L’esatta indeterminazione

(di Roberto Masi)

La sensazione che mi ha trasmesso l’Esattezza di Calvino è paragonabile a una lenta caduta verso il basso. Le immagini sfilano davanti ai miei occhi, per poi svanire una dietro l’altra mentre in me va crescendo il terrore per gli esiti di questo precipitare. Stavolta ho penato molto nella lettura, e nell’apprendimento, di questa terza “proposta per il nuovo millennio”, infatti, sebbene avessi letto Lezioni americane molto tempo fa, all’epoca la mia mente era inquinata dalla riverenza verso quello che non esito a definire, nel panorama italiano almeno, come il mio autore preferito. Tuttavia, nel tentativo di approfondire questo testo che, com’era stato per la Rapidità, mi aveva suggerito un processo di comprensione incontrovertibile, la mia arrendevolezza si è scontrata con le idee dell’autore, fino a generare un conflitto tra la sua idea di letteratura e il mio modo di praticarla.

Per fare chiarezza, a me stesso prima di tutto, sono obbligato a trascrivere quelli che egli non esita a definire i tre capisaldi sui quali basare la propria opera, e successivamente, in un modo che trascende la mia maniera, analizzarli uno per uno. Basterebbe questo per definire il mio stato d’animo conteso tra l’amore per la sua prestazione e il rifiuto di tali assiomi, ma soprattutto mi si prospetta lo spauracchio di un’opera che, seppur autografa, resta pur sempre postuma…

1 Un disegno ben definito e ben calcolato.

2L’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo un aggettivo che non esiste in inglese, “icastico”.

3 Un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

Ci va duro fin da subito Calvino, sia con l’enunciazione di queste regole che nell’affermare, senza troppi convenevoli, che siamo in uno stato di totale sconforto nell’uso delle parole le quali sono utilizzate con sbadataggine, approssimazione e senza alcun rispetto. Per me che lo amo e ne percorro l’opera fin dalla fanciullezza, risulta inaccettabile una tale presa di posizione da parte sua; la subisco come se in quel preciso momento il suo scopo non fosse l’educazione all’arte letteraria, bensì la critica verso qualcosa che ne aveva scatenato la ferocia. Mi sento come un bambino a cui il padre ha appena dato uno schiaffo senza motivo, e mi ritrovo a vagare per la casa, in questo caso la memoria della sua produzione, alla ricerca di un perché.

Epidemia, malattia, uniformità massmediatica… Il mio Calvino si allontana da me con uno slancio che mi spaventa. Non salta tra i rami dell’elce come Cosimo Piovasco di Rondò, non risale la strada di San Giovanni che lo condurrà nell’orto una volta oltrepassato il beudo, né scambia il pranzo con un giovincello annoiato in un gesto di profonda umanità come Marcovaldo, ma si aggira nel Castello dei destini incrociati, accecato dall’ira mentre insegue per le stanze vuote la soluzione al quesito. Neppure il suo amore per la scrittura sembra in grado di sorreggerlo, infatti, questa lezione sembra più una ricerca interiore che altro, e in effetti potrebbe esserlo se ripenso a quanto affermava nella sua prima conferenza: “proverò a spiegarlo a me stesso e a voi”. L’opprimente mole di citazioni, esasperate dalla lunghezza e dal fatto che non si limita a riportarne la sola traduzione, lo pongono ai miei occhi come un amante inquinato dalla disperazione verso qualcosa che non riesce a spiegare. Colui che ha “osato” tradurre l’intraducibile: I fiori blu di Raymond Queneau, mi pone al cospetto della nostra miseria e, invece che indurmi alla comprensione, mi respinge.

In questa lezione, il Calvino de Le stagioni in città si appesantisce di un carico letterario che contrasta, in modo sconveniente, con la Leggerezza. La volubilità dell’intelletto non resiste allo smarrimento e me lo riporta addosso con tutto il suo carico di uomo mutevole, sia nell’opera che nel suo concepimento. Non voglio sconvolgermi, non posso farlo soprattutto perché tale lavoro è comunque postumo, non revisionato e prende il titolo, sembra, dall’intervento dell’amico Pietro Citati: un letterato formidabile, mente geniale ma così intransigente che solo l’indimenticabile Carlo Fruttero, in un’intervista che ho avuto il piacere di ascoltare per l’uscita del suo testamento letterario, Mutandine di chiffon, ha saputo riportare tra noi mortali. Proprio Citati, infatti, al quale Calvino si rivolgeva spesso per ricevere conferma dell’effetto funzionale dei propri scritti, ne esalta lo spessore e in questo caso mi costringe a credere di non esserne all’altezza. Tuttavia, scelgo di ribellarmi al potere dell’accademia e riporto il mio Scrittore alla propria opera, alla mia necessità, alle nostre interminabili scorribande sopra gli alberi col bassotto Ottimo Massimo che ci corre appresso. Del resto è lo stesso Citati che in qualche modo apre spiragli di luce al mio turbamento, quando dice che nell’invecchiare Calvino si trasformò in una creatura malinconica, chiusa, che viveva di pensieri, dunque lontano dall’uomo che per decenni s’era fatto portatore di una colta allegria.

La mia rabbia adesso indulge all’empatia, sento però il bisogno di comprendere. Colui che detestava essere definito letterato è morto prima di terminare quest’opera che in fondo, sebbene lo rendesse orgoglioso in quanto primo italiano a ricevere l’invito dalla prestigiosa Università di Harvard a tenere le Charles Eliot Norton Poetry Lectures, lo indispettiva per il fatto di non sentirsi un critico nell’accezione classica del termine. Perfino quando si aggrappa a Leopardi per dissipare la propria nebulosa, il terreno vacilla: “Dunque Leopardi, che avevo scelto come contraddittore ideale della mia apologia dell’esattezza…”, il pensiero si attorciglia in un loop senza via d’uscita, e proprio come avviene per Ruggiero nel castello di Atlante, l’autore sembra preda di un sortilegio che gli impedisce di ritrovare la via di casa, al punto da indurlo a cercare nel poeta del dolore la confutazione della propria difesa, come se si trattasse di un assurdo processo alle proprie intenzioni.

Andando avanti con la lettura di questo breve trattato, Calvino insiste con l’opera leopardiana per poi citare Cartesio, Kant, Parmenide, Musil, Valéry e molti altri in una girandola di concetti che non portano mai all’esplicazione di quanto si prefigge. Tuttavia, ricorre un tema a me milto caro, ovvero quello dell’indeterminazione che lui definisce con minor carico scientifico “indeterminatezza” di tutte le cose e nel quale, finalmente, identifico la logica di questo testo, come se nel mio immaginario contorto fosse sufficiente sostituire il titolo per dare a tutto un senso più ampio. Ma l’intento dell’autore non è questo, egli prova con la forza della disperazione a completare il suo ragionamento che sembra non portare a niente. Si allontana fino a quando non affronta il problema da un punto di vista scientifico, che pur contenendo una propria vaghezza, colpisce la mia attenzione. Già quando accenna all’opera di Cartesio fa un timido passo attraverso la ricerca di una concezione razionalistica che poggia sulla precisione, ma in seguito questo proponimento si manifesta in modo evidente. È qui, a mio avviso, che l’intento decade. Accettando tale indeterminazione, infatti, svanisce il concetto stesso di Esattezza come avviene allo stato quiescente di un sistema fisico se osservato. La riflessione che egli fa manifesta dunque come l’obbiettivo non fosse chiaro ai suoi occhi, forse lo era il desiderio di caldeggiare una tecnica priva d’incertezze, ma come avviene per qualsiasi individuo che vive di forti passioni e curiosità, l’esattezza auspicata sembra essere proprio il suo opposto in quanto, nella definizione geometrica dell’esposizione, il fuoco che alimenta l’amore per la letteratura si affievolisce.

Dunque cosa resta delle tre regole iniziali? La prima, la necessità di avere un disegno preciso e ben calcolato, svanisce nel tentativo di metterlo in pratica; non ne vedo il disegno, se non nelle intenzioni sfumate che, fin da subito, si perdono nell’intento di realizzarlo su un’impalcatura debole. La seconda, la necessità di evocare immagini precise e inequivocabili attraverso la scrittura, si contorce nel tentativo d’inseguire tali disegni emotivi che sfuggono al controllo, perfino quando si tratta di fotografie stabili nel tempo, capaci di sconvolgere l’animo corruttibile al cospetto della loro potenza evocativa. E infine la terza, quella più ambigua se vogliamo, la necessità, presunta, di ottenere un linguaggio preciso in grado di rappresentare nel dettaglio ogni sfumatura del pensiero. Quest’ultima è il culmine di una contraddizione ch’io sento vibrare nel mio modo di discernere la scrittura come mezzo di comunicazione fine a se stesso dal suo potenziale espressivo. Le stesse variabili del pensiero, in quanto tali, ci sfuggono. Si spostano spinte dal vento implacabile del nostro umore. L’opera è un progetto chiaro soltanto all’apparenza; la sua realizzazione prevede il mutamento progressivo e, talvolta, la confutazione dell’idea iniziale, sia per il tempo necessario al suo completamento che per il piacere che si prova nel realizzarla. Neppure l’espressione “io”, all’apparenza immediata, possiede una sua compiutezza definitiva, anzi, nel momento stesso in cui lo scrivo, il suo valore si evolve nella caducità del concetto stesso.

Verso la fine della sua lezione però, finalmente, il Maestro mi fa visita, e lo fa ripartendo da sé. Riporta un brano memorabile della sua opera più geniale: Le città invisibili, che attraverso una bellezza abbagliante, mostra la continua ricerca di una risposta all’enunciato, anche attraverso il dubbio di due diverse pulsioni, una determinata e l’altra astratta, ritenute entrambe parte di quell’esattezza retorica funzionale al risultato letterario. In questo caso, allora, io lo accolgo di nuovo nella mia casa pensando che in fondo tutto questo ha un solo e unico elemento di disturbo, ovvero la sua stessa definizione. Tra “mille” autori citati: Ponge, Mallarmé, Wittgenstein… s’innalza con una frase stavolta esatta in tutta la sua purezza: “Per questo il giusto uso del linguaggio per me è quello che permette di avvicinarsi alle cose (presenti o assenti)…”. Ecco, tutto qua.

Mi avvio quindi alla conclusione di questo faticoso ragionamento, tentando di trattenere l’immagine sibillina del mostro descritto da Leonardo da Vinci con la quale questa lezione si conclude. Non posso negare che si sia trattato di un compito faticoso, arduo, in cui il conflitto tra il mio amore per Calvino e la sua esposizione di questa proposta, mi ha imposto più volte di far ritorno ai suoi scritti. A tal proposito voglio trascrivere qui un breve estratto del suo celeberrimo Se una notte d’inverno un viaggiatore: “Non che t’aspetti qualcosa di particolare da questo libro in particolare” dice rivolgendosi al lettore, “sei uno che per principio non s’aspetta più niente di niente. Ci sono tanti, più giovani di te o meno giovani, che vivono in attesa d’esperienze straordinarie; dai libri, dalle persone, dai viaggi, dagli avvenimenti, da quello che il domani tiene in serbo. Tu no. Tu sai che il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio”. Ecco l’insegnamento che cerco da lui, non l’esattezza meccanica di un testo studiato a tavolino, geometrico, povero di aspettative linguistiche. Cerco una ridondanza fantasiosa, imprevedibile nella trama e nell’iperbole letteraria che mi disegna nella mente la sua fantasia dissimile da ogni altro autore ch’io abbia letto. Il guizzo curioso di quel volto accogliente, si tramuta nello schianto lieve di ogni mia aspettativa. Con queste parole percepisco la pena d’aver oltraggiato il padre mio, ma il viaggio non termina qui, prosegue verso nuove e inattese rivelazioni, e in quell’esattezza nella quale l’ho inseguito per tutto il tempo, ho finito per perdermi assieme a lui… Cosa potrei chiedere di più?

Ecco qui l’articolo di Giulia Arnetoli: Gli orizzonti sfumati dell’esattezza.

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Veloce come il vento

(di Roberto Masi)

Prima d’intraprendere insieme a Giulia di 20000librisottogliocchi l’approfondimento delle Lezioni americane di Calvino, l’idea che avevo di questa seconda proposta per il prossimo (ormai attuale a dire il vero) millennio, era del tutto diversa. Il breve trattato sulla Rapidità, infatti, non si basa come avevo immaginato sull’immediatezza della comunicazione, bensì sull’efficacia di un testo raffinato da inutili orpelli che, come dice lo stesso autore, parta da un punto e si diriga in linea retta verso la meta cui è destinato. La riflessione, tuttavia, mi porta a giustificare il malinteso giacché Calvino, al momento della stesura di quest’opera e sebbene lo teorizzasse, non aveva alcuna percezione dell’era di sveltezza comunicativa in cui ci troviamo oggi. L’abbaglio sta proprio in questo: la velocità del messaggio non è rappresentata dalla sua immediatezza ma si tratta dell’urgenza di trasmetterlo, per cui la discriminante non è rappresentata dal testo, bensì dal mezzo utilizzato per farlo. La rapidità di cui parla è dunque l’immediatezza della comunicazione, che il lettore percepisce come tale grazie alla scrittura.

Mi spiego meglio. Oggigiorno siamo “connessi”. In ogni momento della giornata le informazioni che riceviamo, dirette o indirette che siano, ci costringono a fare uno sforzo immane per assimilare il loro contenuto. Sebbene il nostro cervello sembri progettato per adattarsi a recepire un numero sempre più elevato d’impulsi esterni, l’urgenza si focalizza sulla quantità del messaggio e non sulla qualità. Quest’ultima, diversamente, può garantirla soltanto una scrittura efficace che, a detta dello stesso Calvino, è rappresentata da uno stile privo di digressioni.

Ho riflettuto a fondo su questa sua visione. Se per la Leggerezza, infatti, ho sentito fin da subito una forte empatia con i suoi insegnamenti, per ciò che concerne la Rapidità non è stata la stessa cosa. Ciò dipende in parte dal mio modo di fare letteratura, un metodo che scaturisce dall’attimo e si disperde fin da subito in facili elucubrazioni apparentemente riempitive salvo poi approfondirne la comprensione. Ciò nonostante, riflettendoci con maggior attenzione, scopro che il motivo non è questo, quanto piuttosto il mio essere influenzato dall’era in cui vivo che Calvino poteva solo immaginare. In effetti, egli non sottovaluta la forza di una tecnica fatta di continue divagazioni e per quanto si dichiari estimatore di uno stile diretto, porta l’esempio dell’opera di Laurence Sterne che io conosco bene: “La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e ritrovarlo dopo cento giravolte”. Un’osservazione degna di un grande intellettuale, soprattutto se poco incline agli sconfinamenti verso tale maniera, ma ho dovuto constatare che non si tratta di un concetto universalmente riconosciuto… È stata proprio Giulia, infatti, che ha fatto vacillare tale certezza con il suo articolo – Un solo istante in tanto tempo – quando sul medesimo aspetto sostiene che non si tratta di “percorrere lo spazio nel minor tempo possibile, non è spazio fratto tempo, è piuttosto una corsa consapevole scandita dal ritmo, una corsa svelta eppur ammaestrata, una fuga continua per rimandare la conclusione”.

La tecnica letteraria di cui parla Calvino è certamente più efficace. Tuttavia, ciò non le toglie dignità ai miei occhi, ma riconosco in essa un mezzo di più facile godimento. Una scrittura meno diretta e pregna di riferimenti genera nel lettore ambiguità, vaghezza e non ultimo un senso di distacco che può indurre all’abbandono dell’atto contemplativo. Non biasimo coloro i quali rifuggono uno stile ridondante, giacché io stesso, che per natura lo pratico, trovo molto più facile la comprensione di un messaggio trasmesso senza troppi artifici letterari. Voglio però portare a mia volta una riflessione che riguarda due grandi scrittori molto diversi tra loro ma legati da stima reciproca: Ernest Hemingway e James Joyce. Questi capisaldi della letteratura del novecento ebbero modo di frequentarsi nel periodo in cui entrambi vissero a Parigi. Tutti conoscono la grande diversità espressiva che li contraddistingue: il primo dotato di uno stile breve e incisivo, mentre l’altro, Joyce, annichilito dal proprio flusso di coscienza in opere di difficile lettura se non addirittura impossibile. Eppure, l’uno non esclude l’altro, l’immediatezza di Fiesta non stride con la complessità dell’Ulisse. Entrambi possiedono una carica che si tramanda attraverso l’appagamento e la frustrazione del lettore che, se dal primo è attratto, dal secondo è respinto in una regola universale di richiamo e repulsione che stabilisce l’equilibrio di tutte le cose.

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Ernest Hemingway – James Joice

Leggere, dunque, non è un’azione passiva. Può esserlo a fronte di un uso rivolto allo svago, ma in altri casi richiede uno sforzo profondo e per certi versi esasperante. La rapidità di cui Calvino parla non va confusa con la facilità di comprensione bensì, a mio avviso, della prontezza con la quale il concetto ci raggiunge. Esistono sentimenti per i quali non basta una schietta narrazione, ma sono indispensabili opportune digressioni per rappresentarli nella loro interezza; l’amore è uno di questi. Talune emozioni richiedono la follia del testo per far sì che il lettore, spinto a comprenderne la complessità, ne recepisca ogni sfumatura attraverso lo sforzo.

A ogni modo, i cambiamenti cui assisto m’impongono l’onestà. Per quanto apprezzi Calvino quando afferma che la domanda del mercato librario è un feticcio che non deve immobilizzare la sperimentazione di nuove forme, questo “nuovo” millennio al quale egli si rivolge, ci spinge invece a confutare questo nobile precetto. Non solo è difficile trovare un editore disposto a credere in qualcosa che non segua le rigide leggi del mercato, ma sono gli stessi autori che, pressati dai moderni sistemi di comunicazione, impongono a se stessi limiti creativi. Che cosa insegnano nelle scuole di scrittura? A rendere un testo efficace nella sua congruità come opera, oppure si limitano a guidare gli autori verso un’omologazione ben vista da chi dovrà investirci del denaro? La mia non vuol essere una critica, ma il timore che alcuni insegnamenti possano essere male interpretate mi raggiunge. Non si legge Lezioni americane per giustificare, attraverso le parole di un Maestro, la scarnificazione del testo con scopi di dubbio gusto. “Io vado a casa!”, per esempio, potrebbe sembrare il perfetto caso di Rapidità letteraria ma non lo è. Il lettore vuol sapere chi sei, da dove vieni, dove stai andando e quale tragitto farai per coprire la distanza. Non è questo dunque che lo scrittore ci vuole suggerire, bensì che tali informazioni, a suo gusto personale, devono raggiungerci senza futili impedimenti. Tale pensiero si riduce a una presa di posizione netta da parte sua: “In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana, povera di romanzieri ma sempre ricca di poeti, i quali anche quando scrivono in prosa danno il meglio di sé in testi il cui massimo di invenzione e di pensiero è contenuto in poche pagine”.

La Rapidità è un’attitudine; riguarda sia l’autore che il lettore. Di volta in volta subisce l’influenza del contesto, dello stato d’animo, o di un semplice bisogno momentaneo. Forse, per chi scrive, subentra la vocazione cui non può prescindere e così come Calvino dichiara di apprezzare la forma breve, altri sono affascinati dal suo esatto opposto. Il novecento ha segnato la rottura dei vecchi canoni attraverso l’affermazione di grandi autori, perlopiù americani, del calibro di Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Salinger, Fante e perfino Carver col suo stile esasperato; autori che, attraverso una tecnica narrativa immediata, hanno impresso una spinta poderosa in tutta Europa sorretti da quel Sogno che in qualche modo ha prodotto un cambiamento nel nostro modo di fare letteratura. Però non dobbiamo dimenticare che, sebbene siamo una nazione “povera di romanzieri”, abbiamo avuto narratori del calibro di Manzoni e in quanto tali, forti di una tradizione che spicca non solo nella forma essenziale.

La scrittura è uno strumento suscettibile dell’utilizzo che se ne fa. Così come un bravo artigiano dà all’utensile un diverso valore in funzione del risultato, l’autore fa fatica a spogliarsi del proprio metodo espressivo. Questo però non contraddice le parole di Calvino, e soprattutto non genera sbarramenti teorici oltre i quali l’opera è da ritenersi indegna. Quando egli parla di rapidità, io la interpreto come una velocità mentale di trasmissione e non come l’uso improprio di espressioni inappropriate. Quindi, l’insegnamento che ne traggo e del quale cercherò di fare tesoro è di affinare il più possibile quel flusso di parole, talvolta incontrollato, che sgorga nell’attimo d’ispirazione e dal quale fatico a staccarmi. Ogni singolo vocabolo è parte del suo autore, rappresenta un attimo dell’intelletto e per questo motivo ci rappresenta. Spesso mi sono trovato a revisionare un testo e invece che elidere parti in esubero, le ho soltanto modificate nella forma ottenendo un’incomprensibilità ancora più marcata.

Allora scelgo di impegnarmi a ricevere con più indulgenza il lettore, e per farlo, ammetto la necessità di concedere quella parte di me che emerge soltanto con l’abbandono di ogni sbavatura interiore. Forse è proprio questo che Calvino vuole trasmetterci, cioè che non serve a niente la Rapidità della forma stilistica, quanto lo sforzo di accelerare la percezione di ciò che vogliamo comunicare agli altri.

Ecco qui l’articolo di Giulia Arnetoli: Un solo istante in tanto tempo

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La leggerezza di Astolfo

(di Roberto Masi)

Un pomeriggio di qualche anno fa stavo passeggiando per le vie di Firenze quando, nel lento incedere dovuto a un dolore alla schiena che da giorni mi opprimeva, intravidi nella vetrina di una vecchia libreria l’edizione dell’Orlando Furioso illustrata da Gustave Doré. Preso quindi dalla smania di possederla, pregai un mio caro amico di farsi carico del trasporto di quel maestoso volume il cui peso, per me insostenibile in quel momento, custodiva tutta la leggerezza che in seguito avrei trovato in  Lezioni americane di Italo Calvino.

Inizio dunque da qui, dalla prima delle sei proposte per il prossimo millennio del noto scrittore, e così facendo, sento di “salvare” il mio pensiero dall’incoerenza, ma soprattutto dall’incompiutezza di un intelletto che, sottoposto al turbinio delle informazioni ricevute, rischierebbe di perdersi in elucubrazioni prive d’efficacia.

Con Giulia di 20000librisottogliocchi abbiamo deciso di scrivere un articolo ciascuno per ogni lezione di questo testo fondamentale; una sorta di esperimento letterario che permetta a entrambi, senza confronto preventivo, di espanderne la rispettiva visione attraverso un raffronto postumo.

Se per introdurre il tema della Leggerezza Calvino si affida al passato, muovendosi con abilità tra Lucrezio e Ovidio per spiegare l’influenza reciproca tra scienza e arte, io scelgo di farlo attraverso la sua opera, riducendo in questo modo il divario temporale tra i modelli di riferimento. Egli si meravigliava di quanto gli antichi ricercassero nel concetto di “materia” il confronto con l’essere umano; così io mi sorprendo dei suoi insegnamenti, sebbene sia molto più prossimo al mio tempo di quanto non lo fossero quei maestri per lui. In qualche modo, a distanza di pochi decenni, abbiamo prolungato le nostre esistenze tramite una confusa successione di eventi in grado di influenzare il nostro comune pensiero nel breve periodo. Abbiamo appreso l’elaborazione immediata del concetto, ma in modo altrettanto rapido siamo in grado di sostituirlo con un’astrazione completamente diversa e ciò, se da un lato alleggerisce il pensiero, dall’altro lo appesantisce dell’urgenza di recepirlo. Pertanto, nell’affinare l’istinto alla supremazia dell’esecuzione sul ragionamento ponderato, ritroviamo l’aspetto ancestrale del gesto ma non il suo fine ultimo che resta svincolato dal bisogno, a favore di un nebuloso stimolo all’affermazione personale.

Calvino scrive: “ Esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca”.

Il rischio, a mio avviso, è che la frivolezza possa prendere il sopravvento sulla leggerezza del pensiero. Una superficialità che si origina, come dicevo, dal bisogno di un’elaborazione immediata che impedisce al concetto di perfezionarsi come accade quando invece risente della giusta misura riflessiva. Tuttavia, il tempo a disposizione è poco e il desiderio di farlo, sfiorisce quasi subito.  La leggerezza, dunque, ci sfugge. Perfino adesso che tento ti trattenerla con queste parole, scorgo nella premura di farlo l’apertura al suo opposto. Sia nel linguaggio che nel pensiero stesso, tutto si appesantisce e devo fare uno sforzo di volontà per riprendere il filo del discorso.

Mi svuoto e riparto dalle parole del Maestro. Oggi più che mai l’arte dello Scrivere sembra influenzare ogni cosa, perfino l’ambito lavorativo ne risente, in figure sempre più specializzate nell’unione di queste due cose un tempo agli antipodi. Se fino a qualche anno fa, infatti, l’opera dell’ingegno artistico si collocava ai margini di quello lavorativo per divenirne la catarsi, oggi assistiamo sempre più a un coinvolgimento reciproco, attraverso il bisogno comune di affrancarsi dalle logiche del profitto. Si tratta di un tentativo lodevole, eppure rischioso se insincero come spesso si rivela. La leva, per quello che ho potuto intuire dai miei studi, non fa perno sul valore della materia letteraria bensì sulla debolezza di chi la recepisce. In questo siamo fragili, la nostra ignoranza ci priva dell’umiltà per spingerci, attraverso il timore reverenziale, ad accettare passivamente l’assunto di chi si proclama profeta di una nuova era divulgativa.

Dove sta la leggerezza in tutto questo? Ammiro il tentativo di alcuni e lo accolgo come un’apertura verso nuovi orizzonti di speranza; di contro il rischio è alto. Sembra, di fatto, che si vada concretizzando alla stregua di una moda passeggera e non come un tentativo incerto ma potenzialmente fruttifero. Mi chiedo se non arriverà molto presto il giorno in cui spietate logiche di mercato spazzeranno via tutto questo, infrangendo i nostri sogni di misurare, come ultimamente si sente dire, la Felicità e non il Prodotto Interno Lordo.

Temo che un colpo di spugna possa cancellare ogni proposito ancor prima di averne apprezzati gli esiti. Siamo esseri mutevoli, ci stanchiamo e appassioniamo in un tempo brevissimo e ciò che oggi ci alleggerisce l’animo, domani si rivelerà insostenibile. La moderazione, pertanto, mi pare auspicabile, perfino a me che inseguo il sogno di vedere affermarsi una forma ibrida che coinvolga lavoro e arte, dove per arte intendo una visione aperta a tutto.

Ma non divaghiamo… “non potremmo apprezzare la leggerezza del linguaggio se non sapessimo ammirare anche il linguaggio dotato di peso”, dice ancora Calvino. In questa prima lezione l’autore si sofferma più volte sul valore della scrittura e sulla capacità di farne un uso appropriato alla circostanza. La leggerezza di cui parla, riferendosi per esempio a Guido Cavalcanti, è descritta con magistero nel confronto con un altro grande poeta del passato, Dante Alighieri, e lo fa partendo da una frase reciproca in apparenza simile ma dal carico assai diverso. Eppure non scaturisce alcun conflitto tra i due: la “pesantezza” di Dante (in questo caso specifico e non certo nell’interezza della sua opera), non rappresenta l’antitesi di Cavalcanti, anzi, sono l’una l’ossimoro dell’altra e in qualche modo ci mostrano un concetto universale, che descrive meglio di qualsiasi altra cosa il bilanciamento stilistico più lieve che esista. Anche Giulia concorda in questo quando pone l’attenzione sulla necessità di non privare il testo della sua gravità a favore di una leggerezza incoerente.

Oggigiorno la scrittura è appannaggio di molti. Gli odierni mezzi di divulgazione ne implicano l’uso più che in passato quando invece, quasi tutti perdevamo la capacità di esprimerci attraverso tale mezzo non appena terminati gli obblighi scolastici. Questo ritorno all’arte delle belle lettere si mostra senza riguardo sui Social Network, che però ne mettono in luce il limite evolutivo, sotto forma di simboli che, se vogliamo, rappresentano un ritorno al passato. In questo percepisco quindi una grande pesantezza. La leggiadria svanisce perfino in quell’unica e inequivocabile faccina sorridente che trasmette l’emozione della felicità, orfana delle sue sfumature più umane. Se l’emotività, dunque, tende a uniformarsi nel linguaggio in cui percepiamo la contentezza, la rabbia e la tristezza come immagini stilizzate attraverso WattsApp, la scrittura si erge come un macigno privo del suo scopo più profondo ma assunto quale tramite, impersonale, del messaggio che trasporta alla velocità di un click.

Prevenire questa catastrofe è la scommessa da vincere. Non possiamo arrestarne lo sviluppo simbolico ma scindere il valore delle due cose sarebbe auspicabile. Diamo il tempo alla scrittura di mutare senza dolore, e non lasciamo che il desiderio d’inseguire il rinnovamento sovrasti la nostra pienezza lessicale. Ogni aspetto del mezzo ortodosso va preservato e sfruttato al meglio, sia che si tratti di un romanzo, che dello storytelling di una startup. È un’opportunità grandiosa che abbiamo conquistato attraverso i secoli di dolore, gioia e curiosità che soltanto una scrittura articolata è stata in grado di appagare: non vedo perché dovremmo rinunciarci per qualche “graffio” da cavernicolo?

D’altro canto, qualcosa dobbiamo pur concedere. Non è giusto nemmeno indugiare su una dottrina obsoleta che non riesce a comunicare i contenuti del nostro tempo. Calvino stesso non esita a spaziare nella sua analisi tra autori di epoche diverse: Ovidio, Savinien Cyrano de Bergerac, Tommaso Campanella, Kafka, Milan Kundera e non ultimo Miguel de Cervantes… Tutti artefici con una spiccata virtù nell’utilizzo della leggerezza, per taluni circostanziata e per altri retorica, in grado di rafforzare, attraverso una delicatezza fuori dal comune, concetti altresì insostenibili per la mente umana. La pazzia di Don Chisciotte, la goffaggine di Gregor Samsa, il furore di Bergerac, sono tutti esempi di come la gravità dell’uomo possa levitare grazie alla scrittura che, sebbene occulta all’occhio distratto, penetra il subconscio che la riceve e ne gode dei benefici.

La leggerezza, dunque, è tale solo se percepita dal lettore. Potrebbe non scaturire dalla frase ma dall’immagine che essa evoca. Talvolta, compensa una tecnica, o un’argomentazione sconosciuta come nel caso di un ambito lavorativo a noi estraneo, altre si erge a puro diletto della nostra coscienza. Il peso del mondo può godere quindi del sollievo di una frase leggiadra, e come Astolfo che sulla luna cerca il senno, ove mirabilmente era ridutto ciò che si perde per nostro difetto, io cerco la mia ragione sulla terra attraverso il soffio di queste parole…

Ecco qui l’articolo di Giulia Arnetoli: Volare con i piedi per terra 

 

 

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