Lanciarsi in Sè

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(di Roberto Masi)

Leggere Nietzsche è come farsi accudire da una madre premurosa ma severa. Egli mi spoglia di ogni orpello, lasciandomi nudo al cospetto della mia riflessione, dunque è a lui che ricorro sovente per affrontare le mie immersioni.

Oggi sono su una scogliera altissima e sto per gettarmi nelle profondità del mio oceano interiore per ricongiungermi. Scelgo di tuffarmi dall’altura per vincere fin da subito la spinta di Archimede e risparmiare così più ossigeno possibile, giacché in questa ennesima discesa, proverò ad andare ancora più in profondità. Chiudo gli occhi, mi lancio nel vuoto, e percepisco la velocità di una caduta fatta d’immagini in rapida successione. Mentre precipito, mi tornano alla mente le parole del Filosofo: “Il dotto […] finisce col perdere completamente la capacità di pensare per conto suo. Se non compulsa non pensa […] e alla fine reagisce e basta”. Ecco che, nonostante io non mi senta tale, scopro che devo staccarmi da questa figura ingombrante, non perché condivida appieno tale visione, quanto perché è giusta nella misura di creare un pensiero che si dimostri coerente alla propria “opera” e poi, semmai, trovarne riscontro nel pensiero altrui. Sento che tutto questo fa parte di quell’annullamento di cui parlavo nel mio precedente Essere l’Oceano, e che in qualche modo mi facilita il compito di far ritorno al bianco.

Tale scelta mi procura un’imprevista sofferenza; tutta una serie di appigli che vorrei citare adesso per sorreggere il mio pensiero dal timore della banalità: aforismi e citazioni cui sovente ricorro in questa indagine per accrescerne, nella mia debolezza di ricercatore, il valore intrinseco. Tuttavia, dopo aver raggiunto un tale livello di profondità ed essendo sul punto di ritornarvi, comprendo il valore di una visione personale. Si tratta di affrontare i propri timori, e quello della banalità espressiva, sebbene possa nascondersi dietro parole altisonanti e nomi illustri, rappresenta un ostacolo ancor più pericoloso delle conseguenze di un’azione avventata. Dunque, devo lasciare che gli insegnamenti si stacchino dalla mia pelle prima che il mio volto penetri il liquido che in qualche misura li farebbe aderire, e per farlo ho bisogno di aprire gli occhi, concentrarmi sull’impatto imminente, distogliere l’attenzione da questi canoni che uno a uno si disperdono nell’aria.

Non posso continuare a reagire e basta, non voglio farlo. Non voglio neppure continuare a difendermi, ma in tutto questo “non volere”, scorgo il bisogno di modificare la mia visione, com’è nell’intento di queste brevi riflessioni, per portarla oltre al vortice di polvere in cui gli altri vedono siccità, fino all’immagine della gonna di Genny in un ballo di tanti anni fa, dunque al “volere”, che è diverso. La negazione adesso è l’ennesima forma di conservazione che intendo lasciarmi alle spalle come scelta consapevole, nel tentativo di rendere l’assenza di respiro l’atto involontario del pensiero che si svincola dalle catene d’appartenenza, per ritrovarsi al cospetto di un automatismo istintivo del pensiero stesso, e non dell’azione, come se secoli di evoluzione venissero spazzati via per ritrovare l’essenziale, il candore, il coraggio di agire senza il tormento di effetti presunti. Ed è proprio il coraggio che adesso cerco; la capacità di non lasciarsi vincere nelle scelte, di non sentirne il peso ma andare incontro a esse, come se procedessi nel sentiero davanti a me, passo dopo passo, in un progredire che non sente il peso d’incontrare ostacoli, ma la forza di poterli affrontare di volta in volta come parte imprescindibile del cammino stesso.

Eccolo, il fluido arriva, lo sento irrompere sulla mia faccia. Lo scambio termico cancella ogni pensiero e in un attimo l’azione mi riporta al bianco. Stavolta è una sensazione ancora nuova, passo da ogni aspetto materiale all’abbaglio interiore e, nel tempo di un colpo di tosse, sono qui, nel punto in cui ero arrivato la volta scorsa, con tutta la mia scorta di ossigeno a disposizione per andare oltre. L’impatto ha cancellato ogni pensiero. Sono libero in uno stato di quiete nel quale stavolta posso affinare il mio pensiero e la percezione di me che non ne sono immerso, ma faccio parte di questo fluido viscoso, diverso dall’acqua, ricco della mia stessa sostanza che ne aumenta la consistenza rendendo sempre più complessa la discesa verso luoghi inesplorati della mia personalità. Cerco la posizione di massima penetrazione e vado giù. Gli occhi pieni di luce mi lasciano intravedere qua e là una moltitudine di ombre leggere, come vesti di seta mosse dal vento si spostano attorno a me, sono i pensieri allontanati dall’immersione che aleggiano come fantasmi di latte, resi innocui dalla profondità in cui si trasformano nell’immagine remota di un’idea, e mi raggiungono come lo spettro della luce di una stella scomparsa  milioni di anni fa. Ho imparato a percepirli come innocui in questa dimensione, tanto che adesso fanno parte di un ambiente favorevole, elementi imprescindibili della mia natura: innocue reminiscenze della vita di tutti i giorni.

In questa condizione ideale, di annullamento e profondità, sento di poter oltrepassare il bianco e spingermi verso il nero, dove il pensiero sorregge lo spavento per l’indeterminazione. Il chiarore raggiunto è servito a vincere la paura della permanenza a grandi profondità, ma per spingermi oltre, devo raggiungere luoghi privi di luce, luoghi nei quali l’orientamento giunge soltanto dall’acuirsi dei sensi che mi permettono di percepire leggi in grado di dirigere la mia ricerca. Sono in un limbo opaco. Tutto è incorrotto, resta solo l’attesa di un epilogo non scritto, auspicato, inimmaginabile oltre il tempo e le scelte che potrei fare. Il domani e l’adesso coincidono, so che il movimento avrà ripercussioni nel tempo come una vibrazione del tessuto spaziotemporale, come un’increspatura nella coscienza che si espande all’infinito per accogliere la propagazione di questi moti impercettibili, eppure in grado di sommarsi e condizionare ogni scelta futura. Come fare per impedire che ciò avvenga? Se scelgo ci saranno ripercussioni; se accolgo il comportamento senza paure, avverrà lo stesso, dunque non resta che accettare il fatto che un battito d’ali potrebbe davvero trasformarsi in un uragano chissà dove nel mio spirito, senza che un preciso modello matematico possa dimostrarmi la bontà di tale teoria, ma accogliendo la possibilità che ciò avvenga come una causa del mio stesso esistere, e come tale accettare in me la leggerezza di una carezza ricevuta o data, così come il furore di uno schiaffo: due aspetti tanto diversi, ma che in qualche modo bilanciano la neutralità dell’essere che se fosse troppo lieve finirebbe per oltrepassare l’atmosfera e perdersi nel cosmo, così come un’eccessiva pesantezza lo schiaccerebbe al suolo cancellandone lo spessore.

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Alberto Burri – Sacco e Nero

In questa lunga digressione, all’apparenza contorta, io unisco il mio essere mutevole a questa nuova profondità, accogliendo tutto ciò che mi caratterizza, come la struttura che m’impedisce di perdermi nell’oscurità cui vado incontro. Sento i sensi acutizzarsi. La vista lascia il posto alla percezione, ciò che c’è d’inutile viene sovrastato da un senso nuovo, la comprensione del sé che vibra come qualcosa che la materia m’impedisce di nutrire alla luce del giorno, sotto l’impeto dei colori, dei suoni, del vibrare della pelle, del gusto… Quando la mente si trova in uno stato di perplessità, inizia a formulare i concetti fuori dagli schemi, giacché solo operando in modo non schematico si può raggiungere l’illuminazione. Quindi, dopo il bianco, l’abbaglio risiede nell’oscurità che mi attende sprofondando ancora più giù nel rispetto di una dottrina zen che riconosco e non accolgo, in quanto voglio mantenermi su un piano sì profondo, ma che sia funzionale all’ambiente in cui vivo, al sistema con il quale interagisco non come individuo dislocato, bensì come parte distinta e distinguibile. Un concetto meno spirituale pertanto, più fisico se vogliamo.

Nel tempo di tale riflessione ho raggiunto l’agape. Non lascio alla mia natura irruenta alcuna possibilità di sfuggire al controllo perché so che se anche un solo filamento di rabbia dovesse scappar via, come spesso avviene quando mi trovo in superficie, questo si attorciglierebbe alle mie caviglie per trascinarmi giù come un kraken dai cui tentacoli non potrei liberarmi. In questo nuovo stadio intermedio della coscienza abissale, l’oscurità è confortata dalla densità del fluido nel quale riesco a muovermi in un modo del tutto nuovo, quasi terreno. Questa cosa, se da un lato mi spaventa, dall’altro mi da conforto sostenendomi. L’ossigeno si consuma lentamente, perfino nella fisicità ritrovata dopo che l’avevo abbandonata in superficie. Dunque, se questa materia non fa parte di tutto ciò che mi sono lasciato alle spalle immergendomi, allora deve trattarsi di qualcosa di nuovo, più profondo, personale e che ha resistito sotto la cenere in tutti questi anni, nell’attesa che qualcosa la riportasse alla luce. Qualcosa d’incorruttibile, che il tempo non può scalfire, né sostituire con altre convinzioni di natura indotta dal bisogno di difendersi. Sono io non solo nel pensiero ma anche nella percezione del mio corpo e sfruttando la spinta di questa nuova forza ritrovata, torno in superficie con la speranza di scoprirne i benefici nella prossima immersione.

Emergo, prendo aria, e tutto è come lo avevo lasciato.

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Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

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