Amor fati

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(di Roberto Masi)

Prima di affrontare la prossima immersione devo sostenere una preparazione attenta, uno studio puntuale degli esiti di un approccio errato all’apnea della mente. In superficie posso ascoltare le parole di Nietzsche, mi è concesso, ed egli mi avverte: “La coscienza è una superficie – sia mantenuta pura da qualsiasi grande imperativo”. Dunque, sebbene l’abisso di cui parlo nelle mie discese possa sembrare un allontanamento da essa, egli mi parla di un’estensione inviolabile, situata in un luogo incorruttibile, nascosto dalla profondità che cerco di raggiungere e lontano dai grandi paroloni e dagli atteggiamenti sbagliati. L’ultima volta ho scoperto il Nero, un luogo oltre il bianco ispirato da Piero Manzoni nei suoi Achrome, che ho rintracciato in Alberto Burri, pittore Informale della stessa epoca che ha dedicato gran parte della sua opera all’indagine sulle proprietà espressive della materia. E sono proprio Nero e Materia i concetti che ho ritrovato nella mia ultima analisi: Lanciarsi in Sé, come riscoperta di una fisicità dissimile da quella contaminata nello schema d’insieme in cui vivo. Laddove il liquido è divenuto denso e la mia pelle, la superficie stessa della coscienza.

Gli artisti del dopoguerra, in modo del tutto inatteso, sono divenuti l’ispirazione della mia indagine, proprio come Wagner per Nietzsche prima del cosiddetto collasso. Una sorta di processo inverso accaduto a me nei confronti del rinascimento, quando ciò che per anni avevo rifiutato è stato in grado di spingermi oltre. Ma è proprio nel concetto di “oltre” come uomo, che io trovo il conforto alle pene terrene; nell’amor fati, nell’accettare cioè, con gioia, il destino dal quale non posso sottrarmi. In fondo le mie immersioni hanno lo scopo di raggiungere l’eterno ritorno, senza più alcuna afflizione per le pene passate, presenti, né future, per comprendere a fondo questo concetto che mi spaventa come un monito nefasto, ma che rifiuto pur accogliendone talune sfumature.

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Alberto Burri – Cretti

Nel suo L’arte di conoscere se stessi, Schopenhauer mi parla del modo in cui ha accolto la solitudine. Spaventa il suo intendere l’umanità come un male dal quale fuggire, come il dolore del passaggio da una condizione d’insieme, all’isolamento di cui si fa carico per preservare se stesso a discapito di una felicità idealizzata: “La maggior parte della gente si accorge, quando fa la mia conoscenza che non può essere nulla per me, e io nulla per loro”. Tuttavia, sebbene il suo studio m’imponga l’accettazione di verità incontrovertibili che per anni ho evitato nel tentativo di sostenere la vita, non posso negarne l’evidenza. Forse, il suo estremismo è lo spauracchio di una consistenza meno dolorosa, ma indubbiamente la solitudine rappresenta un passo verso l’identità. In questo Nietzsche mi chiarifica il concetto con la dolcezza che cerco nel suo essere onesto: “In termini morali: l’amore del prossimo, la vita per gli altri e per ciò che è altro può essere la misura di difesa per la conservazione della più rigida egoità”. Quante volte mi è capitato, magari provando indulgenza per la sofferenza altrui, per la diversità, per il dolore, fino a scoprire che tale appiattimento serviva allo scopo di elevare me stesso e non coloro ai quali rivolgevo le mie attenzioni. Ma non solo, anche la necessità di amare a tutti costi, quale rappresentazione del “capolavoro nell’arte dell’autoconservazione”, ovvero l’egoismo. Comprendere tutto ciò è il primo passo verso l’emancipazione, verso un amore incondizionato, da donare agli altri come un bene prezioso, utile, lontano da una sterile compassione, e che non abbia niente a che vedere col cristianesimo.

Manzoni è stato il tramite, Burri l’approdo. Nei suoi famosi “Cretti”, l’artista marchigiano mi offre una visione d’insieme che non fa distinzione, nella mia mente, tra il bianco e il nero, ma rappresenta entrambe le circostanze nella loro affinità. Dal primo al secondo, dunque, non è più un passaggio inevitabile per raggiungere la profondità interiore, quanto un insieme omogeneo, senza alcuna fusione cromatica, nel quale inserirmi per diventare parte attiva dell’oceano. Le scanalature sono le sinapsi, i solchi nei quali mi sposto per andare da una parte all’altra della personalità che, come nell’opera, tendono a infittirsi mano a mano che ci si sposta verso l’estremità, nelle regioni più remote della nostra indole. È in queste zone che mi dirigo, sul fondale dell’abisso in cui sprofondo, per cercare gli aspetti offuscati dalla “strada più facile”, quella dell’omologazione, e sfidare l’uniformità cromatica del buio interiore, dove ogni passo va in una direzione diversa che potrebbe condurmi in un punto imprecisato della cornice, la linea del tempo, al di là della quale sussiste l’Oltreuomo nietzschiano.

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Alberto Burri – Cretti

Pertanto, accettare la solitudine addentrandosi nel solco del pensiero più profondo, alla ricerca di un amore giusto verso il proprio destino sia esso bianco oppure nero, è l’opera finale di queste immersioni in cui mi prodigo, oltre l’aspetto empirico dell’esistenza. Vivere è la conseguenza dell’essere, non il contrario. Esistere come istinto, infatti, facilita il compito di non doversi “ammirare” nella complessità che ci distingue; così tutto scorre, tra le pietre della vita che rotolano a valle incoraggiate dalla corrente di ciò che è lecito, fino al punto in cui tutta l’esistenza si raduna, in un cumulo di detriti tutti uguali: le nostre vite. Nonostante ciò, io credo che non tutto sia perduto. Il Filosofo sceglie la solitudine come mezzo di affrancamento da tali catene, dalla necessità di giustificare la propria visione, attraverso il messaggio dell’estrapolazione dal concetto stesso di condivisione. L’unica cosa che egli ritiene di dover spartire è il proprio pensiero, che in quanto tale, però, lo identifica come uomo tra gli uomini. C’è un pensiero di Mao Tse-tung che rende limpido il concetto, un testo divenuto in seguito l’opera d’arte di Alberto Moretti: L’artista al servizio del popolo. Ne traspongo un estratto che rappresenta, a mio avviso, ciò che ho appena detto riguardo ai sapienti: “… il Lenin vivo era impegnato nel lavoro da mattina a sera e la sua attività non era molto diversa da quella di tanta altra gente”. Da quella di tutti aggiungerei. Ecco che in questo concetto sento giungere la speranza di una partecipazione collettiva alla vita, perfino da parte di coloro i quali per una ragione o per l’altra appaiono scollegati e tentano di elevarsi, riuscendoci talvolta, sopra aspetti concettuali che la materia appesantisce. Un sistema, dunque, che si regge su se stesso; un equilibrio stabile in cui non c’è una verità assoluta, in cui la diversità è il cardine su cui si fonda il movimento stesso di tutte le cose, che cancella all’istante ogni timore reverenziale.

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Alberto Moretti – L’artista al servizio del popolo

Amor fati quindi, non ci distingue, ma ci rende uguali. Così mi sbarazzo dell’agape schopenhaueriana per il dolore, cui ogni uomo sembra destinato e che non rappresenta un dogma, bensì una probabilità; non auspicabile certo, ma ammissibile per esistere consapevolmente. Trovarsi soli, talvolta, induce a una riflessione più intima e spesso si cerca compagnia nell’altro proprio per svincolarsi da una tale eventualità. Soli però non è fine, soli può divenire l’inizio di tutto se ci permette di comprendere la nostra stessa presenza. Una cosa è certa: il dolore smuove. Soffrire ci permette di vedere oltre la cortina di fumo, mentre la felicità difende il proprio stato ideale rendendo opaco l’orizzonte, per preservare se stessa il più a lungo possibile. Ma il cambiamento deve essere ricevuto, perfino quando si rivela penoso, giacché l’accanimento, la falsità o il non voler vedere le cose nel loro aspetto reale, crescono in noi come assilli destinati nel tempo ad annientarci. Quando m’immergo, cerco fin da subito di liberarmi dei frammenti di debolezza accumulati giorno dopo giorno; lo faccio per non dovermi scontrare con loro nel momento di massima concentrazione, ma so di non potermene liberare, come so che al momento della risalita saranno nuovamente in me, pronti a condizionare ogni scelta, a deviare il mio percorso verso la cornice del “Cretto” che pur tuttavia, conduce sempre in un punto imprecisato del tempo. L’indeterminazione, dunque, mi sostiene e capisco che non serve a niente accanirsi, cercare di liberarsi delle scaglie costruite negli anni, poiché l’unica cosa utile è ammetterne la presenza, per ridurre l’attrito verso la ricerca di una verità propria che non può essere l’unica. Non c’è pensatore al mondo che possa confutare tale affermazione, salvo poi controbattere a me stesso che non può esistere assoluto, ché la coscienza, come ho detto all’inizio: “va mantenuta pura da qualsiasi grande imperativo”.

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Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

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