L’esatta indeterminazione

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(di Roberto Masi)

La sensazione che mi ha trasmesso l’Esattezza di Calvino è paragonabile a una lenta caduta verso il basso. Le immagini sfilano davanti ai miei occhi, per poi svanire una dietro l’altra mentre in me va crescendo il terrore per gli esiti di questo precipitare. Stavolta ho penato molto nella lettura, e nell’apprendimento, di questa terza “proposta per il nuovo millennio”, infatti, sebbene avessi letto Lezioni americane molto tempo fa, all’epoca la mia mente era inquinata dalla riverenza verso quello che non esito a definire, nel panorama italiano almeno, come il mio autore preferito. Tuttavia, nel tentativo di approfondire questo testo che, com’era stato per la Rapidità, mi aveva suggerito un processo di comprensione incontrovertibile, la mia arrendevolezza si è scontrata con le idee dell’autore, fino a generare un conflitto tra la sua idea di letteratura e il mio modo di praticarla.

Per fare chiarezza, a me stesso prima di tutto, sono obbligato a trascrivere quelli che egli non esita a definire i tre capisaldi sui quali basare la propria opera, e successivamente, in un modo che trascende la mia maniera, analizzarli uno per uno. Basterebbe questo per definire il mio stato d’animo conteso tra l’amore per la sua prestazione e il rifiuto di tali assiomi, ma soprattutto mi si prospetta lo spauracchio di un’opera che, seppur autografa, resta pur sempre postuma…

1 Un disegno ben definito e ben calcolato.

2L’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo un aggettivo che non esiste in inglese, “icastico”.

3 Un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

Ci va duro fin da subito Calvino, sia con l’enunciazione di queste regole che nell’affermare, senza troppi convenevoli, che siamo in uno stato di totale sconforto nell’uso delle parole le quali sono utilizzate con sbadataggine, approssimazione e senza alcun rispetto. Per me che lo amo e ne percorro l’opera fin dalla fanciullezza, risulta inaccettabile una tale presa di posizione da parte sua; la subisco come se in quel preciso momento il suo scopo non fosse l’educazione all’arte letteraria, bensì la critica verso qualcosa che ne aveva scatenato la ferocia. Mi sento come un bambino a cui il padre ha appena dato uno schiaffo senza motivo, e mi ritrovo a vagare per la casa, in questo caso la memoria della sua produzione, alla ricerca di un perché.

Epidemia, malattia, uniformità massmediatica… Il mio Calvino si allontana da me con uno slancio che mi spaventa. Non salta tra i rami dell’elce come Cosimo Piovasco di Rondò, non risale la strada di San Giovanni che lo condurrà nell’orto una volta oltrepassato il beudo, né scambia il pranzo con un giovincello annoiato in un gesto di profonda umanità come Marcovaldo, ma si aggira nel Castello dei destini incrociati, accecato dall’ira mentre insegue per le stanze vuote la soluzione al quesito. Neppure il suo amore per la scrittura sembra in grado di sorreggerlo, infatti, questa lezione sembra più una ricerca interiore che altro, e in effetti potrebbe esserlo se ripenso a quanto affermava nella sua prima conferenza: “proverò a spiegarlo a me stesso e a voi”. L’opprimente mole di citazioni, esasperate dalla lunghezza e dal fatto che non si limita a riportarne la sola traduzione, lo pongono ai miei occhi come un amante inquinato dalla disperazione verso qualcosa che non riesce a spiegare. Colui che ha “osato” tradurre l’intraducibile: I fiori blu di Raymond Queneau, mi pone al cospetto della nostra miseria e, invece che indurmi alla comprensione, mi respinge.

In questa lezione, il Calvino de Le stagioni in città si appesantisce di un carico letterario che contrasta, in modo sconveniente, con la Leggerezza. La volubilità dell’intelletto non resiste allo smarrimento e me lo riporta addosso con tutto il suo carico di uomo mutevole, sia nell’opera che nel suo concepimento. Non voglio sconvolgermi, non posso farlo soprattutto perché tale lavoro è comunque postumo, non revisionato e prende il titolo, sembra, dall’intervento dell’amico Pietro Citati: un letterato formidabile, mente geniale ma così intransigente che solo l’indimenticabile Carlo Fruttero, in un’intervista che ho avuto il piacere di ascoltare per l’uscita del suo testamento letterario, Mutandine di chiffon, ha saputo riportare tra noi mortali. Proprio Citati, infatti, al quale Calvino si rivolgeva spesso per ricevere conferma dell’effetto funzionale dei propri scritti, ne esalta lo spessore e in questo caso mi costringe a credere di non esserne all’altezza. Tuttavia, scelgo di ribellarmi al potere dell’accademia e riporto il mio Scrittore alla propria opera, alla mia necessità, alle nostre interminabili scorribande sopra gli alberi col bassotto Ottimo Massimo che ci corre appresso. Del resto è lo stesso Citati che in qualche modo apre spiragli di luce al mio turbamento, quando dice che nell’invecchiare Calvino si trasformò in una creatura malinconica, chiusa, che viveva di pensieri, dunque lontano dall’uomo che per decenni s’era fatto portatore di una colta allegria.

La mia rabbia adesso indulge all’empatia, sento però il bisogno di comprendere. Colui che detestava essere definito letterato è morto prima di terminare quest’opera che in fondo, sebbene lo rendesse orgoglioso in quanto primo italiano a ricevere l’invito dalla prestigiosa Università di Harvard a tenere le Charles Eliot Norton Poetry Lectures, lo indispettiva per il fatto di non sentirsi un critico nell’accezione classica del termine. Perfino quando si aggrappa a Leopardi per dissipare la propria nebulosa, il terreno vacilla: “Dunque Leopardi, che avevo scelto come contraddittore ideale della mia apologia dell’esattezza…”, il pensiero si attorciglia in un loop senza via d’uscita, e proprio come avviene per Ruggiero nel castello di Atlante, l’autore sembra preda di un sortilegio che gli impedisce di ritrovare la via di casa, al punto da indurlo a cercare nel poeta del dolore la confutazione della propria difesa, come se si trattasse di un assurdo processo alle proprie intenzioni.

Andando avanti con la lettura di questo breve trattato, Calvino insiste con l’opera leopardiana per poi citare Cartesio, Kant, Parmenide, Musil, Valéry e molti altri in una girandola di concetti che non portano mai all’esplicazione di quanto si prefigge. Tuttavia, ricorre un tema a me milto caro, ovvero quello dell’indeterminazione che lui definisce con minor carico scientifico “indeterminatezza” di tutte le cose e nel quale, finalmente, identifico la logica di questo testo, come se nel mio immaginario contorto fosse sufficiente sostituire il titolo per dare a tutto un senso più ampio. Ma l’intento dell’autore non è questo, egli prova con la forza della disperazione a completare il suo ragionamento che sembra non portare a niente. Si allontana fino a quando non affronta il problema da un punto di vista scientifico, che pur contenendo una propria vaghezza, colpisce la mia attenzione. Già quando accenna all’opera di Cartesio fa un timido passo attraverso la ricerca di una concezione razionalistica che poggia sulla precisione, ma in seguito questo proponimento si manifesta in modo evidente. È qui, a mio avviso, che l’intento decade. Accettando tale indeterminazione, infatti, svanisce il concetto stesso di Esattezza come avviene allo stato quiescente di un sistema fisico se osservato. La riflessione che egli fa manifesta dunque come l’obbiettivo non fosse chiaro ai suoi occhi, forse lo era il desiderio di caldeggiare una tecnica priva d’incertezze, ma come avviene per qualsiasi individuo che vive di forti passioni e curiosità, l’esattezza auspicata sembra essere proprio il suo opposto in quanto, nella definizione geometrica dell’esposizione, il fuoco che alimenta l’amore per la letteratura si affievolisce.

Dunque cosa resta delle tre regole iniziali? La prima, la necessità di avere un disegno preciso e ben calcolato, svanisce nel tentativo di metterlo in pratica; non ne vedo il disegno, se non nelle intenzioni sfumate che, fin da subito, si perdono nell’intento di realizzarlo su un’impalcatura debole. La seconda, la necessità di evocare immagini precise e inequivocabili attraverso la scrittura, si contorce nel tentativo d’inseguire tali disegni emotivi che sfuggono al controllo, perfino quando si tratta di fotografie stabili nel tempo, capaci di sconvolgere l’animo corruttibile al cospetto della loro potenza evocativa. E infine la terza, quella più ambigua se vogliamo, la necessità, presunta, di ottenere un linguaggio preciso in grado di rappresentare nel dettaglio ogni sfumatura del pensiero. Quest’ultima è il culmine di una contraddizione ch’io sento vibrare nel mio modo di discernere la scrittura come mezzo di comunicazione fine a se stesso dal suo potenziale espressivo. Le stesse variabili del pensiero, in quanto tali, ci sfuggono. Si spostano spinte dal vento implacabile del nostro umore. L’opera è un progetto chiaro soltanto all’apparenza; la sua realizzazione prevede il mutamento progressivo e, talvolta, la confutazione dell’idea iniziale, sia per il tempo necessario al suo completamento che per il piacere che si prova nel realizzarla. Neppure l’espressione “io”, all’apparenza immediata, possiede una sua compiutezza definitiva, anzi, nel momento stesso in cui lo scrivo, il suo valore si evolve nella caducità del concetto stesso.

Verso la fine della sua lezione però, finalmente, il Maestro mi fa visita, e lo fa ripartendo da sé. Riporta un brano memorabile della sua opera più geniale: Le città invisibili, che attraverso una bellezza abbagliante, mostra la continua ricerca di una risposta all’enunciato, anche attraverso il dubbio di due diverse pulsioni, una determinata e l’altra astratta, ritenute entrambe parte di quell’esattezza retorica funzionale al risultato letterario. In questo caso, allora, io lo accolgo di nuovo nella mia casa pensando che in fondo tutto questo ha un solo e unico elemento di disturbo, ovvero la sua stessa definizione. Tra “mille” autori citati: Ponge, Mallarmé, Wittgenstein… s’innalza con una frase stavolta esatta in tutta la sua purezza: “Per questo il giusto uso del linguaggio per me è quello che permette di avvicinarsi alle cose (presenti o assenti)…”. Ecco, tutto qua.

Mi avvio quindi alla conclusione di questo faticoso ragionamento, tentando di trattenere l’immagine sibillina del mostro descritto da Leonardo da Vinci con la quale questa lezione si conclude. Non posso negare che si sia trattato di un compito faticoso, arduo, in cui il conflitto tra il mio amore per Calvino e la sua esposizione di questa proposta, mi ha imposto più volte di far ritorno ai suoi scritti. A tal proposito voglio trascrivere qui un breve estratto del suo celeberrimo Se una notte d’inverno un viaggiatore: “Non che t’aspetti qualcosa di particolare da questo libro in particolare” dice rivolgendosi al lettore, “sei uno che per principio non s’aspetta più niente di niente. Ci sono tanti, più giovani di te o meno giovani, che vivono in attesa d’esperienze straordinarie; dai libri, dalle persone, dai viaggi, dagli avvenimenti, da quello che il domani tiene in serbo. Tu no. Tu sai che il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio”. Ecco l’insegnamento che cerco da lui, non l’esattezza meccanica di un testo studiato a tavolino, geometrico, povero di aspettative linguistiche. Cerco una ridondanza fantasiosa, imprevedibile nella trama e nell’iperbole letteraria che mi disegna nella mente la sua fantasia dissimile da ogni altro autore ch’io abbia letto. Il guizzo curioso di quel volto accogliente, si tramuta nello schianto lieve di ogni mia aspettativa. Con queste parole percepisco la pena d’aver oltraggiato il padre mio, ma il viaggio non termina qui, prosegue verso nuove e inattese rivelazioni, e in quell’esattezza nella quale l’ho inseguito per tutto il tempo, ho finito per perdermi assieme a lui… Cosa potrei chiedere di più?

Ecco qui l’articolo di Giulia Arnetoli: Gli orizzonti sfumati dell’esattezza.

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