L’angolo di Parallasse

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Allora noi ci uniamo così, come parti di uno stesso insieme, proiettate dal medesimo destino d’appartenenza, in quell’angolo compiuto della nostra visione.

Chiudo l’occhio destro, e dalla finestra di camera vedo il gatto del vicino che si arrampica furtivo verso nuove avventure senza tempo. Torna vivo il ricordo di un gioco dimenticato con la fine dell’innocenza; lo riapro e chiudo l’altro, il gatto scompare nel taglio di luce e si palesa alla vista parziale, il motivo del suo incedere lento: un passero distratto scuote le fronde del vecchio platano in cerca di larve. So che aprendoli entrambi, l’angolo di parallasse mostrerebbe la scena completa ma in questa visione parzializzata dall’alternanza, sento di assecondare un ritorno privilegiato, al punto che mi raggiunge una strana euforia. Il disgelo di un orizzonte che sento di aver frammentato troppo spesso, impedendo a me stesso il compimento, l’intuizione di tutte le cose nella loro interezza, attraverso l’inganno che adesso assecondo, frazionando la realtà che mi circonda in modo consapevole.

Con la mano sull’occhio destro torno bambino. Il gatto assume la posizione del cacciatore, sembra prossimo al salto e sebbene non possa vederlo adesso, la mia mente completa la visione materializzando l’immagine dell’uccellino distratto dalla fame, che avidamente ingurgita le succulente larve di farfalle che mai dispiegheranno le proprie ali se non attraverso vani esistenziali negativi. Per un attimo mi sento divino; potrei ancora impedire al gatto di avventarsi sulla vittima ignara, ma niente ho potuto per garantire il breve librarsi di una farfalla colorata e di nuovo, torno umano. Mi assale l’angoscia, il desiderio di assistere allo scorrere del tempo, al realizzarsi davanti “ai miei occhi” dell’alternanza tra la vita e la morte, tra la fine di tutto e la continuazione, alla necessità di un sapere che si dibatte in questo luogo di forze che tento di controllare per non interferire col destino.

Chiudo l’occhio sinistro. Non trovo il coraggio di osservare la scena nella sua interezza perché ciò muterebbe il pensiero parziale in quell’unica possibilità, cancellando per sempre questa ritrovata fanciullezza. Compare il passero; ignaro, scuote la testa da un punto all’altro del ramo davanti a sé. Saltella e cinguetta sereno, inconsapevole del pericolo imminente: vive. L’istinto al nutrimento travalica le difese. Penso al gatto che ne intuisce la distrazione, mi basterebbe aprire entrambi gli occhi per raggiungere la completezza, eppure, sento che spezzerei quell’incanto che mi conduce all’innocenza, all’immaginazione attraverso la fantasia d’infiniti finali possibili come quando ancora riuscivo a sognare. Solo in questa visione parziale, dunque, posso restare fanciullo. Vincere la paura attraverso l’indeterminazione, laddove il passero gioisce alla vita senza il rischio che un gatto famelico ne cancelli per sempre l’esistenza, e in questa visione incompleta, il felino è soltanto una creatura dolce che si aggira, nella coscienza addomesticata, tra i rami nodosi del vecchio platano. Resta viva la speranza. La paura di una visione totale, nella quale la vita si mostra spoglia da ogni dolcezza a favore di un comune senso di sopraffazione, svanisce nella frazione minima del passero spensierato.

Di nuovo chiudo l’occhio destro e l’uccellino sparisce nell’angolo spezzato in cui adesso si manifesta il gatto ormai prossimo all’attacco. Avanza in porzioni di spazio millimetriche per guadagnare terreno; ha i sensi allertati mentre sento che il passero li ha confusi nell’estasi del banchetto, quello stesso piacere agognato dal felino che invece asseconda la frustrazione della povertà, manifestando la ferocia. Eccolo. Spicca il salto e scompare nel punto morto che soltanto l’occhio destro potrebbe mostrare, ma scelgo di non calcolare la distanza attraverso visioni che si compensano per generare una realtà di dolore. Distolgo lo sguardo dalla finestra lasciando alla mia mente la possibilità d’immaginare l’uccellino che sfugge smaliziato dalle grinfie del gatto, mentre l’angolo si ricongiunge e l’innocenza svanisce di nuovo.

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