Essere l’Oceano

(di Roberto Masi)

Torno al bianco. Dopo l’ultima immersione la mia coscienza ha acquisito un peso che mi permette di raggiungere più facilmente il punto in cui ero arrivato la volta scorsa. Lo scopo di queste scivolate interiori è sempre lo stesso: alleggerire l’azione. Oggi proverò a scendere ancora più in profondità, e voglio farlo partendo dall’incipit di una canzone di De André, Il suonatore Jones, liberamente ispirata a uno dei componimenti di Edgar Lee Masters nel suo Antologia di Spoon River. “In un vortice di polvere, gli altri vedevan siccità. A me ricordava la gonna di Genny in un ballo di tanti anni fa…” Ecco che in queste poche righe è racchiuso il mio intento, ovvero la necessità di alleggerire il “vivere” oltre gli ostacoli della materia, per ottenere una visione più ampia, diversa, del tutto personale.

Eppure, non è la diversità che cerco. Lo scopo di questa indagine non è l’acquisizione di capacità che mi differenzino dagli altri, bensì vedere le cose in modo perfezionato dall’assenza di timori consequenziali. Se osservo il mondo con l’animo inquinato dalla paura di ciò che il mio comportamento potrebbe generare, già mi precludo il raggiungimento dell’obiettivo. Ma nemmeno questo, poiché non è il timore del risultato il problema, quanto l’impedimento a dare inizio all’avventura di agire fuori dagli schemi.

Ci ho pensato molto. Mentre affermo queste visioni mi raggiunge il dubbio, e in quanto tale, scelgo le parole di un illustre pensatore che m’ha preceduto, Cartesio, per svincolarmi da queste catene: “Il dubbio è l’inizio della conoscenza”. Allora, accetto l’incertezza per scendere ancora più in profondità, dove potrò spogliarmi di questa veste per oltrepassare il candore, e così penetrare l’abbaglio di una visione assoluta. Prendo fiato e mi lascio trascinare dalla pressione che aumenta. La spinta positiva si fa sempre minore, subentrano però altri pericoli. Il mio intento non è più minacciato dal galleggiamento che afferma la materia sullo spirito, ma da questa propulsione inversa che potrebbe impedirmi la risalita, facendomi ottenere l’effetto contrario, l’annegamento nel pensiero sulle cose materiali, che sancirebbe la supremazia della pesantezza.

L’abbandono è controllato e la concentrazione respinge la minaccia degli eventi sulle intenzioni. Non è facile. Stavolta faccio fatica a liberarmi del concreto; il pericolo aumenta e la capacità di estraniarmi si fa sempre più difficile giacché affogare adesso, equivarrebbe a una sconfitta definitiva. Cerco la calma e procedo a occhi chiusi, mentre il mio corpo si annulla oltre la spinta gravitazionale eliminando ogni immagine. Com’è nelle intenzioni, cerco di sopprimere il pensiero delle conseguenze di un annegamento che si fa sempre più probabile mano a mano che il fondale si avvicina. È l’effetto dell’immersione: silenzio, calma, pace attorno a me, lentamente cancellano i problemi di tutti i giorni che scivolano via come filamenti di seta e risalgono in superficie. Chiudo gli occhi ancora una volta e tutto si allontana; finalmente ritrovo lo stato di quiete che mi permette di tornare al bianco, dove ancora potrò scorgere la coscienza e darle peso.

Rallento la discesa. Scelgo di fermarmi in questo stadio intermedio per non accelerare il processo che dovrà essere lento e meditato. Sono brevi questi momenti di lucidità, prima che la fame d’aria torni a farsi sentire attraverso contrazioni diaframmatiche che riporteranno i fatti al dominio sulla mente. Eccomi, nella luce, dove tutto ciò che mi condiziona è rimasto in superficie e non ci sono che io con la mia pace e le mille domande alle quali, stavolta, non serve dare risposta. Il conforto, infatti, giunge dalla domanda stessa che da’ la misura del risveglio di una libertà sopraffatta troppo spesso dall’equilibrio cinetico: sono felice? Sono in grado di amare? Temo per la mia salute? Mi spaventa l’indeterminazione del futuro? Sono interrogativi, questi, ai quali non sento di dover dare risposta. Li vedo fluttuare davanti ai miei occhi nel liquido che m’avvolge, come foglie sospinte da una brezza leggera. La risposta a tutto è no. In questo stato di apertura mentale non temo niente perché Sono, quindi spalanco le braccia per resistere alla spinta verticale e mi fermo, a occhi chiusi, per lasciarmi cullare dal movimento che mi riporta al ventre di mia madre nel 1975. Non conosco niente, solo un remoto fragore di vita che si consuma accompagnando la mia volontà senza influenzarla. Tutto è avvolto dal calore e le conseguenze di un’azione non hanno maggiore importanza dell’azione stessa. Sento che ogni mia decisione è valida. Non posso compiere scelte sbagliate, tutto è dettato dal desiderio di esistere e non dal bisogno di affermare la mia presenza sul resto del mondo. Sono, dunque non ho bisogno di scegliere perché il mio atteggiamento è finalizzato all’immediato respiro; non permangono implicazioni ma solo il bisogno che sostiene il desiderio di condurre l’esistenza. Tutto è scoperta, meraviglia, ovunque io sposti il mio sguardo le cose appaiono sotto una luce completamente diversa. Il Bianco le illumina mettendo in evidenza lo spessore impercettibile dei bordi che attirano la mia attenzione, e mi coglie il desiderio, infantile, di sollevare quel lembo per scoprire cosa si nasconde sotto al velo.

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Incredulità di San Tommaso – Caravaggio 1600

Quest’incredulità rappresenta l’ultimo atto per esistere in questo istante di solitudine. Tuttavia, non riesco a liberarmi completamente ma so che se insisto, se resisto anche stavolta alla tentazione di riemergere, presto tutto sarà coerente. Per farlo devo ancora una volta ricorrere alle parole di Nietzsche, neppure il “vecchio” Schopenhauer riuscirebbe a darmi conforto adesso, poiché troppo avvelenato dal suo odio per l’umanità, mentre io vorrei uscire da tali logiche per tornare a me. Riferendosi all’Amleto di Shakespeare, Nietzsche dice: “Non è il dubbio, è la certezza che fa diventare pazzi… Ma solo dalla profondità si può sentire così, bisogna essere un abisso, un filosofo… Abbiamo tutti paura della verità”. Dunque, oltre a confermare la mia intuizione alle parole di Cartesio sulla bontà di dubitare per accogliere la conoscenza, egli mi parla di profondità, che è proprio ciò che sto cercando, ma ancor di più mi pone davanti a un obbligo imprescindibile, ovvero svincolarmi dal sentirmi immerso nel fluido della percezione, per divenire io stesso l’abisso in cui cerco di sprofondare. Una sorta di Oceano Pensante come nel Solaris di Stanislaw Lem, o come afferma Carmelo Bene quando dice che l’artista non deve creare l’opera ma diventarlo egli stesso.

In questo vortice di citazioni mi perdo. I pezzi dei miei studi mi raggiungono per dare forza all’intento di proseguire in questa immersione, e mentre unisco gli insegnamenti assimilati dando loro equilibrio, mi scordo che l’ossigeno è un bene destinato a finire, tanto da prolungare la mia permanenza in questo stadio della percezione più concreto del precedente, ma assai più intimo. È come se mi trovassi davanti alla scelta di azzardare immergendomi ancora più in profondità, oppure fermarmi adesso per non rischiare l’annegamento. Decido di andare oltre. Voglio vedere; sento di doverlo fare. Allora smetto di percepire il liquido che m’avvolge, svuoto la mente e mi lascio trasportare dal lento movimento fino a sentirmi parte di esso. Neppure il freddo di questa profondità mi spaventa più; l’unica cosa che percepisco adesso è il moto ondoso, nient’altro che questo oscillare in un elemento che fino a un attimo prima ritenevo estraneo, e di cui adesso sento di fare parte.

Il pensiero si riduce a un soffio della memoria e mi permette di fluttuare in questo spaziotempo privo di attrazione. Ecco, è questo che sto cercando adesso, prima della prossima immersione dove proverò a vedere le cose da un punto di vista completamente estraneo al timore di vivere. Ambisco a raggiungere un completo annullamento: il mondo attorno a me, il pensiero stesso, la coscienza: tutto svanisce e mi trasformo in un oggetto inanimato che si mantiene inerme. Resto così per un tempo indefinibile, è piacevole e mi permette di capire come fare per andare oltre, al punto che la risalita obbligata mi raggiunge nella forma di un risveglio sgradevole, come se tutto fosse regredito a prima della mia nascita, e non vi fosse il ricordo di alcun dolore a dilaniare il pensiero coerente.

Torno in superficie, riprendo fiato, e tutto si mantiene distante.

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Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Sotto un oceano di vita

(di Roberto Masi)

Tutto tace attorno a me. Il silenzio si espande oltre i contorni del visibile, come una bolla in cui il vuoto di uno spazio sconfinato, mi costringe alla riflessione. In questa continua ricerca della coscienza, che si alterna giorno dopo giorno nella pulsazione di eventi che mi coinvolgono, cerco di trovare la stabilità, un equilibrio che vacilla a ogni più lieve movimento, e che minaccia questa mia volontà di sprofondare. Tuttavia, la determinazione proviene dal desiderio, sempre maggiore, di conoscere cose finora ignorate. Come nel mio precedente articolo ad esempio, nel quale parlo della possibilità di ricredermi su qualcosa che per anni ho ritenuto fondante del mio essere riconoscibile, il bisogno di andare oltre è forte. Travalica la necessità di partecipare all’azione, di scegliere la coesistenza, di sentirmi, perfino in un ambiente naturale, parte della materia. Sebbene spinta da impulsi di natura elettrica, la riflessione si dissocia da tutto e mi pone al cospetto di ma stesso come davanti a una tela immacolata, un foglio bianco sul quale ogni parola diventa eccessiva nell’annullamento che inseguo per trovarmi.

In questa ricerca voglio però mantenere la prospettiva. Non intendo accogliere una filosofia che non potrei onorare né capire, quanto invece contemplare il mio essere qui, in questo luogo, in questo mio destino di discendenza, senza alcuna necessità di trovare origini profonde dove sento di non averne. La connessione è forte; ho scelto di “guardare”, dunque non posso ignorarla. Voglio tentare di spazzar via i pregiudizi di una vita senza snaturarmi. Desidero, infatti, mantenere una visione più ampia possibile e la non remissività verso cose deprecabili sia sul profilo estetico, che umano. Non posso però negare di subire la lusinga del nulla oltre tutte le cose, che seppur spaventoso, mi permette di sprofondare in me assecondando l’urgenza di farlo per risorgere. E mi sento oltremodo vicino all’idea di un Principio Antropico, sempre più intenso, nel quale tutto attorno a me esiste, così come lo percepisco. Allora mi sforzo di penetrare questo concetto di difficile assimilazione, per vedere fino a che punto la teoria possa divenire la pratica, se non nel gesto, quantomeno nel pensiero e scopro che sprofondando in esso qualcosa avviene oltre l’istinto all’abitudine.

Essere spaventati al pensiero delle conseguenze di un’azione è umanamente accettato. Comprensibile oltre ogni ragionevole dubbio in quanto, perseverare nel mantenimento di uno stato di quiete risulta conservativo e pertanto, auspicabile. Così, molte azioni sono limitate dal controllo ma, perfezionando il ragionamento, direi da un limite imposto da fattori che esulano del tutto dalla natura strategica dell’evoluzione, per sfociare nel disastro ontologico di costumi e rappresentazioni. Non voglio riemergere adesso; l’ossigeno scarseggia ma se intendo affrontare la questione della lotta tra materia e volatilità del pensiero, il rischio di cedere al bisogno di riprendere aria è grande e la materia rischia di avere il sopravvento sulla determinazione. Dunque, come suggeriva Jacques Mayol nel suo approccio all’apnea, la fame d’aria si può contrastare oltre i limiti fisici concentrandosi per preservare il più a lungo possibile la scorta d’ossigeno. Penso, dunque m’immergo nuovamente sotto la superficie della retorica e faccio ritorno al bianco, alla luce assoluta che illumina il pensiero e lo mostra fluttuante al becchettio dei tentacoli di ogni paura.

Se le mie azioni non volgono al male, tali non potranno essere le conseguenze. “ Non vorrei piantare in asso un’azione per quel che ne è venuto; preferirei giudicarne il valore lasciando da parte ogni considerazione sul cattivo esito, sulle conseguenze. Quando l’esito è cattivo, si perde troppo facilmente la giusta visione di ciò che si è fatto…”. È così; o almeno è così che dovrebbe essere, sebbene in questa riflessione, Nietzsche, dà una misura estrema, la sua, senza implicazioni pratiche che possano confutarne la forza apparente. Le conseguenze ci sono, è ovvio che ci siano, ma il fatto che giustifichino fin da subito la Volontà di Potenza ci rende immobili di fronte alla ricerca di una condizione più elevata, anche attraverso la discesa in noi stessi. Devo scrollarmi di dosso l’aspetto cerebrale di ciò che intendo perseguire però, altrimenti rischio di raggiungere una profondità tale che il concetto platonico di una luce abbagliante immediata dopo una lunga permanenza al buio, finirebbe per opporsi al desiderio di adattamento. Serve un tempo ragionevole per elaborare tutto ciò che di meritevole esiste; la discesa dovrà essere lenta, per strati sottili, ripetuta più volte, così da dare alla consapevolezza il tempo di adattarsi al cambiamento di prospettiva. Si tratta di una scivolata dolce verso sé, ove il risalire sarà una levitazione in cui la gravità dell’animo si annulla nella scoperta di cose dal peso sempre maggiore. Una legge inversa: dare peso alla coscienza per vivere con leggerezza l’azione.

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Achrome 1958 – Piero Manzoni

Scelgo di andare oltre il bianco; mi soffermo per svuotare la mente. Le cose appaiono per quello che sono, cose appunto, inanimate, così come i concetti che m’assillano giorno dopo giorno, di una società che preme e spinge non tanto per dominarmi nelle scelte quanto per impedirmi di pensare. Ecco che finalmente inquadro l’obiettivo e realizzo la destinazione: la scelta di pensare oltre ogni influenza come il denaro, la convivenza con gli altri, o togliersi dall’imbarazzo di una solitudine incompresa. Tutto questo, adesso, si allontana come se in me fosse esplosa una massa che lo spinge per far spazio all’umanità di cui sono fatto e che in questa riflessione, seppur dall’apparenza contorta, mi rende unico nell’istante. Non posso nuocere, non devo scegliere, non ho necessità di riflettere; vivo il battito del mio cuore per ciò che sono: una creatura consapevole di esistere in un sistema nel quale ogni cosa osservata, è così perché in me si manifesta. Vedo l’invisibile. Il concreto sparisce dal campo visivo che si restringe fino a pormi in un punto imprecisato del cosmo. Dove sono, lo ignoro, e non m’interessa; mi basta sapere che sono. Allora le conseguenze perdono la propria luce accecante e vedo gli ostacoli idealizzati dalla paura di procedere in linea retta verso me stesso. Quel me stesso che si sposta ogniqualvolta l’attenzione viene meno, in un punto imprecisato che tenterò di raggiungere alla prossima immersione.

Mi scrollo di dosso ogni dolore. Le paure svaniscono ma sono al limite adesso, lo sento dal fatto che il concetto tende a perdersi in elucubrazioni mentali. L’ossigeno sta finendo, l’estraneazione è massima per non bruciare in anticipo le riserve, ma presto dovrò riemergere alla realtà per riprendere fiato e tornare alla vita fatta di cose, interazioni, scelte, tempo… Per non perdere il riferimento del mio limite attuale mi guardo attorno nel chiarore che si apre in lontananza, come se annullando il pensiero, la coscienza si aprisse verso la purezza dell’essere immobile, mentre tutto attorno a me è ovattato dalla profondità di quest’immersione. Sento la pace sopraggiungere e la decisione di risalire da questo mondo interiore non mi spaventa come il distacco da un luogo ideale, perché so che presto potrò scendere ancora più in profondità. Sempre più giù, fono al tepore dell’assoluto privo di tutto ciò che condiziona il raziocinio, per liberarmi, un giorno, di ogni più flebile illusione d’esistere.

Riemergo, prendo aria, e la vita mi assale.

 

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Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

 

L’arte di ricredersi

(di Roberto Masi)

Attorno a me, l’amore… Eccolo; ovunque si posi il mio sguardo allagato dalla malinconia, esso affiora: nei passi delle coppiette che si tengono per mano, negli sguardi dei bambini, nello stringersi al collo il cappotto per impedire all’aria gelida di rubarci il calore.

In questi giorni di pioggia incessante qualcosa si dibatte dentro di me. Come una belva inferocita cerca di fuggire, reclama la propria natura solare e respinge, attraverso la rabbia delle nostre parole, la malinconia che ci assale indisturbata. La mutazione e il perdurare incessante di questo cielo grigio, finiscono per penetrare le nostre intenzioni riducendo lo slancio alla vita che si spegne nel colore uniforme di tutte le cose. Grigi i palazzi del centro, grigio il cielo, grigio il volto delle persone; tutto sfuma davanti ai nostri occhi e il tormento del corpo, limitato dall’impossibilità di compiere determinate azioni, si rafforza.

In questo stato di malessere interiore, l’unica cosa che posso fare per non sprecarne il valore indiscusso è cogliere l’occasione di comprendere quello che, nell’arco della vita consapevole, ho ignorato, se non addirittura rifiutato per paura di alterare il mio stato di quiete apparente. Dopo giorni e giorni di oscuri presagi e tempesta, per la prima volta ho percepito l’opera di Piero Manzoni, un artista che, per sciocca arroganza, ho bistratto ritenendo la sua arte meno degna di quella di altri quando invece non lo è. Talvolta, del resto, dobbiamo sbattere la faccia con violenza per renderci conto che il muro è davvero duro come dicono.

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Piero Manzoni

Piero Manzoni è noto a tutti per la sua opera più rappresentativa, Merda d’Artista, e per molti, me compreso fino a ieri, la sua arte finisce lì: in un piccolo recipiente metallico autografo, dentro al quale si suppone dimorino gli escrementi di colui che per ironia della sorte, porta lo stesso cognome di un altro Manzoni che proprio in Arno, fiume che attraversa la mia Firenze, venne a sciacquare i panni della lingua italiana. Tuttavia, complice uno stato d’animo favorevole all’accoglienza di una tale espressione artistica, quanto al suo rifiuto nella ricerca della felicità, la mia mente si è spalancata, inaspettatamente, all’inattesa potenza di questo “autore” della cui fama mi fregiavo soltanto in sporadiche battute di dubbio gusto. Una cosa alquanto deprecabile a ragion veduta, giacché perfino nelle più bieche facezie da bar di periferia, l’animo di noi detrattori dal presunto amore per l’arte s’innalza al cospetto di una tale citazione. In fondo, tutti sono in grado di ricondurre la propria memoria all’opera in questione dal titolo, ma in pochi sanno farlo partendo dal nome del suo realizzatore, un po’ come avviene per Sherlock Holmes nei confronti di Sir Arthur Conan Doyle, quando la fama dell’opera supera quella del suo autore e il riconoscerlo diventa un vanto per pochi.

Stavolta vado oltre il famigerato “vasetto”, il numero 68 della serie in questo caso, e ritorno all’uniformità cromatica di questo periodo climatico, che da giorni attanaglia la nostra regione ingrigendo gli umori, nel tentativo di avvicinarmi all’Achrome di questo artista dalla visione estrema. “La ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro”, ecco che in questo aforisma dell’autore de I promessi sposi, Alessandro Manzoni, trovo l’insegnamento che cerco per redimermi dall’atteggiamento pregiudizievole mostrato finora nei confronti dell’altro Manzoni, Piero, e non posso far altro che chiedermi se in questo eccesso di arroganza intellettuale, non vi sia stato in me un condensato di autostima che ha finito, talvolta, per minacciare gli altri. Se così fosse, e probabilmente lo è, voglio credere che aprire il proprio cuore a nuovi orizzonti, accogliendo un evento climatico inatteso per esempio, oppure attraverso la riflessione profonda generata da qualcosa che ci ha turbati, possa renderci migliori, o almeno consapevoli della nostra limitatezza mentale, e ci spinga a voler penetrare sempre più gli aspetti che sentiamo lontani, tanto da rendere ancora più grandiosi quelli che invece percepiamo vicini al nostro modo d’intendere la vita: mai unico, mai nettamente diverso da quello rifiutato, mai in grado di poter dire che una parte sia priva dell’altra e viceversa.

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Corpo d’aria – Piero Manzoni

L’Achrome espresso da Piero Manzoni in quello che, seppur nella sua breve esistenza, potremmo definire come il suo ultimo periodo, mi ha colpito mostrandomi quanto l’assenza di colore teorizzata nelle sue opere a dimostrazione che “l’infinibilità è rigorosamente monocroma”, possa rappresentare l’animo di chi si affida al colore per cancellare la percezione delle proprie debolezze che, come avviene nei panneggi dell’artista, nei panini ripetuti e nelle ghiaie chiare sperdute in uno sfondo che le cancella, non mostra nient’altro che l’essenza di una nudità troppo spesso ritenuta inaccettabile. Allora comprendo che abbandonando ogni desiderio di potenza cromatica per lasciarmi andare alla luce pura e assoluta, sia nelle cose che mi circondano che nell’animo stesso, posso finalmente godere delle forme interiori del mio pensiero più profondo, e misurare attraverso l’ombra proiettata dalla coscienza che si risveglia, o da una lampada sulla superficie mossa del “quadro” di Manzoni, la vitalità dell’oggetto che egli mi propone, tanto quanto la grandezza di ciò che rifuggo per paura di percepirne la profondità. Se guardo in me scacciando il pregiudizio verso un’opera che ho sempre tacciato di fanatismo, dunque, scopro di aver fatto la stessa cosa nei confronti di talune percezioni personali, allontanate perché in grado di mostrare una dimensione scomoda, invece che una sensazione auspicata.

Non si smette mai di sprofondare sotto la superficie di se stessi, qualora lo si desideri. Per quando mi vanti di farlo con abilità, più per convincere me stesso che gli altri, scopro che in fondo sono ancora sotto il primo strato di epidermide, in un luogo nel quale un colpo di luce più intenso potrebbe spazzarmi via come un lembo di pelle scottata dal sole. Con l’opera di Manzoni ho provato questo, e ciò basterebbe per giustificare la mia breve trasferta verso una mostra dove autori come Fontana, Burri, Baj, sono svaniti dietro alle sensazioni risvegliate dal primo, complice anche l’allestimento impeccabile di una sala colma di luce bianca in cui il monocromatismo del milanese ha rivelato l’acromatopsia del mio pensiero, pur nelle sue mille sfaccettature. In questo non cerco una metafora alla vita, se non nella scoperta che l’arte di ricredersi assume il ruolo di opera nel momento stesso in cui viene stimolata dal pensiero. Sono stato aiutato da molti fattori, non solo dall’unicità del momento atmosferico e dall’assenza di colori, ma anche da un attimo di debolezza emotiva che ha riacceso in me la speranza di vedere oltre l’accanimento del pensiero stabile, del proprio essere convinti di esistere senza alcuna possibilità di riscatto nei confronti di una vita per la quale, altrimenti, non resterebbe che un’attesa senza alcuno spessore in grado di mostrarci nei momenti d’oscurità.

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Achrome 1957-1963 – Piero Manzoni

Pane, sassi, uova, aria, feci, impronte digitali… Tutto appartiene all’uomo e come tale mi avvicinano alla sua eterna manifestazione di sé, e di me. Anche con Schiele mi è successa una cosa simile, quando al Leopold Museum di Vienna intravidi in un’opera l’impronta del suo dito e mi trovai catapultato, come spinto da un’attrazione inarrestabile, verso il suo essere vivo oltre la morte biologica. In questo caso la concretezza dell’uomo Manzoni non mi è apparsa soltanto attraverso l’uso di materiali degradabili biologicamente, ma nell’idea stessa che in quelle forme all’apparenza casuali, incorrotte dal colore, potesse esistere un lavoro certosino di ricerca interiore, così come nella domanda assillante sull’attendibilità o meno del contenuto di quelle lattine…

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La Primavera 1478-1482 – Sandro Botticelli

Concludo quindi tornando a un quadro ricco di colori che amo forse più di ogni altra opera, la Primavera di Botticelli. Tra le tante figure rappresentate, sulla sinistra appare Mercurio che con il caduceo scaccia via le poche nubi residue per conservare una primavera eterna; quella stessa primavera che è ormai alle porte, seppur velata da un cielo plumbeo che sembra non volerci abbandonare. E mentre i turbamenti di questa stagione uggiosa si vanno lentamente dissipando al tocco del messaggero degli dei, percepisco la potenza della transizione di tutte le cose: del mio gusto personale, dell’amore che torna attraverso la malinconia, e del passaggio da una stagione all’altra della vita di ognuno di noi, come fosse la fine e l’inizio di tutto.

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