Ma noia, noia, noia…

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(di Roberto Masi)

La metafisica è il domandare oltre l’ente, per ritornare a comprenderlo come tale e nella sua totalità”. Con queste poche parole, Heidegger mi fornisce la definizione più stabile di ciò che rappresenta, almeno per me, questa ricerca. Il pensiero profondo è spesso contorto, articolato, tale da stancare anche il più volenteroso tra gli uomini; tuttavia, rappresenta la natura che emerge nel bisogno d’interrogarsi. La scelta è sempre soggettiva: scansare la riflessione o accoglierla? Ma non solo, l’animo si rifugia spesso nella “mediocrità”, ma non è un male se siamo in grado di guardare oltre. In questa indagine ho dovuto aprire molte porte, affinare i sensi di una percezione che di norma giunge come l’atto involontario di una sensibilità più o meno estesa, ma spingersi oltre l’intuizione rivela il nostro posto sul Limite Eterno. Il problema è dato dall’influenzabilità, ciò che accoglie le consuetudini come una risposta riconosciuta oltre il reale valore di ciò che è profondo, e che come tale ama la maschera. A tal proposito, porto come esempio questa strofa di una bellissima canzone di Franco Califano: Tutto il resto è noia.

Poi la notte d’amore
per sistemare casa un pomeriggio
sul letto le lenzuola color grigio
funziona tutto come un orologio
la prima sera devi dimostrare
che al mondo solo tu sai far l’amore
si d’accordo ma poi

Tutto il resto è noia
no, non ho detto gioia
ma noia noia noia
maledetta noia

Ecco che in queste parole struggenti, l’autore ricorre alla malinconia per mettere in luce la propria interiorità, che non è rappresentata, come molti hanno la tendenza a travisare, dal suo voler comunicare quanto la vita si riduca a pochi attimi di “gioia” e valga la pena dello sfreno incontrollato, bensì dal moto dell’animo che ne avvolge la cuspide emotiva. Il testo, nella mia percezione almeno, è il racconto della noia intesa come estensione del tessuto sul quale avvengono gli scontri: la nascita di un amore, così come un dolore, sono tutti eventi che rilanciano il nostro vagare sull’esistenza. Califano percepisce il limite grazie alla propria sensibilità, e combatte attraverso la sua poetica, il conflitto tra l’eterno ritorno che lo spinge a una visione rassegnata, e il desiderio di riscatto dall’insoddisfazione che egli prova. Non so se il cantautore romano fosse un estimatore di Nietzsche, ma la rinuncia è spesso esasperazione, e come tale, prende vita nella malinconia che è bella, ricca di fascino, magica, nonché distruttiva se accolta come un vanto.

Tutto è interazione. La musica, la pittura, la fisica, il lavoro, l’amore, qualsiasi manifestazione che attiri la nostra curiosità, se percepita in un momento di disposizione favorevole, è in grado di mostrare orizzonti sconosciuti. In fondo non si tratta di una vera e propria indagine, né dello sviluppo di una teoria destinata all’oblio, quanto dell’arte di esistere. Ricevere l’ispirazione, che sia nella forma di una necessità espressiva quanto nel bisogno, azzarderei comune, di appagare la curiosità, spinge ognuno di noi a manifestarsi nell’indeterminazione del vivere. Essere dunque silenti e sperduti, apparire di tanto in tanto in un presente a noi prossimo, di cui gli altri non potranno avere riscontro se non per l’eco prodotto quando ormai sarà passato, foss’anche di una frazione di secondo. Come un successo che si propaga nel passaparola, o un fallimento; un amore, così un dramma straziante, ogni nostra apparizione sul tessuto produce increspature profonde che, propagandosi, giungono ad altri esseri umani mutandone la traiettoria. L’entropia inarrestabile tra enti stabilisce il disordine in cui viviamo e al quale dobbiamo necessariamente sottostare, scacciando via l’intuizione che, insita nella “grammatica”, ci allontana dalla realtà.

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Albrecht Durer – Melanconia

Se ho capito qualcosa da tutto questo, sta racchiuso in una bellissima frase di Carlo Rovelli, la risposta a una delle tante interviste che lo riguardano. Alla domanda dell’intervistatore su dove lo stesse portando la sua ricerca, il noto scienziato dice: “Da nessuna parte. È come un sentiero di montagna. Non lo si fa per arrivare, lo si fa perché è una strada bellissima”. Lo stesso vale per questa mia opera, che non mira davvero a raggiungere un traguardo, ma rappresenta la gioia di cercare senza interruzione qualcosa: che si tratti dell’amore, di una visione, del benessere o anche della malinconia stessa come coadiuvante all’inganno di un mondo perfetto e distopico, in cui il bene trionfa sempre al punto da divenire il male stesso. Nessuno di noi cerca davvero la perfezione. Mai, nella vita, desideriamo ciò che non possiede mistero poiché in quanto tale ci giunge definitivo come la morte. Cosa sarebbe il Cosmo senza i propri misteri irrisolti? Per quale amore ci struggeremmo se tutto fosse tale da non dover lottare per averlo? L’ordine per l’uomo è come la morte fredda per l’universo: niente si muove, niente muta più. Ecco perché talvolta il raggiungimento di un’agognata stabilità diventa la causa del disastro interiore. La vita è ricerca del disordine. L’equilibrio è dato dalla capacità di controllare tale scompiglio e vivere in esso, così come avviene nel Limite Eterno in perenne fluttuazione, che ci mette alla prova inducendoci a scivolare dentro qualche singolarità definitiva.

Certe vite sono così: tragiche nel loro equilibrio raggiunto, nella stabilità, sia essa economica che emotiva. L’essere, la coscienza stessa hanno bisogno del movimento, della percezione di non rappresentare la struttura ma ciò che in essa induce all’esistenza. Che senso avrebbe vivere senza interrogarsi sull’origine di tutto ciò che ci circonda? Che sia l’arte d’intagliare un tavolo, il metodo utilizzato per stendere il pigmento sulla tela, il periodo di fioritura delle viole, tutto ci rappresenta, e in questo scelgo di essere spietato. Non è l’ignoranza per l’assenza d’istruzione, bensì la pigrizia mentale che porta l’uomo a scivolare oltre l’orizzonte, imponendogli l’annullamento di ogni caratteristica propria, come se le cose piovessero dal cielo terso, mentre brandiamo i nostri soldi perché questa pioggia divenga incessante. Dov’è l’amore in tutto questo? Dove la passione che rende unico un bacio, una carezza o anche solo un litigio al quale poi seguiranno parole dolci per lenire il pentimento che ci rende migliori? Davvero tutto dovrebbe ridursi a un consumo scellerato di umori e oggetti? Perfino sentimenti brutali, riprovevoli nella loro malvagità che mirano alla supremazia, rivelano una resistenza alla deriva sul tessuto. Ed è questa l’unica cosa che abbiamo facoltà di combattere. Se il nostro vivere è caratterizzato da stimoli indeterminabili, da fattori imprevedibili cui la vita ci sottopone, la natura di cui siamo fatti ci mette a disposizione la volontà di scegliere che persone essere. Giustificare se stessi per qualche nefandezza commessa equivale a scegliere di diventare creature spregevoli, schiave di eventi, aride, non immobili sul limite, ma lontane da ogni vera resistenza all’abbandono e pertanto disumanizzate.

La coscienza non è un “mondo perfetto”, è l’equilibrio della discontinuità, del salto, della natura di tutte le cose che diviene un altro aspetto della realtà quantizzata. Siamo enti come tutto ciò che possiamo immaginare, siano essi esistenziali negativi o racconti di cose realmente avvenute. Noi “capitiamo”. Come avvenimenti in grado d’influenzare tutto ciò che li circonda, come la paura di essere giudicati dagli altri perché l’entropia si abbassa giacché non è il loro operato a deragliare la nostra condizione, ma una chiusura dettata dall’equilibrio che riteniamo migliore perché intuitivo, grammaticalmente corretto, e pertanto sbagliato. Siamo così confusi da tutto questo creato, che non riusciamo più a vivere la nostra natura libera e felice, svincolata da catene che, invece, siamo costretti a spezzare in continuazione per non divenire idee. Non è facile, l’impulso a lasciarsi andare alla condanna di una morte ingiusta perché stanchi di combattere è sempre in agguato, ma la vita è una lotta senza tregua, e come tale va onorata. Tutto ha un prezzo, la felicità quello più alto di tutti poiché richiede determinazione, attaccamento, coraggio, mentre la compassione è gratuita, un fallimento di pochi lampi su uno schermo traballante, mentre tutto il resto è noia, noia, noia.

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