Un giorno per la memoria

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Cari miei, vi dico addio. Il cielo è terso, l’aria fresca. Affronto questo giorno con serenità: saluto un conoscente, ascolto i suoni della città. La vita si muove, l’aria è carica delle speranze di tutti noi. Le solite strade, un colpo di clacson, il pianto di un bambino, il suono di un portone che si chiude… e sono morto. Tutto finisce così, in un attimo.

C’è questo e molto alto nell’ultimo lavoro di Anna Copertino, giornalista e scrittrice che, in qualità di curatrice nonché autore di uno dei ventotto racconti, ha dato alle stampe questo Un giorno per la memoria (Ed. Homo Scrivens): antologia di racconti liberamente ispirati al tragico destino delle Vittime innocenti di tutte le mafie. Uomini, donne e bambini che niente avevano a che fare con le questioni del malaffare, ma che hanno perso la propria vita in un giorno come tanti, nell’orrida deflagrazione dei propri sogni e di quelli di coloro i quali amandoli, hanno visto le proprie vite travolte (e stravolte) per sempre.

Morti inattese, inaccettabili; morti di cui spesso sentiamo parlare nell’eco di un telegiornale all’ora di cena, mentre occupati dalle questioni di tutti i giorni, ci illudiamo che niente di tutto questo possa riguardarci. Impauriti, pigri, sottomessi al dubbio gusto di una violenza sdoganata che ultimamente sembra essere tanto di moda, rifiutiamo il pensiero che ognuna di quelle persone potremmo essere noi, in un momento di normalità, di vita: la nostra.

Premio Elsa Morante 2019 per l’impegno civile, l’opera si pone nel panorama letterario affrontando la questione da un punto di vista intelligente. Ventotto penne per la memoria: giornalisti e scrittori che hanno dato voce alle Vittime attraverso la propria sensibilità, per fare in modo che non diventino soltanto una serie di nomi vergati su una lapide di marmo, ma restino vivi per gridare a tutti noi che invece esistono e la memoria, la loro e la nostra, non può e non deve estinguersi nella paura perché se così fosse, voltare le spalle alla realtà non farebbe che ucciderli ancora e con essi le loro famiglie, unite da un destino di dolore che va ben oltre la terminazione biologica.

Allora, per non gettare nell’oblio tutte queste vite, e trovare in noi la spinta al cambiamento e la forza di guardare il dolore negli occhi di queste persone, è necessario che la memoria non si estingua e si mantenga viva la questione identitaria sul chi siamo, ma ancor più sul chi scegliamo di essere. Giorno dopo giorno. Vita dopo vita. Colpiscono quindi le parole di Anna Copertino quando usa una metafora efficace per descrivere l’incontro con i Familiari: “È come infrangere un vetro sottilissimo, e minuscoli pezzi taglienti ti si attaccano alla pelle lacerandola”. Così, la mente del lettore si stacca fin da subito dall’opera in senso letterario, per arrivare alla persona narrata e non al personaggio assecondando l’intento. L’attenzione si sposta attraverso il rispetto nella volontà di conoscere la storia di ogni Vittima innocente, per apprenderne la vita e non la morte, per sentirne il movimento, i desideri, mantenendo ogni istante perduto perché resti pulsante come un cuore che ancora batte.

Famiglie come filamenti di seta raccolti in una mano dove ogni storia narrata è un legame che li tiene uniti. Ventotto nodi che si estendono oltre l’ultimo racconto da cui parte una sequenza spaventosa di nomi che riempiono le ultime pagine del libro, in ricordo di ognuna di queste Vittime riconosciute dal 1893 a oggi. Centinai di nomi, ognuno con una storia diversa fatta spesso di normalità, gesti quotidiani, premure per i figli e abnegazione al lavoro che in un giorno come tanti, con un cielo come tanti, tra gli odori di sempre e i suoni rassicuranti della normalità, hanno perso tutto senza neppure sapere il perché.

La memoria è questo dunque: il bisogno di assecondare l’empatia dentro i fatti narrati, perché ogni nostra angoscia non sovrasti l’Umanità condannando all’oblio Familiari e Vittime, ma anche noi stessi che a fatica controlliamo il tremore delle nostre mani. Se il ricordo è una questione privata, così come lo è il dolore per la perdita di una persona cara, la memoria rappresenta invece la volontà di ribellarsi all’ingiustizia, all’illusione che tutto questo dolore non ci tocchi perché troppo lontano da noi. Ma i proiettili corrono veloci, accorciano le distanze, fermano il tempo e non hanno coscienza: i proiettili si fermano soltanto davanti alla volontà di cambiare, ma per farlo ogni giorno deve essere Un giorno per la memoria.

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