Risonanze Databili (una falsa recensione)

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Dopo quindici anni d’inspiegabile (ma neppure troppo) silenzio, esce per i “tipi” di Bardamu Editore il nuovo romanzo di Placido Dellai: Risonanze Databili. Autore classe 1958, Dellai, al secolo Sauro Cairioli, incarna alla perfezione l’ideale dello scrittore dalla scarsa produzione letteraria le cui opere, tuttavia, per complessità e valore letterario, rappresentano il ricongiungimento del lasso di tempo intercorso tra il suo lavoro precedente e quello attuale, ovunque s’intenda collocare tale segmento nella sua breve produzione artistica. Ancora una volta dunque, non delude, e lo fa attraverso un testo ancora più enigmatico dei precedenti tra i quali a onor di cronaca segnalerò il mio preferito, Addio fino a stasera, quale espressione rappresentativa di un certo gusto personale e perfino del suo mutamento stilistico che si discosta dai suoi precedenti lavori.

Raccontare, seppur brevemente, la trama di questo Risonanze Databili non sembra essere cosa facile e men che meno lo sarà rivelarne gli sviluppi emotivi… La narrazione procede per piani sfalsati senza un’apparente linearità, nel tentativo difficoltoso (per volere dell’autore naturalmente), di ripercorrere le gesta di Carlo Serpieri, il protagonista del romanzo ambientato ai primi anni del nuovo millennio, impegnato nella ricerca di un sé sbiadito dal fallimento del proprio lavoro di scrittore anch’egli, tramite la scoperta di ciò che lega verità e finzione nell’opera di un giornalista del futuro (l’oggi). In questo contorto andirivieni temporale, nel quale la narrazione primaria sembra sollevarsi come polvere da un passato ancora vivo, il tema interpellato si snoda invece nel presente attraverso l’esplorazione da parte di Serpieri dell’opera di tal Elio Sarracina, giornalista sul lastrico ossessionato da uno dei racconti magistrali di Borges, Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, e dalla necessità di scoprire, oltre ai chiarimenti dati dal maestro argentino al quale si ostina a non credere, quali parti del racconto siano vere e quali invece frutto della finzione.

La storia dunque, come accennato, si articola su svariati piani temporali, ma si assiste anche a uno sfalsamento emotivo dettato dall’abilità di Dellai nel destreggiarsi tra l’indole romantica del Serpieri (più vicino forse al suo sentire) e quella critica, cinica talvolta e in perfetta antitesi del Sarracina il quale, attraverso la realtà della finzione, rappresenta l’esistenziale inatteso e inaccettabile cui è sottoposto l’uomo incapace di tollerare l’ambiguità dell’informazione.

In effetti, già dal titolo ma forse a posteriori, s’intuisce la natura sibillina del testo. Lo scostamento temporale come artificio che tenta di affrontare l’oggi attraverso un presente esteso che si sposta da quel passato noto all’autore, fino al presente che pare invece sfuggirgli. Tuttavia, oltre la destinazione databile o meno dell’opera di Dellai, l’ambientazione in un trascorso non troppo lontano si disperde fin da subito attraverso la visione attuale del Sarracina di Serpieri, discostandosi con abilità dall’intelletto onirico di Placido Dellai egli stesso mosso dal medesimo bisogno di appagare le proprie incertezze, tramite una verità foss’anche presunta.

A tal proposito, l’interesse ossessivo di Dellai sembrerebbe noto fin dai suoi precedenti lavori, retaggio, come ipotizzato dall’Anastasi in un articolo a lui dedicato e contestato, quando afferma senza mezzi termini che “L’opera di Dellai risente in modo chiaro l’ambiguità del suo rapporto con la madre mai conosciuta…”. Non c’è alcuna catarsi in quest’opera eccellente dello scrittore toscano d’adozione però, giacché ogni tentativo d’incursione nel bisogno di conoscere la verità, si perde nella natura stessa del protagonista di Risonanze Databili, mosso a sua volta da un’ossessione analoga ma di natura tutt’altro che sentimentale.

Senza alcuna esplicitazione, Dellai caratterizza un personaggio che seppur modellato su se stesso, si allontana fin da subito dal proprio creatore sia nell’ambientazione che nel passato irrisolto, attraverso una simulazione che prevede la propria opera proiettata in un futuro familiare al lettore in quanto specchio del presente. Non è chiaro quindi se sia davvero l’autore di Risonanze Databli a essere affascinato da Adelbert Von Chamisso, il quale prima di dare alle stampe Storia meravigliosa di Peter Schlemihl (o forse dopo non ricordo), architettò una farsa inviando alcune lettere agli amici con l’intento di far sembrare reali le vicende fantastiche da lui narrate, o se si tratti invece di un artificio per spostare la percezione di Carlo Serpieri che inizia la propria ricerca ispirato da tale aneddoto letterario; sta di fatto che in tal modo risulta davvero difficile stabilire quale sia il confine tra finzione e realtà, così come lo è per l’indagine maldestra di Elio Sarracina sul confine labile del racconto di Borges.

Sebbene non si possa definire il romanzo di Placido Dellai un’opera di facile lettura, restano indiscusse le sue doti stilistiche di cui, tra molti meritevoli, voglio riportare un passo che mi ha colpito particolarmente: “E con la bocca piena di sangue, Serpieri non indugiò neppure un attimo sull’origine di quel fatto increscioso. Ricordò invece le parole del medico di famiglia quando consigliò a sua madre di alimentarlo con una dieta ricca di ferro per contrastare l’anemia con la quale avrebbe combattuto per tutta la vita, e che adesso sembrava dispersa nel sapore di chiodi arrugginiti. Con un sorriso beffardo sputò a terra e riprese a spalare la neve per cancellarne le tracce…”.

In conclusione, nel linguaggio formale l’espressione votata all’accoglienza di questo nuovo lavoro di Placido Dellai sarebbe “un gradito ritorno”, ma niente di quest’opera pare assoggettabile a una tale definizione, quanto piuttosto a un ritorno indefinibile o, per usare le parole del protagonista del romanzo: “Oramai, l’inossidabile Sarracina era caduto nella sua stessa rete e perduta la guida di Borges, non era più in grado di distinguere la verità dalla finzione: così nel testo, come nella vita…”.

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