Essere l’Oceano

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(di Roberto Masi)

Torno al bianco. Dopo l’ultima immersione la mia coscienza ha acquisito un peso che mi permette di raggiungere più facilmente il punto in cui ero arrivato la volta scorsa. Lo scopo di queste scivolate interiori è sempre lo stesso: alleggerire l’azione. Oggi proverò a scendere ancora più in profondità, e voglio farlo partendo dall’incipit di una canzone di De André, Il suonatore Jones, liberamente ispirata a uno dei componimenti di Edgar Lee Masters nel suo Antologia di Spoon River. “In un vortice di polvere, gli altri vedevan siccità. A me ricordava la gonna di Genny in un ballo di tanti anni fa…” Ecco che in queste poche righe è racchiuso il mio intento, ovvero la necessità di alleggerire il “vivere” oltre gli ostacoli della materia, per ottenere una visione più ampia, diversa, del tutto personale.

Eppure, non è la diversità che cerco. Lo scopo di questa indagine non è l’acquisizione di capacità che mi differenzino dagli altri, bensì vedere le cose in modo perfezionato dall’assenza di timori consequenziali. Se osservo il mondo con l’animo inquinato dalla paura di ciò che il mio comportamento potrebbe generare, già mi precludo il raggiungimento dell’obiettivo. Ma nemmeno questo, poiché non è il timore del risultato il problema, quanto l’impedimento a dare inizio all’avventura di agire fuori dagli schemi.

Ci ho pensato molto. Mentre affermo queste visioni mi raggiunge il dubbio, e in quanto tale, scelgo le parole di un illustre pensatore che m’ha preceduto, Cartesio, per svincolarmi da queste catene: “Il dubbio è l’inizio della conoscenza”. Allora, accetto l’incertezza per scendere ancora più in profondità, dove potrò spogliarmi di questa veste per oltrepassare il candore, e così penetrare l’abbaglio di una visione assoluta. Prendo fiato e mi lascio trascinare dalla pressione che aumenta. La spinta positiva si fa sempre minore, subentrano però altri pericoli. Il mio intento non è più minacciato dal galleggiamento che afferma la materia sullo spirito, ma da questa propulsione inversa che potrebbe impedirmi la risalita, facendomi ottenere l’effetto contrario, l’annegamento nel pensiero sulle cose materiali, che sancirebbe la supremazia della pesantezza.

L’abbandono è controllato e la concentrazione respinge la minaccia degli eventi sulle intenzioni. Non è facile. Stavolta faccio fatica a liberarmi del concreto; il pericolo aumenta e la capacità di estraniarmi si fa sempre più difficile giacché affogare adesso, equivarrebbe a una sconfitta definitiva. Cerco la calma e procedo a occhi chiusi, mentre il mio corpo si annulla oltre la spinta gravitazionale eliminando ogni immagine. Com’è nelle intenzioni, cerco di sopprimere il pensiero delle conseguenze di un annegamento che si fa sempre più probabile mano a mano che il fondale si avvicina. È l’effetto dell’immersione: silenzio, calma, pace attorno a me, lentamente cancellano i problemi di tutti i giorni che scivolano via come filamenti di seta e risalgono in superficie. Chiudo gli occhi ancora una volta e tutto si allontana; finalmente ritrovo lo stato di quiete che mi permette di tornare al bianco, dove ancora potrò scorgere la coscienza e darle peso.

Rallento la discesa. Scelgo di fermarmi in questo stadio intermedio per non accelerare il processo che dovrà essere lento e meditato. Sono brevi questi momenti di lucidità, prima che la fame d’aria torni a farsi sentire attraverso contrazioni diaframmatiche che riporteranno i fatti al dominio sulla mente. Eccomi, nella luce, dove tutto ciò che mi condiziona è rimasto in superficie e non ci sono che io con la mia pace e le mille domande alle quali, stavolta, non serve dare risposta. Il conforto, infatti, giunge dalla domanda stessa che da’ la misura del risveglio di una libertà sopraffatta troppo spesso dall’equilibrio cinetico: sono felice? Sono in grado di amare? Temo per la mia salute? Mi spaventa l’indeterminazione del futuro? Sono interrogativi, questi, ai quali non sento di dover dare risposta. Li vedo fluttuare davanti ai miei occhi nel liquido che m’avvolge, come foglie sospinte da una brezza leggera. La risposta a tutto è no. In questo stato di apertura mentale non temo niente perché Sono, quindi spalanco le braccia per resistere alla spinta verticale e mi fermo, a occhi chiusi, per lasciarmi cullare dal movimento che mi riporta al ventre di mia madre nel 1975. Non conosco niente, solo un remoto fragore di vita che si consuma accompagnando la mia volontà senza influenzarla. Tutto è avvolto dal calore e le conseguenze di un’azione non hanno maggiore importanza dell’azione stessa. Sento che ogni mia decisione è valida. Non posso compiere scelte sbagliate, tutto è dettato dal desiderio di esistere e non dal bisogno di affermare la mia presenza sul resto del mondo. Sono, dunque non ho bisogno di scegliere perché il mio atteggiamento è finalizzato all’immediato respiro; non permangono implicazioni ma solo il bisogno che sostiene il desiderio di condurre l’esistenza. Tutto è scoperta, meraviglia, ovunque io sposti il mio sguardo le cose appaiono sotto una luce completamente diversa. Il Bianco le illumina mettendo in evidenza lo spessore impercettibile dei bordi che attirano la mia attenzione, e mi coglie il desiderio, infantile, di sollevare quel lembo per scoprire cosa si nasconde sotto al velo.

incredulità di san tommaso (2)
Incredulità di San Tommaso – Caravaggio 1600

Quest’incredulità rappresenta l’ultimo atto per esistere in questo istante di solitudine. Tuttavia, non riesco a liberarmi completamente ma so che se insisto, se resisto anche stavolta alla tentazione di riemergere, presto tutto sarà coerente. Per farlo devo ancora una volta ricorrere alle parole di Nietzsche, neppure il “vecchio” Schopenhauer riuscirebbe a darmi conforto adesso, poiché troppo avvelenato dal suo odio per l’umanità, mentre io vorrei uscire da tali logiche per tornare a me. Riferendosi all’Amleto di Shakespeare, Nietzsche dice: “Non è il dubbio, è la certezza che fa diventare pazzi… Ma solo dalla profondità si può sentire così, bisogna essere un abisso, un filosofo… Abbiamo tutti paura della verità”. Dunque, oltre a confermare la mia intuizione alle parole di Cartesio sulla bontà di dubitare per accogliere la conoscenza, egli mi parla di profondità, che è proprio ciò che sto cercando, ma ancor di più mi pone davanti a un obbligo imprescindibile, ovvero svincolarmi dal sentirmi immerso nel fluido della percezione, per divenire io stesso l’abisso in cui cerco di sprofondare. Una sorta di Oceano Pensante come nel Solaris di Stanislaw Lem, o come afferma Carmelo Bene quando dice che l’artista non deve creare l’opera ma diventarlo egli stesso.

In questo vortice di citazioni mi perdo. I pezzi dei miei studi mi raggiungono per dare forza all’intento di proseguire in questa immersione, e mentre unisco gli insegnamenti assimilati dando loro equilibrio, mi scordo che l’ossigeno è un bene destinato a finire, tanto da prolungare la mia permanenza in questo stadio della percezione più concreto del precedente, ma assai più intimo. È come se mi trovassi davanti alla scelta di azzardare immergendomi ancora più in profondità, oppure fermarmi adesso per non rischiare l’annegamento. Decido di andare oltre. Voglio vedere; sento di doverlo fare. Allora smetto di percepire il liquido che m’avvolge, svuoto la mente e mi lascio trasportare dal lento movimento fino a sentirmi parte di esso. Neppure il freddo di questa profondità mi spaventa più; l’unica cosa che percepisco adesso è il moto ondoso, nient’altro che questo oscillare in un elemento che fino a un attimo prima ritenevo estraneo, e di cui adesso sento di fare parte.

Il pensiero si riduce a un soffio della memoria e mi permette di fluttuare in questo spaziotempo privo di attrazione. Ecco, è questo che sto cercando adesso, prima della prossima immersione dove proverò a vedere le cose da un punto di vista completamente estraneo al timore di vivere. Ambisco a raggiungere un completo annullamento: il mondo attorno a me, il pensiero stesso, la coscienza: tutto svanisce e mi trasformo in un oggetto inanimato che si mantiene inerme. Resto così per un tempo indefinibile, è piacevole e mi permette di capire come fare per andare oltre, al punto che la risalita obbligata mi raggiunge nella forma di un risveglio sgradevole, come se tutto fosse regredito a prima della mia nascita, e non vi fosse il ricordo di alcun dolore a dilaniare il pensiero coerente.

Torno in superficie, riprendo fiato, e tutto si mantiene distante.

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Sotto un oceano di vita

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