Il limite eterno

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(di Roberto Masi)

Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione lui stesso a non diventare un mostro. E se tu riguarderai a lungo dentro un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te”. Nonostante il desiderio di scendere ancora più in profondità, Nietzsche mi avverte del pericolo. Capisco che il mio tempo sta per scadere, che non potrò continuare in eterno a scavare senza correre il rischio di ripercussioni avverse. Inoltre, sento che la riflessione si fa sempre più difficoltosa, stanca, offuscata dalla pressione. Temo una percezione distorta del mondo che mi circonda. La ricerca dell’ignoto mi costringe a voler raggiungere a tutti i costi un risultato accettabile, ma il rischio che quest’ultimo possa rivelarsi sbagliato è concreto, tanto quanto la possibilità che intendere l’essere come il fine ultimo e non il mezzo, possa allontanarmi da ogni ambizione. Ecco il dubbio, dunque: l’inizio della conoscenza. Ma cosa vuol dire davvero tutto questo?

Se dubito, spingo la mia mente a ragionare in modo più attento. Cerco la risposta che possa cancellare ogni sospetto, col rischio di implodere in essa, sia nel tentativo di voler conoscere, che nell’impulso ad alimentare l’equivoco. È in questo nodo che sento manifestarsi la minaccia di diventare un “mostro”, quando la spinta diviene un’ossessione prevaricatrice sulla razionalità che, invece, dovrebbe guidare le intenzioni. Anche qui, però, è bene distinguere una razionalità di tipo conservativo, mirata quindi al conforto dell’omologazione, da una razionalità intesa come il distacco, necessario, dal dominio dell’istinto all’azione inconsapevole. Entro in un territorio oscuro, ambiguo, minato dal rischio di fare confusione. La ridondanza è necessaria, si presenta il pericolo di enantiosemia, di generare concetti dal significato opponibile col rischio concreto di scegliere quello sbagliato. L’Eterno Ritorno, in tal caso, si appiattisce in qualcosa di meno profetico, attuale direi, un’Eterna Continuazione piuttosto, che non prevede cicli ma linearità, almeno per ciò che concerne la percezione delle cose a prescindere dall’influenza. So di espormi, forse troppo, ma l’elaborazione passa anche per il rischio di fare un passo falso, senza temere un ripensamento ma accogliendolo come progresso.

Mi guardo attorno e tutto è come afferma Schopenhauer. Persone che ti sorpassano al casello e non si voltano per evitare l’imbarazzo del tuo disappunto, uomini che urinano per strada indifferenti alla sensibilità altrui, rabbia, sporcizia, ovunque io guardi, la speranza vacilla e niente appare ciclico, né destinato a un ritorno eterno giacché la mediocrità non se n’è mai andata, anzi, è dilagata come un gene che cancella ogni forma di civiltà, ogni parvenza di amore, accrescendo la propria energia non più stabile né immutabile. So che dovrei respingere la rabbia per non cadere a mia volta nell’inganno. Ci provo, ma è difficile, impossibile, perfino nell’obbligo di volgere lo sguardo altrove che se da un lato impedisce la mutazione istantanea dello stato d’animo, dall’altro innesca quella ben più pericolosa dell’indole. Devo immergermi ancora; tutto questo mi disturba ed è giunto il momento di escluderlo per ritrovarmi.

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Bruno Munari – Negativo Positivo

Torno al bianco. Lo attraverso come se stessi ripercorrendo un itinerario familiare e giungo al nero. La spinta è forte ormai, tutto il mio essere mi conduce senza sforzo nel luogo in cui ero arrivato la volta precedente e, sebbene tutto questo mi parli di consapevolezza, allo stesso tempo mostra un limite invalicabile, quell’orizzonte degli eventi dal quale non potrei fare ritorno. Da questa tenebra tutto sfugge con crescente difficoltà, la luce stessa non penetra né si allontana, così, a mano a mano che il fondale si avvicina, comprendo di trovarmi davanti a una scelta definitiva: vedere tutto, o mantenere un giusto equilibrio d’ignoranza che mi garantisca la possibilità di sopravvivere alla verità. Raggiungere uno stato di percezione assoluta, per quanto possa sembrare auspicabile, rischia di diventare l’apocalisse della sopravvivenza. Ignorare per essere, quindi? Forse, ma è indispensabile indagare. L’innocenza come nemesi del non conoscere, come forma di affermazione in una società priva di abisso, dove tutto scivola sulla superficie di una coscienza estesa, e impedisce di raggiungere il sé che appare scevro da ogni umanità. La coscienza, dunque, come inganno: l’impossibilità di sprofondarvi in quanto tessuto esterno, di qualcosa che va oltre e come tale, finirebbe per nasconderci del tutto, trattenendoci.

Siamo così fragili. Ogni emozione si regge su equilibri precari, perfino cose all’apparenza stabili, come i canoni onorati al punto da compromettere la nostra stessa felicità, si dimostrano nel tempo visioni distorte. Il tramandarsi un’educazione in grado di minacciare ogni libertà che, invece, reputo plausibile solo e soltanto se illuminata dall’assenza di convenzioni. È utopistico pensare che attraverso il nostro comportamento sia garantito il benessere altrui, è l’egoismo di cui parlo in Amor fati che identifica nella scelta di un altruismo ostentato, la necessità di sollevare la considerazione che si ha di se stessi. Questa profondità che cerco nelle mie immersioni, adesso che si fanno sempre più intime, mostra come nell’abisso la vita stessa divenga mistero. Tutto ciò che conosciamo, cambia forma, perde la propria complessità per divenire essenziale: occhi più grandi per vedere quel poco che c’è da vedere, olfatto sviluppato per percepire i movimenti attorno a noi, tatto esasperato per rilevare ogni più flebile vibrazione. Come in un ambiente ostile, nel quale ogni distrazione può rivelarsi fatale, vivere in superficie uno stato di coscienza massima crea inevitabilmente un distacco da ciò che ci circonda, da ciò che in tale ambiente è vita. L’adattamento, invece, dovrebbe garantire l’elevazione e non l’isolamento, da qui il pericolo di divenire un mostro io stesso lottandovi contro. Se i mostri sono la metafora delle nostre paure, esistere nel timore di commettere errori è l’avverarsi della profezia Nietzschiana: sono un mostro quando la paura domina i miei stimoli, sono libero quando il mostro è davanti a me e lo combatto in antitesi.

Come nel paradosso del mentitore di Aristotele: “È possibile ordinare di disobbedire all’ordine che si sta impartendo?”, io creo il paradosso di me stesso affermando che è un atto d’incoscienza cercare se stessi oltre la coscienza; dunque, così come il filosofo greco risolve la questione imponendo l’annullamento della preposizione, giacché priva di significato, io impongo la coscienza come limite invalicabile al sé, allo stesso modo in cui lo è la velocità della luce per la relatività. Allora la coscienza diviene l’atto estremo dell’incoscienza umana e il suo raggiungimento rappresenta allo stesso tempo l’apoteosi del sapere e dell’ignoranza, in altre parole l’enantiosemia di cui parlavo all’inizio.

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Bruno Munari – Negativo Positivo

Ecco che adesso percepisco il pericolo. Questi concetti mi sfuggono, stento a credere di essere proprio io a formularli, eppure ancora ne comprendo la difficoltà e in qualche modo mi mettono in guardia dai pericoli di una discesa scellerata, in cui il desiderio di conoscere sovrasta la ragione di restare, almeno in parte, all’oscuro. Come l’angoscia che prende ognuno di noi quando tentiamo di penetrare mentalmente la vastità del cosmo, o di schematizzare l’idea di eternità mentre in noi qualsiasi cosa è circoscritta, sento di essere in procinto di un limite oltre il quale tutto perderebbe di significato, regolato da norme impenetrabili all’essere non solo per uno stadio primitivo dell’evoluzione, quanto per la natura stessa ove tutto e delimitato in sottoinsiemi che vanno dal macroscopico al quantistico, ma pur sempre definibili. Anch’io, come Heidegger, ritengo opportuno staccarmi dall’abitudine di ascoltare soltanto ciò che fin da subito è chiaro, ma un limite esiste, è innegabile, un limite oltre il quale la comprensione viene meno e il dubbio rappresenta il massimo del profitto cui ambire.

Pertanto, nella lenta discesa in quest’abisso interiore, ho avvertito una crescente percezione delle cose, un chiarimento su molti aspetti che prima mi apparivano nebulosi. Tuttavia, scendendo ancora più in profondità mi rendo conto che esiste un limite eterno che è giusto non oltrepassare, non un confine definito, ma uno spazio opaco nel quale ogni concetto torna a farsi incomprensibile. Credo si tratti di una difesa della mente, una costante che attraverso lo studio, purché non votato all’annullamento di una progressiva accettazione, possiamo restringere senza però che vi sia alcuna possibilità di cancellarla. Oltre tale spessore tutto è perduto, perfino il pregresso svanisce giacché sollevando lo sguardo ciò che è stato resta precluso dall’opacità. Lo percepiamo ancora, ma il suo essere inosservabile finirebbe per farci impazzire. Raggiungere il fondale rappresenta pertanto un’utopia, un evento teorico che funge da monito contro la follia cui altrimenti andrei incontro, se dovessi rifiutare l’indeterminazione. All’inizio di questa nube in cui il dubbio risiede, quindi, concentrerò la mia ricerca.

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