Oltre l’inganno, la verità…

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Apro la mente. Eccomi, in questo frammento di vita, unico nella storia dell’umanità, io sono; ma nello studio di coloro i quali mi hanno preceduto, scopro l’incoerenza del pensiero: la contraddizione tra il modo di “fare vita” influenzato dallo spostamento sul Limite Eterno, e l’intenzionalità, quel concetto filosofico per il quale dovunque io mi trovi, la mia mente è in grado di migrare altrove, generando sensazioni del tutto simili alla realtà. Ma cos’è questo limite? Un ambiente sul quale il pensiero si sposta e muta, senza alcuna spinta ricevuta dall’osservatore, bensì grazie all’interazione tra tutti gli accadimenti cui sono assoggettato. Desidero essere preciso stavolta, tuttavia so già che fallirò ancora perché reagisco d’istinto a intuizioni fugaci in grado di migrare, con la mia stessa coscienza, verso luoghi sempre nuovi. La poiesi, la nascita dell’atto creativo, giunge sotto l’influsso di forze nemiche, distruttive, forze che tento di contenere attraverso l’abbandono alla riflessione, soffermandomi su quel confine labile tra due mondi molto distanti tra loro: realtà e fantasia. Del resto, come scrive Giuseppe Sgarbi nel suo bellissimo “Il canale dei cuori“: o scrivi o vivi.

Nel mio precedente lavoro ho affrontato, seppur marginalmente, il tema degli esistenziali negativi, concetti di pura fantasia che si dimostrano veri nel momento stesso in cui li recepisco come tali. In questo, l’esempio più chiaro che posso portare sono i romanzi con caratteristiche fantastiche; ben più interessanti di una storia che, per quanto irreale possa essere si muove in uno scenario di vita universalmente riconosciuto, sono le favole che permeano gran parte della nostra letteratura. Se vogliamo, prima ancora della nascita del romanzo moderno, tutto si rifaceva a credenze popolari in grado di generare storie fin troppo lontane dalla realtà come i miti degli eroi. Dunque, sento di poter interpretare la credenza, o il credere che giunge più tardi, come la volontà di esistere in un sistema diverso da quello prestabilito dalle leggi della meccanica. In qualche modo, a me sembra, la realtà giunge dopo la fantasia ma è proprio attraverso questa, nel contrasto generato, che si muove l’essere umano. A tal proposito Schopenhauer ha formulato il concetto di Velo di Maya, una sorta di paravento posto davanti ai nostri occhi che c’impedisce di scorgere le cose nella loro purezza, costringendoci a vivere in uno stato di perenne illusione che, in quanto tale, diviene la realtà stessa. Personalmente la ritengo una forzatura del suo essere misantropo e critico nei confronti dell’intera umanità (almeno per quei cinque sesti della popolazione come si affannava a ripetere); nonostante ciò, un confine esiste, qualcosa d’impercettibile, tale però che la fantasia e la realtà spesso si confondono.

Lo stimolo alla vita che caratterizza la crescita emotiva di ognuno di noi subisce l’influenza di fattori mutevoli. Non c’è una regola precisa; segue il bisogno comune di sfuggire al senso di smarrimento generato dall’essere incatenati al nostro “orticello”. Più la natura dell’ente è tale da renderlo desideroso di conoscere, maggiore sarà il senso di costrizione, ragion per cui, suppongo che le persone curiose siano quelle che più di altre tendono all’evasione attraverso la fantasia, spesso cercandola al di là delle leggi note. La letteratura è piena di esistenziali negativi, l’arte in genere lo è. La spinta ispiratrice volge sempre in una direzione “fantastica” dove esistere lontano da tutto ciò che l’ha generata. In questo riconosco un desiderio comune, sia dell’autore che dell’osservatore stesso, ad allontanarsi dal vero per accogliere situazioni in cui tutto è possibile, e reale in noi, pur mantenendo il distacco dei sensi. In effetti, non si tratta di una vera e propria evasione quanto piuttosto del desiderio di generare sensazioni in grado di sconfiggere il tempo del nostro universo e la sua percezione. La fantasia è il tramite attraverso il quale ci spostiamo oltre le leggi della relatività, posando l’intuizione stessa sul principio antropico per il quale ogni modifica all’ambiente e data dalla nostra osservazione, diretta, che ne muta l’aspetto. Ma la sfumatura impercettibile tra osservazione e percezione produce effetti catastrofici, che vanno oltre qualsiasi dimostrazione empirica dove le cose avvengono in un dato modo per effetto di cause precise. Se la realtà è tale da indurmi a fuggirne gli aspetti pratici, la creatività mi trattiene a essa come se esistesse un legame che fa sì che l’una non possa prescindere dall’altra.

Man in blue or presumed portrait of Ludovico Ariosto, 1508, by Titian (ca 1490-1576)
Ludovico Ariosto – (Reggio Emilia 08-09-1474 Ferrara 06-07-1533)

Nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, l’immaginazione travalica gli aspetti più riconoscibili del quotidiano. Sebbene gli attori di questo poema si muovano in contesti riconoscibili, l’intera vicenda è permeata da un alone d’irrealtà costante; una nebbia d’illusione che trattiene i personaggi e ne apprezza le gesta. In questo caso, più che in altri a mio avviso, perfino più che in opere come il Don Chisciotte di Cervantes, la percezione del lettore di trovarsi in un ambiente immaginario è forte, tuttavia, per quanto persista il senso del distacco, i personaggi vivono, sono presenti, e per quanto marginalmente caratterizzati dalla descrizione dei tratti caratteristici, ogni aspetto della loro esistenza emerge dalle vicende narrate. Dunque, diversamente da ciò che avviene nella prosa contemporanea in cui è prevista la caratterizzazione dei personaggi nell’intento di guidare il lettore verso il racconto, scorgo in questo un desiderio, ma ancor di più un bisogno, sempre attuale, di svincolarsi da ogni imposizione per divenire il creatore stesso delle proprie conoscenze.

Come suggeriste Ugo Foscolo nel suo “Invito all’Ariosto” (1989), la lingua del poeta soddisfa egualmente il lettore che cerca solo di divertirsi al racconto, e quello che è in grado di apprezzare la più fine bellezza della dizione poetica. In effetti, è così. Per quanto mi riguarda, curo con attenzione il mio stile letterario ma leggo sempre, salvo soffermarmi in seconda battuta su apprezzabili tecnicismi, per il gusto d’immergermi nella storia ed evadere in essa da tutto ciò che mi circonda. L’arte tutta possiede un diverso livello di percezione, ma ancor più un piano di apprendimento che ci distingue nell’apprezzamento dell’opera come nel suo rifiuto. Lo studio postumo, per quanto possa sembrare un paradosso, ci permette di ottenere una visione distaccata da una concezione accademica che, se attesa superficialmente, influenzerà ogni nostra intenzione di recepimento. Più si è portati a penetrarne il mistero, confrontandosi con chi ci ha preceduto, più si riuscirà nel momento di massima apertura a ottenere una visione stabile. L’esistenziale negativo quale effetto di un’attenzione superficiale è debole; impersonale al punto da restituire una visione senza alcuna caratteristica propria, un po’ come avviene nell’osservanza di un dipinto del quale si conosce la storia attraverso le parole di una guida. La simultaneità fruizione-insegnamento, dunque, è sbagliata a prescindere dal desiderio. Così come l’insegnamento va assimilato, l’opera dev’essere subita come un’onda violenta sulla scogliera che ci coglie impreparati. Suggerisco pertanto una visione propria, scevra da ogni insegnamento, dal quale non può comunque prescindere in un secondo momento, che manterrà il suo aspetto di contrasto con la libera interpretazione.

Conoscere il perché un dato evento generi in noi precise risposte emotive fa parte della realtà riconosciuta: si tratta di un effetto noto e pertanto influenzato da cause precedentemente definite. In qualche misura so che reagirò in una certa maniera a determinati stimoli pervenuti dall’educazione. Non che lo ritenga sbagliato ma quando parlo di esistenziali, mi riferisco a reazioni che dovrebbero essere il più possibile neutrali, in modo da renderci partecipi di ciò che stiamo osservando da un punto di vista intimistico. Tale affermazione potrebbe apparire come il “solito” dogma antiaccademico, ma in realtà si tratta della convinzione che lo studio, quando votato alla creazione, debba coadiuvare la nostra dote innata all’interpretazione di ciò che ci circonda, e pertanto completarla solo in un secondo momento. Allora, se ciò che mi spinge ad approfondire certi argomenti è una risposta spontanea alla causa, la sensazione che provo nel momento stesso in cui sono “ignorante” farà si che la senta più reale di quanto non lo sarebbe stata se influenzata da una dottrina solida. In qualche modo, sembra che la fantasia faccia da precursore all’approfondimento di concetti verificati ma dal momento che ho provato in me il sentimento di risposta, niente e nessuno potrà più influenzare l’esclusività dalla mia immaginazione.

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