L’importanza del prologo per domare il pensiero

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Se mi chiedessero di esprimermi sul saggio di Esther Basile, incentrato sull’opera (e la vita) di Oriana Fallaci, la definizione che sceglierei senza tentennamenti sarebbe “un lavoro indispensabile”. La struttura dell’Opera si compone di tre parti ben distinte che, in armonia tra loro, ne determinano il valore sia da un punto di vista biobibliografico che filosofico. Non si tratta, infatti, di una mera esposizione di fatti storici e circostanze familiari, non soltanto almeno e pensarlo sarebbe già un limite al suo recepimento, ma di una ricerca ad ampio raggio che, col dovuto rispetto e distacco, rappresenta attraverso una documentazione minuziosa (e intuizione dell’autrice), il riverbero accecante dell’Oriana Fallaci scrittrice prima, e personaggio poi.

Il prologo, sul quale intendo concentrarmi in questo articolo, assume fin da subito i toni di uno studio espositivo puntuale e complesso, intriso nella sua lucida rappresentazione di una profondità troppo spesso respinta quando si affrontano autori di tale caratura, estremamente funzionale alla comprensione del testo in oggetto e dell’opera della scrittrice fiorentina (o scrittore come preferiva essere definita). Uno strumento che l’autrice di quest’opera ci consegna sbaragliando fin da subito il campo da pregiudizi sconvenienti e conclusioni affrettate. Il tutto si apre con una domanda cruciale attraverso un delicato approccio espositivo che non contempla l’intento d’influenzare il lettore: “Sono state più forti le nostre Ideologie o le nostre Utopie?”- e da ciò la domanda più importante di tutte, che solleva la questione identitaria sul “chi siamo?” oggi.

Sull’esperienza ermeneutica, quale relazione interpretativa dal punto di vista filosofico dei mutamenti (e dei testi) della contemporaneità, l’orizzonte si spalanca mostrandosi immerso in un pulviscolo che lo rende opaco, apparentemente privo di continuità e pertanto puntiforme (come nelle parole dell’autrice), caratterizzato dall’indeterminazione di ciò che è singolare in materia umana, ma soprattutto evidenziando la non riconciliabilità di punti di vista differenti che, in misura attenta, mette in luce un’indeterminazione più simile a qualcosa di sregolato. Non una variabile all’equazione dunque, né una costante in grado di ridimensionare l’iperbole del pensiero, bensì una deviazione folle e pericolosa dell’Ente, corrotto da eventi incontrollabili e non da una scelta consapevole, senza per questo entrare in merito al giudizio soggettivo. Una crepa del tessuto che taluni tentano di ricucire mentre altri sembrano intenzionati ad allargare; eppure, in questa natura puntiforme e incoerente, attraverso una riflessione attenta e profonda che non richieda necessariamente uno sforzo poderoso ma soltanto il desiderio distinguente cui ogni mente dovrebbe ambire, lo strappo sembra talvolta rivelare la luce, restituendo all’errore l’importanza che ha il riconoscerlo e correggerlo perfino nella sua accettazione.

Nel dettaglio, la perdita d’identità alla quale stiamo assistendo offre Campi di Battaglia sui quali si scontrano gli aspetti più recenti di conflitto sociale rappresentato dal fenomeno dell’immigrazione. La sfida pertanto è il divenire (in un auspicabile divenire), parti attive e non spettatori passivi di eventi all’apparenza lontani da noi, che ci coinvolgono direttamente in quanto modificatori del tessuto ambiente sul quale operiamo, anche quando il loro eco proviene da isole lontane.

Oggigiorno niente e nessuno è più così distante, né lo sono gli effetti delle nostre azioni sull’altro e in questo, la politica ha ampiamente dimostrato i suoi limiti. La comunicazione è divenuta talmente rapida che perfino il concetto di Laplantine sull’Essere e l’Avere, analizzato come strumento di comprensione, manifesta appieno la propria argomentazione sull’espansione e contrazione del tempo, in un modo però ambiguo, sembrerebbe. Ambiguo nel suo rapportarsi con l’Ente e i fatti che lo toccano e che Esther Basile esprime con chiarezza quando sostiene che: “Benché la maggioranza delle azioni della vita quotidiana risenta praticamente il senso della tradizione (si noti il pragmatismo dell’espansione), quando però il mutamento che tocca la nostra esperienza del mondo si fa così veloce (e dunque si contrae), allora anche il passato rischia di perdere la propria autorità…”.

Ecco dunque che la definizione Indispensabile usata pocanzi, sovrasta il vagito infantile di un’apparente leziosaggine per definirsi, a mio dire, nell’onestà di un bisogno accertato e incontrovertibile, quello cioè di mantenere viva una memoria edificante sotto il profilo del confronto, in questo caso sull’opera di una figura apicale come quella di Oriana Fallaci, ma soprattutto quale concetto universale che salva il tempo mantenendo in espansione il confronto costruttivo e costruente, contro un bieco campanilismo che rappresenta appunto la non riconciliabilità di punti di vista differenti. Che cosa vuol dire dunque orientarsi nel pensiero? Ma soprattutto, in quale altro modo farlo se non preservando tale memoria perché non si estingua l’increspatura empirica da essa generata sul nostro presente?

Quando l’accento cade sulla “non rinuncia all’avere” quale sdoganamento dell’irrinunciabilità dell’uomo al possesso di cose materiali, spesso inutili e superflue, l’Identità stessa diviene un oggetto inflazionato, smodatamente diffuso dalla rivendicazione di appartenenza, così come abusati parrebbero essere questi avverbi che tentano di resistere a un modello acquisito di privazione di contenuti, al punto da rendere grottesco il tentativo di contrastarne l’avanzata. Tuttavia, assistiamo quotidianamente all’impoverimento del linguaggio che non diviene sintesi auspicabile del concetto espresso bensì caricatura di esso e, a tal proposito, meglio abbondare.

In quest’orizzonte limitato (e limitante), nel quale l’identità diviene una singolarità scissa dal suo aspetto continuativo originario, la pluralità diviene un raggruppamento forzato nel quale convivono entità stereotipate il cui legame, debole, esula dall’interrogativo profondo sul cosa voglia dire orientarsi nel pensiero. Sull’osservazione inerente alla pluralità che contraddistingue il tempo e lo spazio, l’autrice mostra l’aspetto attoriale dell’io e, nella puntualizzazione racchiusa tra parentesi (personaggio) emerge, anche graficamente, lo scisma di concetti distinti che, assecondando forse quella linearità perduta, suppone uno spostamento nel tempo che conduce dal primo (attore) al secondo (personaggio) aspetto della personalità soggettiva.

Se davvero” l’identità ci chiude”, come nella citazione di Francois Jullien utilizzata, allora è necessario mettere in evidenza un altro concetto sottolineato riguardante il pensiero di Hannah Arendt per la quale non esiste niente e nessuno al mondo che possa prescindere dall’osservatore esterno. Tale astrazione, riconducibile per certi versi alla teoria scientifica del Principio Antropico che prevede un ruolo privilegiato dell’uomo non soltanto nella storia che lo riguarda ma nella natura stessa dell’universo per come lo conosciamo, mostra i limiti evidenti dell’essere umano che si rifiuta di volgere al passato il proprio sguardo indagatore, fermo nella convinzione circoscritta che in esso non vi sia la crescita emotiva per un domani consapevole. Tale strumento va invece accettato ma non solo, è ancor più importante riconoscerlo per comprendere i fatti senza esserne influenzati direttamente in un adeguamento imposto che penda sia dall’uno che dall’altro lato del sistema binario cui l’autrice fa riferimento nell’incipit dell’opera. Il fatto di dire destro o sinistro, alto o basso, uomo o donna… assume in tal senso connotati dissociativi che solo l’impegno alla memoria è in grado di impedire, ed è proprio questo, a mio dire, lo strumento che l’autrice ci consegna nel suo prologo che andrebbe letto con attenzione funzionale alla comprensione dell’intero lavoro, e non come una semplice introduzione il cui scopo sia di spingere alla lettura più godibile che necessariamente ne consegue. In tal caso, pertanto, l’apprendimento non può esimersi dal confronto civile sul pensiero intellettuale che, perfino nelle differenze di vedute, resta il fondamento di una crescita positiva scevra da tutti gli “ismi” che un binario a senso unico inevitabilmente comporta.

Basandosi sullo studio del pensiero, l’autrice fa notare come la conoscenza oggigiorno possa essere solo frammentaria e incompiuta, e come il susseguirsi rapido dei mutamenti epocali ultimi tenda a togliere peso (autorità) al passato in quanto educazione al presente, sebbene la nostra esperienza quotidiana risenta della tradizione che, se non trattenuta, diviene un pulviscolo inconsistente privo di gravità per quanto in noi radicato. La pratica filosofica nel mondo tenta di affrontare, talvolta con scarsi risultati va detto, il problema di mantenere un atteggiamento critico non soltanto verso le altre culture identitarie ma anche, e soprattutto, verso la propria. Una sorta di confronto regionale che tende a respingersi, a rifiutarsi invece che unirsi allo scopo di creare molecole sempre più complesse e funzionali alla crescita (o progresso), votato al rispetto per ciò che è diverso contro tutte le singolarità di cui disponiamo e delle quali sentiamo di non poter fare a meno.

Qualunque sia la natura di un testo, si ha spesso la tentazione di saltare tutto ciò che anticipa il fulcro della narrazione. Il pensiero ristagna nella superficialità che il recepimento rapido ingigantisce attraverso l’impoverimento del linguaggio, come se conoscere il nome dell’assassino fosse più importante che l’apprenderne le gesta. Allora, risulta evidente l’importanza di queste anticipazioni, soprattutto in un’opera di saggistica come questa per impedire che si estingua la questione, perché il dibattito si mantenga vivo nel tempo e nelle intenzioni. Non sfuggano dunque le parole di Elio Pecora nella sua introduzione quando afferma, citando una lettera di Oriana Fallaci a Pasolini: “Uguali nella lotta senza tregua contro l’apparenza e la stupidità”; e neppure la citazione scelta dall’autrice in apertura in relazione al poco tempo a nostra disposizione, e alla necessità di far sì che le cose accadano in fretta. Ma di quale rapidità parliamo? Certo non del tipo offerto dagli odierni mezzi di comunicazione che nel messaggio sibillino si spogliano di ogni rispetto verso l’interlocutore, quanto piuttosto alla sveltezza di un’azione consapevole che per compiersi necessita di una profonda e preventiva comprensione dei fatti, senza alcuna apologia di comodo appannaggio, pare, di una certa classe d’intellettuali emergenti.

In un tempo in cui gli slogan pubblicitari tendono a spostarsi verso una seppur breve narrazione, la misura del confronto spinge invece per la rissa verbale, schiamazzo da pollaio, in cui le frasi hanno lo scopo di pugnalate offensive per abbattere l’altro. Tuttavia, la sintesi non deve (o non dovrebbe) essere ritenuta il dono della comprensione, né di un’incauta capacità divulgativa, ma il resoconto essenziale di concetti assimilati ed esposti senza esaltazione, altrimenti, come sostiene Husserl, si tratterebbe soltanto dello “sfaldarsi dell’esperienza nella sua totalità”. Se però, come asserisce Wittgenstein nel terzo principio del Tractatus Logico-Philosophicus: “L’immagine logica dei fatti è il pensiero”, allora, per ottenere una visione completa dei fatti ed evitare lo sfaldamento della loro totalità è necessario che il pensiero si completi attraverso una visione più ampia, scongiurando a tutti i costi il pressappochismo cui una certa classe dirigente vorrebbe educarci. Detto ciò, non si può certo sfuggire dalle proprie colpe.

Indubbiamente parlare di Oriana Fallaci da un punto di vista onesto e distaccato richiede coraggio, ma oltrepassata la soglia del timore, non resta che rispondere alla domanda iniziale “chi siamo?”, con un’altra domanda che in sé contiene già tutte le risposte: “Chi decidiamo di essere?”, e su questo l’Indomabile scrittrice fiorentina non aveva alcun dubbio.

Roberto Masi

 

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