Nell’anonimato più splendente

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Di recente ho ripreso in mano “Il meraviglioso mago di Oz”, un libro che ho sempre amato più per gli aspetti fiabeschi che per quelli che lo legano alla cultura americana del periodo depressivo in cui venne alla luce, nel 1900, dalla penna di Lyman Frank Baum. Sebbene molti studiosi si siano concentrati in ottica critica sugli aspetti sociologici del Nuovo Mondo, la mia attenzione ha assecondato, invece, il gusto per l’aura mistica che lo permea, ma ancor di più per la caratterizzazione dei suoi meravigliosi personaggi. La morale è una “brutta bestia” talvolta; un inganno al pari della Città di Smeraldo resa tale solo grazie agli occhiali con lenti verdi indossati da coloro i quali la attraversano. È indubbio che Baum abbia tratto ispirazione da aspetti propri del tempo in cui visse, ma il mio ancestrale distacco mi ha permesso di viverlo con la dovuta indifferenza, propria dei fanciulli cui la storia si rivolge, contro ogni sorta di dietrologia.

Per quanto sia indubbio che ogni testo di questo genere possegga uno spirito che travalica la fantasia, l’opera d’arte è spesso spinta dal disagio, sia esso consapevole che ricevuto in modo del tutto inconscio, tale che ho sempre auspicato un atteggiamento che si mantenesse libero da qualsiasi imperativo per non inquinarne il suo essere senza tempo e pertanto, almeno nella mia mente, incorruttibile. Mi sbagliavo. L’epoca è solo la scenografia della nostra vita e non serve che essa contrasti con l’opera per turbarne la percezione, poiché siamo noi stessi che, mutando nel tempo, idealizziamo il pensiero remoto come qualcosa d’invulnerabile, salvo poi doverci ricredere al cospetto di nuove sensazioni in grado di sconvolgere del tutto queste idee preconcette.

Corrotto dunque da un bisogno più o meno impellente di riconoscimento sociale, attraverso una comunicazione collettiva che si è fatta strada nel comportamento al punto che opporvisi risulterebbe grottesco se non addirittura anacronistico, mi sono spesso “vantato” di voler vivere la mia epoca e il mutamento che ne consegue, come un dato oggettivo inarrestabile. Il progresso come scelta di condivisione che, se non ragionata, sia almeno rivolta a una lecita appartenenza. Allora, così come molti reputano se stessi migliori nel rifiuto di tali convenzioni, altri si sentono invece appagati nell’accettazione rischiando di non poterne più fare a meno. Non si tratta di una questione tra vecchio e nuovo, bigottismo e rinnovamento, o qualsiasi dualismo io possa scorgervi, quanto di un evento di distrazione collettiva. Così, forte di questa mia superficialità, ho recepito un discorso pronunciato dallo Spaventapasseri alla piccola Dorothy in un modo che mi ha spinto a volerlo condividere attraverso uno dei tanti social a disposizione:

“Questa è la prova che sei strana” replicò lo Spaventapasseri. “E sono convinto che le uniche persone degne di considerazione, a questo mondo, siano le persone strane; quelle comuni, infatti, sono come le foglie di un albero, che vivono e muoiono senza che nessuno le noti.”

Una bella considerazione all’apparenza. Netta. Una presa di posizione senza fronzoli e di sicuro effetto. Una frase da decine di “like” su Twitter, Instagram, Facebook… Un modo come tanti per far credere a se stessi di essere nel giusto, di vedere oltre, fuori dagli schemi: far parte della comunità dei buoni.

Per quanto anche solo scrivendone mi senta lontano dalle più pure intenzioni iniziali, l’arcano è ancora più sottile. Malevolo come ogni idea radicata nel sentimento comune privo di ragionamento; poiché “strani”, che in questo caso può sembrare bene e forse lo era nelle intenzioni dell’autore in antitesi al bisogno di uniformarsi, riflettendoci risulta invece presuntuoso, al punto che la mia intuizione vira verso quelle persone “comuni” che se ne vanno come foglie secche senza che nessuno le abbia notate… Ecco dunque che intuisco quanto “strani” vorremmo esserlo tutti, spinti come siamo all’appagamento perpetuo di una visibilità effimera della quale però ci vergogniamo, rifiutando l’appellativo di persone egocentriche per rivendicare una sincera “normalità”.

Famosi senza arroganza. Visibili ma vicini a tutti, come tutti, in grado di restare con i piedi per terra. Quindi, il mio intento iniziale, istintivo in un modo che adesso mi spaventa per quanto privo di ogni volontà, si è dissolto in una visione più ampia stavolta, rendendo visibile come il bagliore di una singolarità heisenberghiana il suo aspetto ambiguo, come un cumulo di giuste parole nel loro aspetto più sfuggente, perdute nei meandri del racconto in cui la trama offusca la ragione a favore dei fatti narrati. Pertanto, piuttosto che pubblicarle, scelgo di raccontare in queste poche righe la rinuncia che ne consegue, almeno dell’intento iniziale, motivandola con uno dei pochi attimi di lucidità concessi, per scegliere di non essere “strano” a tutti i costi ma “comune” come la foglia di un albero che si stacca dal ramo, per un attimo sorvola l’orizzonte, prima di sparire nell’anonimato più splendente…

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