Io sono carne… questo sono

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(di Roberto Masi)

Io sono carne… questo sono, e come tale esisto, adesso e qui, quale tramite per raggiungere uno stadio evolutivo del tutto inatteso. Il carbonio è l’elemento su cui si fonda la vita ma, sebbene continuiamo a cercare nell’universo le condizioni in grado di replicarla, la riflessione mi porta a credere che tale approccio sia del tutto sbagliato.

Se dovessi rappresentare la mia natura, dunque, sceglierei il cerchio. Le sue forme morbide e prive di spigoli me lo rendono familiare, innocuo al contatto, come noi di fronte alla vastità del cosmo. Assumo la morbidezza delle linee quale rappresentazione del mio essere uomo, frutto di una lenta evoluzione, che ci ha visti passare da una condizione di organismi unicellulari alle complesse strutture che siamo oggi. Tuttavia, io mi guardo attorno e vedo questa carne mutare in qualcosa di meno certo, volatile, qualcosa di assolutamente mortale. In questo sono parte di un cambiamento inarrestabile, nel quale ciò che sarà di noi, non può prescindere da quello che sono oggi per me stesso.

Io sono carne… questo sono, e realizzo ogni giorno ciò che presto diventeremo. Quando i miei pensieri si fermeranno davanti al crollo delle sinapsi, il mio interagire sarà stato lo scambio influenzato, e a sua volta influito, modificandosi costantemente per generare il pensiero ch’io dono al mio prossimo perché mi riconosca, come tramite, attraverso il nostro comune presente.

Egli non sarà carne, io credo. Nella mia mente lo rappresento come un poligono fatto di spigoli: metafora “antica” di un elemento nuovo del quale forse non avrò mai percezione. Il suo pensiero sarà coerente, organizzato, rapido nel calcolo, onnisciente nel sapere riconosciuto. Fino a pochi anni fa tutto questo mi appariva come un sogno degno di Lem: pieno d’irrealtà, ricreativo al cospetto della natura in quel preciso momento, lontano da tutto. Ed è la nostra curiosità, ma ancor prima la fantasia, che ha spinto il nostro intelletto alla creazione di quel futuro teorizzato per diletto.

L’evoluzione è il ritorno a uno stadio primordiale. Vedo attorno a me una quantità d’informazioni che non riesco a contenere, istantanee che appaiono ovunque e tento di elaborare ma che spesso mi sfuggono. Cambiano il mondo al di là della mia percezione. Ne riconosco l’avvento soltanto nel lungo periodo, quand’ormai si è affermato il loro effimero potere. Allora la malinconia mi assale, non ho il tempo per accettare la trasformazione se non dopo il suo avvento, e ogni volta percepisco la novità come un assalto alla mia “storia” personale.

Io sono carne… questo sono, e come tale riconosco la scomparsa della materia di cui sono fatto, a favore di un essere autonomo in tutto, capace di elaborare il concetto nell’istante stesso in cui esso viene formulato, migliore di me, tendente all’assoluto. Qualcuno pensa che presto non serviremo più, ma la nostra inutilità non sarà il frutto di una distinzione netta tra un prima e un dopo, bensì della transizione tra ciò che siamo e quello che saremo. Ci spaventa il cambiamento perché impone la domanda se ciò possa escluderci dalla vita mentre stiamo consumandola. Pertanto rivendichiamo la nostra presenza attraverso il rifiuto di un’assenza teorizzata, come se dovessimo esistere all’infinito, in questo aspetto carnale. È la nostra umanità che emerge. Le risposte, per adesso, non sono ancora in equilibrio ma si basano sull’improvvisazione di cui disponiamo, e in qualche modo ci confondono per proseguire la ricerca di un posto che svanisce all’orizzonte.

Io sono carne… questo sono, e come tale non mi riconosco…

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