L’attesa del passato

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Spesso mi è capitato di criticare con ferocia quello che, per usare un’espressione che non apprezzo, era “di tendenza”. Ora meno, sarò sincero, tuttavia, negli anni in cui la mia passione per la scrittura era ancora permeata dal bisogno di ottenere riconoscimenti, retaggio di un’educazione per la quale notorietà era sinonimo di felicità, mi veniva spontaneo biasimare tutto ciò che riguardava l’offerta del momento. Un inseguimento senza sosta, rivolto al passato, come se tutto ciò che era attuale fosse meno dignitoso di quello che invece era trascorso, concetto che ho ritrovato nel recente lavoro di Woody Allen: Midnight in Paris, dove i protagonisti vivono il presente alla continua ricerca di quei trascorsi idealizzati attraverso i fasti di passioni analoghe alle loro.

Nel mio caso si è trattato di una sensazione accolta per emergere dalla melma dei fallimenti letterari, logica conseguenza della scarsa attenzione rivolta al mio lavoro di artigiano della parola, a favore appunto del desiderio di riconoscimento. Qual era lo scopo, dunque? Oggi sono in grado di riconoscere la debolezza dell’intero impianto, come se per anni avessi tentato di costruire una casa meravigliosa senza fondamenta destinata a crollare ancor prima d’essere abitata… Affronto questa riflessione sulla scorta di un vecchio film del regista Bruno Corbucci: Delitto sull’autostrada, interpretato da Thomas Milian e da una splendida Viola Valentino. Una comicità che oggi rivaluto con quella stessa malinconia che mi fa prediligere gli autori del passato nella scelta delle mie letture, inattuali il più delle volte, di un tempo che, inevitabilmente, è trascorso anche sulla mia pelle portandosi via le speranze che adesso fluttuano sospese in queste testimonianze.

Dunque, con reticenza, cerco di accantonare la mia ipocrisia frutto di anni di studio, per accettare il fatto che niente è cambiato in questo mio sentimento di ribellione, e che certo non lo farà adesso che la giovinezza è rimasta in quei sogni. Ho spalancato il pensiero profondo in questa visione scanzonata, di un Thomas Milian, uomo che apprendo esser stato riservato e di grande cultura in antitesi col proprio personaggio, sboccato al limite di una conclamata volgarità talvolta eccessiva, per ritrovare in me un’indulgenza ruffiana perfino al cospetto di certe banalità. Di fatto ciò che prima mi divertiva nel contesto goliardico, pubblicamente deriso per soddisfare il comune senso di distinzione, è divenuto il dramma dei bei tempi andati; la fine della spensieratezza.

Allora, ecco che un film dal dubbio valore diviene opera d’arte nel momento stesso in cui, trascorso il tempo necessario per allontanare la sensazione di vivere l’attimo, lo percepisco alla stregua di un ricordo felice, anche quando la mia mente è ingannata dall’intenzionalità per una visione, giunta molti anni dopo rispetto all’uscita del film. Come tale rivendico, salvo poi dover ammettere che si tratta di un disperato tentativo di restare qui e adesso, la mia appartenenza all’oggi attraverso qualcosa che non c’è più, per vincere la delusione di dover ammettere che non è più sufficiente l’impegno per restare attuali.

I giovani vivono il proprio tempo mentre io cerco di ritrovarmi. Mi affanno per non affondare ma scopro che il decadimento è inevitabile; lo percepisco grazie all’attenzione che vi pongo, come quando mio padre non era in grado di utilizzare le funzioni più avanzate del telecomando che a me risultavano intuitive e banali. Non nego il timore, ma riconoscerlo mi salva dal ridicolo cui spesso scivolano coloro i quali non hanno più l’età per indossare determinati indumenti, o che utilizzano un linguaggio in cui l’attualità assume i connotati di una spolverata di zucchero sui maccheroni. Inevitabilmente mi chiedo se appartenere al momento, non implichi appartenere a se stessi. Si è più anacronistici scadendo in atteggiamenti propri delle generazioni che ci hanno succeduti, oppure sdoganando una presunta mitologia per quello che era il mondo quando giovani lo eravamo noi? Di fatto, la modernità ci precede. I cambiamenti ci sorprendono, di volta in volta, impreparati allo stesso modo in cui il tempo scorre silenzioso. Siamo entità capaci di comprendere anche il fatto che talune circostanze, per quanto banali, divengano ostacoli invalicabili a causa dello imprinting ricevuto, così come lo è il sentimento di affetto che mi raggiunge alla visione di certe scene del film, per le quali un ragazzo di oggi subirebbe a malapena il fascino della volgarità, e nemmeno più di tanto…

Col tempo, il senso di frustrazione si è attenuato, sono diventato più indulgente verso i miei limiti culturali offrendomi a tutto ciò che storicamente mi apparteneva, nel tentativo di essere obiettivo. Ma il peso è quello, resta immutabile, e per quanto tenti di spostarlo, non potrò mai cancellare la sensazione di rifiuto disciolto nella razionalità, come una nube purpurea che permane nel pensiero attivando l’istinto al pregiudizio, che cerca nel passato le tracce di una soluzione mancata. Quando in una scena ormai epica del film, Anna Danti canta ammiccando al commissario Nico Giraldi reso umano dall’amore che sente nascere in sé, in me sboccia il dolore per quel fuoco ormai spento che la musica è in grado di evocare. Quindi, per onestà devo riconoscere che il rifiuto dell’offerta attuale non è altro che il bisogno di sopravvivere nell’adesso, in ciò che sono oltre ogni mutazione culturale e che, come recita la canzone: “ Soffia un’aria nuova, passa il tempo ma… ti aspetto ancora”.

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