Oltre un equilibrio fatale

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(di Roberto Masi)

Solo, su questa spiaggia assolata, osservo il mare denso in cui per mesi ho condotto la mia vita. Nietzsche mi ha guidato attraverso la propria opera, come un tramite per navigare nelle acque di quest’oceano nel quale sono scivolato, in un giorno piovoso d’autunno, passeggiando per le vie della città. Ogni pagina di quest’opera è scaturita dell’ingegno umano; che si trattasse di un dipinto, un romanzo o di una teoria elegante con la quale si tenta di dare un senso alla natura oggettiva delle cose, il mio animo si è scosso sul Limite Eterno, per spostarsi verso la ricerca, continua, mobile nell’entropia crescente del mio modo di sentire l’esistenza attorno a me. Adesso più che mai sono certo della nostra cardinalità. Oltre il principio antropico, che pone ogni uomo sotto una luce privilegiata rispetto agli eventi del cosmo, ho scoperto che in molti prima di me avevano accolto questo concetto, non ultimo Giorgio Colli che, usando parole chiare ai miei orecchi, afferma con lucida potenza: “Ad ogni quesito filosofico o scientifico, per ampio che sia, anche riguardante ad esempio l’universalità del mondo fisico, deve precedere il problema della nostra esistenza, che solo lo rende possibile”. Tutto questo, adesso, mi raggiunge come un saluto di benvenuto, qualcosa che fino a poco tempo fa mi era estraneo perché ancora non avevo attraversato il mare dell’indeterminazione, dove l’oltre è un mistero irrisolvibile e come tale, coerente.

Ovunque ho visto la mia natura di uomo. Nei quadri di Burri e Manzoni, nell’opera di Bruno Munari che ho scoperto come un viatico per la conoscenza di un’interiorità fino a quel momento negata, nel cromatismo essenziale di Albers Josef, nella chiarezza della relatività di Einstein e perfino nell’arcano fondamento della logica di Kurt Gödel. Mentre il mondo raggiungeva i miei sensi spalancati, ho maturato il “sospetto” che in fondo, tutto questo, fossi io. Eccomi, sul telo, disposto a ricevere gli stimoli di una visione profonda delle cose attorno a me, e al rapporto umano con altri individui cui adesso, finalmente, sento il bisogno d’abbandonarmi. Non nego l’esattezza del pensiero schopenhaueriano sulla necessità di raggiungere un completo isolamento per maturare la propria visione. Giusta o sbagliata che sia, la solitudine ci consente di sprofondare e vedere gli orrori che sono in noi, ma anche le gioie e talvolta, la soluzione all’immobilità del sistema. Percepire l’esistenza mi permette di ascoltare il fluire della mia natura, ma ancor di più del mio esistere come ente irripetibile, in grado di produrre modifiche sostanziali al tessuto, generando interazioni definitive tra noi. Allora, tutto ciò che osservo, mi trasmette il proprio calore, me lo cede come faccio io col mio, mentre ci dirigiamo verso un destino infausto di gelo eterno. Il prezzo di questo calore è altissimo dunque, ma si chiama vita e tutto consuma, così il destino dell’umanità, così la mia vita che scivola via, lontana, verso la fine.

Antonio Possenti – Un mare interno

Che si tratti di un quesito filosofico o scientifico quindi, prima di tutto siamo noi, gli enti, che garantiamo la sussistenza di ogni sistema. Tutto fluisce attraverso noi, qualsiasi paradosso io possa formulare: ciò che dico è sbagliato oppure giusto, si regge sull’incertezza stessa che assume il ruolo di verità inconfutabile. Il dubbio, pertanto, è vero. Incompletezza, indeterminazione, frattalità dell’essere: ogni aspetto incompiuto dell’esistenza mi definisce come parte di questo caos. Io vedo ciò che conosco, sono ciò che percepisco, che muove il mio sentire le cose e gli altri, che vive la paura di esistere nell’agitazione molecolare di questa forte entropia, e propende per la grammatica scorretta del pensiero occidentale, verso un equilibrio fatale. Ancora Schopenhauer lo consiglia, che il desiderio deve rimanere, almeno in parte, irraggiungibile. Una tensione continua, che impedisca lo scivolamento dentro una qualsiasi di quelle “singolarità” dove si radunano le vite sconce di uomini irrecuperabili. Salvarsi attraverso la non risolutezza dello squilibrio, preservare il dubbio del risultato puntando sempre oltre il traguardo che rappresenta non l’apice del successo, bensì la tomba della coscienza.

Qualunque siano gli studi filologici, e filosofici che io possa affrontare, giudico la spinta delle mie intuizioni generata da un moto interiore privo di controllo. Sovente ho creduto che l’ispirazione mi raggiungesse dal pensiero altrui, per poi svilupparsi nell’accoglienza, o nel rifiuto, in qualcosa che fosse sempre la mia personale visione. In realtà, attraverso questi scritti ho capito che si tratta della partecipazione al pensiero collettivo tra me e coloro i quali mi hanno preceduto. Riconosco di essere figlio del pensiero moderno, non ho erudizione ellenistica e ciò condiziona il mio intelletto che germoglia da stimoli recenti, ciò nonostante, tutto parte da un sentimento rapido che mi raggiunge dalla visione di un dipinto, dall’ascolto di una musica che apprezzo, dallo stupore per una scoperta scientifica, ma anche dai capelli oleosi di un’adolescente che si affaccia alla vita con timidezza struggente. La percezione è frutto di continue interazioni, ma si allinea con ciò che noi siamo per indole. Possiamo crescere attraverso una volontà ferrea, ma più che altro siamo in grado di muoverci ed è questo che ci distingue. Per quanto possa approfondire le mie conoscenze attraverso lo studio e la riflessione profonda, tutto resta legato alla mia natura di entità privilegiata. Adesso ogni cosa mi appare sotto una luce completamente diversa, svincolandomi dall’influenzabilità bigotta, per definirmi oltre ogni induzione che tenta di fagocitare la mia essenza. Sento però il bisogno di allentare la pressione per non rimanere schiacciato dal peso della “luce”, per non oltrepassare il confine della mostruosità nietzschiana. Sono alla fine del viaggio e come al termine di una passeggiata nel bosco, uscendo dall’oscurità il passo si acquieta, il cuore rallenta e la percezione dei suoni o la vista delle meraviglie della natura, mi colmano l’animo ormai privo dell’oppressione di arrivare in ritardo.

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Tragedia e Commedia – mosaico romano – musei capitolini

L’impulso a materializzare il sentimento mi guida alla visione aperta di tutto ciò che mi ha preceduto. Nella distinzione tra apollineo e dionisiaco, quali cardini estremi di una realtà che li vede mescolarsi in continuazione, l’armonia dello spirito tende a prendere il sopravvento fin dalle prime battute; tuttavia, se da un lato stimola la mia riflessione, nella stesura del testo avviene sempre un bilanciamento verso l’entusiasmo che garantisce il movimento del flusso. Se tutto tendesse a una visione romantica, la base crollerebbe sotto il peso delle emozioni ma grazie all’esaltazione che ne consegue, l’ordine viene di volta in volta ristabilito, senza che avvenga l’annullamento dell’entropia. Il mio spirito propende per la “plasticità” dell’ispirazione; tutto attorno a me ne esalta la vista. Ecco allora che l’amalgama tra i due concetti nietzschiani si manifesta nell’entusiasmo di rappresentare la dolcezza, come fosse il gioire del dolore, come quando un pensiero triste ci procura un piacere inspiegabile, un affetto impareggiabile per tutto ciò che è malinconico. Nel pensiero non permetto all’atteggiamento apollineo di prevalere: dolori ed esperienze drammatiche, che in misura più o meno estesa colpiscono ognuno di noi, per quanto causa d’abbattimento emotivo divengono il propulsore. Dunque, respingo la decadenza del mondo occidentale di cui faccio parte, mantenendo viva la potenza, la forza, l’esaltazione dettata dal combattimento che porta vittorie e sconfitte ma garantisce la realtà della tragedia come modo di condurre l’esistenza, e la rinascita che ne consegue. La ricerca stessa è l’esaltazione che garantisce all’amore il proprio ruolo senza che avvenga un’apocalisse emotiva.

Le stagioni pesano, il cielo influisce, tutto determina il nostro stato d’animo con la netta distinzione tra slancio affettuoso e bisogno d’azione. Sottomessi all’avvicendamento di tutte le cose, l’animo si dispone a favore dell’una o dell’altra manifestazione del sé, realizzando la nostra posizione sul velo oltre il moto browniano, oltre il velo pallido di un achrome manzoniano. Cammino in mezzo ai miei fallimenti, e li vedo come una qualsiasi forma d’interazione tra noi. Le tragedie sono parte del tessuto sul quale scivolo giorno dopo giorno e le gioie, la trama che determina il mio ambiente. Potrei esistere privo di tale avvicendamento? Sarei in grado di vedere altre al mio naso, se ogni aspetto della mia vita si appiattisse in una docile realizzazione di valori auspicabili? La vita è la distrazione della personalità che si accende al passaggio di un evento meraviglioso in grado di catturare la nostra attenzione, come il fugace rossore sulle guance di un bambino che, colto da imbarazzo, si rifugia dietro la gonna di sua madre. Dolcemente si affaccia per sbirciare l’oggetto della propria vergogna, curioso accenna un sorriso e si ritira di nuovo, in un gioco sottile, che lo identifica nella sua natura innocente, e nella mia che lo cerco per lasciarmi condurre dalla fantasia verso un ultimo slancio dal quale non farò più ritorno.

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