Oltre un equilibrio fatale

(di Roberto Masi)

Solo, su questa spiaggia assolata, osservo il mare denso in cui per mesi ho condotto la mia vita. Nietzsche mi ha guidato attraverso la propria opera, come un tramite per navigare nelle acque di quest’oceano nel quale sono scivolato, in un giorno piovoso d’autunno, passeggiando per le vie della città. Ogni pagina di quest’opera è scaturita dell’ingegno umano; che si trattasse di un dipinto, un romanzo o di una teoria elegante con la quale si tenta di dare un senso alla natura oggettiva delle cose, il mio animo si è scosso sul Limite Eterno, per spostarsi verso la ricerca, continua, mobile nell’entropia crescente del mio modo di sentire l’esistenza attorno a me. Adesso più che mai sono certo della nostra cardinalità. Oltre il principio antropico, che pone ogni uomo sotto una luce privilegiata rispetto agli eventi del cosmo, ho scoperto che in molti prima di me avevano accolto questo concetto, non ultimo Giorgio Colli che, usando parole chiare ai miei orecchi, afferma con lucida potenza: “Ad ogni quesito filosofico o scientifico, per ampio che sia, anche riguardante ad esempio l’universalità del mondo fisico, deve precedere il problema della nostra esistenza, che solo lo rende possibile”. Tutto questo, adesso, mi raggiunge come un saluto di benvenuto, qualcosa che fino a poco tempo fa mi era estraneo perché ancora non avevo attraversato il mare dell’indeterminazione, dove l’oltre è un mistero irrisolvibile e come tale, coerente.

Ovunque ho visto la mia natura di uomo. Nei quadri di Burri e Manzoni, nell’opera di Bruno Munari che ho scoperto come un viatico per la conoscenza di un’interiorità fino a quel momento negata, nel cromatismo essenziale di Albers Josef, nella chiarezza della relatività di Einstein e perfino nell’arcano fondamento della logica di Kurt Gödel. Mentre il mondo raggiungeva i miei sensi spalancati, ho maturato il “sospetto” che in fondo, tutto questo, fossi io. Eccomi, sul telo, disposto a ricevere gli stimoli di una visione profonda delle cose attorno a me, e al rapporto umano con altri individui cui adesso, finalmente, sento il bisogno d’abbandonarmi. Non nego l’esattezza del pensiero schopenhaueriano sulla necessità di raggiungere un completo isolamento per maturare la propria visione. Giusta o sbagliata che sia, la solitudine ci consente di sprofondare e vedere gli orrori che sono in noi, ma anche le gioie e talvolta, la soluzione all’immobilità del sistema. Percepire l’esistenza mi permette di ascoltare il fluire della mia natura, ma ancor di più del mio esistere come ente irripetibile, in grado di produrre modifiche sostanziali al tessuto, generando interazioni definitive tra noi. Allora, tutto ciò che osservo, mi trasmette il proprio calore, me lo cede come faccio io col mio, mentre ci dirigiamo verso un destino infausto di gelo eterno. Il prezzo di questo calore è altissimo dunque, ma si chiama vita e tutto consuma, così il destino dell’umanità, così la mia vita che scivola via, lontana, verso la fine.

Antonio Possenti – Un mare interno

Che si tratti di un quesito filosofico o scientifico quindi, prima di tutto siamo noi, gli enti, che garantiamo la sussistenza di ogni sistema. Tutto fluisce attraverso noi, qualsiasi paradosso io possa formulare: ciò che dico è sbagliato oppure giusto, si regge sull’incertezza stessa che assume il ruolo di verità inconfutabile. Il dubbio, pertanto, è vero. Incompletezza, indeterminazione, frattalità dell’essere: ogni aspetto incompiuto dell’esistenza mi definisce come parte di questo caos. Io vedo ciò che conosco, sono ciò che percepisco, che muove il mio sentire le cose e gli altri, che vive la paura di esistere nell’agitazione molecolare di questa forte entropia, e propende per la grammatica scorretta del pensiero occidentale, verso un equilibrio fatale. Ancora Schopenhauer lo consiglia, che il desiderio deve rimanere, almeno in parte, irraggiungibile. Una tensione continua, che impedisca lo scivolamento dentro una qualsiasi di quelle “singolarità” dove si radunano le vite sconce di uomini irrecuperabili. Salvarsi attraverso la non risolutezza dello squilibrio, preservare il dubbio del risultato puntando sempre oltre il traguardo che rappresenta non l’apice del successo, bensì la tomba della coscienza.

Qualunque siano gli studi filologici, e filosofici che io possa affrontare, giudico la spinta delle mie intuizioni generata da un moto interiore privo di controllo. Sovente ho creduto che l’ispirazione mi raggiungesse dal pensiero altrui, per poi svilupparsi nell’accoglienza, o nel rifiuto, in qualcosa che fosse sempre la mia personale visione. In realtà, attraverso questi scritti ho capito che si tratta della partecipazione al pensiero collettivo tra me e coloro i quali mi hanno preceduto. Riconosco di essere figlio del pensiero moderno, non ho erudizione ellenistica e ciò condiziona il mio intelletto che germoglia da stimoli recenti, ciò nonostante, tutto parte da un sentimento rapido che mi raggiunge dalla visione di un dipinto, dall’ascolto di una musica che apprezzo, dallo stupore per una scoperta scientifica, ma anche dai capelli oleosi di un’adolescente che si affaccia alla vita con timidezza struggente. La percezione è frutto di continue interazioni, ma si allinea con ciò che noi siamo per indole. Possiamo crescere attraverso una volontà ferrea, ma più che altro siamo in grado di muoverci ed è questo che ci distingue. Per quanto possa approfondire le mie conoscenze attraverso lo studio e la riflessione profonda, tutto resta legato alla mia natura di entità privilegiata. Adesso ogni cosa mi appare sotto una luce completamente diversa, svincolandomi dall’influenzabilità bigotta, per definirmi oltre ogni induzione che tenta di fagocitare la mia essenza. Sento però il bisogno di allentare la pressione per non rimanere schiacciato dal peso della “luce”, per non oltrepassare il confine della mostruosità nietzschiana. Sono alla fine del viaggio e come al termine di una passeggiata nel bosco, uscendo dall’oscurità il passo si acquieta, il cuore rallenta e la percezione dei suoni o la vista delle meraviglie della natura, mi colmano l’animo ormai privo dell’oppressione di arrivare in ritardo.

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Tragedia e Commedia – mosaico romano – musei capitolini

L’impulso a materializzare il sentimento mi guida alla visione aperta di tutto ciò che mi ha preceduto. Nella distinzione tra apollineo e dionisiaco, quali cardini estremi di una realtà che li vede mescolarsi in continuazione, l’armonia dello spirito tende a prendere il sopravvento fin dalle prime battute; tuttavia, se da un lato stimola la mia riflessione, nella stesura del testo avviene sempre un bilanciamento verso l’entusiasmo che garantisce il movimento del flusso. Se tutto tendesse a una visione romantica, la base crollerebbe sotto il peso delle emozioni ma grazie all’esaltazione che ne consegue, l’ordine viene di volta in volta ristabilito, senza che avvenga l’annullamento dell’entropia. Il mio spirito propende per la “plasticità” dell’ispirazione; tutto attorno a me ne esalta la vista. Ecco allora che l’amalgama tra i due concetti nietzschiani si manifesta nell’entusiasmo di rappresentare la dolcezza, come fosse il gioire del dolore, come quando un pensiero triste ci procura un piacere inspiegabile, un affetto impareggiabile per tutto ciò che è malinconico. Nel pensiero non permetto all’atteggiamento apollineo di prevalere: dolori ed esperienze drammatiche, che in misura più o meno estesa colpiscono ognuno di noi, per quanto causa d’abbattimento emotivo divengono il propulsore. Dunque, respingo la decadenza del mondo occidentale di cui faccio parte, mantenendo viva la potenza, la forza, l’esaltazione dettata dal combattimento che porta vittorie e sconfitte ma garantisce la realtà della tragedia come modo di condurre l’esistenza, e la rinascita che ne consegue. La ricerca stessa è l’esaltazione che garantisce all’amore il proprio ruolo senza che avvenga un’apocalisse emotiva.

Le stagioni pesano, il cielo influisce, tutto determina il nostro stato d’animo con la netta distinzione tra slancio affettuoso e bisogno d’azione. Sottomessi all’avvicendamento di tutte le cose, l’animo si dispone a favore dell’una o dell’altra manifestazione del sé, realizzando la nostra posizione sul velo oltre il moto browniano, oltre il velo pallido di un achrome manzoniano. Cammino in mezzo ai miei fallimenti, e li vedo come una qualsiasi forma d’interazione tra noi. Le tragedie sono parte del tessuto sul quale scivolo giorno dopo giorno e le gioie, la trama che determina il mio ambiente. Potrei esistere privo di tale avvicendamento? Sarei in grado di vedere altre al mio naso, se ogni aspetto della mia vita si appiattisse in una docile realizzazione di valori auspicabili? La vita è la distrazione della personalità che si accende al passaggio di un evento meraviglioso in grado di catturare la nostra attenzione, come il fugace rossore sulle guance di un bambino che, colto da imbarazzo, si rifugia dietro la gonna di sua madre. Dolcemente si affaccia per sbirciare l’oggetto della propria vergogna, curioso accenna un sorriso e si ritira di nuovo, in un gioco sottile, che lo identifica nella sua natura innocente, e nella mia che lo cerco per lasciarmi condurre dalla fantasia verso un ultimo slancio dal quale non farò più ritorno.

Ma noia, noia, noia…

(di Roberto Masi)

La metafisica è il domandare oltre l’ente, per ritornare a comprenderlo come tale e nella sua totalità”. Con queste poche parole, Heidegger mi fornisce la definizione più stabile di ciò che rappresenta, almeno per me, questa ricerca. Il pensiero profondo è spesso contorto, articolato, tale da stancare anche il più volenteroso tra gli uomini; tuttavia, rappresenta la natura che emerge nel bisogno d’interrogarsi. La scelta è sempre soggettiva: scansare la riflessione o accoglierla? Ma non solo, l’animo si rifugia spesso nella “mediocrità”, ma non è un male se siamo in grado di guardare oltre. In questa indagine ho dovuto aprire molte porte, affinare i sensi di una percezione che di norma giunge come l’atto involontario di una sensibilità più o meno estesa, ma spingersi oltre l’intuizione rivela il nostro posto sul Limite Eterno. Il problema è dato dall’influenzabilità, ciò che accoglie le consuetudini come una risposta riconosciuta oltre il reale valore di ciò che è profondo, e che come tale ama la maschera. A tal proposito, porto come esempio questa strofa di una bellissima canzone di Franco Califano: Tutto il resto è noia.

Poi la notte d’amore
per sistemare casa un pomeriggio
sul letto le lenzuola color grigio
funziona tutto come un orologio
la prima sera devi dimostrare
che al mondo solo tu sai far l’amore
si d’accordo ma poi

Tutto il resto è noia
no, non ho detto gioia
ma noia noia noia
maledetta noia

Ecco che in queste parole struggenti, l’autore ricorre alla malinconia per mettere in luce la propria interiorità, che non è rappresentata, come molti hanno la tendenza a travisare, dal suo voler comunicare quanto la vita si riduca a pochi attimi di “gioia” e valga la pena dello sfreno incontrollato, bensì dal moto dell’animo che ne avvolge la cuspide emotiva. Il testo, nella mia percezione almeno, è il racconto della noia intesa come estensione del tessuto sul quale avvengono gli scontri: la nascita di un amore, così come un dolore, sono tutti eventi che rilanciano il nostro vagare sull’esistenza. Califano percepisce il limite grazie alla propria sensibilità, e combatte attraverso la sua poetica, il conflitto tra l’eterno ritorno che lo spinge a una visione rassegnata, e il desiderio di riscatto dall’insoddisfazione che egli prova. Non so se il cantautore romano fosse un estimatore di Nietzsche, ma la rinuncia è spesso esasperazione, e come tale, prende vita nella malinconia che è bella, ricca di fascino, magica, nonché distruttiva se accolta come un vanto.

Tutto è interazione. La musica, la pittura, la fisica, il lavoro, l’amore, qualsiasi manifestazione che attiri la nostra curiosità, se percepita in un momento di disposizione favorevole, è in grado di mostrare orizzonti sconosciuti. In fondo non si tratta di una vera e propria indagine, né dello sviluppo di una teoria destinata all’oblio, quanto dell’arte di esistere. Ricevere l’ispirazione, che sia nella forma di una necessità espressiva quanto nel bisogno, azzarderei comune, di appagare la curiosità, spinge ognuno di noi a manifestarsi nell’indeterminazione del vivere. Essere dunque silenti e sperduti, apparire di tanto in tanto in un presente a noi prossimo, di cui gli altri non potranno avere riscontro se non per l’eco prodotto quando ormai sarà passato, foss’anche di una frazione di secondo. Come un successo che si propaga nel passaparola, o un fallimento; un amore, così un dramma straziante, ogni nostra apparizione sul tessuto produce increspature profonde che, propagandosi, giungono ad altri esseri umani mutandone la traiettoria. L’entropia inarrestabile tra enti stabilisce il disordine in cui viviamo e al quale dobbiamo necessariamente sottostare, scacciando via l’intuizione che, insita nella “grammatica”, ci allontana dalla realtà.

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Albrecht Durer – Melanconia

Se ho capito qualcosa da tutto questo, sta racchiuso in una bellissima frase di Carlo Rovelli, la risposta a una delle tante interviste che lo riguardano. Alla domanda dell’intervistatore su dove lo stesse portando la sua ricerca, il noto scienziato dice: “Da nessuna parte. È come un sentiero di montagna. Non lo si fa per arrivare, lo si fa perché è una strada bellissima”. Lo stesso vale per questa mia opera, che non mira davvero a raggiungere un traguardo, ma rappresenta la gioia di cercare senza interruzione qualcosa: che si tratti dell’amore, di una visione, del benessere o anche della malinconia stessa come coadiuvante all’inganno di un mondo perfetto e distopico, in cui il bene trionfa sempre al punto da divenire il male stesso. Nessuno di noi cerca davvero la perfezione. Mai, nella vita, desideriamo ciò che non possiede mistero poiché in quanto tale ci giunge definitivo come la morte. Cosa sarebbe il Cosmo senza i propri misteri irrisolti? Per quale amore ci struggeremmo se tutto fosse tale da non dover lottare per averlo? L’ordine per l’uomo è come la morte fredda per l’universo: niente si muove, niente muta più. Ecco perché talvolta il raggiungimento di un’agognata stabilità diventa la causa del disastro interiore. La vita è ricerca del disordine. L’equilibrio è dato dalla capacità di controllare tale scompiglio e vivere in esso, così come avviene nel Limite Eterno in perenne fluttuazione, che ci mette alla prova inducendoci a scivolare dentro qualche singolarità definitiva.

Certe vite sono così: tragiche nel loro equilibrio raggiunto, nella stabilità, sia essa economica che emotiva. L’essere, la coscienza stessa hanno bisogno del movimento, della percezione di non rappresentare la struttura ma ciò che in essa induce all’esistenza. Che senso avrebbe vivere senza interrogarsi sull’origine di tutto ciò che ci circonda? Che sia l’arte d’intagliare un tavolo, il metodo utilizzato per stendere il pigmento sulla tela, il periodo di fioritura delle viole, tutto ci rappresenta, e in questo scelgo di essere spietato. Non è l’ignoranza per l’assenza d’istruzione, bensì la pigrizia mentale che porta l’uomo a scivolare oltre l’orizzonte, imponendogli l’annullamento di ogni caratteristica propria, come se le cose piovessero dal cielo terso, mentre brandiamo i nostri soldi perché questa pioggia divenga incessante. Dov’è l’amore in tutto questo? Dove la passione che rende unico un bacio, una carezza o anche solo un litigio al quale poi seguiranno parole dolci per lenire il pentimento che ci rende migliori? Davvero tutto dovrebbe ridursi a un consumo scellerato di umori e oggetti? Perfino sentimenti brutali, riprovevoli nella loro malvagità che mirano alla supremazia, rivelano una resistenza alla deriva sul tessuto. Ed è questa l’unica cosa che abbiamo facoltà di combattere. Se il nostro vivere è caratterizzato da stimoli indeterminabili, da fattori imprevedibili cui la vita ci sottopone, la natura di cui siamo fatti ci mette a disposizione la volontà di scegliere che persone essere. Giustificare se stessi per qualche nefandezza commessa equivale a scegliere di diventare creature spregevoli, schiave di eventi, aride, non immobili sul limite, ma lontane da ogni vera resistenza all’abbandono e pertanto disumanizzate.

La coscienza non è un “mondo perfetto”, è l’equilibrio della discontinuità, del salto, della natura di tutte le cose che diviene un altro aspetto della realtà quantizzata. Siamo enti come tutto ciò che possiamo immaginare, siano essi esistenziali negativi o racconti di cose realmente avvenute. Noi “capitiamo”. Come avvenimenti in grado d’influenzare tutto ciò che li circonda, come la paura di essere giudicati dagli altri perché l’entropia si abbassa giacché non è il loro operato a deragliare la nostra condizione, ma una chiusura dettata dall’equilibrio che riteniamo migliore perché intuitivo, grammaticalmente corretto, e pertanto sbagliato. Siamo così confusi da tutto questo creato, che non riusciamo più a vivere la nostra natura libera e felice, svincolata da catene che, invece, siamo costretti a spezzare in continuazione per non divenire idee. Non è facile, l’impulso a lasciarsi andare alla condanna di una morte ingiusta perché stanchi di combattere è sempre in agguato, ma la vita è una lotta senza tregua, e come tale va onorata. Tutto ha un prezzo, la felicità quello più alto di tutti poiché richiede determinazione, attaccamento, coraggio, mentre la compassione è gratuita, un fallimento di pochi lampi su uno schermo traballante, mentre tutto il resto è noia, noia, noia.

Come un flusso… interrotto

(di Roberto Masi)

L’indagine procede spedita. Come intuìto per la prima volta da Ludwig Bolzmann, è il calore che determina il trascorrere del tempo nel passaggio da uno stato di bassa entropia a uno di alta; così l’attimo delle mie idee si consuma nel rispetto del secondo principio della termodinamica. Passa attraverso l’agitazione delle particelle che determinano la linea di transito tra passato e futuro, in questo rimescolamento in cui intravedo la metafora del nostro interagire, come particelle di una materia unica, che non scambia la propria energia al contatto con altre realtà, ma si alimenta di una propria continuazione fatta di esistenza. L’entropia però non è soltanto un evento fisico che coinvolge gli oggetti inanimati, bensì qualcosa i cui effetti sono percepibili nei corpi “vivi”, in cui le modifiche sono rapide nell’ossidazione cellulare, nel cambiamento fisico, nella percezione soggettiva del mondo attorno a noi, e nel gusto appunto.

Ogni più piccola modifica della nostra comprensione, quantizzabile come variazioni impercettibili che si manifestano soltanto nel lungo periodo, sono il resoconto di questo calore, dell’agitazione di eventi che si disperdono sulla superficie in cui tutto scorre. Il nostro contributo è fondamentale. Non è la grandezza dei valori o il risultato più o meno evidente a determinare il cambiamento, bensì l’interazione di ognuna di queste variabili (concetto già espresso in precedenza), che conduce a modifiche precise e irreversibili del Limite Eterno. Percepire il movimento interiore, dettato quindi da un’indole primigenia, oppure indotto da eventi cui partecipo esistendo; come la distinzione del tempo fatta da Aristotele secondo il quale ha senso solo se delineato da una sequenza di fatti, e quella di Newton che ne identifica la natura oggettiva oltre ogni finalità dell’essere umano, la realtà è rappresentata da un insieme che le comprende entrambe, rendendo tali concetti imprescindibili l’uno dall’altro.

Il mio modo di percepire le cose è sottomesso a un costante cambiamento, una ricerca ininterrotta che spinge il mio desiderio di apprendimento oltre l’aspetto visibile delle cose, come un perenne inseguimento del Bianconiglio verso una visione più ampia. La brutalità dell’uomo, le sue nefandezze, ma anche il suo valore emotivo, o la grande capacità d’illuminarsi nella ricerca della felicità oltre ogni vincolo strumentale. Siamo eterne luci sul tessuto, talvolta splendenti, altre opache, in un pullulare ininterrotto di piccoli bagliori come fosse una sera di maggio di luna calante, nella campagna inondata di lucciole. L’intermittenza è la granularità di tutte le cose: del campo elettromagnetico, del tempo, e infine della nostra coscienza rappresentata anch’essa dalla discontinuità che tutto descrive. Noi stessi avvertiamo il cambiamento interiore come effetto dell’indeterminazione. Non c’è mai una percezione lineare, un flusso costante per così dire: tutto è caratterizzato da un’infinità di “salti” emozionali, tra i quali altri salti più piccoli determinano di volta in volta lo spostamento sulla superficie estesa del limite. Viviamo la nostra esistenza percepiti in una nube d’indeterminazione noi stessi, meno intuitiva di un dato certo, ma molto più prossima alla realtà. Come i ricordi, alcuni dei quali restano nitidi nella memoria come eventi appena trascorsi, mentre altri sono solo un leggero pulviscolo impercettibile, fatuo come fuochi cimiteriali.

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M.C.Escher – Farfalle, Metamorfosi

Tutto è granulare dunque. La posizione di un elettrone come il mio essere uomo, sono eventi dominati dall’indeterminazione. Così come non posso localizzare con precisione una particella in ogni momento, se non relativizzata a un altro oggetto, non posso stabilire il mio essere in ogni istante della mia vita, a meno di non contrastare con eventi definitivi. L’esistenza è lo schermo sul quale l’elettrone compare per formare l’immagine (per usare un esempio esplicativo di Carlo Rovelli), e noi siamo la particella che di tanto in tanto si mostra per dar forma al movimento. Tutto l’universo è “quantizzato”, e se lo è la materia di cui siamo costituiti, deve esserlo anche la nostra coscienza. Allora intuisco il motivo di questo mio percepire me stesso come un insieme di punti ravvicinati: non come un flusso sul telo ma come un insieme di singolarità il cui tragitto rimane indefinibile alla stregua di un evento dimenticato, subìto passivamente, al quale non diamo importanza nel momento stesso in cui avviene, ma che determina ciò che saremo all’atto di tornare visibili.

L’inganno dell’uomo sta in questo, a mio dire, nel decretare posizioni certe in cui ritenere auspicabile la comparsa di sé. Luoghi stabiliti dalle convenzioni: posizione sociale, reddito, efficienza economica, status, apparenza. Punti dello schermo in cui sentirsi realizzati, dove percepire la nostra rappresentazione, convinti che sia l’osservatore a renderci concreti e non la percezione di ciò che siamo oltre il dogma. In questo aveva ragione Schopenhauer, nel definire attraverso il Velo di Maya la falsità del mondo idealizzato a discapito di una realtà che, invece, dovremmo percepire oltre ogni vincolo destinato a disintegrarsi nei secoli e nell’evoluzione del nostro sapere. Ma come ho detto, il velo non è un paravento, bensì un luogo in continuo movimento sul quale il rischio di andare alla deriva è alto, altissimo, assai probabile.

Apparire a noi stessi, questo è l’arcano bisogno inappagato. Sebbene riconosca negli altri il contrasto attraverso il quale illuminarsi, come lo schermo del televisore per l’elettrone, l’uomo deve comparire in sé prima che altrove, solo così la vita prenderà una sua consistenza, seppur nebulosa, in grado di realizzare l’esistenza e non la simulazione occasionale di essa. Tuttavia, abbiamo imparato a soffrire la solitudine, a temerla come fossimo soltanto interazione e nient’altro. In parte è vero, il sentimento reciproco ci restituisce un senso di completezza cui difficilmente si riesce a rinunciare, così come la realizzazione in qualsiasi cosa che riguardi la collettività, ma oltre a tutto questo ci siamo noi: sballottati, rilanciati in milioni di scontri nei quali spesso perdiamo l’unicità a favore di un agglomerato nel quale intuire la nostra presenza. L’angoscia generata dalla solitudine è l’atto in cui davvero percepiamo la nostra estrema vulnerabilità nell’espressione più umana che esista.

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Antonio Canova – Amore e Psiche (1787-1793)

Ecco la deriva di cui parlo, la ricerca cerebrale di un distacco che rischia di spingermi fuori dalla nebulosa. Voglio ripetere ancora una volta le parole di Nietzsche: “Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione lui stesso a non diventare un mostro. E se tu riguarderai a lungo dentro un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te”. In questa indagine mi sono spinto al limite dell’abisso, tanto che spesso non comprendo neppure le mie parole, pur accogliendole come parte di una confusione imprescindibile. Quando ho scelto di ricevere il dubbio come regola, ho accettato il fatto che niente di definitivo sarebbe nato da tutto questo; nonostante ciò, mai una volta ho pensato di rinunciare a favore del senso d’incompiutezza. La “quadratura del cerchio” resta un esistenziale negativo e come tale intendo ospitarlo. La fantasia mi definisce oltre i limiti umanamente ricercati, di una realtà che appare sempre più confusa e come tale, prossima alle scoperte che facciamo. Lo spaziotempo, la granularità, l’indeterminazione, l’amore: tutto mi raggiunge come parte del Limite Eterno e mi avvolge nell’alternanza di scoperte e rinunce, una danza alla quale scelgo di abbandonarmi, fluttuando tra ciò che è razionale e ciò che invece non lo è. Allora, accogliere la fantasia non è più un tentativo di fuga dal mal di vivere, ma una concreta distinzione tra la scelta di lasciarsi vincere, e quella di combattere con ogni mezzo lecito tra cui scorgo l’esultanza del mio animo di fronte a un’opera di Antonio Canova, una sinfonia di Shostakovich, un romanzo di Buzzati, o il semplice abbraccio di due giovani amanti che si tengono stretti al parco, mentre passo con la mia bicicletta, e il loro senso di eternità mi raggiunge lasciandomi addosso un po’ di quella felicità come fosse l’entropia tra di noi, mentre il calore di quell’amore ceduto ne segna il destino, ed io fuggo via, altrove, consapevole che in parte hanno mutato la mia coscienza.

l’Intenzionalità del Boscaiolo di latta

(di Roberto Masi)

Quando parliamo di esistenziali negativi, facciamo riferimento alla negazione di qualcosa d’irreale, come ad esempio l’espressione: “L’unicorno non esiste”. Il paradosso consiste nel fatto che se lo nego, ne formulo l’esistenza poiché nominandolo lo realizzo (Richard Cartwright). In questo sono concorde con Francesco Berto nel disconoscere l’enunciato che tutto esiste, come in questo caso appunto. Nel suo libro “La realtà non è logica”, il professore spiega in modo attento le proprie motivazioni, e lo fa fin dalla premessa in cui dichiara apertamente di non approvare coloro i quali s’impegnano a confutare le teorie altrui, invece di caldeggiare le proprie.

A tal proposito, di recente ho avuto modo di riflettere su alcuni aspetti della mia percezione della superficie in cui mi sono spostato. Stavo percorrendo una via di campagna con la mia bicicletta, il fresco mi solcava la faccia cancellando le fatiche di una giornata lavorativa e l’impressione, nella calma del tardo pomeriggio in cui i suoni della campagna accompagnavano il crepitare delle ruote, era di andare incontro al domani. Quella frescura ristoratrice, data dall’effetto del movimento, mi raggiungeva come un evento proveniente dal futuro, da un luogo che avevo davanti e verso il quale mi stavo dirigendo. Lo sguardo si perdeva tra gli alberi a bordo strada e il paesaggio davanti a me, nel progredire del moto, una volta oltrepassato diveniva il nulla: smetteva di esistere. Dunque, mi è capitato di pensare che non solo, come affermava Bruno Munari: “Ognuno vede ciò che sa”, ma anche che esiste solo ciò che vedo. Davanti realizzavo ciò che i miei occhi riuscivano a scorgere ma dietro, sebbene sapessi che c’era quello che un attimo prima avevo ammirato andandogli incontro, era tutto svanito dalla mia percezione, o almeno da parte di essa in quanto non solo la vista partecipa all’esistenza, anche se per la maggior parte di noi rappresenta la cosa più prossima alla realtà.

Il principio antropico si fa strada attraverso gli enti che, partecipando all’esistenza, la realizzano tramite la percezione. Quindi, io esisto, vivo e mi realizzo, non solo in termini oggettivi ma altresì come attitudine momentanea. Ciò che osservo è reale e le sue forme mi sono chiare; ma il nulla cos’è, se io ne ho percezione? Può essere qualcosa che la coscienza avverte e in quanto tale, poiché io sono un “oggetto” dotato della facoltà di realizzare l’esistenza, si contrappone al senso di esserci? In questa indagine sto attraversando l’amore, il gusto, il bisogno di elevarsi dell’uomo che lo rende sublime e atipico rispetto al resto del fattore “vita” di questo pianeta su cui tutto si realizza. Attraverso la logica cerco le risposte alle domande che il mio essere uomo formula, per appagare il desiderio di sapere che da’ senso a un’evoluzione in grado di spostare l’essere umano oltre il limite, biologico, della propria composizione chimica. Se ciò che vedo è reale e ciò che sta dietro di me appartiene al nulla, allora tutto quello che la mia fantasia è in grado di immaginare rappresenta un esistenziale negativo inconfutabile. Va da sé che “Il meraviglioso mago di Oz non esiste”, è vero poiché si tratta di un’irrealtà immaginata che, per quanto la sua lettura possa smuovere l’animo e restituirci sensazioni del tutto identiche alla percezione empirica del racconto, resta un oggetto inesistente. Pertanto, il suo “non esistere” non esclude la possibilità di percepirlo come reale, allo stesso modo in cui la visione di quella realtà che mi sta di fronte attiva il mio percepirne l’esistenza. Allora, sebbene io sappia che il Boscaiolo di latta non sussiste come ente nel reale, avverto la sua non esistenza così come percepisco l’esistenza di un individuo in carne e ossa che ho davanti, ma ancor di più intendo la sua irrealtà come la realtà stessa.

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Tuttavia, ciò che osservo si modifica e non esiste in modo determinabile nel momento stesso in cui lo misuro, (a livello microscopico senza grosse implicazioni nella percezione di ciò che ci circonda), ma la sensazione che mi procura tale indeterminazione è di ambiguità. Non è qualcosa d’intuitivo che assumo come risposta logica all’esistenza, sebbene sia ciò che più di tutte si avvicina a essa. Faccio maggior fatica e percepire la realtà oggettiva del principio di indeterminazione di Heisemberg, che la natura del Boscaiolo di latta nel momento stesso in cui la storia di Dorothy mi appassiona. Allora, sebbene io sappia che il personaggio scaturito dalla penna di Lyman Frank Baum non esiste, spero che riceva il suo cuore identificandolo come qualcosa (o qualcuno) di reale mentre il fatto che uno scenario silvestre oltrepassato sia sfuggito alla mia vista, il saperlo dietro di me non me lo rende più vero di un paesaggio immaginario. In filosofia si tratta d’intenzionalità, in altre parole la capacità della mente di andare in luoghi diversi da quelli in cui mi trovo nel momento in cui genero situazioni lontane nel tempo, nella distanza, e come in questo caso, frutto della mia immaginazione.

Intuisco l’irrealtà. Non sempre, ma in modo subordinato al mio stato d’animo, la coscienza e tale da influenzare l’intuizione dell’esistenza. Così come per la fluttuazione del Limite Eterno sul quale esistiamo condizionati da noi stessi, la nostra “percezione” si modifica all’ondeggiare del velo sotto l’egida non soltanto degli enti che incontriamo, ma dei nostri stessi sensi. In questo scopro che non sono propriamente gli altri, nello scontro del moto browniano a modificare il percepito, ma è la nostra risposta allo stimolo e la nostra stessa natura che determina la respinta più o meno ampia allo scontro, rendendoci unici. Interagiamo tra noi modificando il nostro intendere ma sempre attraverso le misurazioni che facciamo nel corso della nostra vita lasciando traccia del nostro passaggio. Come il mio modo d’intendere il Boscaiolo di latta, la mia immaginazione è un atto di coscienza nel momento in cui ne apprendo le gesta e così la mia sensibilità che muta nel crescere, spostandosi dall’affetto verso il cagnolino Toto, alla piccola Dorothy, al Leone quale simbolo di forza percepito in adolescenza, e infine a questo personaggio strampalato che desidera ricevere un cuore per ritrovare l’amore della donna amata.

La coscienza, dunque, si muove sul Limite Eterno e migra, influenzata da molteplici fattori: interazione con gli altri, studi, sensibilità personale, risposta ai drammi, efficienza mnemonica, e non ultimo un pizzico di fortuna che non sempre è rappresentata da un costante progredire ma, perlopiù, dal trovare un luogo ideale sulla superficie del velo ed esistere in uno spazio d’indeterminazione ideale al mantenimento della nostra immaginazione, in grado di sopravviverci. Anche in questa mia indagine, che parte dall’amore e s’insinua nella logica alla ricerca di una risposta che risiede nel dubbio e nel gusto che muta, sento che la coerenza è quanto di più lontano io possa trovare dalla fantasia, dalla curiosità, da tutto ciò che in qualche modo smuove il mio animo. Come se i miei sentimenti più “nobili” albergassero nell’intenzionalità di cose che in fondo non sono altro che esistenziali negativi, in una perpetua negazione della realtà oggettiva, per esistere otre il disastro che potenzialmente rappresentano.

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Bruno Munari – Cappuccetto Verde

La realtà senza illusione è dolore. La coscienza si libera nella fantasia che, se accolta, la espande in tutte le direzioni; in questo il processo creativo che spesso si aggrappa alla sofferenza per emergere in tutta la sua potenza comunicativa, rappresenta una coscienza estesa votata all’accrescimento come mezzo attraverso il quale resistere al dolore. La creatività, pertanto, come per Bruno Munari nello stravolgimento di una favola nota come “Cappuccetto rosso” in “Cappuccetto verde”, ma anche come bisogno di affermare uno stato che travalichi il malessere interiore, è la nostra potenza naturale che emerge oltre i limiti delle costrizioni dogmatiche. Dunque, non tutto esiste giacché negandolo lo identifico ma la non esistenza stessa è l’espressione di una profondità che cerca di uscire allo scoperto. Umanamente mi identifico nel Boscaiolo di latta come nemesi di qualcosa che ha generato il mio scorrere sul Limite Eterno, che rappresenta la direzione dopo lo scontro con altre entità, e che nel gusto muta in base al cambiamento non solo della percezione, ma del mio stesso essere uomo che determina la propria storia nel dubbio.