Veloce come il vento

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(di Roberto Masi)

Prima d’intraprendere insieme a Giulia di 20000librisottogliocchi l’approfondimento delle Lezioni americane di Calvino, l’idea che avevo di questa seconda proposta per il prossimo (ormai attuale a dire il vero) millennio, era del tutto diversa. Il breve trattato sulla Rapidità, infatti, non si basa come avevo immaginato sull’immediatezza della comunicazione, bensì sull’efficacia di un testo raffinato da inutili orpelli che, come dice lo stesso autore, parta da un punto e si diriga in linea retta verso la meta cui è destinato. La riflessione, tuttavia, mi porta a giustificare il malinteso giacché Calvino, al momento della stesura di quest’opera e sebbene lo teorizzasse, non aveva alcuna percezione dell’era di sveltezza comunicativa in cui ci troviamo oggi. L’abbaglio sta proprio in questo: la velocità del messaggio non è rappresentata dalla sua immediatezza ma si tratta dell’urgenza di trasmetterlo, per cui la discriminante non è rappresentata dal testo, bensì dal mezzo utilizzato per farlo. La rapidità di cui parla è dunque l’immediatezza della comunicazione, che il lettore percepisce come tale grazie alla scrittura.

Mi spiego meglio. Oggigiorno siamo “connessi”. In ogni momento della giornata le informazioni che riceviamo, dirette o indirette che siano, ci costringono a fare uno sforzo immane per assimilare il loro contenuto. Sebbene il nostro cervello sembri progettato per adattarsi a recepire un numero sempre più elevato d’impulsi esterni, l’urgenza si focalizza sulla quantità del messaggio e non sulla qualità. Quest’ultima, diversamente, può garantirla soltanto una scrittura efficace che, a detta dello stesso Calvino, è rappresentata da uno stile privo di digressioni.

Ho riflettuto a fondo su questa sua visione. Se per la Leggerezza, infatti, ho sentito fin da subito una forte empatia con i suoi insegnamenti, per ciò che concerne la Rapidità non è stata la stessa cosa. Ciò dipende in parte dal mio modo di fare letteratura, un metodo che scaturisce dall’attimo e si disperde fin da subito in facili elucubrazioni apparentemente riempitive salvo poi approfondirne la comprensione. Ciò nonostante, riflettendoci con maggior attenzione, scopro che il motivo non è questo, quanto piuttosto il mio essere influenzato dall’era in cui vivo che Calvino poteva solo immaginare. In effetti, egli non sottovaluta la forza di una tecnica fatta di continue divagazioni e per quanto si dichiari estimatore di uno stile diretto, porta l’esempio dell’opera di Laurence Sterne che io conosco bene: “La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e ritrovarlo dopo cento giravolte”. Un’osservazione degna di un grande intellettuale, soprattutto se poco incline agli sconfinamenti verso tale maniera, ma ho dovuto constatare che non si tratta di un concetto universalmente riconosciuto… È stata proprio Giulia, infatti, che ha fatto vacillare tale certezza con il suo articolo – Un solo istante in tanto tempo – quando sul medesimo aspetto sostiene che non si tratta di “percorrere lo spazio nel minor tempo possibile, non è spazio fratto tempo, è piuttosto una corsa consapevole scandita dal ritmo, una corsa svelta eppur ammaestrata, una fuga continua per rimandare la conclusione”.

La tecnica letteraria di cui parla Calvino è certamente più efficace. Tuttavia, ciò non le toglie dignità ai miei occhi, ma riconosco in essa un mezzo di più facile godimento. Una scrittura meno diretta e pregna di riferimenti genera nel lettore ambiguità, vaghezza e non ultimo un senso di distacco che può indurre all’abbandono dell’atto contemplativo. Non biasimo coloro i quali rifuggono uno stile ridondante, giacché io stesso, che per natura lo pratico, trovo molto più facile la comprensione di un messaggio trasmesso senza troppi artifici letterari. Voglio però portare a mia volta una riflessione che riguarda due grandi scrittori molto diversi tra loro ma legati da stima reciproca: Ernest Hemingway e James Joyce. Questi capisaldi della letteratura del novecento ebbero modo di frequentarsi nel periodo in cui entrambi vissero a Parigi. Tutti conoscono la grande diversità espressiva che li contraddistingue: il primo dotato di uno stile breve e incisivo, mentre l’altro, Joyce, annichilito dal proprio flusso di coscienza in opere di difficile lettura se non addirittura impossibile. Eppure, l’uno non esclude l’altro, l’immediatezza di Fiesta non stride con la complessità dell’Ulisse. Entrambi possiedono una carica che si tramanda attraverso l’appagamento e la frustrazione del lettore che, se dal primo è attratto, dal secondo è respinto in una regola universale di richiamo e repulsione che stabilisce l’equilibrio di tutte le cose.

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Ernest Hemingway – James Joice

Leggere, dunque, non è un’azione passiva. Può esserlo a fronte di un uso rivolto allo svago, ma in altri casi richiede uno sforzo profondo e per certi versi esasperante. La rapidità di cui Calvino parla non va confusa con la facilità di comprensione bensì, a mio avviso, della prontezza con la quale il concetto ci raggiunge. Esistono sentimenti per i quali non basta una schietta narrazione, ma sono indispensabili opportune digressioni per rappresentarli nella loro interezza; l’amore è uno di questi. Talune emozioni richiedono la follia del testo per far sì che il lettore, spinto a comprenderne la complessità, ne recepisca ogni sfumatura attraverso lo sforzo.

A ogni modo, i cambiamenti cui assisto m’impongono l’onestà. Per quanto apprezzi Calvino quando afferma che la domanda del mercato librario è un feticcio che non deve immobilizzare la sperimentazione di nuove forme, questo “nuovo” millennio al quale egli si rivolge, ci spinge invece a confutare questo nobile precetto. Non solo è difficile trovare un editore disposto a credere in qualcosa che non segua le rigide leggi del mercato, ma sono gli stessi autori che, pressati dai moderni sistemi di comunicazione, impongono a se stessi limiti creativi. Che cosa insegnano nelle scuole di scrittura? A rendere un testo efficace nella sua congruità come opera, oppure si limitano a guidare gli autori verso un’omologazione ben vista da chi dovrà investirci del denaro? La mia non vuol essere una critica, ma il timore che alcuni insegnamenti possano essere male interpretate mi raggiunge. Non si legge Lezioni americane per giustificare, attraverso le parole di un Maestro, la scarnificazione del testo con scopi di dubbio gusto. “Io vado a casa!”, per esempio, potrebbe sembrare il perfetto caso di Rapidità letteraria ma non lo è. Il lettore vuol sapere chi sei, da dove vieni, dove stai andando e quale tragitto farai per coprire la distanza. Non è questo dunque che lo scrittore ci vuole suggerire, bensì che tali informazioni, a suo gusto personale, devono raggiungerci senza futili impedimenti. Tale pensiero si riduce a una presa di posizione netta da parte sua: “In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana, povera di romanzieri ma sempre ricca di poeti, i quali anche quando scrivono in prosa danno il meglio di sé in testi il cui massimo di invenzione e di pensiero è contenuto in poche pagine”.

La Rapidità è un’attitudine; riguarda sia l’autore che il lettore. Di volta in volta subisce l’influenza del contesto, dello stato d’animo, o di un semplice bisogno momentaneo. Forse, per chi scrive, subentra la vocazione cui non può prescindere e così come Calvino dichiara di apprezzare la forma breve, altri sono affascinati dal suo esatto opposto. Il novecento ha segnato la rottura dei vecchi canoni attraverso l’affermazione di grandi autori, perlopiù americani, del calibro di Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Salinger, Fante e perfino Carver col suo stile esasperato; autori che, attraverso una tecnica narrativa immediata, hanno impresso una spinta poderosa in tutta Europa sorretti da quel Sogno che in qualche modo ha prodotto un cambiamento nel nostro modo di fare letteratura. Però non dobbiamo dimenticare che, sebbene siamo una nazione “povera di romanzieri”, abbiamo avuto narratori del calibro di Manzoni e in quanto tali, forti di una tradizione che spicca non solo nella forma essenziale.

La scrittura è uno strumento suscettibile dell’utilizzo che se ne fa. Così come un bravo artigiano dà all’utensile un diverso valore in funzione del risultato, l’autore fa fatica a spogliarsi del proprio metodo espressivo. Questo però non contraddice le parole di Calvino, e soprattutto non genera sbarramenti teorici oltre i quali l’opera è da ritenersi indegna. Quando egli parla di rapidità, io la interpreto come una velocità mentale di trasmissione e non come l’uso improprio di espressioni inappropriate. Quindi, l’insegnamento che ne traggo e del quale cercherò di fare tesoro è di affinare il più possibile quel flusso di parole, talvolta incontrollato, che sgorga nell’attimo d’ispirazione e dal quale fatico a staccarmi. Ogni singolo vocabolo è parte del suo autore, rappresenta un attimo dell’intelletto e per questo motivo ci rappresenta. Spesso mi sono trovato a revisionare un testo e invece che elidere parti in esubero, le ho soltanto modificate nella forma ottenendo un’incomprensibilità ancora più marcata.

Allora scelgo di impegnarmi a ricevere con più indulgenza il lettore, e per farlo, ammetto la necessità di concedere quella parte di me che emerge soltanto con l’abbandono di ogni sbavatura interiore. Forse è proprio questo che Calvino vuole trasmetterci, cioè che non serve a niente la Rapidità della forma stilistica, quanto lo sforzo di accelerare la percezione di ciò che vogliamo comunicare agli altri.

Ecco qui l’articolo di Giulia Arnetoli: Un solo istante in tanto tempo

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