L’arte di ricredersi

Posted by

(di Roberto Masi)

Attorno a me, l’amore… Eccolo; ovunque si posi il mio sguardo allagato dalla malinconia, esso affiora: nei passi delle coppiette che si tengono per mano, negli sguardi dei bambini, nello stringersi al collo il cappotto per impedire all’aria gelida di rubarci il calore.

In questi giorni di pioggia incessante qualcosa si dibatte dentro di me. Come una belva inferocita cerca di fuggire, reclama la propria natura solare e respinge, attraverso la rabbia delle nostre parole, la malinconia che ci assale indisturbata. La mutazione e il perdurare incessante di questo cielo grigio, finiscono per penetrare le nostre intenzioni riducendo lo slancio alla vita che si spegne nel colore uniforme di tutte le cose. Grigi i palazzi del centro, grigio il cielo, grigio il volto delle persone; tutto sfuma davanti ai nostri occhi e il tormento del corpo, limitato dall’impossibilità di compiere determinate azioni, si rafforza.

In questo stato di malessere interiore, l’unica cosa che posso fare per non sprecarne il valore indiscusso è cogliere l’occasione di comprendere quello che, nell’arco della vita consapevole, ho ignorato, se non addirittura rifiutato per paura di alterare il mio stato di quiete apparente. Dopo giorni e giorni di oscuri presagi e tempesta, per la prima volta ho percepito l’opera di Piero Manzoni, un artista che, per sciocca arroganza, ho bistratto ritenendo la sua arte meno degna di quella di altri quando invece non lo è. Talvolta, del resto, dobbiamo sbattere la faccia con violenza per renderci conto che il muro è davvero duro come dicono.

Piero-Manzoni_31.jpg

Piero Manzoni

Piero Manzoni è noto a tutti per la sua opera più rappresentativa, Merda d’Artista, e per molti, me compreso fino a ieri, la sua arte finisce lì: in un piccolo recipiente metallico autografo, dentro al quale si suppone dimorino gli escrementi di colui che per ironia della sorte, porta lo stesso cognome di un altro Manzoni che proprio in Arno, fiume che attraversa la mia Firenze, venne a sciacquare i panni della lingua italiana. Tuttavia, complice uno stato d’animo favorevole all’accoglienza di una tale espressione artistica, quanto al suo rifiuto nella ricerca della felicità, la mia mente si è spalancata, inaspettatamente, all’inattesa potenza di questo “autore” della cui fama mi fregiavo soltanto in sporadiche battute di dubbio gusto. Una cosa alquanto deprecabile a ragion veduta, giacché perfino nelle più bieche facezie da bar di periferia, l’animo di noi detrattori dal presunto amore per l’arte s’innalza al cospetto di una tale citazione. In fondo, tutti sono in grado di ricondurre la propria memoria all’opera in questione dal titolo, ma in pochi sanno farlo partendo dal nome del suo realizzatore, un po’ come avviene per Sherlock Holmes nei confronti di Sir Arthur Conan Doyle, quando la fama dell’opera supera quella del suo autore e il riconoscerlo diventa un vanto per pochi.

Stavolta vado oltre il famigerato “vasetto”, il numero 68 della serie in questo caso, e ritorno all’uniformità cromatica di questo periodo climatico, che da giorni attanaglia la nostra regione ingrigendo gli umori, nel tentativo di avvicinarmi all’Achrome di questo artista dalla visione estrema. “La ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro”, ecco che in questo aforisma dell’autore de I promessi sposi, Alessandro Manzoni, trovo l’insegnamento che cerco per redimermi dall’atteggiamento pregiudizievole mostrato finora nei confronti dell’altro Manzoni, Piero, e non posso far altro che chiedermi se in questo eccesso di arroganza intellettuale, non vi sia stato in me un condensato di autostima che ha finito, talvolta, per minacciare gli altri. Se così fosse, e probabilmente lo è, voglio credere che aprire il proprio cuore a nuovi orizzonti, accogliendo un evento climatico inatteso per esempio, oppure attraverso la riflessione profonda generata da qualcosa che ci ha turbati, possa renderci migliori, o almeno consapevoli della nostra limitatezza mentale, e ci spinga a voler penetrare sempre più gli aspetti che sentiamo lontani, tanto da rendere ancora più grandiosi quelli che invece percepiamo vicini al nostro modo d’intendere la vita: mai unico, mai nettamente diverso da quello rifiutato, mai in grado di poter dire che una parte sia priva dell’altra e viceversa.

91.jpg

Corpo d’aria – Piero Manzoni

L’Achrome espresso da Piero Manzoni in quello che, seppur nella sua breve esistenza, potremmo definire come il suo ultimo periodo, mi ha colpito mostrandomi quanto l’assenza di colore teorizzata nelle sue opere a dimostrazione che “l’infinibilità è rigorosamente monocroma”, possa rappresentare l’animo di chi si affida al colore per cancellare la percezione delle proprie debolezze che, come avviene nei panneggi dell’artista, nei panini ripetuti e nelle ghiaie chiare sperdute in uno sfondo che le cancella, non mostra nient’altro che l’essenza di una nudità troppo spesso ritenuta inaccettabile. Allora comprendo che abbandonando ogni desiderio di potenza cromatica per lasciarmi andare alla luce pura e assoluta, sia nelle cose che mi circondano che nell’animo stesso, posso finalmente godere delle forme interiori del mio pensiero più profondo, e misurare attraverso l’ombra proiettata dalla coscienza che si risveglia, o da una lampada sulla superficie mossa del “quadro” di Manzoni, la vitalità dell’oggetto che egli mi propone, tanto quanto la grandezza di ciò che rifuggo per paura di percepirne la profondità. Se guardo in me scacciando il pregiudizio verso un’opera che ho sempre tacciato di fanatismo, dunque, scopro di aver fatto la stessa cosa nei confronti di talune percezioni personali, allontanate perché in grado di mostrare una dimensione scomoda, invece che una sensazione auspicata.

Non si smette mai di sprofondare sotto la superficie di se stessi, qualora lo si desideri. Per quando mi vanti di farlo con abilità, più per convincere me stesso che gli altri, scopro che in fondo sono ancora sotto il primo strato di epidermide, in un luogo nel quale un colpo di luce più intenso potrebbe spazzarmi via come un lembo di pelle scottata dal sole. Con l’opera di Manzoni ho provato questo, e ciò basterebbe per giustificare la mia breve trasferta verso una mostra dove autori come Fontana, Burri, Baj, sono svaniti dietro alle sensazioni risvegliate dal primo, complice anche l’allestimento impeccabile di una sala colma di luce bianca in cui il monocromatismo del milanese ha rivelato l’acromatopsia del mio pensiero, pur nelle sue mille sfaccettature. In questo non cerco una metafora alla vita, se non nella scoperta che l’arte di ricredersi assume il ruolo di opera nel momento stesso in cui viene stimolata dal pensiero. Sono stato aiutato da molti fattori, non solo dall’unicità del momento atmosferico e dall’assenza di colori, ma anche da un attimo di debolezza emotiva che ha riacceso in me la speranza di vedere oltre l’accanimento del pensiero stabile, del proprio essere convinti di esistere senza alcuna possibilità di riscatto nei confronti di una vita per la quale, altrimenti, non resterebbe che un’attesa senza alcuno spessore in grado di mostrarci nei momenti d’oscurità.

csm_Mcb-a_Achrome_PieroManzoni_petitspains_3386633014-1-300x294.jpg

02_Achrome-grinzata-irreg_1957-58.-Credito-Fondazione-Piero-Manzoni

Achrome 1957-1963 – Piero Manzoni

Pane, sassi, uova, aria, feci, impronte digitali… Tutto appartiene all’uomo e come tale mi avvicinano alla sua eterna manifestazione di sé, e di me. Anche con Schiele mi è successa una cosa simile, quando al Leopold Museum di Vienna intravidi in un’opera l’impronta del suo dito e mi trovai catapultato, come spinto da un’attrazione inarrestabile, verso il suo essere vivo oltre la morte biologica. In questo caso la concretezza dell’uomo Manzoni non mi è apparsa soltanto attraverso l’uso di materiali degradabili biologicamente, ma nell’idea stessa che in quelle forme all’apparenza casuali, incorrotte dal colore, potesse esistere un lavoro certosino di ricerca interiore, così come nella domanda assillante sull’attendibilità o meno del contenuto di quelle lattine…

1200px-Botticelli-primavera.jpg

La Primavera 1478-1482 – Sandro Botticelli

Concludo quindi tornando a un quadro ricco di colori che amo forse più di ogni altra opera, la Primavera di Botticelli. Tra le tante figure rappresentate, sulla sinistra appare Mercurio che con il caduceo scaccia via le poche nubi residue per conservare una primavera eterna; quella stessa primavera che è ormai alle porte, seppur velata da un cielo plumbeo che sembra non volerci abbandonare. E mentre i turbamenti di questa stagione uggiosa si vanno lentamente dissipando al tocco del messaggero degli dei, percepisco la potenza della transizione di tutte le cose: del mio gusto personale, dell’amore che torna attraverso la malinconia, e del passaggio da una stagione all’altra della vita di ognuno di noi, come fosse la fine e l’inizio di tutto.

***

Segui il blog: orizzontedeglieventi.blog

3 comments

  1. Complimenti, la lettura di quest’opera scritta mi dà conforto e speranza: se il nostro sistema sociale (formazione, cultura diffusa, ecc.) è in grado di sostenere queste forme di espressione allora non tutto è perduto. L’opera infatti non solo si presenta con una forma in grado di incantare il lettore ma sviscera un contenuto particolarmente complesso attraverso un’analisi originale del rapporto tra stato naturale, condizione personale, opera d’arte, intenzioni dell’autore. Ma non basta perchè il valore di questo scritto risulta particolarmente elevato anche per la natura del concetto cardine che lo sostiene: l’arte di ricredersi. Ecco all’ora che l’istanza logica (la ricerca della verità, dell’informazione assente nell’opera d’arte) si fonde con quella etica (una mutazione del comportamento, l’arte, appunto di ricredersi).
    Per quanto possa valere, complimenti e grazie.
    Saluti Giuliano.

    1. Vale moltissimo, lei ha colto alla perfezione il senso delle mie parole. Sono io che la ringrazio. Roberto

Rispondi