Il valore della discontinuità

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(di Roberto Masi)

Ridursi all’essenziale richiede il colore; ho capito che il peso di una gravità cosciente dev’essere armonizzato. La funzione continua della curva di Peano, per esempio, ha trovato il suo controvalore nell’opera di Bruno Munari, non tanto per la rappresentazione grafica dell’elemento geometrico in sé, quanto nel cromatismo utilizzato dall’artista in funzione di un bilanciamento necessario. Ho intuito questo bisogno durante una visita al museo della Fondazione Casamonti dove, tra decine di opere tra le quali non sono mancati i “soliti” Manzoni e Burri, la mia attenzione è stata catturata da un autore fino a quel momento sconosciuto: Josef Albers. In questi giorni ho cercato un nesso tra l’opera di quest’artista e quella di Munari, nel tentativo di comprenderne il potere attrattivo pressoché identico, dal momento che a Munari sono giunto attraverso l’apprendimento della logica, mentre ad Albers tramite uno slancio in apparenza privo di motivazioni. Tuttavia, se accetto la teoria del velo, devo accogliere la possibilità che ogni stimolo faccia parte di una medesima coscienza sottoposta all’influsso della distorsione, come il passaggio dal bianco al nero delle prime immersioni, per risalire al cromatismo di superficie in cui mi trovo adesso.

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Josef Albers – Omaggio al quadrato (1949-1976)

La formula della coscienza, dunque, resta un dato mutevole che non solo rappresenta la nostra suscettibilità all’indeterminazione, ma evidenzia il nostro esserne costantemente dominati. Nello specifico, volendo fare un esperimento mentale, se applicassi dati certi di caratteristiche personali e influenzabilità alla formula concepita nel mio precedente Ognuno vede ciò che sa: [Δc = (±Kp) x (±Rc) → ±∞-1 Δcˈ], otterrei un valore definitivo e “chiuso” che rappresenta soltanto quel preciso momento. La natura stessa del velo, infatti, assoggettato al cambiamento per effetto di dinamiche imponderabili, stabilisce che in un tempo imprecisato la mia posizione debba necessariamente variare, e con essa la percezione di ciò che mi circonda. In effetti, questo è ciò che è sempre avvenuto nel corso della mia vita. Quando ero giovane, amavo la pittura surrealista e leggevo gli autori della Beat Generation come Jack Kerouac e William Burroughs sentendoli definitivi, poi, nel tempo, la mia attenzione si è spostata verso opere più “classiche” in un continuo stravolgimento senza alcun legame in grado di stabilire una qualche forma di coerenza. Tale discontinuità, nel gusto e nella percezione del mondo, non è altro che la conferma di vivere sulla superficie estesa già teorizzata da Nietzsche, in un punto qualsiasi dello spazio sconfinato in cui il velo si distorce, e tale da rendere la fluttuazione stessa imprevedibile a differenza di ciò che accadrebbe se mi trovassi su una funzione d’onda. Percepisco quindi una frattalità mobile, in grado di scivolare sul velo e non aggrappata a esso come, invece, credevo fino a poco tempo fa. Non basta l’ondeggiare della coscienza collettiva per stravolgere la mia riflessione; se nascessimo con una posizione inamovibile, ciò implicherebbe una certa marginalità nel cambiamento, anche a fronte di variazioni importanti. Credo piuttosto che la nostra posizione debba ritenersi libera di spostarsi su questa superficie, in modo che gli effetti della mobilità del velo inducano non solo un’oscillazione ma anche una traslazione che generi un rimescolamento perenne a conferma del dubbio quale caposaldo di questa teoria.

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Josef Albers – Formulazione Articolazione I e II – 1972

Devo alleggerire. Sbrogliare la matassa di astrazioni difficilmente assimilabili. Dunque, ridursi all’essenziale richiede il colore. Cerco di fare un paragone per chiarire questa mia affermazione, mettendo a confronto l’opera di due maestri molto vicini l’uno all’altro, ma assai lontani nella mia percezione attuale. Il primo è Getulio Alviani, anch’egli come Munari rappresentante dell’arte cinetica, all’apparenza più complesso e che mi avrebbe maggiormente colpito in passato, l’altro è Josef Albers appunto, esponente dell’Op art (un sottoinsieme della prima), nella cui semplicità, per quanto apparente, mi sono perso come avvenuto per rappresentazioni ben più articolate. Molti artisti sono stupefacenti. Opere grandiose popolano il mondo: dipinti, sculture, romanzi, componimenti musicali; nonostante ciò, alla grandezza fa eco la semplicità di un’intuizione che rende l’impianto stabile solo e soltanto se saremo in grado di riconoscerne la forza. Se il colore è il contrappeso, esso dev’essere equilibrato nel cromatismo, non basta una mescolanza scriteriata, anzi, la stessa rischierebbe di ottenere l’effetto contrario e far naufragare definitivamente la nostra entità. Il colore, in tal caso, rappresenta la metafora di un concetto molto più ampio, in cui tutto deve trovare una simmetria ma ancor più una correlazione in grado d’impedirne la deriva. Tuttavia, sebbene tale affermazione possa risultare scontata, non faccio riferimento a opposti di categoria come bianco e nero, bene e male, caldo e freddo o qualsiasi altra specularità intuitiva, quanto ad aspetti puramente soggettivi di percezione del mondo e degli individui, in cui il bilanciamento della gravità di pensiero può esistere in qualsiasi categoria riconosciuta, purché sia in grado di alleggerirne il peso. La pesantezza stessa può bilanciare la volatilità delle frivolezze riportandoci con i piedi per terra. Questo, come sappiamo, può rivelarsi un azzardo. Il senso di alleggerimento scatena risposte talvolta esagerate che inducono alla sovrabbondanza di una panacea presunta, col rischio di trasformarla nella causa del disfacimento stesso. L’equilibrio deve accettare il dolore, lo sconforto, la pena e perfino agognarla giacché un eccesso di positività finirebbe per schiacciarci né più né meno come il suo opposto. Se non posso controllare la mutevolezza del velo devo accettarne il rischio.

getullio alviani - testura grafica inclinazione ottica 1939
Getulio Alviani – Testura grafica inclinazione ottica – 1939
quadrato concentrico getullio alviani
Getulio Alviani – Quadrato concentrico

Le parole sono un aspetto oneroso nella mia ricerca, rappresentano il peso, la gravità del dubbio che s’insinua e cerca la propria antitesi nel colore, nella vitalità di un corpo che esulta, nella dolcezza di una canzone d’amore o nel contatto fisico con un’altra persona. Essere equivale ad avere il controllo sul becchettio che, se accolto, garantisce la sussistenza. Spesso però attorno a me vedo la resa: individui che brancolano senza meta sopra e sotto il velo per aver ceduto alla lusinga di un eccesso di gioia o di dolore. Ho imparato sulla mia pelle quanto può rivelarsi pericoloso il gusto per la malinconia, per i testi dolorosi e splendenti, accettando l’opera come un dono da contrapporre alla felicità per impedirle di sovrastare tutto. Niente sussiste senza uno scenario che ne contrasti le forme, altrimenti tutto apparirebbe privo di scopo. Ma esiste anche il rischio di affezionarsi all’inquietudine, a una visione opaca e negativa di ogni destino, tale da non potervi rinunciare nemmeno a fronte di un affrancamento da essa. Si tratta del Limite eterno, l’alone che ci separa dallo stravolgimento, e che mi mostra la natura del velo non più come un panno dal ricamo frattale, ma come un drappo spesso e opalescente sul quale i frattali stessi scivolano. Nello spessore minimo di quest’ambiente nel quale siamo immersi finché in noi sopravvive la consapevolezza, tutto è ancora possibile mentre al di fuori ci attende la deriva. Non c’è ritorno. La salvezza è un’illusione, il distacco ci scaglierebbe lontani per annullamento della tensione superficiale. Ecco allora che in molti ci raduniamo alle estremità di questo tessuto, come se il richiamo dell’annientamento fosse talmente forte da non potervi rinunciare. In realtà è la natura stessa dell’essere umano che cerca di spingersi al limite garantendo una fluttuazione eterna.

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Rappresentazione della distorsione e natura dl velo

Hilbert dice: “Tutto quello che si può dimostrare idealmente si può dimostrare anche realmente”, ma è Gödel che ridimensiona il concetto fornendo la prova che in certi casi, tale affermazione è incoerente. Non basta l’intuizione; ho usato il velo giacché mi risulta di facile intendimento per la sua capacità d’incresparsi e ciò mi permette di assimilare il concetto di un’essenza mutevole, sebbene la sua profondità sia ben più complessa. La nostra stessa natura lo è, diversi come siamo dall’istinto che in parte abbiamo abbandonato a favore di questa famigerata evoluzione. Quello che dovremmo fare, dunque, per difenderci dal desiderio di riprodurre noi stessi, sarebbe evitare la programmazione di algoritmi in grado di randomizzare le scelte, le reazioni, capaci appunto di insinuare l’indeterminazione che invece è proprio ciò che stiamo facendo con gli odierni sistemi di Intelligenza Artificiale. Agli albori di questa scienza, il fascino risiedeva nel rigore, nella capacità di compiere calcoli impossibili in un tempo minimo nel rispetto dell’affermazione di Hilbert, e dell’opera di Albers in cui rivedo la docile visione di un passato in cui il rigore sembrava l’eccesso. A mano a mano che questo nostro sapere si va perfezionando, un po’ come avviene per tutte le cose di cui disponiamo, lo stupore iniziale sta cedendo il posto al desiderio di spingerci oltre per sentirci artefici dell’esistenza. È come se stessimo cercando in tutti i modi la conferma dell’esistenza di un Creatore, e più si va affinando il nostro sapere, più inseguiamo ciò che questo tende ad allontanare da noi portandoci fuori dal tessuto. Forse l’uomo ha bisogno di credere. Vivere non basta, amare non basta se non c’è un premio finale, tutto è subordinato alla necessità di sentirsi approvati attraverso il riconoscimento dei propri meriti e così facendo, la vita scappa via per derivare chissà dove.

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