Ognuno vede ciò che sa

(di Roberto Masi)

Lo studio della curva di Peano mi ha mostrato la strada, sento però la necessità di fare ordine in questa logica di concetti franati. Sebbene condivida con Nietzsche molte cose, ribadisco il mio deciso rifiuto del concetto di Eterno ritorno. Con questo non voglio dire che accolgo una qualche forma di religione, ma non accetto l’idea di una ripetizione perpetua. Non riesco, anche perché in caso contrario questa ricerca non avrebbe senso, ad accogliere la possibilità che non esista uno scopo nella vita, che l’uomo sia un mero carburante nel ciclo vitale del cosmo, una fonte energetica che si ricarica come una batteria per affievolirsi e sparire in un lasso di tempo più o meno esteso. Partendo dalle immersioni, dunque, ho scoperto il Limite eterno, e con esso la necessità di risalire. La vita è qui, dove posso interagire e la coscienza, come ho detto in Amor fati, è una superficie mossa che finalmente, per mezzo della rappresentazione grafica di David Hilbert e dell’opera di Bruno Munari, sfocia nel concetto dei frattali: oggetti geometrici le cui forme si ripetono senza interruzione. L’omotetia che li contraddistingue, ovvero la capacità comune di replicare in scala la propria caratteristica geometrica, è la rappresentazione, in natura, del concetto che intendo approfondire per perfezionare il mio ragionamento.

Foglie, fiocchi di neve, cristalli, perfino un semplice cavolo romano, sono la rappresentazione di aspetti assimilati. La ripetitività ossessiva che genera il concetto di forma, e di coscienza appunto, attraverso la reiterazione di un motivo calcolabile. La cosa che mi spinge ad approfondirne la comprensione è che il frattale, a differenza di una curva piana che utilizza una funzione matematica, dev’essere necessariamente calcolato attraverso un algoritmo. Questa sua caratteristica intrinseca gli assegna una proprietà specifica, in altre parole il fatto di tendere al risultato finale senza mai raggiungerlo. Sparisce dalla percezione sensoriale verso il mondo quantico ove la meccanica stessa smette di rispondere alle leggi della fisica classica, e da questo la tendenza, insita nella natura, all’indeterminazione di tutte le cose, al dubbio appunto.

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cavolo romano – frattale in natura
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fiocco di neve – frattale in natura

La coscienza, pertanto, è un dato comune. Un velo che si distorce alla stregua dello spaziotempo sotto l’influenza della gravità storica, e che separa il senso di una verità accettata, dal disordine in cui tutto si confonde perdendo di significato. Il valore di questa superficie è lo stesso del Velo di Maya: il Limite eterno che separa l’indicibile senza alcuna direzione cardinale prestabilita. Il fuori e il dentro sono aspetti della medesima confusione e l’essere umano, diversificato come un frattale senza fine, vive su questa superficie che si distorce incessantemente. L’Eterno ritorno decade. Il suo aspetto ciclico declina nella natura stessa di questo concetto che, mutando in continuazione, sposta il ripetersi degli eventi, anche personali, ogni volta in un punto diverso della sua curvatura, garantendo a noi umani di subire l’influenza delle scelte che facciamo, senza possibilità che un evento si ripeta nello stesso identico modo e proponga incessantemente i medesimi risultati.

Cosa sto guardando? A questo punto sento l’ambiguità del concetto che, se da un lato mi apre gli occhi verso nuovi orizzonti, dall’altro m’impone l’incertezza. Se dubitare è la regola, la direzione non può essere sbagliata, neppure quando la verità dovesse attraversare il fallimento senza condurre a niente, giacché la sua confutazione diverrebbe un po’ più facile da raggiungere. Forse la vita interiore si riduce a questo, come nella geometria frattale appunto, nella tendenza infinita verso una verità irraggiungibile. Tale concetto scaturiva in me già ne Il limite eterno, e rappresenta il mio modo d’interpretare la riflessione introspettiva, come un metodo irrisolvibile la cui compiutezza è la caratteristica propria dall’essere privo di soluzione. Più si affina la ricerca, spostandosi sulla superficie del “velo” che ondeggia sotto l’impeto della modifica di assetti socioculturali, e più si tende all’unico risultato possibile: l’indeterminazione. Ma, come ho detto prima, rifiuto il concetto di Eterno ritorno e perfino il significato intrinseco del Velo di Maya come dimostrazione che l’essere umano vive nella più completa illusione di ciò che lo circonda. Protendo, invece, verso il Principio antropico secondo il quale ogni cosa da me osservata si modifica nell’istante stesso in cui interagisco con essa. Sebbene possa sembrare un affinamento dell’ipotesi di un’illusione perenne, in realtà dona un senso più alto alla nostra natura, rendendoci in qualche modo artefici, attraverso connessioni logiche, di un destino comune. Credo nella creazione e terminazione di tutte le cose, non per mano di un dio benevolo che giudica le nostre azioni, ma in quanto limiti estremi di un’opera collettiva entro la quale si svolge l’esistenza.

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Geometria frattale

Siamo in ambito paradossale, dunque cito Georg Cantor, grande matematico tedesco padre della “teoria degli insiemi”, e lo faccio in barba a coloro che, forti della propria intelligenza, del proprio sapere, della propria esclusiva capacità di comprendere teoremi ad altri preclusi, tacciano i filosofi di farne un uso anomalo e scellerato. Rivendico, opponendomi al dogma di un’erudizione egocentrica e poco incline alla scoperta di un confine ancora più lontano, il diritto di ognuno ad attraversare la scienza, l’arte, la letteratura o qualsiasi cosa egli desideri, per tendere alla scoperta di se stesso: “Non ho alcun dubbio che in questo modo noi ci estendiamo sempre oltre, senza mai raggiungere una barriera insuperabile, ma anche, senza mai raggiungere una comprensione anche approssimativa dell’Assoluto. L’Assoluto può solo essere riconosciuto, mai conosciuto, neppure in modo approssimativo”. Così, con la “frattalizzazione” della coscienza che raffiguro come una schiuma in cui ogni bolla riflette gli effetti di stimoli cui è assoggettato l’uomo, intendo l’impossibilità di un sapere assoluto bensì una tendenza, chiara e mutevole, verso ciò cui aspiriamo in quanto esseri umani. Il concetto stesso di tempo svanisce, il caos che regola lo sviluppo di questa schiuma è tale che ognuno di noi fa del proprio carattere la circoscrizione di una singola bolla rappresentata, che si modifica al tocco di scelte continue ed eventi subiti: un colpo di vento, la spinta alla fusione di due elementi, l’esplosione nella morsa di enti pressanti. Pertanto, un’ipotetica formula della coscienza che parta dal concetto d’Invarianza di scala, sebbene persista la variabile “Kp” (caratteristiche personali) della natura soggettiva, dovrà essere incrementata da un’altra variabile imprescindibile: la risposta allo stimolo come quantità finita data dall’osservazione “Rc” (risposta a eventi del caso). Proverò a fare chiarezza. L’Invarianza di scala è la proprietà di un oggetto di non mutare qualora venga effettuata una variazione della sua scala di grandezza. Userò in questo caso il termine “invarianza” giacché si parla di Trasformazione quando il fattore moltiplicante è positivo e Contrazione, quando invece negativo. Poiché nel caso di una coscienza consapevole l’influenza ricevuta può sottostare a mutazioni in entrambi i sensi, è necessario esprimere un concetto che risulti il più aperto possibile. In questo studio non c’è l’intenzione di attribuire alla coscienza peculiarità positive in senso assoluto, bensì stabilirne la variabilità soggettiva contestualizzata all’ambiente. Non percepisco, infatti, la coscienza come un fatto puramente benevolo, bensì come una parte dell’essere che ne stabilisce il ruolo. Pertanto, la formula che ne ricavo è la seguente:

Δc = (±Kp) x (±Rc) → ±∞-1Δcˈ

Da leggersi nel seguente modo: la coscienza Δc è il prodotto tra l’influenza variabile ricevuta da caratteristiche proprie (±Kp) e la risposta a eventi casuali cui l’essere è sottoposto (±Rc), tali da garantire un risultato coerente che tende all’infinito, sia esso positivo o negativo, senza mai raggiungerlo ±∞1Δcˈ.

È chiaro che si tratta di un gioco. Tale formula non ha alcun valore logico-matematico, serve solo a rappresentare, alla stregua di un dipinto se vogliamo, la sintesi comica del mio pensiero. Dice bene Munari quando afferma in uno dei suoi tanti testi: “Ognuno vede ciò che sa”. Se tanto mi da tanto, la nostra vista è piuttosto marginale, offuscata dall’ignoranza, perfino in coloro i quali dimostrano doti eccellenti in qualche campo specifico, mostrando evidenti lacune in tutto il resto. In effetti, questo mio studio cerca di coinvolgere il maggior numero di concetti possibile con lo scopo di chiarire, se non agli altri almeno a me stesso, la particolarità del nostro modo di “fare vita”, di sfamare la nostra curiosità senza curarsi del mezzo utilizzato per farlo, quanto della necessità incessante di assecondare il bisogno di sapere. Questo è il motore che smuove tutto, modifica il nostro modo di vivere e con esso, necessariamente, la nostra percezione degli altri. Secondo Ray Kurzweil, direttore capo del reparto ingegneria di Google, entro gli anni quaranta di questo secolo avverrà una svolta epocale per l’umanità, il sorpasso delle intelligenze artificiali sull’uomo. Supponiamo che la stima di questo illustre pensatore sia sbagliata, resta il fatto che per quanto si possa spostare la data di tale cambiamento definitivo, tutto fa pensare che si tratti di un evento ormai certo. Dove finirà a questo punto la nostra essenza? Saremo in grado di mantenere il fuoco acceso, o la formula volgerà infinitamente al negativo, mentre algoritmi incontrollabili decideranno in base al principio della crescita di un mondo distopico privo di emozioni? Forse, se sapremo comprendere il rischio di un tale cambiamento, conosceremo meglio il valore della nostra natura e proprio mentre tenteremo di opporci, sarà proprio un algoritmo a salvarci dall’annientamento.

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L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

Amor fati

Il limite eterno

Il velo di Maya

Il velo di Maya

(di Roberto Masi)

Quando ho iniziato il Progetto Immersioni non avevo idea di cosa stessi facendo. Assecondavo un’esigenza, letteraria, volta all’esposizione di concetti che avevo in mente da tempo. La metafora dell’immersione, inizialmente, mi era sembrata la più adatta per l’indagine cui andavo incontro, se non altro per il mistero che avvolge tale pratica sportiva. Nonostante ciò, nel corso della stesura ho riscontrato la mutazione del concetto iniziale che, in modo del tutto inatteso, ha stabilito un confine proprio. Lo studio dei filosofi moderni si è intensificato molto in questo periodo della mia vita, e ogni nuovo spunto ha dato impulso alla “ricerca”, più che altro per la curiosità di scoprire fin dove la riflessione potesse spingersi. Cambiare il mio intendere non era lo scopo, se non nella comprensione che nel progredire si va perfezionando, di quale fosse il mio limite personale, un limite oltre il quale rischiavo di perdermi in elucubrazioni prive di senso. Tale rischio è reso ancora più probabile dalla mia opera che non può essere definita ontologica, almeno non in questo caso, giacché troppo legata a un approccio letterario di tipo narrativo, seppur nel flusso di coscienza che caratterizza i miei scritti, e che mi porta a sfociare sovente nella metafisica.

Tra tutti i grandi pensatori che in qualche modo hanno suggestionato il mio pensiero, Nietzsche è forse quello che ha avuto l’impatto più importante. Ci tengo a precisare che non è tanto la sua opera ad avermi ispirato, sebbene concetti come l’Oltreuomo e la Volontà di potenza siano ampiamente rappresentati nei miei articoli, quanto, e questo l’ho potuto capire soltanto scrivendone, la natura stessa dell’uomo in tutta la sua fragilità. Non a caso, il testo da me più studiato non è il celeberrimo Così parlò Zarathustra, pietra miliare dell’opera nietzschiana, bensì Ecce homo, l’ultimo dei suoi scritti la cui stesura, avvenuta in Italia, coincide con il cosiddetto “crollo” dell’autore verso quella pazzia che lo condurrà alla morte prematura cancellando per sempre la memoria di una filosofia nuova.

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Bruno Munari – Colori nella curva di Peano

Dunque, il mio pensiero resta umano, poco votato alla ricerca, sebbene proprio di questo si tratti, quanto invece all’analisi progressiva dello stimolo ricevuto da una riflessione profonda, spinta al limite della comprensione. Non so bene se dipenda dal mio essere autodidatta o da una reale inclinazione; credo che in parte dipenda dal mio legame con la narrativa, dal mio gusto per il romanzo che, inevitabilmente, mi porta ad avere un approccio di questo tipo.

In tutto ciò, ho formulato il mio concetto di Limite eterno, un confine fisico della riflessione, uno sbarramento oltre il quale è bene non andare. Si tratta di una regola imposta che trae fondamento dall’idea stessa di “dubbio” quale cardine del pensiero: una costante imprescindibile che, sebbene in apparenza sembri limitare la ricerca di una verità assoluta, in realtà la rappresenta. Come nei Teoremi d’incompletezza di Gödel, la realtà indimostrabile è la regola imprescindibile: l’indeterminazione cui tutto è sottomesso. Comprendere la natura oggettiva del dubbio m’impone di accettarne la non confutabilità e, in quanto dato reale, devo per forza considerarlo come assioma di partenza e non come risultato finale. Tuttavia, per ciò che mi riguarda, esso rappresenta un traguardo, il risultato cioè, di avere una base solida da cui partire per proseguire. Una sola evidenza quindi: l’incertezza.

Come nell’Arte di ricredersi, scorgo in questa virata logica la necessità di rimanere in superficie. Mi chiarisco anche il perché della scelta di Bruno Munari come raffigurazione ultima di un limite eterno, non solo in rappresentazione della dualità positivo-negativo, quanto nella geometria delle figure rappresentate. L’arte è una forma di comunicazione che segue il gusto ma non solo quello. Nel mio caso, talvolta, influisce attraverso la scoperta di concetti sempre nuovi che l’opera mi suggerisce a livello inconscio, e dei quali trovo spesso conferma col progredire dell’indagine. Il ragionamento però va sciolto, così è troppo rigido, il suo schema risulta laborioso perché segue il mio stile letterario in cui la complessità divulgativa rende opaca l’intenzione.

Non dubito di vivere nel dubbio. Ancora un paradosso del mentitore racchiuso in una logica di prim’ordine che stavolta, finalmente, riconosco. Di conseguenza, l’enantiosemia annunciata ne Il limite eterno, che associa allo stesso termine significati opposti come per esempio la parola “spolverare” che indica sia l’atto di togliere la polvere da un mobile che quello di cospargere di zucchero una torta, mi rappresenta alla perfezione il termine stesso in regime ontologico: dubito di qualcosa di cui non saprei dare contezza della sua verità o falsità; dubito e in quanto tale custodisco una certezza incontrovertibile.

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Bruno Munari – tra terra e aria

Tutto sembra ruotare attorno a quest’unica certezza. Se fino ad ora le “cose” si sono evolute seguendo il progresso dell’essere umano, in futuro potrebbe avvenire uno stravolgimento di questo concetto assimilato nel corso dell’evoluzione. Un ribaltamento in cui la percezione dell’uomo progredisce in un processo accelerato, o meglio ancora uno spostamento verso il domani, seguendo il flusso delle “cose” stesse. Dunque, l’intuizione spontanea del mentitore, quantomeno nella sua valenza semantica, potrebbe subire uno sconvolgimento. Dire “è falso”, che oggi percepiamo come un’affermazione che se vera ne conferma la falsità mentre se falsa ne stabilisce la verità in un paradosso d’insieme, all’uomo del futuro potrebbe apparire come un’espressione del tutto priva di significato, perfino errata sintatticamente. L’unica cosa sensata diventerebbe “essere”: nessuna conseguenza, nessuna coscienza. Qualcosa di esistente in quanto tale e che sembra essere in grado di cancellare il dubbio che però, poiché assioma, stabilisce un’unica possibilità… in altre parole “è dubbio”. Si tratta, ovviamente, di un mero esperimento mentale in cui è richiesto uno sforzo notevole, ma ancor di più un atto di fede nel quale la controversia in sé stabilisce la necessita di non trasmettere alcuna definizione stabile che possa dare risposte certe. Nonostante ciò, se accettiamo il Principio di Bivalenza, anche in questo caso si hanno ripercussioni notevoli, tali però che non può esistere negazione: se è vero, è dubbio e resta invariato l’enunciato, mentre se è falso, è indubbio, quindi vero. Ma se è vero, oppure “non dubbio”, va da sé che l’unica condizione è la verità poiché il suo essere dubbio ne prevede la confutazione che servirebbe a negarne la verità. Pertanto, “è dubbio”, rappresenta la necessaria certezza poiché dire “è vero” non garantisce il mantenimento di un’unica condizione coerente.

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Philippe Delenseigne – Immersion – Il velo di Maya

Nonostante che in quest’ultimo ragionamento possa sembrare ch’io abbia sollevato il velo di Maya, quel limite del sé teorizzato da Schopenhauer oltre il quale convivono in un magma indistinto e senza intelletto gli oggetti, i colori, gli individui e i ragionamenti tutti, in realtà mi sto muovendo sulla superficie in cui tutto si compie nell’illusione. Come nella curva di Peano, concetto matematico tutt’altro che intuitivo, nel quale una curva passa per tutti i punti di un quadrato, ogni immersione precedente, votata al raggiungimento di uno stadio più puro dell’essere, mi ha condotto al sedime di una coscienza che, invece, ha origine in superficie e non scende per conservarsi ma si deposita, nel corso degli anni, se non trattenuta laddove si crea. Nella rappresentazione grafica della curva, lo spazio si ricopre tendendo all’infinito, così il lavoro fatto sulla percezione del sé ci dà la tendenza all’ovvietà, pur avendo la certezza che non la raggiungeremo mai. Lo scopo resta migliorarsi senza ambire ad alcuna completezza. Ho scoperto che il dubbio, che adesso rappresenta l’unica certezza, col trascorrere del tempo tende a sopire. Cresce in me una melma indotta dal bisogno di partecipare, di riconoscermi in ciò che mi circonda per stabilire un ruolo effimero che faccia da garante all’esistenza, ma la necessità di contrastare questa schiuma in espansione è tale che la discesa in profondità è servita per cogliere il bisogno di restare in superficie.

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Hilbert – rappresentazione della curva di Peano

La vita è qui e non oltre. Il Limite eterno è ancor prima del nero e del bianco di Burri e Manzoni, è un luogo di forze in cui la battaglia per restare se stessi mostra scenari inattesi e stimola la comprensione di tutto. Il velo di Maya stesso è oltre, e l’ambiente in cui siamo immersi fin dalla nascita, già si compone di caos. Tuttavia, sento che non si tratta di una confusione indomabile, la consapevolezza si fa strada in questo flusso d’informazioni che trovano ordine dentro di me attraverso la logica del dubbio stesso. L’accettazione dell’impossibilità di distinguere ciò che è vero da ciò che è falso (non tra ciò che è bene e ciò che è male), mi permette di restare nel pulviscolo in cui tutto si svolge, e la confusione è la cosa che mi è più chiara. Perche? Perché sento che il non sapere, il non avere certezze se non quella che tutto è incertezza, è in grado di donarmi questa tranquillità? Vivere per scoprire è lo stimolo più grande che ricevo dalla vita; la curiosità, il bisogno di conoscere, riflettere, cercare ininterrottamente una via che conduca altrove, rappresentano il bisogno della coscienza di migrare senza sosta con la mia interiorità. Perfino in questa tendenza a ingarbugliare il concetto, che immagino respinto dal lettore come avviene anche per me verso altri pensatori, trovo pace. Nella tregua dell’incertezza che adesso è verità e falsità allo stesso tempo, l’onniscienza sembra passare attraverso un territorio vasto, troppo esteso per l’umanità, impercorribile all’uomo isolato, nell’insieme vuoto di cose che non possono esistere, e in quanto tale innocuo.

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Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

Amor fati

Il limite eterno

Il limite eterno

(di Roberto Masi)

Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione lui stesso a non diventare un mostro. E se tu riguarderai a lungo dentro un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te”. Nonostante il desiderio di scendere ancora più in profondità, Nietzsche mi avverte del pericolo. Capisco che il mio tempo sta per scadere, che non potrò continuare in eterno a scavare senza correre il rischio di ripercussioni avverse. Inoltre, sento che la riflessione si fa sempre più difficoltosa, stanca, offuscata dalla pressione. Temo una percezione distorta del mondo che mi circonda. La ricerca dell’ignoto mi costringe a voler raggiungere a tutti i costi un risultato accettabile, ma il rischio che quest’ultimo possa rivelarsi sbagliato è concreto, tanto quanto la possibilità che intendere l’essere come il fine ultimo e non il mezzo, possa allontanarmi da ogni ambizione. Ecco il dubbio, dunque: l’inizio della conoscenza. Ma cosa vuol dire davvero tutto questo?

Se dubito, spingo la mia mente a ragionare in modo più attento. Cerco la risposta che possa cancellare ogni sospetto, col rischio di implodere in essa, sia nel tentativo di voler conoscere, che nell’impulso ad alimentare l’equivoco. È in questo nodo che sento manifestarsi la minaccia di diventare un “mostro”, quando la spinta diviene un’ossessione prevaricatrice sulla razionalità che, invece, dovrebbe guidare le intenzioni. Anche qui, però, è bene distinguere una razionalità di tipo conservativo, mirata quindi al conforto dell’omologazione, da una razionalità intesa come il distacco, necessario, dal dominio dell’istinto all’azione inconsapevole. Entro in un territorio oscuro, ambiguo, minato dal rischio di fare confusione. La ridondanza è necessaria, si presenta il pericolo di enantiosemia, di generare concetti dal significato opponibile col rischio concreto di scegliere quello sbagliato. L’Eterno Ritorno, in tal caso, si appiattisce in qualcosa di meno profetico, attuale direi, un’Eterna Continuazione piuttosto, che non prevede cicli ma linearità, almeno per ciò che concerne la percezione delle cose a prescindere dall’influenza. So di espormi, forse troppo, ma l’elaborazione passa anche per il rischio di fare un passo falso, senza temere un ripensamento ma accogliendolo come progresso.

Mi guardo attorno e tutto è come afferma Schopenhauer. Persone che ti sorpassano al casello e non si voltano per evitare l’imbarazzo del tuo disappunto, uomini che urinano per strada indifferenti alla sensibilità altrui, rabbia, sporcizia, ovunque io guardi, la speranza vacilla e niente appare ciclico, né destinato a un ritorno eterno giacché la mediocrità non se n’è mai andata, anzi, è dilagata come un gene che cancella ogni forma di civiltà, ogni parvenza di amore, accrescendo la propria energia non più stabile né immutabile. So che dovrei respingere la rabbia per non cadere a mia volta nell’inganno. Ci provo, ma è difficile, impossibile, perfino nell’obbligo di volgere lo sguardo altrove che se da un lato impedisce la mutazione istantanea dello stato d’animo, dall’altro innesca quella ben più pericolosa dell’indole. Devo immergermi ancora; tutto questo mi disturba ed è giunto il momento di escluderlo per ritrovarmi.

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Bruno Munari – Negativo Positivo

Torno al bianco. Lo attraverso come se stessi ripercorrendo un itinerario familiare e giungo al nero. La spinta è forte ormai, tutto il mio essere mi conduce senza sforzo nel luogo in cui ero arrivato la volta precedente e, sebbene tutto questo mi parli di consapevolezza, allo stesso tempo mostra un limite invalicabile, quell’orizzonte degli eventi dal quale non potrei fare ritorno. Da questa tenebra tutto sfugge con crescente difficoltà, la luce stessa non penetra né si allontana, così, a mano a mano che il fondale si avvicina, comprendo di trovarmi davanti a una scelta definitiva: vedere tutto, o mantenere un giusto equilibrio d’ignoranza che mi garantisca la possibilità di sopravvivere alla verità. Raggiungere uno stato di percezione assoluta, per quanto possa sembrare auspicabile, rischia di diventare l’apocalisse della sopravvivenza. Ignorare per essere, quindi? Forse, ma è indispensabile indagare. L’innocenza come nemesi del non conoscere, come forma di affermazione in una società priva di abisso, dove tutto scivola sulla superficie di una coscienza estesa, e impedisce di raggiungere il sé che appare scevro da ogni umanità. La coscienza, dunque, come inganno: l’impossibilità di sprofondarvi in quanto tessuto esterno, di qualcosa che va oltre e come tale, finirebbe per nasconderci del tutto, trattenendoci.

Siamo così fragili. Ogni emozione si regge su equilibri precari, perfino cose all’apparenza stabili, come i canoni onorati al punto da compromettere la nostra stessa felicità, si dimostrano nel tempo visioni distorte. Il tramandarsi un’educazione in grado di minacciare ogni libertà che, invece, reputo plausibile solo e soltanto se illuminata dall’assenza di convenzioni. È utopistico pensare che attraverso il nostro comportamento sia garantito il benessere altrui, è l’egoismo di cui parlo in Amor fati che identifica nella scelta di un altruismo ostentato, la necessità di sollevare la considerazione che si ha di se stessi. Questa profondità che cerco nelle mie immersioni, adesso che si fanno sempre più intime, mostra come nell’abisso la vita stessa divenga mistero. Tutto ciò che conosciamo, cambia forma, perde la propria complessità per divenire essenziale: occhi più grandi per vedere quel poco che c’è da vedere, olfatto sviluppato per percepire i movimenti attorno a noi, tatto esasperato per rilevare ogni più flebile vibrazione. Come in un ambiente ostile, nel quale ogni distrazione può rivelarsi fatale, vivere in superficie uno stato di coscienza massima crea inevitabilmente un distacco da ciò che ci circonda, da ciò che in tale ambiente è vita. L’adattamento, invece, dovrebbe garantire l’elevazione e non l’isolamento, da qui il pericolo di divenire un mostro io stesso lottandovi contro. Se i mostri sono la metafora delle nostre paure, esistere nel timore di commettere errori è l’avverarsi della profezia Nietzschiana: sono un mostro quando la paura domina i miei stimoli, sono libero quando il mostro è davanti a me e lo combatto in antitesi.

Come nel paradosso del mentitore di Aristotele: “È possibile ordinare di disobbedire all’ordine che si sta impartendo?”, io creo il paradosso di me stesso affermando che è un atto d’incoscienza cercare se stessi oltre la coscienza; dunque, così come il filosofo greco risolve la questione imponendo l’annullamento della preposizione, giacché priva di significato, io impongo la coscienza come limite invalicabile al sé, allo stesso modo in cui lo è la velocità della luce per la relatività. Allora la coscienza diviene l’atto estremo dell’incoscienza umana e il suo raggiungimento rappresenta allo stesso tempo l’apoteosi del sapere e dell’ignoranza, in altre parole l’enantiosemia di cui parlavo all’inizio.

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Bruno Munari – Negativo Positivo

Ecco che adesso percepisco il pericolo. Questi concetti mi sfuggono, stento a credere di essere proprio io a formularli, eppure ancora ne comprendo la difficoltà e in qualche modo mi mettono in guardia dai pericoli di una discesa scellerata, in cui il desiderio di conoscere sovrasta la ragione di restare, almeno in parte, all’oscuro. Come l’angoscia che prende ognuno di noi quando tentiamo di penetrare mentalmente la vastità del cosmo, o di schematizzare l’idea di eternità mentre in noi qualsiasi cosa è circoscritta, sento di essere in procinto di un limite oltre il quale tutto perderebbe di significato, regolato da norme impenetrabili all’essere non solo per uno stadio primitivo dell’evoluzione, quanto per la natura stessa ove tutto e delimitato in sottoinsiemi che vanno dal macroscopico al quantistico, ma pur sempre definibili. Anch’io, come Heidegger, ritengo opportuno staccarmi dall’abitudine di ascoltare soltanto ciò che fin da subito è chiaro, ma un limite esiste, è innegabile, un limite oltre il quale la comprensione viene meno e il dubbio rappresenta il massimo del profitto cui ambire.

Pertanto, nella lenta discesa in quest’abisso interiore, ho avvertito una crescente percezione delle cose, un chiarimento su molti aspetti che prima mi apparivano nebulosi. Tuttavia, scendendo ancora più in profondità mi rendo conto che esiste un limite eterno che è giusto non oltrepassare, non un confine definito, ma uno spazio opaco nel quale ogni concetto torna a farsi incomprensibile. Credo si tratti di una difesa della mente, una costante che attraverso lo studio, purché non votato all’annullamento di una progressiva accettazione, possiamo restringere senza però che vi sia alcuna possibilità di cancellarla. Oltre tale spessore tutto è perduto, perfino il pregresso svanisce giacché sollevando lo sguardo ciò che è stato resta precluso dall’opacità. Lo percepiamo ancora, ma il suo essere inosservabile finirebbe per farci impazzire. Raggiungere il fondale rappresenta pertanto un’utopia, un evento teorico che funge da monito contro la follia cui altrimenti andrei incontro, se dovessi rifiutare l’indeterminazione. All’inizio di questa nube in cui il dubbio risiede, quindi, concentrerò la mia ricerca.

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Amor fati

Voi due senza di me

(di Roberto Masi)

Sebbene lo avessi acquistato molti mesi fa, ho atteso tutto questo tempo prima di leggere l’ultimo romanzo di Emiliano Gucci: Voi due senza di me, e il motivo di quest’attesa è dato dal fatto che, avendo amato tantissimo il suo precedente Sui pedali tra i filari, temevo di rimanerne deluso. Troppe affinità mi legavano a quel libro diverso da tutti i suoi precedenti, troppe descrizioni condivise, o riflessioni trascritte aleggiavano ancora nella mia testa per fagocitarle con nuove parole; tuttavia, accantonate per un attimo le carte dei miei studi filosofici, ho deciso che era giunto il momento di rimediare. La spinta definitiva è giunta dall’ascolto di un brano tratto da questo romanzo e letto da Alessandro Borghi in occasione del Premio Wondy: pochi minuti di una tale intensità che mi hanno commosso e convinto ad abbandonare ogni reticenza.

Preso dunque dalla smania di conoscere la fonte di quelle parole, ho consumato questa storia in un tempo così breve che, stordito dalla sua bellezza, finalmente posso dire che ci siamo. Lo scrittore vive in me senza alcun timore e d’ora in poi sarò in grado di perdonargli qualsiasi passo falso egli dovesse commettere ai miei occhi. Leggendo questa storia, infatti, ho provato la stessa sensazione che mi procura l’ascolto di una canzone struggente di Luigi Tenco, Quello che conta, il cui ritornello descrive benissimo ciò che tento di esprimere: “… Adesso che il fumo cancella l’estate, e il grigio ritorna scendendo su noi, la lunga vacanza si chiude per sempre, eppure qualcosa di noi resterà”. Le solite speranze, il medesimo dolore. Tutto in questo romanzo è amore e la sofferenza, sebbene si aggrappi alla trama in funzione di qualcosa di ancora più grande, ne innalza il valore come un inno alla ricerca di questo sentimento puro e invincibile, tenace, sfiancante e infine distruttivo poiché un grande amore, per dirsi tale, sempre dovrà essere negato.

In questo mio scritto desidero trasmettere lo stupore che ho provato pagina dopo pagina. Non m’interessa parlare della storia in sé, vorrei invece spingere chi mi legge a non poter fare a meno di conoscerla poiché le descrizioni di Gucci sono il fuoco che arde in ognuno di noi, esperienze violente e grandiose che prima o poi abbiamo provato tutti e che in fondo, pur temendole, agogniamo per il piacere che ci procura il sentirci sofferenti, lontani da tutto e da tutti nel nostro mondo ideale, salvo poi ritrovarvisi davvero.

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Voi due senza di me – Emiliano Gucci

Nel panorama letterario italiano Gucci si fa strada a spallate, e stavolta ne ha ben donde. Tra le macerie di una letteratura abominevole e giovani autori nei quali riconosco il valore ma non l’onestà intellettuale, il talento dello scrittore toscano emerge come un monito, in una storia che abbraccia un arco temporale esteso ma che non fa del tempo la discriminante, bensì la rappresentazione di un’eternità sentimentale che, se da un lato ci dà conforto, dall’altro non può che spaventarci per l’eventualità di dovervi rinunciare. Questa storia è ovunque la si voglia proiettare, perfino la distanza tra le due parti in cui è divisa potrebbe essere invertita, tanto il valore degli anni svanisca nella percezione di un amore indissolubile. Ma non è solo questo, alcuni frammenti di questo romanzo possiedono una carica tale che ho sentito il desiderio di rileggerli più volte per perdermi nella loro profondità, una su tutte la scena della passione feroce in un lurido deposito urbano, dove si spalancano le porte di qualcosa che tutti conosciamo e che l’autore indaga, parola per parola, in un modo che me lo mostrano non solo capace, ma in grado di descrivere la bellezza mai volgare di un rapimento emotivo. Per non parlare di alcune metafore originali e così precise che mi hanno lasciato a bocca aperta: “Milioni di gambe tra cui lo sguardo si ficcava e torceva, prima flettendosi poi spezzandosi, come un giunco trascinato a forza negli ingranaggi di una pompa idraulica”. Per quanto la scrittura di Gucci risulti facilmente comprensibile e chiara nei concetti espressi, dote questa non comune, trovarmi di fronte a un tale “gioiello innovativo” mi costringe a soffermarmi per apprezzarne lo spessore mai banale, seppur nella sua immediatezza.

Se parlo di Tenco, e del suo esistenzialismo, allora non posso non citare il grande filosofo danese Søren Kierkegaard che ne è il padre: “Soffrire è bello, e nelle lacrime vi è del vigore; ma non bisogna soffrire come un uomo senza speranze. Tu escludi la speranza quando affermi che lo scopo della vita è di vivere nel dolore”. Adesso tutto è più chiaro, il cerchio si stringe attorno ai protagonisti di questa storia che sfiora le esistenze di tutti noi, Marta e Michele, che per tutto il tempo si cercano, ma ancor di più si trascinano incapaci di rinunciarsi, di risollevare le rispettive sorti esprimendo il desiderio di farlo come qualcosa che invece non desiderano affatto. Oltre ogni sofferenza restano aggrappati a quel “giunco” finissimo, nella speranza di potersi avere ancora e ancora e ancora, fino alla fine della loro vita, poiché l’uno non potrà mai fare a meno dell’altra e viceversa.

L’opera di Emiliano Gucci matura con me. L’ho intuito ripensando al mio modo di accogliere i suoi lavori precedenti, da Donne e Topi in poi. La giovinezza dei suoi personaggi, così come la mia, sono adesso dolci ricordi che sorreggono i pericoli dell’essere adulti. Qualcosa cui aggrapparsi, nei momenti in cui la malinconia, che pure amo vivere e condividere come lui nei suoi scritti, rischia di schiacciarmi sotto il peso dell’ineluttabilità. Parliamo di verità, ma non necessariamente in contesti di sofferenza o disagio, quanto di riconoscimento della natura stessa dell’essere che vorrebbe affrancarsi da ogni vincolo umano per non doversi sgretolare in esso, ma che allo stesso tempo non può farne a meno per sentirsi vivo. L’amore adesso è completo giacché frammentato, sbattuto da eventi incontrollabili, indomabile. Non esiste alcuna linearità nel fuoco che lo alimenta, non può essere regolato nell’intensità come fosse la fiamma di un fornello a gas, ma richiede l’indeterminazione di legna sempre nuova, diversa per natura, ora bagnata ora ricoperta di muffa e tale, da poterne modificare di volta in volta l’intensità senza però controllarlo. L’amore deve mutare e allo stesso tempo mantenersi riconoscibile, per impedirgli di svanire in una nuvola di fuliggine che si depositerebbe su di noi cancellandoci. Ma questa mutevolezza, questo bisogno di vederlo muoversi e di ardere in esso, hanno un prezzo da pagare molto alto, e la speranza di cui ci parla Kierkegaard in fondo è proprio questa, il sogno di riuscire a sostenerlo.

Voi due senza di me è un romanzo incantato. Certe atmosfere, artifici letterari se vogliamo, mi riportano al Realismo Magico dei latini, primo tra tutti Marquez, ma anche Dino Buzzati per restare nei confini di casa nostra. Come il carico azzurro del cielo della prima parte in grado di colorare il mondo e perfino condizionare l’indole degli animali, o il bianco accecante della seconda, il cui silenzio priva i due protagonisti di ogni scenografia per restituirceli soli davanti al loro destino di coppia. Le descrizioni dei luoghi, che io conosco per appartenenza geografica, non disturbano ma guidano il lettore, attraverso rapide pennellate, verso l’animo tormentato di questi personaggi che, seppur con storie completamente diverse, potrebbero essere ognuno di noi. L’empatia ci fa sperare nello strazio. Ce lo fa agognare perfino tanto è forte il desiderio di partecipare all’azione, per provare almeno una volta nella vita quest’amore inviolato da eventi nefasti, dal tempo, dalle scelte più opportune che, sebbene possano averci restituito una qualche misura di tranquillità, ci hanno privato di quello che davvero ci distingue come esseri umani, la capacità di annullarci per l’altro.

Non so cosa spinga le persone di questa nostra Provincia ai margini della Piana Fiorentina a voler parlare di sentimenti; sento di trovarmi in un luogo favorevole e qualcosa, per quanto ne ignori la natura, ci “costringe” a farlo. Basti pensare che nel raggio di poche centinaia di metri sono cresciuti lo stesso Emiliano Gucci, Giulia Arnetoli della quale avevo scritto in un mio precedente articolo, e perfino io che sebbene non sia un narratore nel senso stretto del termine, non posso esimermi dal trattare i medesimi argomenti nei miei scritti. Staccarmi da quest’opera non è stato facile quindi. Ho svolto le mansioni di tutti i giorni con la mente proiettata al momento in cui finalmente avrei potuto immergermi di nuovo nella lettura, ma non era il bisogno di apprenderne l’epilogo, sebbene l’innata curiosità mi spingesse a volerlo conoscere, quanto di affiancare i due protagonisti per condividere il loro turbamento, nella speranza che qualcosa potesse rimanermi attaccata e tutto non andasse perduto una volta chiuso il libro. L’abilità di Emiliano Gucci stavolta irrompe come una regola non scritta, pertanto fate largo, l’amore è tornato.

Amor fati

(di Roberto Masi)

Prima di affrontare la prossima immersione devo sostenere una preparazione attenta, uno studio puntuale degli esiti di un approccio errato all’apnea della mente. In superficie posso ascoltare le parole di Nietzsche, mi è concesso, ed egli mi avverte: “La coscienza è una superficie – sia mantenuta pura da qualsiasi grande imperativo”. Dunque, sebbene l’abisso di cui parlo nelle mie discese possa sembrare un allontanamento da essa, egli mi parla di un’estensione inviolabile, situata in un luogo incorruttibile, nascosto dalla profondità che cerco di raggiungere e lontano dai grandi paroloni e dagli atteggiamenti sbagliati. L’ultima volta ho scoperto il Nero, un luogo oltre il bianco ispirato da Piero Manzoni nei suoi Achrome, che ho rintracciato in Alberto Burri, pittore Informale della stessa epoca che ha dedicato gran parte della sua opera all’indagine sulle proprietà espressive della materia. E sono proprio Nero e Materia i concetti che ho ritrovato nella mia ultima analisi: Lanciarsi in Sé, come riscoperta di una fisicità dissimile da quella contaminata nello schema d’insieme in cui vivo. Laddove il liquido è divenuto denso e la mia pelle, la superficie stessa della coscienza.

Gli artisti del dopoguerra, in modo del tutto inatteso, sono divenuti l’ispirazione della mia indagine, proprio come Wagner per Nietzsche prima del cosiddetto collasso. Una sorta di processo inverso accaduto a me nei confronti del rinascimento, quando ciò che per anni avevo rifiutato è stato in grado di spingermi oltre. Ma è proprio nel concetto di “oltre” come uomo, che io trovo il conforto alle pene terrene; nell’amor fati, nell’accettare cioè, con gioia, il destino dal quale non posso sottrarmi. In fondo le mie immersioni hanno lo scopo di raggiungere l’eterno ritorno, senza più alcuna afflizione per le pene passate, presenti, né future, per comprendere a fondo questo concetto che mi spaventa come un monito nefasto, ma che rifiuto pur accogliendone talune sfumature.

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Alberto Burri – Cretti

Nel suo L’arte di conoscere se stessi, Schopenhauer mi parla del modo in cui ha accolto la solitudine. Spaventa il suo intendere l’umanità come un male dal quale fuggire, come il dolore del passaggio da una condizione d’insieme, all’isolamento di cui si fa carico per preservare se stesso a discapito di una felicità idealizzata: “La maggior parte della gente si accorge, quando fa la mia conoscenza che non può essere nulla per me, e io nulla per loro”. Tuttavia, sebbene il suo studio m’imponga l’accettazione di verità incontrovertibili che per anni ho evitato nel tentativo di sostenere la vita, non posso negarne l’evidenza. Forse, il suo estremismo è lo spauracchio di una consistenza meno dolorosa, ma indubbiamente la solitudine rappresenta un passo verso l’identità. In questo Nietzsche mi chiarifica il concetto con la dolcezza che cerco nel suo essere onesto: “In termini morali: l’amore del prossimo, la vita per gli altri e per ciò che è altro può essere la misura di difesa per la conservazione della più rigida egoità”. Quante volte mi è capitato, magari provando indulgenza per la sofferenza altrui, per la diversità, per il dolore, fino a scoprire che tale appiattimento serviva allo scopo di elevare me stesso e non coloro ai quali rivolgevo le mie attenzioni. Ma non solo, anche la necessità di amare a tutti costi, quale rappresentazione del “capolavoro nell’arte dell’autoconservazione”, ovvero l’egoismo. Comprendere tutto ciò è il primo passo verso l’emancipazione, verso un amore incondizionato, da donare agli altri come un bene prezioso, utile, lontano da una sterile compassione, e che non abbia niente a che vedere col cristianesimo.

Manzoni è stato il tramite, Burri l’approdo. Nei suoi famosi “Cretti”, l’artista marchigiano mi offre una visione d’insieme che non fa distinzione, nella mia mente, tra il bianco e il nero, ma rappresenta entrambe le circostanze nella loro affinità. Dal primo al secondo, dunque, non è più un passaggio inevitabile per raggiungere la profondità interiore, quanto un insieme omogeneo, senza alcuna fusione cromatica, nel quale inserirmi per diventare parte attiva dell’oceano. Le scanalature sono le sinapsi, i solchi nei quali mi sposto per andare da una parte all’altra della personalità che, come nell’opera, tendono a infittirsi mano a mano che ci si sposta verso l’estremità, nelle regioni più remote della nostra indole. È in queste zone che mi dirigo, sul fondale dell’abisso in cui sprofondo, per cercare gli aspetti offuscati dalla “strada più facile”, quella dell’omologazione, e sfidare l’uniformità cromatica del buio interiore, dove ogni passo va in una direzione diversa che potrebbe condurmi in un punto imprecisato della cornice, la linea del tempo, al di là della quale sussiste l’Oltreuomo nietzschiano.

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Alberto Burri – Cretti

Pertanto, accettare la solitudine addentrandosi nel solco del pensiero più profondo, alla ricerca di un amore giusto verso il proprio destino sia esso bianco oppure nero, è l’opera finale di queste immersioni in cui mi prodigo, oltre l’aspetto empirico dell’esistenza. Vivere è la conseguenza dell’essere, non il contrario. Esistere come istinto, infatti, facilita il compito di non doversi “ammirare” nella complessità che ci distingue; così tutto scorre, tra le pietre della vita che rotolano a valle incoraggiate dalla corrente di ciò che è lecito, fino al punto in cui tutta l’esistenza si raduna, in un cumulo di detriti tutti uguali: le nostre vite. Nonostante ciò, io credo che non tutto sia perduto. Il Filosofo sceglie la solitudine come mezzo di affrancamento da tali catene, dalla necessità di giustificare la propria visione, attraverso il messaggio dell’estrapolazione dal concetto stesso di condivisione. L’unica cosa che egli ritiene di dover spartire è il proprio pensiero, che in quanto tale, però, lo identifica come uomo tra gli uomini. C’è un pensiero di Mao Tse-tung che rende limpido il concetto, un testo divenuto in seguito l’opera d’arte di Alberto Moretti: L’artista al servizio del popolo. Ne traspongo un estratto che rappresenta, a mio avviso, ciò che ho appena detto riguardo ai sapienti: “… il Lenin vivo era impegnato nel lavoro da mattina a sera e la sua attività non era molto diversa da quella di tanta altra gente”. Da quella di tutti aggiungerei. Ecco che in questo concetto sento giungere la speranza di una partecipazione collettiva alla vita, perfino da parte di coloro i quali per una ragione o per l’altra appaiono scollegati e tentano di elevarsi, riuscendoci talvolta, sopra aspetti concettuali che la materia appesantisce. Un sistema, dunque, che si regge su se stesso; un equilibrio stabile in cui non c’è una verità assoluta, in cui la diversità è il cardine su cui si fonda il movimento stesso di tutte le cose, che cancella all’istante ogni timore reverenziale.

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Alberto Moretti – L’artista al servizio del popolo

Amor fati quindi, non ci distingue, ma ci rende uguali. Così mi sbarazzo dell’agape schopenhaueriana per il dolore, cui ogni uomo sembra destinato e che non rappresenta un dogma, bensì una probabilità; non auspicabile certo, ma ammissibile per esistere consapevolmente. Trovarsi soli, talvolta, induce a una riflessione più intima e spesso si cerca compagnia nell’altro proprio per svincolarsi da una tale eventualità. Soli però non è fine, soli può divenire l’inizio di tutto se ci permette di comprendere la nostra stessa presenza. Una cosa è certa: il dolore smuove. Soffrire ci permette di vedere oltre la cortina di fumo, mentre la felicità difende il proprio stato ideale rendendo opaco l’orizzonte, per preservare se stessa il più a lungo possibile. Ma il cambiamento deve essere ricevuto, perfino quando si rivela penoso, giacché l’accanimento, la falsità o il non voler vedere le cose nel loro aspetto reale, crescono in noi come assilli destinati nel tempo ad annientarci. Quando m’immergo, cerco fin da subito di liberarmi dei frammenti di debolezza accumulati giorno dopo giorno; lo faccio per non dovermi scontrare con loro nel momento di massima concentrazione, ma so di non potermene liberare, come so che al momento della risalita saranno nuovamente in me, pronti a condizionare ogni scelta, a deviare il mio percorso verso la cornice del “Cretto” che pur tuttavia, conduce sempre in un punto imprecisato del tempo. L’indeterminazione, dunque, mi sostiene e capisco che non serve a niente accanirsi, cercare di liberarsi delle scaglie costruite negli anni, poiché l’unica cosa utile è ammetterne la presenza, per ridurre l’attrito verso la ricerca di una verità propria che non può essere l’unica. Non c’è pensatore al mondo che possa confutare tale affermazione, salvo poi controbattere a me stesso che non può esistere assoluto, ché la coscienza, come ho detto all’inizio: “va mantenuta pura da qualsiasi grande imperativo”.

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Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

Lanciarsi in Sè

(di Roberto Masi)

Leggere Nietzsche è come farsi accudire da una madre premurosa ma severa. Egli mi spoglia di ogni orpello, lasciandomi nudo al cospetto della mia riflessione, dunque è a lui che ricorro sovente per affrontare le mie immersioni.

Oggi sono su una scogliera altissima e sto per gettarmi nelle profondità del mio oceano interiore per ricongiungermi. Scelgo di tuffarmi dall’altura per vincere fin da subito la spinta di Archimede e risparmiare così più ossigeno possibile, giacché in questa ennesima discesa, proverò ad andare ancora più in profondità. Chiudo gli occhi, mi lancio nel vuoto, e percepisco la velocità di una caduta fatta d’immagini in rapida successione. Mentre precipito, mi tornano alla mente le parole del Filosofo: “Il dotto […] finisce col perdere completamente la capacità di pensare per conto suo. Se non compulsa non pensa […] e alla fine reagisce e basta”. Ecco che, nonostante io non mi senta tale, scopro che devo staccarmi da questa figura ingombrante, non perché condivida appieno tale visione, quanto perché è giusta nella misura di creare un pensiero che si dimostri coerente alla propria “opera” e poi, semmai, trovarne riscontro nel pensiero altrui. Sento che tutto questo fa parte di quell’annullamento di cui parlavo nel mio precedente Essere l’Oceano, e che in qualche modo mi facilita il compito di far ritorno al bianco.

Tale scelta mi procura un’imprevista sofferenza; tutta una serie di appigli che vorrei citare adesso per sorreggere il mio pensiero dal timore della banalità: aforismi e citazioni cui sovente ricorro in questa indagine per accrescerne, nella mia debolezza di ricercatore, il valore intrinseco. Tuttavia, dopo aver raggiunto un tale livello di profondità ed essendo sul punto di ritornarvi, comprendo il valore di una visione personale. Si tratta di affrontare i propri timori, e quello della banalità espressiva, sebbene possa nascondersi dietro parole altisonanti e nomi illustri, rappresenta un ostacolo ancor più pericoloso delle conseguenze di un’azione avventata. Dunque, devo lasciare che gli insegnamenti si stacchino dalla mia pelle prima che il mio volto penetri il liquido che in qualche misura li farebbe aderire, e per farlo ho bisogno di aprire gli occhi, concentrarmi sull’impatto imminente, distogliere l’attenzione da questi canoni che uno a uno si disperdono nell’aria.

Non posso continuare a reagire e basta, non voglio farlo. Non voglio neppure continuare a difendermi, ma in tutto questo “non volere”, scorgo il bisogno di modificare la mia visione, com’è nell’intento di queste brevi riflessioni, per portarla oltre al vortice di polvere in cui gli altri vedono siccità, fino all’immagine della gonna di Genny in un ballo di tanti anni fa, dunque al “volere”, che è diverso. La negazione adesso è l’ennesima forma di conservazione che intendo lasciarmi alle spalle come scelta consapevole, nel tentativo di rendere l’assenza di respiro l’atto involontario del pensiero che si svincola dalle catene d’appartenenza, per ritrovarsi al cospetto di un automatismo istintivo del pensiero stesso, e non dell’azione, come se secoli di evoluzione venissero spazzati via per ritrovare l’essenziale, il candore, il coraggio di agire senza il tormento di effetti presunti. Ed è proprio il coraggio che adesso cerco; la capacità di non lasciarsi vincere nelle scelte, di non sentirne il peso ma andare incontro a esse, come se procedessi nel sentiero davanti a me, passo dopo passo, in un progredire che non sente il peso d’incontrare ostacoli, ma la forza di poterli affrontare di volta in volta come parte imprescindibile del cammino stesso.

Eccolo, il fluido arriva, lo sento irrompere sulla mia faccia. Lo scambio termico cancella ogni pensiero e in un attimo l’azione mi riporta al bianco. Stavolta è una sensazione ancora nuova, passo da ogni aspetto materiale all’abbaglio interiore e, nel tempo di un colpo di tosse, sono qui, nel punto in cui ero arrivato la volta scorsa, con tutta la mia scorta di ossigeno a disposizione per andare oltre. L’impatto ha cancellato ogni pensiero. Sono libero in uno stato di quiete nel quale stavolta posso affinare il mio pensiero e la percezione di me che non ne sono immerso, ma faccio parte di questo fluido viscoso, diverso dall’acqua, ricco della mia stessa sostanza che ne aumenta la consistenza rendendo sempre più complessa la discesa verso luoghi inesplorati della mia personalità. Cerco la posizione di massima penetrazione e vado giù. Gli occhi pieni di luce mi lasciano intravedere qua e là una moltitudine di ombre leggere, come vesti di seta mosse dal vento si spostano attorno a me, sono i pensieri allontanati dall’immersione che aleggiano come fantasmi di latte, resi innocui dalla profondità in cui si trasformano nell’immagine remota di un’idea, e mi raggiungono come lo spettro della luce di una stella scomparsa  milioni di anni fa. Ho imparato a percepirli come innocui in questa dimensione, tanto che adesso fanno parte di un ambiente favorevole, elementi imprescindibili della mia natura: innocue reminiscenze della vita di tutti i giorni.

In questa condizione ideale, di annullamento e profondità, sento di poter oltrepassare il bianco e spingermi verso il nero, dove il pensiero sorregge lo spavento per l’indeterminazione. Il chiarore raggiunto è servito a vincere la paura della permanenza a grandi profondità, ma per spingermi oltre, devo raggiungere luoghi privi di luce, luoghi nei quali l’orientamento giunge soltanto dall’acuirsi dei sensi che mi permettono di percepire leggi in grado di dirigere la mia ricerca. Sono in un limbo opaco. Tutto è incorrotto, resta solo l’attesa di un epilogo non scritto, auspicato, inimmaginabile oltre il tempo e le scelte che potrei fare. Il domani e l’adesso coincidono, so che il movimento avrà ripercussioni nel tempo come una vibrazione del tessuto spaziotemporale, come un’increspatura nella coscienza che si espande all’infinito per accogliere la propagazione di questi moti impercettibili, eppure in grado di sommarsi e condizionare ogni scelta futura. Come fare per impedire che ciò avvenga? Se scelgo ci saranno ripercussioni; se accolgo il comportamento senza paure, avverrà lo stesso, dunque non resta che accettare il fatto che un battito d’ali potrebbe davvero trasformarsi in un uragano chissà dove nel mio spirito, senza che un preciso modello matematico possa dimostrarmi la bontà di tale teoria, ma accogliendo la possibilità che ciò avvenga come una causa del mio stesso esistere, e come tale accettare in me la leggerezza di una carezza ricevuta o data, così come il furore di uno schiaffo: due aspetti tanto diversi, ma che in qualche modo bilanciano la neutralità dell’essere che se fosse troppo lieve finirebbe per oltrepassare l’atmosfera e perdersi nel cosmo, così come un’eccessiva pesantezza lo schiaccerebbe al suolo cancellandone lo spessore.

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Alberto Burri – Sacco e Nero

In questa lunga digressione, all’apparenza contorta, io unisco il mio essere mutevole a questa nuova profondità, accogliendo tutto ciò che mi caratterizza, come la struttura che m’impedisce di perdermi nell’oscurità cui vado incontro. Sento i sensi acutizzarsi. La vista lascia il posto alla percezione, ciò che c’è d’inutile viene sovrastato da un senso nuovo, la comprensione del sé che vibra come qualcosa che la materia m’impedisce di nutrire alla luce del giorno, sotto l’impeto dei colori, dei suoni, del vibrare della pelle, del gusto… Quando la mente si trova in uno stato di perplessità, inizia a formulare i concetti fuori dagli schemi, giacché solo operando in modo non schematico si può raggiungere l’illuminazione. Quindi, dopo il bianco, l’abbaglio risiede nell’oscurità che mi attende sprofondando ancora più giù nel rispetto di una dottrina zen che riconosco e non accolgo, in quanto voglio mantenermi su un piano sì profondo, ma che sia funzionale all’ambiente in cui vivo, al sistema con il quale interagisco non come individuo dislocato, bensì come parte distinta e distinguibile. Un concetto meno spirituale pertanto, più fisico se vogliamo.

Nel tempo di tale riflessione ho raggiunto l’agape. Non lascio alla mia natura irruenta alcuna possibilità di sfuggire al controllo perché so che se anche un solo filamento di rabbia dovesse scappar via, come spesso avviene quando mi trovo in superficie, questo si attorciglierebbe alle mie caviglie per trascinarmi giù come un kraken dai cui tentacoli non potrei liberarmi. In questo nuovo stadio intermedio della coscienza abissale, l’oscurità è confortata dalla densità del fluido nel quale riesco a muovermi in un modo del tutto nuovo, quasi terreno. Questa cosa, se da un lato mi spaventa, dall’altro mi da conforto sostenendomi. L’ossigeno si consuma lentamente, perfino nella fisicità ritrovata dopo che l’avevo abbandonata in superficie. Dunque, se questa materia non fa parte di tutto ciò che mi sono lasciato alle spalle immergendomi, allora deve trattarsi di qualcosa di nuovo, più profondo, personale e che ha resistito sotto la cenere in tutti questi anni, nell’attesa che qualcosa la riportasse alla luce. Qualcosa d’incorruttibile, che il tempo non può scalfire, né sostituire con altre convinzioni di natura indotta dal bisogno di difendersi. Sono io non solo nel pensiero ma anche nella percezione del mio corpo e sfruttando la spinta di questa nuova forza ritrovata, torno in superficie con la speranza di scoprirne i benefici nella prossima immersione.

Emergo, prendo aria, e tutto è come lo avevo lasciato.

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L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano