La mutazione

Quanto può essere ardito formulare un pensiero determinato in tempo di pandemia? Troppi fattori influenzano la riflessione, specialmente quando quest’ultima tenta di riprendere (o trattenere) il filo di un passato che, per quanto recente, si allontana dalle nostre sensazioni più intuitive. Il tempo, oltre che nella sua natura scientificamente accertata, muta in noi come se il suo trascorrere si contraesse e dilatasse al cospetto di eventi ambìti o rifiutati, figuriamoci quanto possa influire uno stravolgimento come quello in corso. Tuttavia, in questa lontananza apparente, di un passato che si trattiene nei passi recenti (gli ultimi in ordine cronologico), la cui eco risuona ancora nelle nostre orecchie, la distanza percepita influenza perfino l’istinto che vacilla nella distrazione indotta dall’angoscia. La paura tende a soffocare la razionalità, soprattutto quando rivolta all’incolumità (individuale e dei propri affetti), ma esiste anche un tipo di paura più subdola, sottaciuta, sconosciuta all’intelletto che consiste nell’interrogativo mai posto alla mia generazione di quanta (o quale?) parte di noi, alla fine di tutto questo, sopravviverà.

Auspicare un avanzamento della coscienza ai fini della risorsa umana risulta scontato, è necessario però fare una distinzione. Un salto emotivo non rappresenta necessariamente un progresso, qualsiasi evento di rottura nelle nostre esistenze sarebbe in grado di produrre il medesimo effetto; eventi nefasti di portata mondiale però, come guerre, carestie o epidemie alla stregua di quella in corso, quando ci toccano da vicino potrebbero essere in grado di generare efficienti dissesti determinando la narrazione “storica” in modo non-determinabile. Conoscere l’importanza della memoria dovrebbe quindi indurre l’intellettuale onesto a interrogarsi sull’eventualità di dover rinunciare ai traguardi raggiunti, in favore quello che potrebbe rivelarsi un nuovo modo di rappresentare il pensiero, in cui il passato recente si allontana dallo stallo empirico e il futuro fatica a mostrarsi. È la perdita di ogni certezza che inocula il dubbio di un cambiamento possibile. Pur spaventando, così come intimorisce ogni modifica d’assetto sentimentale, esso va a ricongiungersi, attraverso un salto probabilistico di tipo epocale, a ciò che in passato è stato in grado di generare mutazioni divenute la Scuola.

La sofferenza stimola la creatività sia in campo tecnico che artistico ma mentre gli intellettuali di ultima generazione sono (o forse erano) soliti aggrapparsi alla sfera personale risultando nel talento soffocati, la letteratura insegna che è stata spesso la somma di eventi collettivi e individuali, non necessariamente distinti o forse intensamente collegati, che ha mostrato la via del cambiamento in quanto spontanei nel loro non-voler-essere profeti di nulla. Dunque, anche quando l’intento è puro, sia nell’offerta che nell’utilizzo, sarà sempre l’epoca nel suo divenire a determinare la validità di un presunto accrescimento culturale, con buona pace del “tutto e subito”.

L’ordine di una città, che appare dormiente e priva del fermento cui eravamo assuefatti, è di fatto il disordine muto di un’intera civiltà. Se l’ordine è fuori però, è dal caos interiore che sgorga l’entropia in grado di scatenare la mutazione. La scomparsa di bagliori sfolgoranti attorno a noi, adesso spenti per ragioni che ci sovrastano, mostra quanto si fosse appiattita l’intuizione, il recepimento, la sensibilità verso ciò che ci circonda e perfino verso gli affetti cui adesso non possiamo neppure avvicinarci.

Negli ultimi tempi si è fatto un gran parlare del “giusto modo” di dare forma a un’opera letteraria che fosse in linea (efficace) con la richiesta, al punto che sempre più spesso abbiamo assistito a un appiattimento del suo valore primitivo fino a renderla un tecnicismo privo di quell’impulso che, invece di definire fin da subito l’autore nel suo stile (obiettivo della narrazione), ne mostra l’intento speculativo. La finalità funzionale dunque, seppur generata dall’autore stesso, propende talvolta allo scopo in termini di riconoscimento e meno alla naturalezza per effetto di una spersonalizzazione ritenuta efficace. Ogni testo è permeato dall’educazione a se stesso. Sia che si tratti di un insegnamento ricevuto che dell’umana capacità di assorbire ed ereditare determinate influenze, la maggior parte degli scritti risente della pressione di strutture accettate (Gregarie in termini nietzscheani), al punto che il valore-singolare tende ad appiattirsi sia nella produzione, cosa di per sé biasimevole, che nel giudizio altrui, con effetti disastrosi per le parti apicali della linea letteraria: Autore-Utilizzatore. Eppure, oltre ogni annichilimento delle intenzioni, ogni addomesticamento dell’intelletto o vincolo di mercato, capita che la ribellione riesca a ingannare la spinta di una proposizione imposta da fattori sottaciuti ed emerga, tra le note di una melodia distinguente, nel Capolavoro che idealmente (ma non solo) spezza la “logica” del Sistema. Tale fenomeno si manifesta quasi sempre nel momento in cui si abbassa l’entropia, lo scambio termico, per rimescolare le carte e generare il disordine in grado di garantirne la continuità. Come in natura dunque, la comunicazione (letteraria più che verbale in cui sopraggiungono fattori di distrazione quali la gestualità o la modulazione fonetica) necessita di un ribaltamento del senso accettato, contro il tentativo di ciò che propende all’equilibrio per non perdere i “privilegi” raggiunti, laddove il cambiamento inorridisce.

Perfino attraverso la genesi di un’opera che tenta di superare l’impasse, il meccanismo tende a inibire la spontaneità, tuttavia Nietzsche dice: “È mera cosa di esperienza che la modificazione non cessa; di per sé non abbiamo la minima ragione di pensare che a una modificazione ne debba seguire un’altra. Al contrario: uno stato raggiunto sembrerebbe dover conservare se stesso, se non ci fosse in esso una facoltà di voler appunto non conservarsi”. Dunque, oltre le apparenze, la riflessione (e il filosofo in questo caso), suggeriscono che l’equilibrio dev’essere troncato nel momento stesso in cui la realtà scatena il disaccordo necessario alla non conservazione e quindi, alla non accettazione del canone. Ma da chi proviene veramente il cambiamento?

L’offerta asseconda la richiesta e si adegua, o va adeguata, per far sì che la stessa sussista nelle nostre intenzioni, pena la non realizzazione del proposito di liberare la creatività, arginandola così in uno schema prestabilito. Oltre l’adeguamento autoriale però, risulta dannoso il manifestarsi dell’educazione al recepimento da parte di chi riceve; pertanto, se gli oggetti sono: Autore, Utilizzatore, Offerente e Gregario, non necessariamente in quest’ordine, chi tra questi condiziona la scelta? L’Offerente detta la regola, ma questa è suggerita a sua volta dall’Utilizzatore che la subisce e se ne convince per mezzo del Gregario, il quale intende mantenere stabile il Sistema condizionando l’Autore. Ecco quindi che è necessario scagliare il sasso nello stagno e attendere che l’onda si propaghi fino a raggiungere il quarto nome, il Gregario: “colui” che agisce nell’interesse di un equilibrio fatale al recepimento.

Situazioni immaginarie lontane da noi hanno talvolta il compito di alleggerire il fardello della distruzione, imponendo un rigore introspettivo in grado di sparigliare ogni influenza di “scopo” attraverso una forma che si muove tra logica e metafisica. Di fatto, prima di narrare è indispensabile accettare l’eventualità di non farlo quanto più la forma del testo si avvicina all’onestà che, per quanto paradossale alla stregua del mentitore (ciò che dico è falso), suggerisce che l’originalità per essere efficace non deve assecondare la logica bensì aggirarla attraverso l’abbandono di ogni razionalità identificata. Utilizzare dunque la narrazione per commutare in esistenziali gli stimoli ricevuti da situazioni reali e con questo emanciparsi da ogni incompetenza riconosciuta, è un atto spontaneo e tutt’altro che innovativo. A tal proposito prendiamo in considerazioni due proposizioni di Ludwig Wittgenstein dal Tractatus Logico-Philosophicus:

2.17 Ciò che l’immagine deve avere in comune con la realtà, per poterla raffigurare – correttamente o falsamente – nel proprio modo, è la forma di raffigurazione propria dell’immagine.

3.031 Si diceva una volta: Dio può creare tutto, ma nulla che sia contro le leggi logiche. – Infatti, d’un mondo “illogico” noi non potremmo dire quale aspetto avrebbe.

Tali asserzioni, derivate da altrettanti enunciati radice che stabiliscono rispettivamente come i fatti siano il sussistere di stati di cose e l’immagine logica di tali fatti sia il pensiero, mostrano la possibilità che un Neopositivismo potrebbe affermarsi, oltre la verità dei fatti stessi, sulla ragione, pur rappresentando qualcosa d’inconfutabile per quanto irriconoscibile. L’immagine potrà quindi rappresentare una realtà sia vera che falsa ma non illogica, poiché se così fosse sarebbe irrealizzabile ma, soprattutto, inimmaginabile. Interpretando dunque il testo come una favola logica se vogliamo, con immagini in grado di rappresentare una realtà concessa, falsa ma potenzialmente reale in quanto pensata (e solo in quanto tale), è possibile emanciparsi dalla comunicazione di una certa letteratura contenuta nello schema di accessibilità. Ma anche nella riduzione ossessiva della frase, manifesta in certi generi contemporanei dove si tenta di essenzializzare il testo limandola fino alla radice che pure non rappresenta il confinamento della comunicazione, s’intravede l’irrealtà propria della letteratura che non disdegna né l’uno né l’altro estremo, perfino quando l’intento è discostarsi il più possibile da certi generi affermati, la cui influenza si mostra ancora oggi nella letteratura meno approssimativa limitando anche l’intento più innovativo che viene accettato se e solo se confinato entro certi assiomi prestabiliti.

Il linguaggio di segni noti ci conduce alla rappresentazione comunicativa a discapito della comunicazione rappresentativa, e a tale sistema ci atteniamo nei segni convenzionali e non arbitrari, ma non negli oggetti e men che meno nello stato di cose che tentiamo di rappresentare. L’importanza attribuita alla trama è dunque talvolta eccessiva. Il testo non vive esclusivamente “di essa” sebbene risieda “in essa”. Ne rappresenta il tessuto ma al di là della morale si cela il suo valore più alto. Lasciarsi trasportare dalla narrazione, perdersi assecondando l’abilità del narratore rappresenta oggigiorno un successo, nonostante ciò, il fine ultimo rimane la costruzione e in quanto tale, perfino un fallimento potrebbe assumere i connotati di un risultato eccellente se assimilato con l’attenzione che merita. L’inganno dimora nella distrazione, nel bisogno comune di non concentrarsi oltre il dovuto per inseguire l’itinerario più breve, perseguendo l’obbiettivo primo e finale di portare a termine una fatica letteraria sia da parte dell’Autore che dell’Utilizzatore; basti pensare il tempo che impiega un testo pur valido a scivolare nell’oblio del macero. La pagina dunque, il quantum letterario, diviene funzionale all’epilogo anche quando non ne rappresenta la struttura portante. Ecco quindi che il suo fluire lesto, prima ancora del senso di ogni frammento costruito con fatica, acquisisce nell’intento di superarlo un valore che ne frantuma la rappresentazione. Si dice che Kurt Gödel, considerato al pari di Aristotele il più grande logico di tutti i tempi, fosse in grado di rimanere per ore concentrato sulla medesima pagina. È chiaro che stiamo parlando di “eccellenze” sia in fatto di concentrazione che di argomenti impenetrabili alla maggior parte di noi; eppure, indugiare sul testo con l’intento di comprenderlo fini in fondo, ripercorrendolo in modo reiterato quando serve, potrebbe incrementarne di parecchio il valore. Non soltanto dunque un’intricata teoria metafisica o teorema scientifico, ma anche un “semplice” racconto che tra le righe nasconde vizi e virtù del suo autore e, per estensione, dell’intero genere umano. Da dove scaturiscono quelle parole? Quale vita, studio, attenzione, ispirazione lo hanno spinto a vergare d’inchiostro la pagina bianca? Sono tutte domande affascinanti alla stregua del perché il tempo non scorra allo stesso modo in punti diversi dell’universo ma, se il tempo è influenzato nel suo fluire dalla massa e dalla velocità, come impedire all’Utilizzatore di perdersi nell’istinto Gregario come avesse sorpassato l’orizzonte degli eventi? In questo forse, l’attuale situazione mondiale potrebbe risultare efficace nel demolire ogni istinto pregresso.

La proposizione in materia intellettuale è il primo laccio. L’atto di liberare la fantasia con lo scopo di allontanarsi da ogni imposizione al fine di sorreggere la riflessione più ostica, risulta quindi la vera mutazione. La trama è una struttura accettata anche quando risulta indeterminabile nella forma di salti non solo temporali ma probabilistici ai fini della narrazione, nonostante ciò potrebbe eguagliare il senso logico di una regola accettata, se non addirittura avvicinarsi al metodo col quale il pensiero raggiunge chi la costruisce, perfezionandolo fino a renderlo rappresentabile come nella comunicazione visiva.

Umano, il dato certo. Umano anche il metodo della ribellione che sempre deve passare attraverso la conoscenza e il confronto. Allora, la fantasia, intesa non tanto come il genere prescelto ma in quanto capacità di rappresentare il pensiero nella sua forma inimmaginabile, genera stati di cose verosimili o del tutto surreali, falsi eppure profondi e prossimi a una realtà impensabile. I segni ci costringono all’interpretazione, alla costruzione di processi che risentono del loro essere limitati e limitanti; così, sia lo scrivere per rappresentare che l’immaginazione stessa, si lasciano guidare da tale coerenza ingannando gli oggetti del processo nel meccanismo vulnerabile delle convenzioni. Ma cosa davvero ci spinga ad accettarne l’influenza a discapito della non conservazione che lotta per affermarsi, resta un mistero (in termini di capacità discernente). È naturale che i fattori indicati come causa di tale alienazione siano molteplici ma oltre l’istinto, l’omologazione e l’appartenenza, permangono forze oscure sottaciute e sottomesse non tanto da noi, ma da qualcosa che pur appartenendoci resta precluso da un paravento che ci costringe alla realtà accettata, e nasconde una verità dissimile ma altrettanto possibile in merito al ri-conosciuto.

Non c’è condanna intellettuale in questa pandemia che ci ha raggiunti come una punizione alla nostra stasi, né sterile prevaricazione ma onestà, prosecuzione, mantenimento, equilibrio caotico. L’arte è una materia fisica in grado di suscitare emozioni al pari degli accadimenti che colpiscono la nostra vita; è così da secoli, e non mi riferisco a un atteggiamento di tipo “reliquiario” ma alla contemplazione (anche linguistica) della materia espressiva. La pittura, la letteratura e l’arte in genere, ci raggiungono come “fatti” condizionanti e condizionati. Inizialmente assoggettati alle superstizioni, spinti dalla nostra cecità in fatto di conoscenza dei fenomeni tecnici e poi, come recepimento liberatorio di svago e fuga dalla nostra stessa vita. Per qualsiasi forma intenzionale, sia che le vicende narrate abbiano la funzione di dare interpretazione a fatti ignoti che di annullare la pesantezza dell’ordinario, l’invenzione resta il cardine evasivo che non spartisce se stesso col mondo reale, ma si diffonde in un tessuto proprio che per le ragioni di cui sopra va interpretato e determinato all’interno dello stesso: falso ma esistente, pertanto vero. Logico nel linguaggio atomico, intelligibile seppur ostico. L’impossibile dunque non ha carattere necessariamente falso poiché non rappresenta (non sempre almeno) un fatto di per sé illogico, anche quando indimostrabile o come in questo caso, confutato dai sensi. Ma i sensi rappresentano pur sempre la nostra dote: non è forse vero che l’universo è in realtà è una grande oscurità illuminata dall’interpretazione che il nostro cervello fa delle onde trasmesse, trasformandole in luci, colori e suoni, mentre ogni nostra certezza frana nel momento stesso in cui si dimostra assimilata e sopraggiunge l’inaspettato? Allora, più che la mutazione del pensiero, sarà forse il cambiamento nella sua formulazione a essere determinato da uno shock come quello in corso. Se Alessandro Manzoni descriveva la peste in un modo che mai come oggi risulta attuale, Piero Manzoni nel 1960 si esprimeva così: “Divenuto sterile un periodo culturale in tutte le sue forme e pensieri, un altro se ne è aperto […] tutta la nostra cultura è cambiata (e non si tratta solo di vedere diversamente: si vedono altre cose)”. Auguriamoci che possa essere così.

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