Cosa ci spinge?

Posted by

(di Roberto Masi)

Cosa ci spinge? L’ambizione, il desiderio di scoperta, la nostra influenzabilità o il nulla stesso? Da dove proviene l’energia che riceviamo? Chi crede in Dio, trova in Lui le risposte che cerca e tutto finisce così, in una grande rassegnazione che non lascia scampo al gusto personale. Il Supremo osservatore che, volgendo il proprio sguardo, altera il moto degli esseri umani che si comportano come particelle elementari sottoposte agli effetti del principio di indeterminazione. Tuttavia, noi viviamo sul Limite Eterno e ciò che sposta la nostra traiettoria non è la spinta di un’energia che ci rende visibili, quanto qualcosa che ritengo più simile al “moto Browniano”, in cui particelle sospese in un fluido si spostano, in modo del tutto casuale, scontrandosi l’un l’altra sotto l’influsso dell’agitazione termica. Dio non sembra esserne l’artefice dunque, siamo noi che agitandoci al calore dell’esistenza, ci scontriamo vicendevolmente provocando repentini cambi di direzione.

Il Limite Eterno è il luogo sul quale questi scontri avvengono senza soluzione di continuità. L’interazione tra esseri umani produce lo spostamento e la successiva deformazione del tessuto, in un perenne ondeggiare che non troverà mai fine. Talvolta, il raggruppamento di più enti crea deformazioni così profonde da attirare la “caduta” di un numero elevato di soggetti, col rischio di provocare un effetto attrattivo simile a quello di un buco nero, dal quale difficilmente sarà possibile sfuggire. Sono queste le zone da evitare per garantire alla coscienza uno sviluppo inarrestabile, altrimenti la visione si perderebbe in queste singolarità entro le quali non esiste ambizione, giacché il potere persuasivo della massa è tale da influenzare ogni scelta.

spaziotempo curvatura.jpg
Curvatura dello Spaziotempo

Se non fossi in grado di vincere la mia reticenza all’accettazione passiva di canoni imposti, capirei di esservi caduto dentro; tuttavia, alla stregua dell’ennesimo paradosso, se fossi in grado di rendermene conto avrei la certezza di non esservi ancora scivolato del tutto, giacché esisterebbe soltanto l’intuizione passiva di ciò che vi dimora in modo permanente. La verità è una scelta incessante. La mutazione concreta del pensiero, della percezione di ciò che ci circonda, sono le caratteristiche stesse dello “squilibrio termodinamico” in cui esistiamo. Non c’è grandezza che sia costante nel tempo; tutto è alterato, attimo dopo attimo, dalla nostra natura che prevede uno scambio ininterrotto di informazioni e stimoli in grado di garantire la mobilità del sistema. L’essere umano è ciò che rende l’esistenza possibile. La sua mutevolezza, il bisogno di spingersi ai confini di un sapere che non è altro che la nostra stessa specie, garantiscono il progredire della natura. Le nostre contraddizioni sono il circolo dello squilibrio che garantisce l’esistenza così come noi la conosciamo. La necessità di scontrarci per restare mobili, vivi, umani.

Sembra terribile, lo so, ma è la nostra stessa natura a chiedercelo. L’istinto è soltanto una parte, attiva, di ciò che resiste ancora oggi della “genesi”. Una sorta di riflesso d’immersione che permane nei nostri geni impedendo l’ascesi che, invece, in poco tempo cancellerebbe ogni nostra caratteristica. Con questo non voglio dire che il “dogmatismo”, il cui maggiore esponente risulta essere quello stesso Spinoza che fa del dubbio la ragione, sia alla base di ogni nostra intenzione: la metafisica è per me un dato oggettivo oltre ogni empirica dimostrazione, ma il soggetto non dev’essere a tutti i costi influenzato da una natura oggettiva, soprattutto se desidera svincolarsi da essa attraverso la riflessione che lo pone sempre e comunque in un ottica privilegiata. La “follia” che ha portato alla formulazione della meccanica quantistica, verso la quale lo stesso Einstein era scettico nonostante proprio grazie ai suoi studi sulle particelle sia stato insignito del premio Nobel, rappresenta non solo una grande sfida all’empirismo, bensì una rivoluzione del pensiero stesso. Come per le scienze, l’intelletto traballa. So che non potrò conoscere la deriva di tutto questo: né dell’evoluzione filosofica, né tantomeno di quella scientifica, ma scorgo in questo aspetto coraggioso tutta l’umanità di cui siamo fatti in quanto specie eletta. Esiste quindi una tensione costante, così com’era per Einstein verso l’interpretazione di Copenaghen, che tiene prossime le une alle altre tutte le eccellenze che si scontrano senza correre il rischio di precipitare in una delle singolarità di cui parlavo all’inizio.

Nella prefazione ch’egli fa nel suo Al di là del bene e del male, Nietzsche dice: “Si direbbe che tutte le cose grandi, per poter iscriversi nel cuore dell’umanità con le loro eterne esigenze, debbano prima trascorrere sulla terra come caricature mostruose e terrificanti: una tale caricatura è stata la filosofia dogmatica…”. Tale considerazione, sebbene anch’io sospetti che l’idea platonica del puro spirito abbia corrotto le menti più illustri vincolandole a un idea di “bene” oggettivo, rappresenta l’anticipazione di un movimento che avverrà comunque. Col senno di poi, è possibile identificare in questo l’inizio di uno sconvolgimento che in quanto tale, troverà sempre la resistenza da parte di un sistema consolidato. Così è la coscienza che muta e si scontra a ogni fluttuazione perché vorrebbe mantenere inalterato lo stato di quiete. In fondo siamo dei conservatori di noi stessi. Parliamo di istinto evolutivo ma facciamo di tutto per resistere a ciò che ci rende inattuali, e questa è la percezione errata giacché il cambiamento non è la fine di noi stessi, ma il transito a cui invece dovremmo abbandonarci con gioia.

Il pensiero non dev’essere inteso come definitivo. Ricredersi è un atto di fede verso una crescita continua che tende all’universalità cui possiamo solo ambire senza speranza di raggiungerla. Il gusto stesso sembra essere l’aspetto più umano della coscienza; non l’etica, non gli ideologismi o la morale, ma il gusto in quanto effetto inconsapevole di una traslazione della mente sul tessuto. Cose che prima ripudiavo, adesso mi attirano come effetti di un’attesa lunga e fruttuosa. Ciò che credevo distante da me si è fatto vivo nella mia mente e allo stesso modo in cui ho iniziato ad apprezzare Burri, Manzoni e tutti gli altri, il tempo ha allontanato le certezze di un passato in cui tutto sembrava definitivo. Ciò mi porta a immaginare che tutto questo: i miei testi, la mia indagine, il mio stesso modo di fare letteratura, sia destinato a una continua evoluzione che mi porterà come spesso accaduto, a provare sensazioni di rifiuto verso la mia opere precedente. L’insoddisfazione, dunque, se consapevole, è un atto della coscienza e non la negazione della felicità. Il confine però è labile, al cospetto di una strenua lotta con la necessità di vedere oltre, si oppone l’accezione negativa dell’attesa, della speranza di un cambiamento che, nella nostra mente, può essere solo fortuito e non indotto dal nostro stesso volere.

brownian-motion-pedesis-simulation-particle-collides-set-other-particles-which-move-67200919
Moto Browniano

Essere gli artefici, pertanto, comporta l’insoddisfazione; sta a noi percepire questo sentimento come una spinta propulsiva. La mobilità è la garanzia dell’esistenza: non può esistere vita senza interazione, tale che la solitudine, ch’io stesso ho più volte interpretato come una necessità per penetrare in me come avvenuto nelle le immersione, nel lungo termine inquina tutto portando alla rassegnazione che ci trascinerà in un abisso senza ritorno. “Cosa ci spinge?” quindi, è una domanda la cui risposta risiede nella coscienza stessa che, se vitale, rappresenta il motore delle nostre azioni.

Rispondi