Come un flusso… interrotto

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(di Roberto Masi)

L’indagine procede spedita. Come intuìto per la prima volta da Ludwig Bolzmann, è il calore che determina il trascorrere del tempo nel passaggio da uno stato di bassa entropia a uno di alta; così l’attimo delle mie idee si consuma nel rispetto del secondo principio della termodinamica. Passa attraverso l’agitazione delle particelle che determinano la linea di transito tra passato e futuro, in questo rimescolamento in cui intravedo la metafora del nostro interagire, come particelle di una materia unica, che non scambia la propria energia al contatto con altre realtà, ma si alimenta di una propria continuazione fatta di esistenza. L’entropia però non è soltanto un evento fisico che coinvolge gli oggetti inanimati, bensì qualcosa i cui effetti sono percepibili nei corpi “vivi”, in cui le modifiche sono rapide nell’ossidazione cellulare, nel cambiamento fisico, nella percezione soggettiva del mondo attorno a noi, e nel gusto appunto.

Ogni più piccola modifica della nostra comprensione, quantizzabile come variazioni impercettibili che si manifestano soltanto nel lungo periodo, sono il resoconto di questo calore, dell’agitazione di eventi che si disperdono sulla superficie in cui tutto scorre. Il nostro contributo è fondamentale. Non è la grandezza dei valori o il risultato più o meno evidente a determinare il cambiamento, bensì l’interazione di ognuna di queste variabili (concetto già espresso in precedenza), che conduce a modifiche precise e irreversibili del Limite Eterno. Percepire il movimento interiore, dettato quindi da un’indole primigenia, oppure indotto da eventi cui partecipo esistendo; come la distinzione del tempo fatta da Aristotele secondo il quale ha senso solo se delineato da una sequenza di fatti, e quella di Newton che ne identifica la natura oggettiva oltre ogni finalità dell’essere umano, la realtà è rappresentata da un insieme che le comprende entrambe, rendendo tali concetti imprescindibili l’uno dall’altro.

Il mio modo di percepire le cose è sottomesso a un costante cambiamento, una ricerca ininterrotta che spinge il mio desiderio di apprendimento oltre l’aspetto visibile delle cose, come un perenne inseguimento del Bianconiglio verso una visione più ampia. La brutalità dell’uomo, le sue nefandezze, ma anche il suo valore emotivo, o la grande capacità d’illuminarsi nella ricerca della felicità oltre ogni vincolo strumentale. Siamo eterne luci sul tessuto, talvolta splendenti, altre opache, in un pullulare ininterrotto di piccoli bagliori come fosse una sera di maggio di luna calante, nella campagna inondata di lucciole. L’intermittenza è la granularità di tutte le cose: del campo elettromagnetico, del tempo, e infine della nostra coscienza rappresentata anch’essa dalla discontinuità che tutto descrive. Noi stessi avvertiamo il cambiamento interiore come effetto dell’indeterminazione. Non c’è mai una percezione lineare, un flusso costante per così dire: tutto è caratterizzato da un’infinità di “salti” emozionali, tra i quali altri salti più piccoli determinano di volta in volta lo spostamento sulla superficie estesa del limite. Viviamo la nostra esistenza percepiti in una nube d’indeterminazione noi stessi, meno intuitiva di un dato certo, ma molto più prossima alla realtà. Come i ricordi, alcuni dei quali restano nitidi nella memoria come eventi appena trascorsi, mentre altri sono solo un leggero pulviscolo impercettibile, fatuo come fuochi cimiteriali.

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M.C.Escher – Farfalle, Metamorfosi

Tutto è granulare dunque. La posizione di un elettrone come il mio essere uomo, sono eventi dominati dall’indeterminazione. Così come non posso localizzare con precisione una particella in ogni momento, se non relativizzata a un altro oggetto, non posso stabilire il mio essere in ogni istante della mia vita, a meno di non contrastare con eventi definitivi. L’esistenza è lo schermo sul quale l’elettrone compare per formare l’immagine (per usare un esempio esplicativo di Carlo Rovelli), e noi siamo la particella che di tanto in tanto si mostra per dar forma al movimento. Tutto l’universo è “quantizzato”, e se lo è la materia di cui siamo costituiti, deve esserlo anche la nostra coscienza. Allora intuisco il motivo di questo mio percepire me stesso come un insieme di punti ravvicinati: non come un flusso sul telo ma come un insieme di singolarità il cui tragitto rimane indefinibile alla stregua di un evento dimenticato, subìto passivamente, al quale non diamo importanza nel momento stesso in cui avviene, ma che determina ciò che saremo all’atto di tornare visibili.

L’inganno dell’uomo sta in questo, a mio dire, nel decretare posizioni certe in cui ritenere auspicabile la comparsa di sé. Luoghi stabiliti dalle convenzioni: posizione sociale, reddito, efficienza economica, status, apparenza. Punti dello schermo in cui sentirsi realizzati, dove percepire la nostra rappresentazione, convinti che sia l’osservatore a renderci concreti e non la percezione di ciò che siamo oltre il dogma. In questo aveva ragione Schopenhauer, nel definire attraverso il Velo di Maya la falsità del mondo idealizzato a discapito di una realtà che, invece, dovremmo percepire oltre ogni vincolo destinato a disintegrarsi nei secoli e nell’evoluzione del nostro sapere. Ma come ho detto, il velo non è un paravento, bensì un luogo in continuo movimento sul quale il rischio di andare alla deriva è alto, altissimo, assai probabile.

Apparire a noi stessi, questo è l’arcano bisogno inappagato. Sebbene riconosca negli altri il contrasto attraverso il quale illuminarsi, come lo schermo del televisore per l’elettrone, l’uomo deve comparire in sé prima che altrove, solo così la vita prenderà una sua consistenza, seppur nebulosa, in grado di realizzare l’esistenza e non la simulazione occasionale di essa. Tuttavia, abbiamo imparato a soffrire la solitudine, a temerla come fossimo soltanto interazione e nient’altro. In parte è vero, il sentimento reciproco ci restituisce un senso di completezza cui difficilmente si riesce a rinunciare, così come la realizzazione in qualsiasi cosa che riguardi la collettività, ma oltre a tutto questo ci siamo noi: sballottati, rilanciati in milioni di scontri nei quali spesso perdiamo l’unicità a favore di un agglomerato nel quale intuire la nostra presenza. L’angoscia generata dalla solitudine è l’atto in cui davvero percepiamo la nostra estrema vulnerabilità nell’espressione più umana che esista.

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Antonio Canova – Amore e Psiche (1787-1793)

Ecco la deriva di cui parlo, la ricerca cerebrale di un distacco che rischia di spingermi fuori dalla nebulosa. Voglio ripetere ancora una volta le parole di Nietzsche: “Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione lui stesso a non diventare un mostro. E se tu riguarderai a lungo dentro un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te”. In questa indagine mi sono spinto al limite dell’abisso, tanto che spesso non comprendo neppure le mie parole, pur accogliendole come parte di una confusione imprescindibile. Quando ho scelto di ricevere il dubbio come regola, ho accettato il fatto che niente di definitivo sarebbe nato da tutto questo; nonostante ciò, mai una volta ho pensato di rinunciare a favore del senso d’incompiutezza. La “quadratura del cerchio” resta un esistenziale negativo e come tale intendo ospitarlo. La fantasia mi definisce oltre i limiti umanamente ricercati, di una realtà che appare sempre più confusa e come tale, prossima alle scoperte che facciamo. Lo spaziotempo, la granularità, l’indeterminazione, l’amore: tutto mi raggiunge come parte del Limite Eterno e mi avvolge nell’alternanza di scoperte e rinunce, una danza alla quale scelgo di abbandonarmi, fluttuando tra ciò che è razionale e ciò che invece non lo è. Allora, accogliere la fantasia non è più un tentativo di fuga dal mal di vivere, ma una concreta distinzione tra la scelta di lasciarsi vincere, e quella di combattere con ogni mezzo lecito tra cui scorgo l’esultanza del mio animo di fronte a un’opera di Antonio Canova, una sinfonia di Shostakovich, un romanzo di Buzzati, o il semplice abbraccio di due giovani amanti che si tengono stretti al parco, mentre passo con la mia bicicletta, e il loro senso di eternità mi raggiunge lasciandomi addosso un po’ di quella felicità come fosse l’entropia tra di noi, mentre il calore di quell’amore ceduto ne segna il destino, ed io fuggo via, altrove, consapevole che in parte hanno mutato la mia coscienza.

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