista, può venire chiamato straordinario soltanto l’uomo che si distingua da quelli che lo circondano per le risorse del suo spirito e che sappia contenere le manifestazioni provenienti dalla propria natura…”, così dichiarava Georges I. Gurdjieff ai propri allievi.

Il giorno di pasqua del 2012 ho conosciuto Alfredo Martini. Fui invitato a casa sua dal nipote che conosceva bene il mio apprezzamento nei suoi confronti, e mai come in quell’occasione, l’idea che mi ero fatta si rivelò fedele alla realtà. Come spesso accade, le persone da noi sublimate tendono a perdere il proprio alone di maestosità nel momento stesso in cui si concretizzano. Per Martini, invece, questo non è avvenuto, e in fin dei conti si è trattata della logica conseguenza del suo modo di esistere: “…e che sappia contenere le manifestazioni provenienti dalla propria natura…”, appunto.

Vissuto in un epoca di grandi cambiamenti storici e culturali, egli incarna, nella mia percezione, l’ideale di uomo che, mosso da una curiosità inappagabile, ha fatto della cultura il proprio faro. Lo studio profondo dell’essere, le riflessioni sul comportamento e la distinzione, oggettiva, di ciò che è bene e di quanto invece non lo è, sono stati per quest’uomo il motore di spinta verso gli altri, senza alcuna ambizione di riconoscimento. Spontaneo, puro in una dialettica che risulta oggi improbabile per la nostra incredulità nei confronti dell’altruismo, Alfredo Martini è stato un uomo buono, ed è questo l’aggettivo che meglio di tutti me lo rappresenta.

Non bravo, né filantropo, altruista, disponibile, ma buono nel significato stesso del termine. Un’umanità trasmessa in tanti modi: nelle parole, nello sguardo gentile e perfino nel movimento del corpo appesantito dall’età, ma leggiadro come un fanciullo ansioso di vivere. Così, infatti, mi è apparso fin da subito, alla stregua cioè di un giovinetto nel pieno della vita, sebbene avesse all’epoca novant’anni.

Nell’imbarazzo impostomi dal timore reverenziale, in quell’occasione non riuscii a fare altro che ascoltalo. La paura di un confronto intellettivo m’impedì d’approfondirne la conoscenza e sebbene la sua autobiografia, “La vita è una ruota”, scritta in collaborazione con Marco Pastonesi sia un testo per me fondamentale, sono forse i suoi scritti inediti che me lo hanno fatto amare in modo ancora più intimo. Interi quaderni scritti a mano, pieni di riflessioni profonde e citazioni che ho avuto modo di leggere per gentile concessione della famiglia. Testi di una purezza disarmante, la cui potenza evocativa ne risulta amplificata proprio dal fatto che, a fronte di una produzione sterminata quale traccia del suo passaggio, mostrano il tratto grafico della sua penna: ordinato, preciso nel rispetto del valore ch’egli dava all’opera dell’intelletto, destinato quindi a rimanere per sempre. Talvolta penso che trascriverne i diari non avrebbe senso, tuttavia si tratta di una mia presunzione, figlia dell’incapacità di contenere le manifestazioni provenienti dalla mia natura, che m’impedisce di accettarne la divulgazione, come se il renderlo pubblico, e mi riferisco ovviamente al Martini scrittore, ne sminuisse l’opera.

Grande appassionato di Joseph Conrad, Steinbeck, Hemingway, Pratolini, ma anche amico di personaggi del calibro di Margherita Hack, Alfredo Martini ha speso la propria vita con uno slancio propositivo verso gli altri, pur restando fedele ai propri affetti. Si è mosso così, in una danza aggraziata tra gli uomini che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e coloro i quali hanno sentito, pur non avendolo incontrato, una vicinanza paterna. Sono infatti le persone come lui che alla loro morte lasciano una voragine incolmabile. Si ha come la sensazione che un pilastro sia venuto meno, una di quelle persone che, attraverso la propria opera, sono in grado di trasmetterci la sicurezza della loro presenza in questo mondo complicato.

Quando il 25 agosto del 2014, all’età di 93 anni è venuto a mancare, ho percepito un senso di smarrimento, come se una guida per me fondamentale se ne fosse andata e non restasse ad attendermi nient’altro che un destino incerto. Poi ho capito che l’opera di Martini non si limitava alle sue azioni terrene, ma era un dono collettivo nella forma dei suoi scritti poderosi, e dei tanti interventi rivolti alla tutela dei giovani e alla speranza di una vita migliore. Rileggerlo, dunque, ha spazzato via la paura e alle molte domande sul “che ne sarà di noi?”, e ho trovato risposte in un linguaggio semplice, comprensibile, ma soprattutto onesto.

Gli scrittori sono spesso ruffiani, è innegabile, e ciò avviene soprattutto quando l’intento è inquinato dal desiderio, lecito se vogliamo, di affermarsi attraverso l’intelletto. Le rare volte però in cui lo scopo non è l’esaltazione del ma nel noi, allora il mio animo si acquieta nella dolcezza di quelle frasi scritte senza secondi fini. Come ha più volte ribadito Gianni Mura: “gli spagnoli lo definirebbero un Hombre Vertical”, ed è così che anch’io voglio ricordarlo, come un uomo retto!

Dalle finestre di casa mia si vede quella che un tempo era la scuola elementare in cui Alfredo Martini studiava da bambino. Adesso è la sede di una scuola di musica e talvolta, tra le melodie incerte di giovani inesperti, immagino di vederlo scorrazzare nel giardino antistante l’ingresso con i pantaloni corti e le calze lunghe fin sotto al ginocchio, inconsapevole del fatto che a pochi metri di distanza, ci sono io che l’osservo con ammirazione.

Bisogna imparare, imparare il più possibile per sapere cos’è la vita…

Alfredo Martini

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