Sotto un oceano di vita

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(di Roberto Masi)

Tutto tace attorno a me. Il silenzio si espande oltre i contorni del visibile, come una bolla in cui il vuoto di uno spazio sconfinato, mi costringe alla riflessione. In questa continua ricerca della coscienza, che si alterna giorno dopo giorno nella pulsazione di eventi che mi coinvolgono, cerco di trovare la stabilità, un equilibrio che vacilla a ogni più lieve movimento, e che minaccia questa mia volontà di sprofondare. Tuttavia, la determinazione proviene dal desiderio, sempre maggiore, di conoscere cose finora ignorate. Come nel mio precedente articolo ad esempio, nel quale parlo della possibilità di ricredermi su qualcosa che per anni ho ritenuto fondante del mio essere riconoscibile, il bisogno di andare oltre è forte. Travalica la necessità di partecipare all’azione, di scegliere la coesistenza, di sentirmi, perfino in un ambiente naturale, parte della materia. Sebbene spinta da impulsi di natura elettrica, la riflessione si dissocia da tutto e mi pone al cospetto di ma stesso come davanti a una tela immacolata, un foglio bianco sul quale ogni parola diventa eccessiva nell’annullamento che inseguo per trovarmi.

In questa ricerca voglio però mantenere la prospettiva. Non intendo accogliere una filosofia che non potrei onorare né capire, quanto invece contemplare il mio essere qui, in questo luogo, in questo mio destino di discendenza, senza alcuna necessità di trovare origini profonde dove sento di non averne. La connessione è forte; ho scelto di “guardare”, dunque non posso ignorarla. Voglio tentare di spazzar via i pregiudizi di una vita senza snaturarmi. Desidero, infatti, mantenere una visione più ampia possibile e la non remissività verso cose deprecabili sia sul profilo estetico, che umano. Non posso però negare di subire la lusinga del nulla oltre tutte le cose, che seppur spaventoso, mi permette di sprofondare in me assecondando l’urgenza di farlo per risorgere. E mi sento oltremodo vicino all’idea di un Principio Antropico, sempre più intenso, nel quale tutto attorno a me esiste, così come lo percepisco. Allora mi sforzo di penetrare questo concetto di difficile assimilazione, per vedere fino a che punto la teoria possa divenire la pratica, se non nel gesto, quantomeno nel pensiero e scopro che sprofondando in esso qualcosa avviene oltre l’istinto all’abitudine.

Essere spaventati al pensiero delle conseguenze di un’azione è umanamente accettato. Comprensibile oltre ogni ragionevole dubbio in quanto, perseverare nel mantenimento di uno stato di quiete risulta conservativo e pertanto, auspicabile. Così, molte azioni sono limitate dal controllo ma, perfezionando il ragionamento, direi da un limite imposto da fattori che esulano del tutto dalla natura strategica dell’evoluzione, per sfociare nel disastro ontologico di costumi e rappresentazioni. Non voglio riemergere adesso; l’ossigeno scarseggia ma se intendo affrontare la questione della lotta tra materia e volatilità del pensiero, il rischio di cedere al bisogno di riprendere aria è grande e la materia rischia di avere il sopravvento sulla determinazione. Dunque, come suggeriva Jacques Mayol nel suo approccio all’apnea, la fame d’aria si può contrastare oltre i limiti fisici concentrandosi per preservare il più a lungo possibile la scorta d’ossigeno. Penso, dunque m’immergo nuovamente sotto la superficie della retorica e faccio ritorno al bianco, alla luce assoluta che illumina il pensiero e lo mostra fluttuante al becchettio dei tentacoli di ogni paura.

Se le mie azioni non volgono al male, tali non potranno essere le conseguenze. “ Non vorrei piantare in asso un’azione per quel che ne è venuto; preferirei giudicarne il valore lasciando da parte ogni considerazione sul cattivo esito, sulle conseguenze. Quando l’esito è cattivo, si perde troppo facilmente la giusta visione di ciò che si è fatto…”. È così; o almeno è così che dovrebbe essere, sebbene in questa riflessione, Nietzsche, dà una misura estrema, la sua, senza implicazioni pratiche che possano confutarne la forza apparente. Le conseguenze ci sono, è ovvio che ci siano, ma il fatto che giustifichino fin da subito la Volontà di Potenza ci rende immobili di fronte alla ricerca di una condizione più elevata, anche attraverso la discesa in noi stessi. Devo scrollarmi di dosso l’aspetto cerebrale di ciò che intendo perseguire però, altrimenti rischio di raggiungere una profondità tale che il concetto platonico di una luce abbagliante immediata dopo una lunga permanenza al buio, finirebbe per opporsi al desiderio di adattamento. Serve un tempo ragionevole per elaborare tutto ciò che di meritevole esiste; la discesa dovrà essere lenta, per strati sottili, ripetuta più volte, così da dare alla consapevolezza il tempo di adattarsi al cambiamento di prospettiva. Si tratta di una scivolata dolce verso sé, ove il risalire sarà una levitazione in cui la gravità dell’animo si annulla nella scoperta di cose dal peso sempre maggiore. Una legge inversa: dare peso alla coscienza per vivere con leggerezza l’azione.

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Achrome 1958 – Piero Manzoni

Scelgo di andare oltre il bianco; mi soffermo per svuotare la mente. Le cose appaiono per quello che sono, cose appunto, inanimate, così come i concetti che m’assillano giorno dopo giorno, di una società che preme e spinge non tanto per dominarmi nelle scelte quanto per impedirmi di pensare. Ecco che finalmente inquadro l’obiettivo e realizzo la destinazione: la scelta di pensare oltre ogni influenza come il denaro, la convivenza con gli altri, o togliersi dall’imbarazzo di una solitudine incompresa. Tutto questo, adesso, si allontana come se in me fosse esplosa una massa che lo spinge per far spazio all’umanità di cui sono fatto e che in questa riflessione, seppur dall’apparenza contorta, mi rende unico nell’istante. Non posso nuocere, non devo scegliere, non ho necessità di riflettere; vivo il battito del mio cuore per ciò che sono: una creatura consapevole di esistere in un sistema nel quale ogni cosa osservata, è così perché in me si manifesta. Vedo l’invisibile. Il concreto sparisce dal campo visivo che si restringe fino a pormi in un punto imprecisato del cosmo. Dove sono, lo ignoro, e non m’interessa; mi basta sapere che sono. Allora le conseguenze perdono la propria luce accecante e vedo gli ostacoli idealizzati dalla paura di procedere in linea retta verso me stesso. Quel me stesso che si sposta ogniqualvolta l’attenzione viene meno, in un punto imprecisato che tenterò di raggiungere alla prossima immersione.

Mi scrollo di dosso ogni dolore. Le paure svaniscono ma sono al limite adesso, lo sento dal fatto che il concetto tende a perdersi in elucubrazioni mentali. L’ossigeno sta finendo, l’estraneazione è massima per non bruciare in anticipo le riserve, ma presto dovrò riemergere alla realtà per riprendere fiato e tornare alla vita fatta di cose, interazioni, scelte, tempo… Per non perdere il riferimento del mio limite attuale mi guardo attorno nel chiarore che si apre in lontananza, come se annullando il pensiero, la coscienza si aprisse verso la purezza dell’essere immobile, mentre tutto attorno a me è ovattato dalla profondità di quest’immersione. Sento la pace sopraggiungere e la decisione di risalire da questo mondo interiore non mi spaventa come il distacco da un luogo ideale, perché so che presto potrò scendere ancora più in profondità. Sempre più giù, fono al tepore dell’assoluto privo di tutto ciò che condiziona il raziocinio, per liberarmi, un giorno, di ogni più flebile illusione d’esistere.

Riemergo, prendo aria, e la vita mi assale.

 

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