l’Intenzionalità del Boscaiolo di latta

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(di Roberto Masi)

Quando parliamo di esistenziali negativi, facciamo riferimento alla negazione di qualcosa d’irreale, come ad esempio l’espressione: “L’unicorno non esiste”. Il paradosso consiste nel fatto che se lo nego, ne formulo l’esistenza poiché nominandolo lo realizzo (Richard Cartwright). In questo sono concorde con Francesco Berto nel disconoscere l’enunciato che tutto esiste, come in questo caso appunto. Nel suo libro “La realtà non è logica”, il professore spiega in modo attento le proprie motivazioni, e lo fa fin dalla premessa in cui dichiara apertamente di non approvare coloro i quali s’impegnano a confutare le teorie altrui, invece di caldeggiare le proprie.

A tal proposito, di recente ho avuto modo di riflettere su alcuni aspetti della mia percezione della superficie in cui mi sono spostato. Stavo percorrendo una via di campagna con la mia bicicletta, il fresco mi solcava la faccia cancellando le fatiche di una giornata lavorativa e l’impressione, nella calma del tardo pomeriggio in cui i suoni della campagna accompagnavano il crepitare delle ruote, era di andare incontro al domani. Quella frescura ristoratrice, data dall’effetto del movimento, mi raggiungeva come un evento proveniente dal futuro, da un luogo che avevo davanti e verso il quale mi stavo dirigendo. Lo sguardo si perdeva tra gli alberi a bordo strada e il paesaggio davanti a me, nel progredire del moto, una volta oltrepassato diveniva il nulla: smetteva di esistere. Dunque, mi è capitato di pensare che non solo, come affermava Bruno Munari: “Ognuno vede ciò che sa”, ma anche che esiste solo ciò che vedo. Davanti realizzavo ciò che i miei occhi riuscivano a scorgere ma dietro, sebbene sapessi che c’era quello che un attimo prima avevo ammirato andandogli incontro, era tutto svanito dalla mia percezione, o almeno da parte di essa in quanto non solo la vista partecipa all’esistenza, anche se per la maggior parte di noi rappresenta la cosa più prossima alla realtà.

Il principio antropico si fa strada attraverso gli enti che, partecipando all’esistenza, la realizzano tramite la percezione. Quindi, io esisto, vivo e mi realizzo, non solo in termini oggettivi ma altresì come attitudine momentanea. Ciò che osservo è reale e le sue forme mi sono chiare; ma il nulla cos’è, se io ne ho percezione? Può essere qualcosa che la coscienza avverte e in quanto tale, poiché io sono un “oggetto” dotato della facoltà di realizzare l’esistenza, si contrappone al senso di esserci? In questa indagine sto attraversando l’amore, il gusto, il bisogno di elevarsi dell’uomo che lo rende sublime e atipico rispetto al resto del fattore “vita” di questo pianeta su cui tutto si realizza. Attraverso la logica cerco le risposte alle domande che il mio essere uomo formula, per appagare il desiderio di sapere che da’ senso a un’evoluzione in grado di spostare l’essere umano oltre il limite, biologico, della propria composizione chimica. Se ciò che vedo è reale e ciò che sta dietro di me appartiene al nulla, allora tutto quello che la mia fantasia è in grado di immaginare rappresenta un esistenziale negativo inconfutabile. Va da sé che “Il meraviglioso mago di Oz non esiste”, è vero poiché si tratta di un’irrealtà immaginata che, per quanto la sua lettura possa smuovere l’animo e restituirci sensazioni del tutto identiche alla percezione empirica del racconto, resta un oggetto inesistente. Pertanto, il suo “non esistere” non esclude la possibilità di percepirlo come reale, allo stesso modo in cui la visione di quella realtà che mi sta di fronte attiva il mio percepirne l’esistenza. Allora, sebbene io sappia che il Boscaiolo di latta non sussiste come ente nel reale, avverto la sua non esistenza così come percepisco l’esistenza di un individuo in carne e ossa che ho davanti, ma ancor di più intendo la sua irrealtà come la realtà stessa.

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Tuttavia, ciò che osservo si modifica e non esiste in modo determinabile nel momento stesso in cui lo misuro, (a livello microscopico senza grosse implicazioni nella percezione di ciò che ci circonda), ma la sensazione che mi procura tale indeterminazione è di ambiguità. Non è qualcosa d’intuitivo che assumo come risposta logica all’esistenza, sebbene sia ciò che più di tutte si avvicina a essa. Faccio maggior fatica e percepire la realtà oggettiva del principio di indeterminazione di Heisemberg, che la natura del Boscaiolo di latta nel momento stesso in cui la storia di Dorothy mi appassiona. Allora, sebbene io sappia che il personaggio scaturito dalla penna di Lyman Frank Baum non esiste, spero che riceva il suo cuore identificandolo come qualcosa (o qualcuno) di reale mentre il fatto che uno scenario silvestre oltrepassato sia sfuggito alla mia vista, il saperlo dietro di me non me lo rende più vero di un paesaggio immaginario. In filosofia si tratta d’intenzionalità, in altre parole la capacità della mente di andare in luoghi diversi da quelli in cui mi trovo nel momento in cui genero situazioni lontane nel tempo, nella distanza, e come in questo caso, frutto della mia immaginazione.

Intuisco l’irrealtà. Non sempre, ma in modo subordinato al mio stato d’animo, la coscienza e tale da influenzare l’intuizione dell’esistenza. Così come per la fluttuazione del Limite Eterno sul quale esistiamo condizionati da noi stessi, la nostra “percezione” si modifica all’ondeggiare del velo sotto l’egida non soltanto degli enti che incontriamo, ma dei nostri stessi sensi. In questo scopro che non sono propriamente gli altri, nello scontro del moto browniano a modificare il percepito, ma è la nostra risposta allo stimolo e la nostra stessa natura che determina la respinta più o meno ampia allo scontro, rendendoci unici. Interagiamo tra noi modificando il nostro intendere ma sempre attraverso le misurazioni che facciamo nel corso della nostra vita lasciando traccia del nostro passaggio. Come il mio modo d’intendere il Boscaiolo di latta, la mia immaginazione è un atto di coscienza nel momento in cui ne apprendo le gesta e così la mia sensibilità che muta nel crescere, spostandosi dall’affetto verso il cagnolino Toto, alla piccola Dorothy, al Leone quale simbolo di forza percepito in adolescenza, e infine a questo personaggio strampalato che desidera ricevere un cuore per ritrovare l’amore della donna amata.

La coscienza, dunque, si muove sul Limite Eterno e migra, influenzata da molteplici fattori: interazione con gli altri, studi, sensibilità personale, risposta ai drammi, efficienza mnemonica, e non ultimo un pizzico di fortuna che non sempre è rappresentata da un costante progredire ma, perlopiù, dal trovare un luogo ideale sulla superficie del velo ed esistere in uno spazio d’indeterminazione ideale al mantenimento della nostra immaginazione, in grado di sopravviverci. Anche in questa mia indagine, che parte dall’amore e s’insinua nella logica alla ricerca di una risposta che risiede nel dubbio e nel gusto che muta, sento che la coerenza è quanto di più lontano io possa trovare dalla fantasia, dalla curiosità, da tutto ciò che in qualche modo smuove il mio animo. Come se i miei sentimenti più “nobili” albergassero nell’intenzionalità di cose che in fondo non sono altro che esistenziali negativi, in una perpetua negazione della realtà oggettiva, per esistere otre il disastro che potenzialmente rappresentano.

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Bruno Munari – Cappuccetto Verde

La realtà senza illusione è dolore. La coscienza si libera nella fantasia che, se accolta, la espande in tutte le direzioni; in questo il processo creativo che spesso si aggrappa alla sofferenza per emergere in tutta la sua potenza comunicativa, rappresenta una coscienza estesa votata all’accrescimento come mezzo attraverso il quale resistere al dolore. La creatività, pertanto, come per Bruno Munari nello stravolgimento di una favola nota come “Cappuccetto rosso” in “Cappuccetto verde”, ma anche come bisogno di affermare uno stato che travalichi il malessere interiore, è la nostra potenza naturale che emerge oltre i limiti delle costrizioni dogmatiche. Dunque, non tutto esiste giacché negandolo lo identifico ma la non esistenza stessa è l’espressione di una profondità che cerca di uscire allo scoperto. Umanamente mi identifico nel Boscaiolo di latta come nemesi di qualcosa che ha generato il mio scorrere sul Limite Eterno, che rappresenta la direzione dopo lo scontro con altre entità, e che nel gusto muta in base al cambiamento non solo della percezione, ma del mio stesso essere uomo che determina la propria storia nel dubbio.

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