La rampicante

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Allora, invece di cercare la risposta, accettiamo l’offerta come fosse scontata.

Avrei voluto entrare in punta di piedi nel lascito pregevole di quest’opera di Davide Grittani, degno candidato al Premio Strega di quest’anno; tuttavia, una volta terminata la lettura, ho scelto di farlo utilizzando la stessa tecnica da lui usata in questo suo terzo romanzo: La rampicante, penetrando fin da subito nei fatti con una scena che stabilisce la struttura dell’intera vicenda al punto che, una volta ultimato, ci “costringe” a far ritorno al primo capitolo come a voler fermare il tempo, girare la clessidra, modificare i fatti, continuare a crederci.

L’offerta però non è affatto scontata, anzi, il più delle volte rappresenta la proposizione confutabile, soprattutto nella ricerca del merito in questo stanco panorama editoriale che, come l’acqua per Grittani, trova sempre la strada per scivolare a valle, e anche quando non lo fa attraverso i solchi tracciati dalle convenzioni, finirà comunque per rompere gli argini, riversandosi sulla mediocrità che densa si aggrappa alle pareti della nostra coscienza.

La rampicante è un romanzo corale, la cui storia si sviluppa lungo il corso della narrazione attraverso imprevedibili ramificazioni che crescono, cambiano traiettoria e si inerpicano in una trama che sempre ci riporta al fango da cui si dirama. Il lessico è colto in umiltà, ricco di metafore che attraggono e colpiscono per la loro bellezza priva d’intenti celebrativi, tali da trascinare fin da subito in un’atmosfera nella quale il Realismo Magico di cui si fregia, strizza l’occhio ai temi più cari del miglior Borges: il tempo, la personalità, la morte ma non solo, attraverso però una scrittura italianissima (mi si perdoni il superlativo), più vicina al nostro Dino Buzzati. Eppure, in questo vortice d’influenze apparenti, che sembrano stabilire un tempo ormai passato nell’immaginario di ognuno di noi, ogni passo di questa storia trova posto nell’armonia della contemporaneità, perfino quando l’autore descrive oggetti come un telefono di ultima generazione, o un software di ritocco fotografico, che non spostano la percezione del sentimento, neppure agli occhi di un avvinto dei “bei tempi andati” come il sottoscritto, e dove proprio le parole del poeta argentino sembrano trovare la degna collocazione tra le intenzioni dello scrittore foggiano: “Secoli e secoli, e solo nel presente avvengono i fatti”.

Non sono pertanto le influenze letterarie a definire lo stile di Davide Grittani, quanto la sua capacità di riportare l’equilibrio a ogni accenno di disperazione. Nel punto preciso in cui il lettore sente crescere l’angoscia generata dall’affrontare argomenti toccanti, lo scrittore stabilisce una tregua attraverso un’ironia aspra e selvaggia come il vegetale che dà il titolo al romanzo, o graffiante come la voce della piccola Edera, la protagonista, resa tale da un mutismo protratto che ricorda la camminata incerta di un funambolo, il quale ferma nel silenzio la propria concentrazione.

Oltre la trama, che definire felice scatena l’antinomia anche quando riferito alla buona riuscita dell’opera, la vicenda tocca il tema poco indagato del trapianto d’organi, prendendo spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto nei primi anni novanta, attraverso il quale la storia si sviluppa, in una saga familiare dolorosa e autentica, aggrappandosi a questioni forse meno insondabili ma che ci rendono riconoscibili oltre gli aspetti empirici di questo caso specifico. Ma al di là delle vicissitudini dei personaggi principali: Riccardo Graziosi ed Edera, il cui fascino meriterebbe a mio dire una trattazione a parte, ci sono tutta una serie di figure che definire “minori” sarebbe avventato, se non addirittura sbagliato. Tra tutti scelgo di citare l’infermiera dell’ospedale in cui è ricoverato il padre del protagonista, identificata (per somiglianza) nella figura di Laura Betti, attrice italiana degli anni settanta nota tra le altre cose per il sodalizio con Pier Paolo Pasolini e che, ironia della sorte o volontà dell’autore, sembra incarnare oltre il tempo dei fatti narrati e perfino delle intenzioni, le vicende di questo romanzo attraverso i versi dello stesso Pasolini messi in scena dalla Betti:

[…]

Coloro che non ci appartengono più!

Trascinati da un nuovo soffio della storia

Ad altre vite, con le loro innocenti gioventù!

[…]

Della mia morte (vista in un fosso

secco formicolante di primule,

tra i filari tramortiti dall’oro, a ridosso

di casolari scuri contro un azzurro sublime).

La prosa trascina e respinge. Cattura e allontana continuamente, perfino nei monologhi del protagonista che irrompono nella narrazione in un groviglio dal quale diviene impossibile liberarsi, costringendo il lettore a vedere oltre, più a fondo, a camminare sul filo delle proprie paure che si manifestano davanti alla brutalità di certi avvenimenti, o nel comportamento anomalo di una bambina innocente, lontana da ogni contegno accettato che, per quanto dolce in frangenti di grande umanità, diviene spaventosa nel suo essere irriconoscibile dalla miseria delle nostre limitatezze. Dunque il dono, sia che si tratti di una seconda occasione, che di una “diversità” in grado di elevare da tutto ciò che di gregario propende all’estinzione dell’essere singolare, sembra patire il superamento della zona di conforto che lo respinge, in un conflitto perenne tra il desiderio di riceverlo, e la tendenza al rigetto una volta ottenuto.

Ma in questo magma di emozioni, sapientemente dosato dall’autore come un flusso di corrente che aggira gli ostacoli attraverso imprevedibili artifici lessicali, anche l’argomento più spinoso finisce per divenire parte della bellezza. Si perde, in senso letterario, nel gorgo dello stile impeccabile che ha nel rendere accettabile il dolore la sua più grande qualità. La sofferenza diviene conforto. La lotta per la sopravvivenza; la ribellione a un destino inaccettabile oltre il quale perfino la morte ne rappresenta la nemesi, mentre lo sforzo silente per fuggire da ogni accettazione passiva, la catarsi di una vita indomabile che, oltre la sofferenza, e sebbene in essa si manifesti, dona lampi di beltà che la riportano al suo essere degna d’essere vissuta: all’Eterno Ritorno del medesimo.

A questo punto vorrei davvero sostenere il mio pensiero aggrappandomi alla rivelazione della trama, ma sarebbe un errore imperdonabile poiché oltre il “canovaccio”, discriminante in termini di attrattiva, il modo con il quale l’autore ci racconta gli eventi s’innalza aggrappandosi alle pareti della pagina, sale sui giorni di tutti noi, come l’edera sulla facciata di una casa nel Quartiere dei Poeti, soffocando talvolta, salvo poi regalare bagliori di uno stile narrativo verdeggiante, proprio di quella letteratura che resiste all’ombra dei riflettori, e che come l’edera di Grittani appunto, si nutre del crepuscolo e al riparo dal sole compie silenziosi prodigi.

Scelgo quindi di non credere a tutto ciò che mi raggiunge, voglio cercare in me la risposta senza accettare alcuna verità prestabilita, ma inseguendo le parole di questo romanzo nel quale la tragedia ci sorregge, dando voce alla disperazione in un modo che, per quanto conduca al dolore, allo stesso tempo ci conforta da una solitudine troppo spesso ritenuta esclusiva, allontanandosi, pagina dopo pagina, dal bitume colato sul senso più alto del dono, che stavolta prende il nome di un romanzo che sono certo, continuerà ad arrampicarsi per molto tempo ancora sulle pareti delle librerie.

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