Quattro passi nella notte

Quattro passi tra le strade del mio paese. Dormono tutti. Il silenzio spezzato dal rumore delle auto in lontananza; scie di abbandoni e ritorni, partenze e nuovi abbracci che spingono lontano la mente ormai sveglia da troppe ore. Volge alla notte ogni oggetto attorno a me, sussurrano le cascate di capperi radicati tra le pietre dei muri che costeggiano il castello, e si traduce la visione del frutto prezioso, nelle pagine di un vecchio libro di Calamandrei; di un ricordo lontano e familiare, caldo e protettivo in questa solitaria camminata attraverso la tenebra.

Si accendono qua e là nella canicola di questo inizio d’estate, i bagliori delle lucciole in amore a scandire il passo incerto sull’erta, che ogni volta conduce al passato. Tutto è ancora qui, eppure, niente è più come prima. Un gatto mi osserva e lentamente si allontana dai bastioni, l’attenzione si fa vigile al cielo opalescente di quest’afa notturna che toglie ogni speranza al sonno, mentre una brezza leggera sorveglia il barbacane, soffia sulla pelle accaldata e solleva il mio pensiero oltre le mura della villa, dove un tempo si rifugiavano i caprioli per sfuggire alla ferocia dei lupi affamati.

Quattro passi tra le strade del mio paese addormentato, laddove s’è sperduta la mia vita nel silenzio; teatro di sogni e speranze, tragedie e fallimenti, risuonano adesso le parole di amiche sfiorate nel corpo in risonanza, nei pensieri che anticipano il gesto di azioni ispirate dalla partecipazione intellettuale, di scritti mirabili. Distinguo il tempo che fu, la luce fioca della terrazza dalla quale il baluginare del progresso è divenuto inibitore di passioni soffocate dalle insegne, laddove un tempo cercavamo rifugio per crescere i nostri giovani corpi esultanti, avvolti adesso da questa nebbia canicolare.

Soffia il vento carico di un’oceanica umidità; smuove le vecchie conifere e s’incunea nell’arco della torre di guardia. Cammino nel passato di tutti noi. Ovunque io mi trovi adesso, sono ormai troppo lontano e mi assale uno straziante smarrimento. Luci soffuse alle finestre sopra di me, nelle stanze di qualcuno che cerca conforto nel fatuo bagliore che spezza la notte e cancella il pulsare amoroso dei coleotteri in questo lento divenire.

Secoli di passi sui miei sensi, risuonano dal ricordo di coloro che m’hanno preceduto facendosi carico di guidarmi in questa veglia di passione. Sento gli occhi gonfi per la stanchezza; un desiderio incontenibile di abbandonarmi alla quiete del sonno ristoratore mi raggiunge in questo caldo che s’è fatto specchio, ricordo di un passato che sfuma come l’Orsa Maggiore nell’afa di giugno, e si rafforza sulle pietre lisce del selciato, dove ancora risuona il crepitio delle carrozze.

Quattro passi tra le strade della mia vita, oltre gli smerli dei frombolieri, tra coloro che non ci sono più con le proprie parole e permangono in me come mura abitate, nell’attesa che s’affacci un sentimento sul quale gettarsi. Sale dunque la rabbia, cede il passo all’umanità e si fa strada un imperante bisogno di vendetta, di violenza che assale, sbrana la gola, strappa gli occhi dal bulbo e s’avventa sul male con tutta la ferocia delle costrizioni, di una liberazione fisica che tenta di emergere oltre ogni controllo, di una natura agognata e instabile, mentre attende il ritorno del lupo che sgozzerà l’agnello arrogante. Eppure, in questa notte straziante, tornano le voci delle persone care, mi sorreggono sul cammino che si dispiega davanti a me nel controllo delle pulsioni. Sollevano il vento come sussurri, sfiorano la mia pelle le carezze di mia madre prima di congedarsi dalle fatiche serali, e avanza il mio incedere per le strade di questa terra che a stento riconosco, nel suo muto progresso laggiù, nel panorama che cambia, sulla strada di casa che si dissolve nell’aurora di un nuovo giorno.

Quattro passi tra le strade del mio paese.

Requiem Generazionale

Eppure è tutto qui, tra i passi accesi del lungarno. Nell’aria calda di un’estate che sembra voler anticipare i tempi dopo una grigia primavera, la mente si dimena nella risonanza di ogni cellula educata da mesi di straziante solitudine. Cosa resta da dire? Un passo dopo l’altro, mi distraggo nella fatalità incandescente di quest’ambizione che oggi, porta il volto di un desiderio di vita. Vivere oltre ogni lamento interiore; esserci a ogni costo. Eppure, a ogni costo fuggire per non perdersi. Affrettare il passo per le vie di San Frediano, dopo aver ascoltato una timida liceale leggere un brano di Vasco Pratolini, con quel candore adolescenziale che si manifesta nel rossore delle guance accaldate, nel tremore di mani sudate, nelle parole che si rompono, confondendo il senso della frase col perdono in noi tutti per l’innocenza perduta.

La voce si spezza, gli occhi si sforzano di strappare il legame con la pagina nel tentativo di scorgere l’espressione altrui. Il libro lacerato, contorto tra le dita dal bianco candore, e le parole rubate al tempo sotto le balze di Villa Bardini, smettono di esistere. Eppure, quell’oggi è adesso. Quanta tenerezza, malinconia, vergogna, prima del sollievo finale, di un compito arduo portato a termine con coraggio, che si mostra al cospetto delle compagne in disparte a dar manforte. Un lungo sospiro; sembra fatta dunque, ma l’incanto di questo momento irripetibile si è spezzato per sempre e si esiste di nuovo, verso il tormento, tra le aspettative disattese, di una ricerca che a nulla conduce se non alla rappresentazione di sé in quel preciso istante di rara purezza, quando tutte le fragilità si sorreggono sull’emozione precaria che sola è vita pulsante.

Ecco l’amico. Il libro posato con docile premura sulla verticale celebrativa, ci spinge al consenso attraverso una “deformazione” nell’una o nell’altra dimensione professionale. I risvolti di copertina sulle pagine scelte e la lettura ormai ferma, sicura, priva, all’apparenza almeno, di quel candore giovanile che è ribollire di speranze, verso un doloroso approccio rivisitato nelle voraci parole di sentimenti turbati, ai quali vorrei adesso aggrapparmi per risalire, dopo parole sussurrate, adesso che ogni lucida apparenza mostra il tempo sfiorito dei miei anni migliori.

Allora, la mente fatica a tenere. Le parole entrano, ma lo sguardo si perde tutt’attorno nella speranza di comprendere cosa sia tutto questo dolore che mi raggiunge. Dov’è sparito il rossore sulle guance? Il tentativo maldestro di un’accuratezza adeguata alla circostanza che non tradisca gli anni, il breve passato suo e di Toschina, e quel bambino in prima fila, attento e fiero nei suoi occhiali scuri indossati senza curarsi del sole ormai sparito dietro la cattedrale di Santa Maria del Fiore, diretto verso un tempo ancora tutto da scoprire.

Ascolto. Vedo la mia terra far da scenario al mio amico e ripercorro gli anni miei in questa città immutata, la cui fissità poco prima mi rendeva sereno, e che l’evento ha sbaragliato nell’avvicendamento di queste parole rotte dalle generazioni. Si è fatto tardi. Il passo si affretta sulle pietre sbilenche di Costa San Giorgio; sui cassonetti a bordo strada l’intuitiva rappresentazione di alimenti deperiti, come se tutto, a un certo punto, dovesse essere gettato per non turbare la vista di quelle ragazze con le spalle nude che sulla riva del nostro fiume, sognano ad occhi aperti le proprie parole, eccitate dal fragore dell’acqua abbondante dopo giorni di pioggia intensa.

È già ora di cena. I locali del borgo sono pieni, tutti sembrano felici allo stesso modo, una coppia si tiene per mano davanti a me: è forse questa la vita? Fuggo da un disperato silenzio…