Di fuggevoli istanti ordì una storia

Recentemente ho riscoperto le poesie di Vincenzo Cardarelli, al secolo Nazareno Caldarelli, grazie alla condivisione dello scrittore Emiliano Gucci, la cui opera si trova spesso a fare i conti con le emozioni umane più profonde. Cardarelli, laziale classe 1887, viene spesso definito “il poeta dell’amore perduto”. La sua poetica, struggente e intrisa di malinconia, descrive infatti con lucida precisione lo stato d’animo che l’autore scioglie tramite i propri versi, non più come una liberazione bensì alla stregua di una rassegnata visione priva di ogni speranza.

Difficile non provare empatia per l’opera di questo schivo e solitario scrittore poco celebrato; tuttavia, nella melma di nomi autorevoli, Cardarelli emerge umano, forse “troppo umano” come sostiene Nietzsche da cui il poeta è certamente influenzato, quando dice: “La felicità non ha volto ma spalle, per questo la vediamo quando se n’è andata”. In questo, la sua poetica fa un passo indietro, come a volersi allontanare ancora un po’ da quelle spalle lontane, per confermarci che la felicità è soltanto una promessa non mantenuta a fronte di una malinconia dilagante, e la lontananza ce la mostra nelle sue forme definite che la vicinanza sfoca come gli oggetti sotto al nostro naso.

Amicizia

Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
che, perduti nel tempo, c’incontrammo,
alla nostra incresciosa intimità.
Ci siamo sempre lasciati
senza salutarci,
con pentimenti e scuse da lontano.
Ci siam riaspettati al passo,
bestie caute,
cacciatori affinati,
a sostenere faticosamente
la nostra parte di estranei.
Ritrosie disperanti,
pause vertiginose e insormontabili,
dicevan, nelle nostre confidenze,
il contatto evitato e il vano incanto.
Qualcosa ci è sempre rimasto,
amaro vanto,
di non ceduto ai nostri abbandoni,
qualcosa ci è sempre mancato.

La solitudine emerge da ogni verso ponendoci di fronte alla domanda cruciale: l’amore, nella sua essenza più intima e profonda, è forse appannaggio esclusivo di coloro i quali l’hanno perduto? Quella di Cardarelli e certamente una visione disperata che ci spinge ad apprezzare ogni lampo fugace che la vita tiene in serbo per noi, con la consapevolezza di un destino di solitudine al cospetto degli eventi. Molti dei suoi componimenti più efficaci hanno, infatti, nell’autunno la massima fonte d’ispirazione, come metafora della vita stessa, di quella parte di noi che volge al finire. Sia che si tratti di un amore, o del crepuscolo biologico, l’uomo tenta di resistere, vuole credere ancora, sognare, e lo fa accettando il piacere di questa lenta agonia che ancora custodisce il riverbero di quella luce perduta nel tempo lontano dei ricordi, come fosse l’ultimo dono a lui concesso. È il piacere della sofferenza che esplode, di sentirsi martiri privilegiati, vittime al di sopra di ogni umana bassezza.
Autunno
Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.

Nella mia personale ricerca di note che riguardano l’opera di quest’anima del novecento, scopro inoltre un legame inatteso, fugace anche stavolta, con Sibilla Aleramo (alla quale il Poeta dedicherà una raccolta di componimenti), già compagna di quel Dino Campana da me molto apprezzato i cui versi scorrono sovente nei miei scritti, quasi esistesse una connessione spirituale dell’apprezzamento mio proprio che si fa strada nei sentieri meno battuti dall’indagine. Mi chiedo, dunque, se la sofferenza interiore non sia in fondo un placebo in grado di lenire attraverso il dolore empatico, l’orrido talento di vedere oltre i fatti della narrazione. Davanti a una tale armonia di sentimenti che spaventano e attraggono allo stesso tempo, sento che la poesia non è morta ma vive. Pulsa per canali inattesi, come la rete che la ripropone in un magma di frasi banali e citazioni sdolcinate senza alcun valore letterario, tra cui di tanto in tanto emerge il “merito” a ristabilire le gerarchie tra una frase a effetto, e un’emozione struggente priva di secondi fini come quella donataci da Vincenzo Cardarelli, morto povero e solo, per arricchire tutti noi.
Passato
I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m’appartieni

e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapito!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.

Oltre un equilibrio fatale

(di Roberto Masi)

Solo, su questa spiaggia assolata, osservo il mare denso in cui per mesi ho condotto la mia vita. Nietzsche mi ha guidato attraverso la propria opera, come un tramite per navigare nelle acque di quest’oceano nel quale sono scivolato, in un giorno piovoso d’autunno, passeggiando per le vie della città. Ogni pagina di quest’opera è scaturita dell’ingegno umano; che si trattasse di un dipinto, un romanzo o di una teoria elegante con la quale si tenta di dare un senso alla natura oggettiva delle cose, il mio animo si è scosso sul Limite Eterno, per spostarsi verso la ricerca, continua, mobile nell’entropia crescente del mio modo di sentire l’esistenza attorno a me. Adesso più che mai sono certo della nostra cardinalità. Oltre il principio antropico, che pone ogni uomo sotto una luce privilegiata rispetto agli eventi del cosmo, ho scoperto che in molti prima di me avevano accolto questo concetto, non ultimo Giorgio Colli che, usando parole chiare ai miei orecchi, afferma con lucida potenza: “Ad ogni quesito filosofico o scientifico, per ampio che sia, anche riguardante ad esempio l’universalità del mondo fisico, deve precedere il problema della nostra esistenza, che solo lo rende possibile”. Tutto questo, adesso, mi raggiunge come un saluto di benvenuto, qualcosa che fino a poco tempo fa mi era estraneo perché ancora non avevo attraversato il mare dell’indeterminazione, dove l’oltre è un mistero irrisolvibile e come tale, coerente.

Ovunque ho visto la mia natura di uomo. Nei quadri di Burri e Manzoni, nell’opera di Bruno Munari che ho scoperto come un viatico per la conoscenza di un’interiorità fino a quel momento negata, nel cromatismo essenziale di Albers Josef, nella chiarezza della relatività di Einstein e perfino nell’arcano fondamento della logica di Kurt Gödel. Mentre il mondo raggiungeva i miei sensi spalancati, ho maturato il “sospetto” che in fondo, tutto questo, fossi io. Eccomi, sul telo, disposto a ricevere gli stimoli di una visione profonda delle cose attorno a me, e al rapporto umano con altri individui cui adesso, finalmente, sento il bisogno d’abbandonarmi. Non nego l’esattezza del pensiero schopenhaueriano sulla necessità di raggiungere un completo isolamento per maturare la propria visione. Giusta o sbagliata che sia, la solitudine ci consente di sprofondare e vedere gli orrori che sono in noi, ma anche le gioie e talvolta, la soluzione all’immobilità del sistema. Percepire l’esistenza mi permette di ascoltare il fluire della mia natura, ma ancor di più del mio esistere come ente irripetibile, in grado di produrre modifiche sostanziali al tessuto, generando interazioni definitive tra noi. Allora, tutto ciò che osservo, mi trasmette il proprio calore, me lo cede come faccio io col mio, mentre ci dirigiamo verso un destino infausto di gelo eterno. Il prezzo di questo calore è altissimo dunque, ma si chiama vita e tutto consuma, così il destino dell’umanità, così la mia vita che scivola via, lontana, verso la fine.

Antonio Possenti – Un mare interno

Che si tratti di un quesito filosofico o scientifico quindi, prima di tutto siamo noi, gli enti, che garantiamo la sussistenza di ogni sistema. Tutto fluisce attraverso noi, qualsiasi paradosso io possa formulare: ciò che dico è sbagliato oppure giusto, si regge sull’incertezza stessa che assume il ruolo di verità inconfutabile. Il dubbio, pertanto, è vero. Incompletezza, indeterminazione, frattalità dell’essere: ogni aspetto incompiuto dell’esistenza mi definisce come parte di questo caos. Io vedo ciò che conosco, sono ciò che percepisco, che muove il mio sentire le cose e gli altri, che vive la paura di esistere nell’agitazione molecolare di questa forte entropia, e propende per la grammatica scorretta del pensiero occidentale, verso un equilibrio fatale. Ancora Schopenhauer lo consiglia, che il desiderio deve rimanere, almeno in parte, irraggiungibile. Una tensione continua, che impedisca lo scivolamento dentro una qualsiasi di quelle “singolarità” dove si radunano le vite sconce di uomini irrecuperabili. Salvarsi attraverso la non risolutezza dello squilibrio, preservare il dubbio del risultato puntando sempre oltre il traguardo che rappresenta non l’apice del successo, bensì la tomba della coscienza.

Qualunque siano gli studi filologici, e filosofici che io possa affrontare, giudico la spinta delle mie intuizioni generata da un moto interiore privo di controllo. Sovente ho creduto che l’ispirazione mi raggiungesse dal pensiero altrui, per poi svilupparsi nell’accoglienza, o nel rifiuto, in qualcosa che fosse sempre la mia personale visione. In realtà, attraverso questi scritti ho capito che si tratta della partecipazione al pensiero collettivo tra me e coloro i quali mi hanno preceduto. Riconosco di essere figlio del pensiero moderno, non ho erudizione ellenistica e ciò condiziona il mio intelletto che germoglia da stimoli recenti, ciò nonostante, tutto parte da un sentimento rapido che mi raggiunge dalla visione di un dipinto, dall’ascolto di una musica che apprezzo, dallo stupore per una scoperta scientifica, ma anche dai capelli oleosi di un’adolescente che si affaccia alla vita con timidezza struggente. La percezione è frutto di continue interazioni, ma si allinea con ciò che noi siamo per indole. Possiamo crescere attraverso una volontà ferrea, ma più che altro siamo in grado di muoverci ed è questo che ci distingue. Per quanto possa approfondire le mie conoscenze attraverso lo studio e la riflessione profonda, tutto resta legato alla mia natura di entità privilegiata. Adesso ogni cosa mi appare sotto una luce completamente diversa, svincolandomi dall’influenzabilità bigotta, per definirmi oltre ogni induzione che tenta di fagocitare la mia essenza. Sento però il bisogno di allentare la pressione per non rimanere schiacciato dal peso della “luce”, per non oltrepassare il confine della mostruosità nietzschiana. Sono alla fine del viaggio e come al termine di una passeggiata nel bosco, uscendo dall’oscurità il passo si acquieta, il cuore rallenta e la percezione dei suoni o la vista delle meraviglie della natura, mi colmano l’animo ormai privo dell’oppressione di arrivare in ritardo.

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Tragedia e Commedia – mosaico romano – musei capitolini

L’impulso a materializzare il sentimento mi guida alla visione aperta di tutto ciò che mi ha preceduto. Nella distinzione tra apollineo e dionisiaco, quali cardini estremi di una realtà che li vede mescolarsi in continuazione, l’armonia dello spirito tende a prendere il sopravvento fin dalle prime battute; tuttavia, se da un lato stimola la mia riflessione, nella stesura del testo avviene sempre un bilanciamento verso l’entusiasmo che garantisce il movimento del flusso. Se tutto tendesse a una visione romantica, la base crollerebbe sotto il peso delle emozioni ma grazie all’esaltazione che ne consegue, l’ordine viene di volta in volta ristabilito, senza che avvenga l’annullamento dell’entropia. Il mio spirito propende per la “plasticità” dell’ispirazione; tutto attorno a me ne esalta la vista. Ecco allora che l’amalgama tra i due concetti nietzschiani si manifesta nell’entusiasmo di rappresentare la dolcezza, come fosse il gioire del dolore, come quando un pensiero triste ci procura un piacere inspiegabile, un affetto impareggiabile per tutto ciò che è malinconico. Nel pensiero non permetto all’atteggiamento apollineo di prevalere: dolori ed esperienze drammatiche, che in misura più o meno estesa colpiscono ognuno di noi, per quanto causa d’abbattimento emotivo divengono il propulsore. Dunque, respingo la decadenza del mondo occidentale di cui faccio parte, mantenendo viva la potenza, la forza, l’esaltazione dettata dal combattimento che porta vittorie e sconfitte ma garantisce la realtà della tragedia come modo di condurre l’esistenza, e la rinascita che ne consegue. La ricerca stessa è l’esaltazione che garantisce all’amore il proprio ruolo senza che avvenga un’apocalisse emotiva.

Le stagioni pesano, il cielo influisce, tutto determina il nostro stato d’animo con la netta distinzione tra slancio affettuoso e bisogno d’azione. Sottomessi all’avvicendamento di tutte le cose, l’animo si dispone a favore dell’una o dell’altra manifestazione del sé, realizzando la nostra posizione sul velo oltre il moto browniano, oltre il velo pallido di un achrome manzoniano. Cammino in mezzo ai miei fallimenti, e li vedo come una qualsiasi forma d’interazione tra noi. Le tragedie sono parte del tessuto sul quale scivolo giorno dopo giorno e le gioie, la trama che determina il mio ambiente. Potrei esistere privo di tale avvicendamento? Sarei in grado di vedere altre al mio naso, se ogni aspetto della mia vita si appiattisse in una docile realizzazione di valori auspicabili? La vita è la distrazione della personalità che si accende al passaggio di un evento meraviglioso in grado di catturare la nostra attenzione, come il fugace rossore sulle guance di un bambino che, colto da imbarazzo, si rifugia dietro la gonna di sua madre. Dolcemente si affaccia per sbirciare l’oggetto della propria vergogna, curioso accenna un sorriso e si ritira di nuovo, in un gioco sottile, che lo identifica nella sua natura innocente, e nella mia che lo cerco per lasciarmi condurre dalla fantasia verso un ultimo slancio dal quale non farò più ritorno.

Voi due senza di me

(di Roberto Masi)

Sebbene lo avessi acquistato molti mesi fa, ho atteso tutto questo tempo prima di leggere l’ultimo romanzo di Emiliano Gucci: Voi due senza di me, e il motivo di quest’attesa è dato dal fatto che, avendo amato tantissimo il suo precedente Sui pedali tra i filari, temevo di rimanerne deluso. Troppe affinità mi legavano a quel libro diverso da tutti i suoi precedenti, troppe descrizioni condivise, o riflessioni trascritte aleggiavano ancora nella mia testa per fagocitarle con nuove parole; tuttavia, accantonate per un attimo le carte dei miei studi filosofici, ho deciso che era giunto il momento di rimediare. La spinta definitiva è giunta dall’ascolto di un brano tratto da questo romanzo e letto da Alessandro Borghi in occasione del Premio Wondy: pochi minuti di una tale intensità che mi hanno commosso e convinto ad abbandonare ogni reticenza.

Preso dunque dalla smania di conoscere la fonte di quelle parole, ho consumato questa storia in un tempo così breve che, stordito dalla sua bellezza, finalmente posso dire che ci siamo. Lo scrittore vive in me senza alcun timore e d’ora in poi sarò in grado di perdonargli qualsiasi passo falso egli dovesse commettere ai miei occhi. Leggendo questa storia, infatti, ho provato la stessa sensazione che mi procura l’ascolto di una canzone struggente di Luigi Tenco, Quello che conta, il cui ritornello descrive benissimo ciò che tento di esprimere: “… Adesso che il fumo cancella l’estate, e il grigio ritorna scendendo su noi, la lunga vacanza si chiude per sempre, eppure qualcosa di noi resterà”. Le solite speranze, il medesimo dolore. Tutto in questo romanzo è amore e la sofferenza, sebbene si aggrappi alla trama in funzione di qualcosa di ancora più grande, ne innalza il valore come un inno alla ricerca di questo sentimento puro e invincibile, tenace, sfiancante e infine distruttivo poiché un grande amore, per dirsi tale, sempre dovrà essere negato.

In questo mio scritto desidero trasmettere lo stupore che ho provato pagina dopo pagina. Non m’interessa parlare della storia in sé, vorrei invece spingere chi mi legge a non poter fare a meno di conoscerla poiché le descrizioni di Gucci sono il fuoco che arde in ognuno di noi, esperienze violente e grandiose che prima o poi abbiamo provato tutti e che in fondo, pur temendole, agogniamo per il piacere che ci procura il sentirci sofferenti, lontani da tutto e da tutti nel nostro mondo ideale, salvo poi ritrovarvisi davvero.

copertina
Voi due senza di me – Emiliano Gucci

Nel panorama letterario italiano Gucci si fa strada a spallate, e stavolta ne ha ben donde. Tra le macerie di una letteratura abominevole e giovani autori nei quali riconosco il valore ma non l’onestà intellettuale, il talento dello scrittore toscano emerge come un monito, in una storia che abbraccia un arco temporale esteso ma che non fa del tempo la discriminante, bensì la rappresentazione di un’eternità sentimentale che, se da un lato ci dà conforto, dall’altro non può che spaventarci per l’eventualità di dovervi rinunciare. Questa storia è ovunque la si voglia proiettare, perfino la distanza tra le due parti in cui è divisa potrebbe essere invertita, tanto il valore degli anni svanisca nella percezione di un amore indissolubile. Ma non è solo questo, alcuni frammenti di questo romanzo possiedono una carica tale che ho sentito il desiderio di rileggerli più volte per perdermi nella loro profondità, una su tutte la scena della passione feroce in un lurido deposito urbano, dove si spalancano le porte di qualcosa che tutti conosciamo e che l’autore indaga, parola per parola, in un modo che me lo mostrano non solo capace, ma in grado di descrivere la bellezza mai volgare di un rapimento emotivo. Per non parlare di alcune metafore originali e così precise che mi hanno lasciato a bocca aperta: “Milioni di gambe tra cui lo sguardo si ficcava e torceva, prima flettendosi poi spezzandosi, come un giunco trascinato a forza negli ingranaggi di una pompa idraulica”. Per quanto la scrittura di Gucci risulti facilmente comprensibile e chiara nei concetti espressi, dote questa non comune, trovarmi di fronte a un tale “gioiello innovativo” mi costringe a soffermarmi per apprezzarne lo spessore mai banale, seppur nella sua immediatezza.

Se parlo di Tenco, e del suo esistenzialismo, allora non posso non citare il grande filosofo danese Søren Kierkegaard che ne è il padre: “Soffrire è bello, e nelle lacrime vi è del vigore; ma non bisogna soffrire come un uomo senza speranze. Tu escludi la speranza quando affermi che lo scopo della vita è di vivere nel dolore”. Adesso tutto è più chiaro, il cerchio si stringe attorno ai protagonisti di questa storia che sfiora le esistenze di tutti noi, Marta e Michele, che per tutto il tempo si cercano, ma ancor di più si trascinano incapaci di rinunciarsi, di risollevare le rispettive sorti esprimendo il desiderio di farlo come qualcosa che invece non desiderano affatto. Oltre ogni sofferenza restano aggrappati a quel “giunco” finissimo, nella speranza di potersi avere ancora e ancora e ancora, fino alla fine della loro vita, poiché l’uno non potrà mai fare a meno dell’altra e viceversa.

L’opera di Emiliano Gucci matura con me. L’ho intuito ripensando al mio modo di accogliere i suoi lavori precedenti, da Donne e Topi in poi. La giovinezza dei suoi personaggi, così come la mia, sono adesso dolci ricordi che sorreggono i pericoli dell’essere adulti. Qualcosa cui aggrapparsi, nei momenti in cui la malinconia, che pure amo vivere e condividere come lui nei suoi scritti, rischia di schiacciarmi sotto il peso dell’ineluttabilità. Parliamo di verità, ma non necessariamente in contesti di sofferenza o disagio, quanto di riconoscimento della natura stessa dell’essere che vorrebbe affrancarsi da ogni vincolo umano per non doversi sgretolare in esso, ma che allo stesso tempo non può farne a meno per sentirsi vivo. L’amore adesso è completo giacché frammentato, sbattuto da eventi incontrollabili, indomabile. Non esiste alcuna linearità nel fuoco che lo alimenta, non può essere regolato nell’intensità come fosse la fiamma di un fornello a gas, ma richiede l’indeterminazione di legna sempre nuova, diversa per natura, ora bagnata ora ricoperta di muffa e tale, da poterne modificare di volta in volta l’intensità senza però controllarlo. L’amore deve mutare e allo stesso tempo mantenersi riconoscibile, per impedirgli di svanire in una nuvola di fuliggine che si depositerebbe su di noi cancellandoci. Ma questa mutevolezza, questo bisogno di vederlo muoversi e di ardere in esso, hanno un prezzo da pagare molto alto, e la speranza di cui ci parla Kierkegaard in fondo è proprio questa, il sogno di riuscire a sostenerlo.

Voi due senza di me è un romanzo incantato. Certe atmosfere, artifici letterari se vogliamo, mi riportano al Realismo Magico dei latini, primo tra tutti Marquez, ma anche Dino Buzzati per restare nei confini di casa nostra. Come il carico azzurro del cielo della prima parte in grado di colorare il mondo e perfino condizionare l’indole degli animali, o il bianco accecante della seconda, il cui silenzio priva i due protagonisti di ogni scenografia per restituirceli soli davanti al loro destino di coppia. Le descrizioni dei luoghi, che io conosco per appartenenza geografica, non disturbano ma guidano il lettore, attraverso rapide pennellate, verso l’animo tormentato di questi personaggi che, seppur con storie completamente diverse, potrebbero essere ognuno di noi. L’empatia ci fa sperare nello strazio. Ce lo fa agognare perfino tanto è forte il desiderio di partecipare all’azione, per provare almeno una volta nella vita quest’amore inviolato da eventi nefasti, dal tempo, dalle scelte più opportune che, sebbene possano averci restituito una qualche misura di tranquillità, ci hanno privato di quello che davvero ci distingue come esseri umani, la capacità di annullarci per l’altro.

Non so cosa spinga le persone di questa nostra Provincia ai margini della Piana Fiorentina a voler parlare di sentimenti; sento di trovarmi in un luogo favorevole e qualcosa, per quanto ne ignori la natura, ci “costringe” a farlo. Basti pensare che nel raggio di poche centinaia di metri sono cresciuti lo stesso Emiliano Gucci, Giulia Arnetoli della quale avevo scritto in un mio precedente articolo, e perfino io che sebbene non sia un narratore nel senso stretto del termine, non posso esimermi dal trattare i medesimi argomenti nei miei scritti. Staccarmi da quest’opera non è stato facile quindi. Ho svolto le mansioni di tutti i giorni con la mente proiettata al momento in cui finalmente avrei potuto immergermi di nuovo nella lettura, ma non era il bisogno di apprenderne l’epilogo, sebbene l’innata curiosità mi spingesse a volerlo conoscere, quanto di affiancare i due protagonisti per condividere il loro turbamento, nella speranza che qualcosa potesse rimanermi attaccata e tutto non andasse perduto una volta chiuso il libro. L’abilità di Emiliano Gucci stavolta irrompe come una regola non scritta, pertanto fate largo, l’amore è tornato.