Requiem Generazionale

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Eppure è tutto qui, tra i passi accesi del lungarno. Nell’aria calda di un’estate che sembra voler anticipare i tempi dopo una grigia primavera, la mente si dimena nella risonanza di ogni cellula educata da mesi di straziante solitudine. Cosa resta da dire? Un passo dopo l’altro, mi distraggo nella fatalità incandescente di quest’ambizione che oggi, porta il volto di un desiderio di vita. Vivere oltre ogni lamento interiore; esserci a ogni costo. Eppure, a ogni costo fuggire per non perdersi. Affrettare il passo per le vie di San Frediano, dopo aver ascoltato una timida liceale leggere un brano di Vasco Pratolini, con quel candore adolescenziale che si manifesta nel rossore delle guance accaldate, nel tremore di mani sudate, nelle parole che si rompono, confondendo il senso della frase col perdono in noi tutti per l’innocenza perduta.

La voce si spezza, gli occhi si sforzano di strappare il legame con la pagina nel tentativo di scorgere l’espressione altrui. Il libro lacerato, contorto tra le dita dal bianco candore, e le parole rubate al tempo sotto le balze di Villa Bardini, smettono di esistere. Eppure, quell’oggi è adesso. Quanta tenerezza, malinconia, vergogna, prima del sollievo finale, di un compito arduo portato a termine con coraggio, che si mostra al cospetto delle compagne in disparte a dar manforte. Un lungo sospiro; sembra fatta dunque, ma l’incanto di questo momento irripetibile si è spezzato per sempre e si esiste di nuovo, verso il tormento, tra le aspettative disattese, di una ricerca che a nulla conduce se non alla rappresentazione di sé in quel preciso istante di rara purezza, quando tutte le fragilità si sorreggono sull’emozione precaria che sola è vita pulsante.

Ecco l’amico. Il libro posato con docile premura sulla verticale celebrativa, ci spinge al consenso attraverso una “deformazione” nell’una o nell’altra dimensione professionale. I risvolti di copertina sulle pagine scelte e la lettura ormai ferma, sicura, priva, all’apparenza almeno, di quel candore giovanile che è ribollire di speranze, verso un doloroso approccio rivisitato nelle voraci parole di sentimenti turbati, ai quali vorrei adesso aggrapparmi per risalire, dopo parole sussurrate, adesso che ogni lucida apparenza mostra il tempo sfiorito dei miei anni migliori.

Allora, la mente fatica a tenere. Le parole entrano, ma lo sguardo si perde tutt’attorno nella speranza di comprendere cosa sia tutto questo dolore che mi raggiunge. Dov’è sparito il rossore sulle guance? Il tentativo maldestro di un’accuratezza adeguata alla circostanza che non tradisca gli anni, il breve passato suo e di Toschina, e quel bambino in prima fila, attento e fiero nei suoi occhiali scuri indossati senza curarsi del sole ormai sparito dietro la cattedrale di Santa Maria del Fiore, diretto verso un tempo ancora tutto da scoprire.

Ascolto. Vedo la mia terra far da scenario al mio amico e ripercorro gli anni miei in questa città immutata, la cui fissità poco prima mi rendeva sereno, e che l’evento ha sbaragliato nell’avvicendamento di queste parole rotte dalle generazioni. Si è fatto tardi. Il passo si affretta sulle pietre sbilenche di Costa San Giorgio; sui cassonetti a bordo strada l’intuitiva rappresentazione di alimenti deperiti, come se tutto, a un certo punto, dovesse essere gettato per non turbare la vista di quelle ragazze con le spalle nude che sulla riva del nostro fiume, sognano ad occhi aperti le proprie parole, eccitate dal fragore dell’acqua abbondante dopo giorni di pioggia intensa.

È già ora di cena. I locali del borgo sono pieni, tutti sembrano felici allo stesso modo, una coppia si tiene per mano davanti a me: è forse questa la vita? Fuggo da un disperato silenzio…

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