Lo strappo (Onirico)

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All’improvviso un’esplosione nella notte. Il legno del vecchio tavolo si restringe e mi raggiunge un’inattesa sensazione di vuoto. Il corpo reagisce aggrappandosi all’aria; le pupille si dilatano, cercano appiglio nell’oscurità e mentre i suoni si chiariscono nella mia testa che li decifra, di nuovo sono sveglio. Ecco l’insonnia. Puntuale, attende camuffata dalla stanchezza serale che mi fa chiudere gli occhi, quando invece vorrei trattenermi ancora un po’ in questo istante di passione. M’inganna il vuoto: disteso sul letto con un libro tra le mani, sento il corpo sprofondare senza controllo, una sincope che il colpo sul petto irradia di stupore, interrompendola. Ancora un sussulto e già sono pronto per farcela: cosa potrebbe turbare ancora l’abbandono? Eppure, i sensi si preparano al conflitto, non sembrano intenzionati a concedere nulla a questo corpo sfinito dal caldo e dalla fatica di giorni troppo lunghi, come se davvero la stanchezza fosse l’impedimento più grande al meritato riposo, e non restasse che la condanna di una veglia senza fine.

Mi rigiro. Ascolto il grido di una civetta sul platano dietro casa, distolgo lo sguardo dal led pulsante del condizionatore il cui lento sbuffare ricorda il respiro di una belva ammansita, mentre la casa prende vita nei suoni che il giorno cancella. Mi sposto di lato. Abbraccio il cuscino in posizione fetale, sposto il braccio dall’impronta del materasso e lo lascio fluttuare nel vuoto. Alieno, disperato nel tentativo di abbassare la temperatura del mio corpo che si attiva, percepisco il ronzio del frigorifero, l’incedere delle lancette di un orologio, il fruscio del corpo nudo sulle lenzuola attorcigliate… Il tempo si sta deformando, rallenta in prossimità di questa massa di pensieri che adesso prende forma e mi allontana dal sonno. La vita sembra immobile, corrotta dallo spauracchio di un’altra nottata insonne, mentre il mondo sussurra nel respiro del riposo.

Lentamente i rumori si amplificano. Come una tortura che nel tempo diviene insopportabile, gocce silenziose sulla testa si trasformano in colpi di tamburo nelle orecchie. Il ronzio diviene una scarica elettrica, la luce intermittente un bagliore che squarcia le pupille e il grido della civetta bianca, il lamento di un infante disperato. È la veglia del condannato a morte; l’ultimo pasto che ha perduto ogni sapore e diviene, nel palato asciutto della commozione, un bolo informe di carta salata. Tornano le immagini, gli eventi appena trascorsi si attaccano alla schiena ogni volta che mi rigiro per trovare conforto negli spazi di letto inesplorati, e a mano a mano che il tempo passa, quello che avrebbe dovuto essere l’abbandono alla notte diventa un surrogato di vita fatto di ricordi e fantasie che si combinano, come nel sogno, in questa veglia che mi violenta.

La gola si stringe al pensiero del tempo che ancora mi separa dall’alba. Vorrei sprofondare, ricucire gli strappi della mente che reagisce a sensazioni indotte dall’irrequietezza, di non trovare conforto, di non riuscire ad abbandonarmi quando tutto attorno a me sembra distaccato dalla terra e mi risulta impossibile perfino credere che non sia così per tutti noi. Allora, vorrei affacciarmi alla finestra e gridare ai vicini che è tutta una farsa, che è solo per pudore alle tenebre se fingono di dormire sereni nel proprio letto, mentre in questo lamento segreto stiamo tutti attendendo che l’alba giustifichi il nostro comune senso del pudore.

E in questa lenta agonia sento tutto. Ascolto, annuso, percepisco cose che altrimenti mi sarebbero precluse. Fiuto l’aria attorno a me: l’odore delle lenzuola pulite, della pelle accaldata, dell’aria condizionata; percorro con le dita ogni piega sulle lenzuola e quella che prima era una cupa oscurità impenetrabile, nell’adattamento visivo si rivela. Le cose prendono forma, le ombre acquistano spessore nominando gli oggetti che la mente riconosce. Sono vigile, ogni cellula risponde agli stimoli dell’ambiente e mentre mi sposto in questa notte disperata, mi sveglio di soprassalto ed è già giorno. Con gli occhi gonfi mi chiedo quale sia il confine tra sogno e realtà che ogni volta mi sfugge; gli impalpabili ricordi sulla linea oscillante che separa verità e immaginazione si dissolvono in questo carico di stanchezza che mestamente, condurrò nella luce…

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