Il velo di Maya

Posted by

(di Roberto Masi)

Quando ho iniziato il Progetto Immersioni non avevo idea di cosa stessi facendo. Assecondavo un’esigenza, letteraria, volta all’esposizione di concetti che avevo in mente da tempo. La metafora dell’immersione, inizialmente, mi era sembrata la più adatta per l’indagine cui andavo incontro, se non altro per il mistero che avvolge tale pratica sportiva. Nonostante ciò, nel corso della stesura ho riscontrato la mutazione del concetto iniziale che, in modo del tutto inatteso, ha stabilito un confine proprio. Lo studio dei filosofi moderni si è intensificato molto in questo periodo della mia vita, e ogni nuovo spunto ha dato impulso alla “ricerca”, più che altro per la curiosità di scoprire fin dove la riflessione potesse spingersi. Cambiare il mio intendere non era lo scopo, se non nella comprensione che nel progredire si va perfezionando, di quale fosse il mio limite personale, un limite oltre il quale rischiavo di perdermi in elucubrazioni prive di senso. Tale rischio è reso ancora più probabile dalla mia opera che non può essere definita ontologica, almeno non in questo caso, giacché troppo legata a un approccio letterario di tipo narrativo, seppur nel flusso di coscienza che caratterizza i miei scritti, e che mi porta a sfociare sovente nella metafisica.

Tra tutti i grandi pensatori che in qualche modo hanno suggestionato il mio pensiero, Nietzsche è forse quello che ha avuto l’impatto più importante. Ci tengo a precisare che non è tanto la sua opera ad avermi ispirato, sebbene concetti come l’Oltreuomo e la Volontà di potenza siano ampiamente rappresentati nei miei articoli, quanto, e questo l’ho potuto capire soltanto scrivendone, la natura stessa dell’uomo in tutta la sua fragilità. Non a caso, il testo da me più studiato non è il celeberrimo Così parlò Zarathustra, pietra miliare dell’opera nietzschiana, bensì Ecce homo, l’ultimo dei suoi scritti la cui stesura, avvenuta in Italia, coincide con il cosiddetto “crollo” dell’autore verso quella pazzia che lo condurrà alla morte prematura cancellando per sempre la memoria di una filosofia nuova.

colori nella curva di peano.jpg
Bruno Munari – Colori nella curva di Peano

Dunque, il mio pensiero resta umano, poco votato alla ricerca, sebbene proprio di questo si tratti, quanto invece all’analisi progressiva dello stimolo ricevuto da una riflessione profonda, spinta al limite della comprensione. Non so bene se dipenda dal mio essere autodidatta o da una reale inclinazione; credo che in parte dipenda dal mio legame con la narrativa, dal mio gusto per il romanzo che, inevitabilmente, mi porta ad avere un approccio di questo tipo.

In tutto ciò, ho formulato il mio concetto di Limite eterno, un confine fisico della riflessione, uno sbarramento oltre il quale è bene non andare. Si tratta di una regola imposta che trae fondamento dall’idea stessa di “dubbio” quale cardine del pensiero: una costante imprescindibile che, sebbene in apparenza sembri limitare la ricerca di una verità assoluta, in realtà la rappresenta. Come nei Teoremi d’incompletezza di Gödel, la realtà indimostrabile è la regola imprescindibile: l’indeterminazione cui tutto è sottomesso. Comprendere la natura oggettiva del dubbio m’impone di accettarne la non confutabilità e, in quanto dato reale, devo per forza considerarlo come assioma di partenza e non come risultato finale. Tuttavia, per ciò che mi riguarda, esso rappresenta un traguardo, il risultato cioè, di avere una base solida da cui partire per proseguire. Una sola evidenza quindi: l’incertezza.

Come nell’Arte di ricredersi, scorgo in questa virata logica la necessità di rimanere in superficie. Mi chiarisco anche il perché della scelta di Bruno Munari come raffigurazione ultima di un limite eterno, non solo in rappresentazione della dualità positivo-negativo, quanto nella geometria delle figure rappresentate. L’arte è una forma di comunicazione che segue il gusto ma non solo quello. Nel mio caso, talvolta, influisce attraverso la scoperta di concetti sempre nuovi che l’opera mi suggerisce a livello inconscio, e dei quali trovo spesso conferma col progredire dell’indagine. Il ragionamento però va sciolto, così è troppo rigido, il suo schema risulta laborioso perché segue il mio stile letterario in cui la complessità divulgativa rende opaca l’intenzione.

Non dubito di vivere nel dubbio. Ancora un paradosso del mentitore racchiuso in una logica di prim’ordine che stavolta, finalmente, riconosco. Di conseguenza, l’enantiosemia annunciata ne Il limite eterno, che associa allo stesso termine significati opposti come per esempio la parola “spolverare” che indica sia l’atto di togliere la polvere da un mobile che quello di cospargere di zucchero una torta, mi rappresenta alla perfezione il termine stesso in regime ontologico: dubito di qualcosa di cui non saprei dare contezza della sua verità o falsità; dubito e in quanto tale custodisco una certezza incontrovertibile.

FOTO_BRUNO_MUNARI tra aria e terra
Bruno Munari – tra terra e aria

Tutto sembra ruotare attorno a quest’unica certezza. Se fino ad ora le “cose” si sono evolute seguendo il progresso dell’essere umano, in futuro potrebbe avvenire uno stravolgimento di questo concetto assimilato nel corso dell’evoluzione. Un ribaltamento in cui la percezione dell’uomo progredisce in un processo accelerato, o meglio ancora uno spostamento verso il domani, seguendo il flusso delle “cose” stesse. Dunque, l’intuizione spontanea del mentitore, quantomeno nella sua valenza semantica, potrebbe subire uno sconvolgimento. Dire “è falso”, che oggi percepiamo come un’affermazione che se vera ne conferma la falsità mentre se falsa ne stabilisce la verità in un paradosso d’insieme, all’uomo del futuro potrebbe apparire come un’espressione del tutto priva di significato, perfino errata sintatticamente. L’unica cosa sensata diventerebbe “essere”: nessuna conseguenza, nessuna coscienza. Qualcosa di esistente in quanto tale e che sembra essere in grado di cancellare il dubbio che però, poiché assioma, stabilisce un’unica possibilità… in altre parole “è dubbio”. Si tratta, ovviamente, di un mero esperimento mentale in cui è richiesto uno sforzo notevole, ma ancor di più un atto di fede nel quale la controversia in sé stabilisce la necessita di non trasmettere alcuna definizione stabile che possa dare risposte certe. Nonostante ciò, se accettiamo il Principio di Bivalenza, anche in questo caso si hanno ripercussioni notevoli, tali però che non può esistere negazione: se è vero, è dubbio e resta invariato l’enunciato, mentre se è falso, è indubbio, quindi vero. Ma se è vero, oppure “non dubbio”, va da sé che l’unica condizione è la verità poiché il suo essere dubbio ne prevede la confutazione che servirebbe a negarne la verità. Pertanto, “è dubbio”, rappresenta la necessaria certezza poiché dire “è vero” non garantisce il mantenimento di un’unica condizione coerente.

_mg_6411
Philippe Delenseigne – Immersion – Il velo di Maya

Nonostante che in quest’ultimo ragionamento possa sembrare ch’io abbia sollevato il velo di Maya, quel limite del sé teorizzato da Schopenhauer oltre il quale convivono in un magma indistinto e senza intelletto gli oggetti, i colori, gli individui e i ragionamenti tutti, in realtà mi sto muovendo sulla superficie in cui tutto si compie nell’illusione. Come nella curva di Peano, concetto matematico tutt’altro che intuitivo, nel quale una curva passa per tutti i punti di un quadrato, ogni immersione precedente, votata al raggiungimento di uno stadio più puro dell’essere, mi ha condotto al sedime di una coscienza che, invece, ha origine in superficie e non scende per conservarsi ma si deposita, nel corso degli anni, se non trattenuta laddove si crea. Nella rappresentazione grafica della curva, lo spazio si ricopre tendendo all’infinito, così il lavoro fatto sulla percezione del sé ci dà la tendenza all’ovvietà, pur avendo la certezza che non la raggiungeremo mai. Lo scopo resta migliorarsi senza ambire ad alcuna completezza. Ho scoperto che il dubbio, che adesso rappresenta l’unica certezza, col trascorrere del tempo tende a sopire. Cresce in me una melma indotta dal bisogno di partecipare, di riconoscermi in ciò che mi circonda per stabilire un ruolo effimero che faccia da garante all’esistenza, ma la necessità di contrastare questa schiuma in espansione è tale che la discesa in profondità è servita per cogliere il bisogno di restare in superficie.

Hilbert_curve di peano rappresentazione.png
Hilbert – rappresentazione della curva di Peano

La vita è qui e non oltre. Il Limite eterno è ancor prima del nero e del bianco di Burri e Manzoni, è un luogo di forze in cui la battaglia per restare se stessi mostra scenari inattesi e stimola la comprensione di tutto. Il velo di Maya stesso è oltre, e l’ambiente in cui siamo immersi fin dalla nascita, già si compone di caos. Tuttavia, sento che non si tratta di una confusione indomabile, la consapevolezza si fa strada in questo flusso d’informazioni che trovano ordine dentro di me attraverso la logica del dubbio stesso. L’accettazione dell’impossibilità di distinguere ciò che è vero da ciò che è falso (non tra ciò che è bene e ciò che è male), mi permette di restare nel pulviscolo in cui tutto si svolge, e la confusione è la cosa che mi è più chiara. Perche? Perché sento che il non sapere, il non avere certezze se non quella che tutto è incertezza, è in grado di donarmi questa tranquillità? Vivere per scoprire è lo stimolo più grande che ricevo dalla vita; la curiosità, il bisogno di conoscere, riflettere, cercare ininterrottamente una via che conduca altrove, rappresentano il bisogno della coscienza di migrare senza sosta con la mia interiorità. Perfino in questa tendenza a ingarbugliare il concetto, che immagino respinto dal lettore come avviene anche per me verso altri pensatori, trovo pace. Nella tregua dell’incertezza che adesso è verità e falsità allo stesso tempo, l’onniscienza sembra passare attraverso un territorio vasto, troppo esteso per l’umanità, impercorribile all’uomo isolato, nell’insieme vuoto di cose che non possono esistere, e in quanto tale innocuo.

***

Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

Amor fati

Il limite eterno

2 comments

Rispondi