Nell’anonimato più splendente

Di recente ho ripreso in mano “Il meraviglioso mago di Oz”, un libro che ho sempre amato più per gli aspetti fiabeschi che per quelli che lo legano alla cultura americana del periodo depressivo in cui venne alla luce, nel 1900, dalla penna di Lyman Frank Baum. Sebbene molti studiosi si siano concentrati in ottica critica sugli aspetti sociologici del Nuovo Mondo, la mia attenzione ha assecondato, invece, il gusto per l’aura mistica che lo permea, ma ancor di più per la caratterizzazione dei suoi meravigliosi personaggi. La morale è una “brutta bestia” talvolta; un inganno al pari della Città di Smeraldo resa tale solo grazie agli occhiali con lenti verdi indossati da coloro i quali la attraversano. È indubbio che Baum abbia tratto ispirazione da aspetti propri del tempo in cui visse, ma il mio ancestrale distacco mi ha permesso di viverlo con la dovuta indifferenza, propria dei fanciulli cui la storia si rivolge, contro ogni sorta di dietrologia.

Per quanto sia indubbio che ogni testo di questo genere possegga uno spirito che travalica la fantasia, l’opera d’arte è spesso spinta dal disagio, sia esso consapevole che ricevuto in modo del tutto inconscio, tale che ho sempre auspicato un atteggiamento che si mantenesse libero da qualsiasi imperativo per non inquinarne il suo essere senza tempo e pertanto, almeno nella mia mente, incorruttibile. Mi sbagliavo. L’epoca è solo la scenografia della nostra vita e non serve che essa contrasti con l’opera per turbarne la percezione, poiché siamo noi stessi che, mutando nel tempo, idealizziamo il pensiero remoto come qualcosa d’invulnerabile, salvo poi doverci ricredere al cospetto di nuove sensazioni in grado di sconvolgere del tutto queste idee preconcette.

Corrotto dunque da un bisogno più o meno impellente di riconoscimento sociale, attraverso una comunicazione collettiva che si è fatta strada nel comportamento al punto che opporvisi risulterebbe grottesco se non addirittura anacronistico, mi sono spesso “vantato” di voler vivere la mia epoca e il mutamento che ne consegue, come un dato oggettivo inarrestabile. Il progresso come scelta di condivisione che, se non ragionata, sia almeno rivolta a una lecita appartenenza. Allora, così come molti reputano se stessi migliori nel rifiuto di tali convenzioni, altri si sentono invece appagati nell’accettazione rischiando di non poterne più fare a meno. Non si tratta di una questione tra vecchio e nuovo, bigottismo e rinnovamento, o qualsiasi dualismo io possa scorgervi, quanto di un evento di distrazione collettiva. Così, forte di questa mia superficialità, ho recepito un discorso pronunciato dallo Spaventapasseri alla piccola Dorothy in un modo che mi ha spinto a volerlo condividere attraverso uno dei tanti social a disposizione:

“Questa è la prova che sei strana” replicò lo Spaventapasseri. “E sono convinto che le uniche persone degne di considerazione, a questo mondo, siano le persone strane; quelle comuni, infatti, sono come le foglie di un albero, che vivono e muoiono senza che nessuno le noti.”

Una bella considerazione all’apparenza. Netta. Una presa di posizione senza fronzoli e di sicuro effetto. Una frase da decine di “like” su Twitter, Instagram, Facebook… Un modo come tanti per far credere a se stessi di essere nel giusto, di vedere oltre, fuori dagli schemi: far parte della comunità dei buoni.

Per quanto anche solo scrivendone mi senta lontano dalle più pure intenzioni iniziali, l’arcano è ancora più sottile. Malevolo come ogni idea radicata nel sentimento comune privo di ragionamento; poiché “strani”, che in questo caso può sembrare bene e forse lo era nelle intenzioni dell’autore in antitesi al bisogno di uniformarsi, riflettendoci risulta invece presuntuoso, al punto che la mia intuizione vira verso quelle persone “comuni” che se ne vanno come foglie secche senza che nessuno le abbia notate… Ecco dunque che intuisco quanto “strani” vorremmo esserlo tutti, spinti come siamo all’appagamento perpetuo di una visibilità effimera della quale però ci vergogniamo, rifiutando l’appellativo di persone egocentriche per rivendicare una sincera “normalità”.

Famosi senza arroganza. Visibili ma vicini a tutti, come tutti, in grado di restare con i piedi per terra. Quindi, il mio intento iniziale, istintivo in un modo che adesso mi spaventa per quanto privo di ogni volontà, si è dissolto in una visione più ampia stavolta, rendendo visibile come il bagliore di una singolarità heisenberghiana il suo aspetto ambiguo, come un cumulo di giuste parole nel loro aspetto più sfuggente, perdute nei meandri del racconto in cui la trama offusca la ragione a favore dei fatti narrati. Pertanto, piuttosto che pubblicarle, scelgo di raccontare in queste poche righe la rinuncia che ne consegue, almeno dell’intento iniziale, motivandola con uno dei pochi attimi di lucidità concessi, per scegliere di non essere “strano” a tutti i costi ma “comune” come la foglia di un albero che si stacca dal ramo, per un attimo sorvola l’orizzonte, prima di sparire nell’anonimato più splendente…

Di fuggevoli istanti ordì una storia

Recentemente ho riscoperto le poesie di Vincenzo Cardarelli, al secolo Nazareno Caldarelli, grazie alla condivisione dello scrittore Emiliano Gucci, la cui opera si trova spesso a fare i conti con le emozioni umane più profonde. Cardarelli, laziale classe 1887, viene spesso definito “il poeta dell’amore perduto”. La sua poetica, struggente e intrisa di malinconia, descrive infatti con lucida precisione lo stato d’animo che l’autore scioglie tramite i propri versi, non più come una liberazione bensì alla stregua di una rassegnata visione priva di ogni speranza.

Difficile non provare empatia per l’opera di questo schivo e solitario scrittore poco celebrato; tuttavia, nella melma di nomi autorevoli, Cardarelli emerge umano, forse “troppo umano” come sostiene Nietzsche da cui il poeta è certamente influenzato, quando dice: “La felicità non ha volto ma spalle, per questo la vediamo quando se n’è andata”. In questo, la sua poetica fa un passo indietro, come a volersi allontanare ancora un po’ da quelle spalle lontane, per confermarci che la felicità è soltanto una promessa non mantenuta a fronte di una malinconia dilagante, e la lontananza ce la mostra nelle sue forme definite che la vicinanza sfoca come gli oggetti sotto al nostro naso.

Amicizia

Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
che, perduti nel tempo, c’incontrammo,
alla nostra incresciosa intimità.
Ci siamo sempre lasciati
senza salutarci,
con pentimenti e scuse da lontano.
Ci siam riaspettati al passo,
bestie caute,
cacciatori affinati,
a sostenere faticosamente
la nostra parte di estranei.
Ritrosie disperanti,
pause vertiginose e insormontabili,
dicevan, nelle nostre confidenze,
il contatto evitato e il vano incanto.
Qualcosa ci è sempre rimasto,
amaro vanto,
di non ceduto ai nostri abbandoni,
qualcosa ci è sempre mancato.

La solitudine emerge da ogni verso ponendoci di fronte alla domanda cruciale: l’amore, nella sua essenza più intima e profonda, è forse appannaggio esclusivo di coloro i quali l’hanno perduto? Quella di Cardarelli e certamente una visione disperata che ci spinge ad apprezzare ogni lampo fugace che la vita tiene in serbo per noi, con la consapevolezza di un destino di solitudine al cospetto degli eventi. Molti dei suoi componimenti più efficaci hanno, infatti, nell’autunno la massima fonte d’ispirazione, come metafora della vita stessa, di quella parte di noi che volge al finire. Sia che si tratti di un amore, o del crepuscolo biologico, l’uomo tenta di resistere, vuole credere ancora, sognare, e lo fa accettando il piacere di questa lenta agonia che ancora custodisce il riverbero di quella luce perduta nel tempo lontano dei ricordi, come fosse l’ultimo dono a lui concesso. È il piacere della sofferenza che esplode, di sentirsi martiri privilegiati, vittime al di sopra di ogni umana bassezza.
Autunno
Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.

Nella mia personale ricerca di note che riguardano l’opera di quest’anima del novecento, scopro inoltre un legame inatteso, fugace anche stavolta, con Sibilla Aleramo (alla quale il Poeta dedicherà una raccolta di componimenti), già compagna di quel Dino Campana da me molto apprezzato i cui versi scorrono sovente nei miei scritti, quasi esistesse una connessione spirituale dell’apprezzamento mio proprio che si fa strada nei sentieri meno battuti dall’indagine. Mi chiedo, dunque, se la sofferenza interiore non sia in fondo un placebo in grado di lenire attraverso il dolore empatico, l’orrido talento di vedere oltre i fatti della narrazione. Davanti a una tale armonia di sentimenti che spaventano e attraggono allo stesso tempo, sento che la poesia non è morta ma vive. Pulsa per canali inattesi, come la rete che la ripropone in un magma di frasi banali e citazioni sdolcinate senza alcun valore letterario, tra cui di tanto in tanto emerge il “merito” a ristabilire le gerarchie tra una frase a effetto, e un’emozione struggente priva di secondi fini come quella donataci da Vincenzo Cardarelli, morto povero e solo, per arricchire tutti noi.
Passato
I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m’appartieni

e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapito!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.

L’attesa del passato

Spesso mi è capitato di criticare con ferocia quello che, per usare un’espressione che non apprezzo, era “di tendenza”. Ora meno, sarò sincero, tuttavia, negli anni in cui la mia passione per la scrittura era ancora permeata dal bisogno di ottenere riconoscimenti, retaggio di un’educazione per la quale notorietà era sinonimo di felicità, mi veniva spontaneo biasimare tutto ciò che riguardava l’offerta del momento. Un inseguimento senza sosta, rivolto al passato, come se tutto ciò che era attuale fosse meno dignitoso di quello che invece era trascorso, concetto che ho ritrovato nel recente lavoro di Woody Allen: Midnight in Paris, dove i protagonisti vivono il presente alla continua ricerca di quei trascorsi idealizzati attraverso i fasti di passioni analoghe alle loro.

Nel mio caso si è trattato di una sensazione accolta per emergere dalla melma dei fallimenti letterari, logica conseguenza della scarsa attenzione rivolta al mio lavoro di artigiano della parola, a favore appunto del desiderio di riconoscimento. Qual era lo scopo, dunque? Oggi sono in grado di riconoscere la debolezza dell’intero impianto, come se per anni avessi tentato di costruire una casa meravigliosa senza fondamenta destinata a crollare ancor prima d’essere abitata… Affronto questa riflessione sulla scorta di un vecchio film del regista Bruno Corbucci: Delitto sull’autostrada, interpretato da Thomas Milian e da una splendida Viola Valentino. Una comicità che oggi rivaluto con quella stessa malinconia che mi fa prediligere gli autori del passato nella scelta delle mie letture, inattuali il più delle volte, di un tempo che, inevitabilmente, è trascorso anche sulla mia pelle portandosi via le speranze che adesso fluttuano sospese in queste testimonianze.

Dunque, con reticenza, cerco di accantonare la mia ipocrisia frutto di anni di studio, per accettare il fatto che niente è cambiato in questo mio sentimento di ribellione, e che certo non lo farà adesso che la giovinezza è rimasta in quei sogni. Ho spalancato il pensiero profondo in questa visione scanzonata, di un Thomas Milian, uomo che apprendo esser stato riservato e di grande cultura in antitesi col proprio personaggio, sboccato al limite di una conclamata volgarità talvolta eccessiva, per ritrovare in me un’indulgenza ruffiana perfino al cospetto di certe banalità. Di fatto ciò che prima mi divertiva nel contesto goliardico, pubblicamente deriso per soddisfare il comune senso di distinzione, è divenuto il dramma dei bei tempi andati; la fine della spensieratezza.

Allora, ecco che un film dal dubbio valore diviene opera d’arte nel momento stesso in cui, trascorso il tempo necessario per allontanare la sensazione di vivere l’attimo, lo percepisco alla stregua di un ricordo felice, anche quando la mia mente è ingannata dall’intenzionalità per una visione, giunta molti anni dopo rispetto all’uscita del film. Come tale rivendico, salvo poi dover ammettere che si tratta di un disperato tentativo di restare qui e adesso, la mia appartenenza all’oggi attraverso qualcosa che non c’è più, per vincere la delusione di dover ammettere che non è più sufficiente l’impegno per restare attuali.

I giovani vivono il proprio tempo mentre io cerco di ritrovarmi. Mi affanno per non affondare ma scopro che il decadimento è inevitabile; lo percepisco grazie all’attenzione che vi pongo, come quando mio padre non era in grado di utilizzare le funzioni più avanzate del telecomando che a me risultavano intuitive e banali. Non nego il timore, ma riconoscerlo mi salva dal ridicolo cui spesso scivolano coloro i quali non hanno più l’età per indossare determinati indumenti, o che utilizzano un linguaggio in cui l’attualità assume i connotati di una spolverata di zucchero sui maccheroni. Inevitabilmente mi chiedo se appartenere al momento, non implichi appartenere a se stessi. Si è più anacronistici scadendo in atteggiamenti propri delle generazioni che ci hanno succeduti, oppure sdoganando una presunta mitologia per quello che era il mondo quando giovani lo eravamo noi? Di fatto, la modernità ci precede. I cambiamenti ci sorprendono, di volta in volta, impreparati allo stesso modo in cui il tempo scorre silenzioso. Siamo entità capaci di comprendere anche il fatto che talune circostanze, per quanto banali, divengano ostacoli invalicabili a causa dello imprinting ricevuto, così come lo è il sentimento di affetto che mi raggiunge alla visione di certe scene del film, per le quali un ragazzo di oggi subirebbe a malapena il fascino della volgarità, e nemmeno più di tanto…

Col tempo, il senso di frustrazione si è attenuato, sono diventato più indulgente verso i miei limiti culturali offrendomi a tutto ciò che storicamente mi apparteneva, nel tentativo di essere obiettivo. Ma il peso è quello, resta immutabile, e per quanto tenti di spostarlo, non potrò mai cancellare la sensazione di rifiuto disciolto nella razionalità, come una nube purpurea che permane nel pensiero attivando l’istinto al pregiudizio, che cerca nel passato le tracce di una soluzione mancata. Quando in una scena ormai epica del film, Anna Danti canta ammiccando al commissario Nico Giraldi reso umano dall’amore che sente nascere in sé, in me sboccia il dolore per quel fuoco ormai spento che la musica è in grado di evocare. Quindi, per onestà devo riconoscere che il rifiuto dell’offerta attuale non è altro che il bisogno di sopravvivere nell’adesso, in ciò che sono oltre ogni mutazione culturale e che, come recita la canzone: “ Soffia un’aria nuova, passa il tempo ma… ti aspetto ancora”.

Oltre l’inganno, la verità…

Apro la mente. Eccomi, in questo frammento di vita, unico nella storia dell’umanità, io sono; ma nello studio di coloro i quali mi hanno preceduto, scopro l’incoerenza del pensiero: la contraddizione tra il modo di “fare vita” influenzato dallo spostamento sul Limite Eterno, e l’intenzionalità, quel concetto filosofico per il quale dovunque io mi trovi, la mia mente è in grado di migrare altrove, generando sensazioni del tutto simili alla realtà. Ma cos’è questo limite? Un ambiente sul quale il pensiero si sposta e muta, senza alcuna spinta ricevuta dall’osservatore, bensì grazie all’interazione tra tutti gli accadimenti cui sono assoggettato. Desidero essere preciso stavolta, tuttavia so già che fallirò ancora perché reagisco d’istinto a intuizioni fugaci in grado di migrare, con la mia stessa coscienza, verso luoghi sempre nuovi. La poiesi, la nascita dell’atto creativo, giunge sotto l’influsso di forze nemiche, distruttive, forze che tento di contenere attraverso l’abbandono alla riflessione, soffermandomi su quel confine labile tra due mondi molto distanti tra loro: realtà e fantasia. Del resto, come scrive Giuseppe Sgarbi nel suo bellissimo “Il canale dei cuori“: o scrivi o vivi.

Nel mio precedente lavoro ho affrontato, seppur marginalmente, il tema degli esistenziali negativi, concetti di pura fantasia che si dimostrano veri nel momento stesso in cui li recepisco come tali. In questo, l’esempio più chiaro che posso portare sono i romanzi con caratteristiche fantastiche; ben più interessanti di una storia che, per quanto irreale possa essere si muove in uno scenario di vita universalmente riconosciuto, sono le favole che permeano gran parte della nostra letteratura. Se vogliamo, prima ancora della nascita del romanzo moderno, tutto si rifaceva a credenze popolari in grado di generare storie fin troppo lontane dalla realtà come i miti degli eroi. Dunque, sento di poter interpretare la credenza, o il credere che giunge più tardi, come la volontà di esistere in un sistema diverso da quello prestabilito dalle leggi della meccanica. In qualche modo, a me sembra, la realtà giunge dopo la fantasia ma è proprio attraverso questa, nel contrasto generato, che si muove l’essere umano. A tal proposito Schopenhauer ha formulato il concetto di Velo di Maya, una sorta di paravento posto davanti ai nostri occhi che c’impedisce di scorgere le cose nella loro purezza, costringendoci a vivere in uno stato di perenne illusione che, in quanto tale, diviene la realtà stessa. Personalmente la ritengo una forzatura del suo essere misantropo e critico nei confronti dell’intera umanità (almeno per quei cinque sesti della popolazione come si affannava a ripetere); nonostante ciò, un confine esiste, qualcosa d’impercettibile, tale però che la fantasia e la realtà spesso si confondono.

Lo stimolo alla vita che caratterizza la crescita emotiva di ognuno di noi subisce l’influenza di fattori mutevoli. Non c’è una regola precisa; segue il bisogno comune di sfuggire al senso di smarrimento generato dall’essere incatenati al nostro “orticello”. Più la natura dell’ente è tale da renderlo desideroso di conoscere, maggiore sarà il senso di costrizione, ragion per cui, suppongo che le persone curiose siano quelle che più di altre tendono all’evasione attraverso la fantasia, spesso cercandola al di là delle leggi note. La letteratura è piena di esistenziali negativi, l’arte in genere lo è. La spinta ispiratrice volge sempre in una direzione “fantastica” dove esistere lontano da tutto ciò che l’ha generata. In questo riconosco un desiderio comune, sia dell’autore che dell’osservatore stesso, ad allontanarsi dal vero per accogliere situazioni in cui tutto è possibile, e reale in noi, pur mantenendo il distacco dei sensi. In effetti, non si tratta di una vera e propria evasione quanto piuttosto del desiderio di generare sensazioni in grado di sconfiggere il tempo del nostro universo e la sua percezione. La fantasia è il tramite attraverso il quale ci spostiamo oltre le leggi della relatività, posando l’intuizione stessa sul principio antropico per il quale ogni modifica all’ambiente e data dalla nostra osservazione, diretta, che ne muta l’aspetto. Ma la sfumatura impercettibile tra osservazione e percezione produce effetti catastrofici, che vanno oltre qualsiasi dimostrazione empirica dove le cose avvengono in un dato modo per effetto di cause precise. Se la realtà è tale da indurmi a fuggirne gli aspetti pratici, la creatività mi trattiene a essa come se esistesse un legame che fa sì che l’una non possa prescindere dall’altra.

Man in blue or presumed portrait of Ludovico Ariosto, 1508, by Titian (ca 1490-1576)
Ludovico Ariosto – (Reggio Emilia 08-09-1474 Ferrara 06-07-1533)

Nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, l’immaginazione travalica gli aspetti più riconoscibili del quotidiano. Sebbene gli attori di questo poema si muovano in contesti riconoscibili, l’intera vicenda è permeata da un alone d’irrealtà costante; una nebbia d’illusione che trattiene i personaggi e ne apprezza le gesta. In questo caso, più che in altri a mio avviso, perfino più che in opere come il Don Chisciotte di Cervantes, la percezione del lettore di trovarsi in un ambiente immaginario è forte, tuttavia, per quanto persista il senso del distacco, i personaggi vivono, sono presenti, e per quanto marginalmente caratterizzati dalla descrizione dei tratti caratteristici, ogni aspetto della loro esistenza emerge dalle vicende narrate. Dunque, diversamente da ciò che avviene nella prosa contemporanea in cui è prevista la caratterizzazione dei personaggi nell’intento di guidare il lettore verso il racconto, scorgo in questo un desiderio, ma ancor di più un bisogno, sempre attuale, di svincolarsi da ogni imposizione per divenire il creatore stesso delle proprie conoscenze.

Come suggeriste Ugo Foscolo nel suo “Invito all’Ariosto” (1989), la lingua del poeta soddisfa egualmente il lettore che cerca solo di divertirsi al racconto, e quello che è in grado di apprezzare la più fine bellezza della dizione poetica. In effetti, è così. Per quanto mi riguarda, curo con attenzione il mio stile letterario ma leggo sempre, salvo soffermarmi in seconda battuta su apprezzabili tecnicismi, per il gusto d’immergermi nella storia ed evadere in essa da tutto ciò che mi circonda. L’arte tutta possiede un diverso livello di percezione, ma ancor più un piano di apprendimento che ci distingue nell’apprezzamento dell’opera come nel suo rifiuto. Lo studio postumo, per quanto possa sembrare un paradosso, ci permette di ottenere una visione distaccata da una concezione accademica che, se attesa superficialmente, influenzerà ogni nostra intenzione di recepimento. Più si è portati a penetrarne il mistero, confrontandosi con chi ci ha preceduto, più si riuscirà nel momento di massima apertura a ottenere una visione stabile. L’esistenziale negativo quale effetto di un’attenzione superficiale è debole; impersonale al punto da restituire una visione senza alcuna caratteristica propria, un po’ come avviene nell’osservanza di un dipinto del quale si conosce la storia attraverso le parole di una guida. La simultaneità fruizione-insegnamento, dunque, è sbagliata a prescindere dal desiderio. Così come l’insegnamento va assimilato, l’opera dev’essere subita come un’onda violenta sulla scogliera che ci coglie impreparati. Suggerisco pertanto una visione propria, scevra da ogni insegnamento, dal quale non può comunque prescindere in un secondo momento, che manterrà il suo aspetto di contrasto con la libera interpretazione.

Conoscere il perché un dato evento generi in noi precise risposte emotive fa parte della realtà riconosciuta: si tratta di un effetto noto e pertanto influenzato da cause precedentemente definite. In qualche misura so che reagirò in una certa maniera a determinati stimoli pervenuti dall’educazione. Non che lo ritenga sbagliato ma quando parlo di esistenziali, mi riferisco a reazioni che dovrebbero essere il più possibile neutrali, in modo da renderci partecipi di ciò che stiamo osservando da un punto di vista intimistico. Tale affermazione potrebbe apparire come il “solito” dogma antiaccademico, ma in realtà si tratta della convinzione che lo studio, quando votato alla creazione, debba coadiuvare la nostra dote innata all’interpretazione di ciò che ci circonda, e pertanto completarla solo in un secondo momento. Allora, se ciò che mi spinge ad approfondire certi argomenti è una risposta spontanea alla causa, la sensazione che provo nel momento stesso in cui sono “ignorante” farà si che la senta più reale di quanto non lo sarebbe stata se influenzata da una dottrina solida. In qualche modo, sembra che la fantasia faccia da precursore all’approfondimento di concetti verificati ma dal momento che ho provato in me il sentimento di risposta, niente e nessuno potrà più influenzare l’esclusività dalla mia immaginazione.

Cosa ci spinge?

(di Roberto Masi)

Cosa ci spinge? L’ambizione, il desiderio di scoperta, la nostra influenzabilità o il nulla stesso? Da dove proviene l’energia che riceviamo? Chi crede in Dio, trova in Lui le risposte che cerca e tutto finisce così, in una grande rassegnazione che non lascia scampo al gusto personale. Il Supremo osservatore che, volgendo il proprio sguardo, altera il moto degli esseri umani che si comportano come particelle elementari sottoposte agli effetti del principio di indeterminazione. Tuttavia, noi viviamo sul Limite Eterno e ciò che sposta la nostra traiettoria non è la spinta di un’energia che ci rende visibili, quanto qualcosa che ritengo più simile al “moto Browniano”, in cui particelle sospese in un fluido si spostano, in modo del tutto casuale, scontrandosi l’un l’altra sotto l’influsso dell’agitazione termica. Dio non sembra esserne l’artefice dunque, siamo noi che agitandoci al calore dell’esistenza, ci scontriamo vicendevolmente provocando repentini cambi di direzione.

Il Limite Eterno è il luogo sul quale questi scontri avvengono senza soluzione di continuità. L’interazione tra esseri umani produce lo spostamento e la successiva deformazione del tessuto, in un perenne ondeggiare che non troverà mai fine. Talvolta, il raggruppamento di più enti crea deformazioni così profonde da attirare la “caduta” di un numero elevato di soggetti, col rischio di provocare un effetto attrattivo simile a quello di un buco nero, dal quale difficilmente sarà possibile sfuggire. Sono queste le zone da evitare per garantire alla coscienza uno sviluppo inarrestabile, altrimenti la visione si perderebbe in queste singolarità entro le quali non esiste ambizione, giacché il potere persuasivo della massa è tale da influenzare ogni scelta.

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Curvatura dello Spaziotempo

Se non fossi in grado di vincere la mia reticenza all’accettazione passiva di canoni imposti, capirei di esservi caduto dentro; tuttavia, alla stregua dell’ennesimo paradosso, se fossi in grado di rendermene conto avrei la certezza di non esservi ancora scivolato del tutto, giacché esisterebbe soltanto l’intuizione passiva di ciò che vi dimora in modo permanente. La verità è una scelta incessante. La mutazione concreta del pensiero, della percezione di ciò che ci circonda, sono le caratteristiche stesse dello “squilibrio termodinamico” in cui esistiamo. Non c’è grandezza che sia costante nel tempo; tutto è alterato, attimo dopo attimo, dalla nostra natura che prevede uno scambio ininterrotto di informazioni e stimoli in grado di garantire la mobilità del sistema. L’essere umano è ciò che rende l’esistenza possibile. La sua mutevolezza, il bisogno di spingersi ai confini di un sapere che non è altro che la nostra stessa specie, garantiscono il progredire della natura. Le nostre contraddizioni sono il circolo dello squilibrio che garantisce l’esistenza così come noi la conosciamo. La necessità di scontrarci per restare mobili, vivi, umani.

Sembra terribile, lo so, ma è la nostra stessa natura a chiedercelo. L’istinto è soltanto una parte, attiva, di ciò che resiste ancora oggi della “genesi”. Una sorta di riflesso d’immersione che permane nei nostri geni impedendo l’ascesi che, invece, in poco tempo cancellerebbe ogni nostra caratteristica. Con questo non voglio dire che il “dogmatismo”, il cui maggiore esponente risulta essere quello stesso Spinoza che fa del dubbio la ragione, sia alla base di ogni nostra intenzione: la metafisica è per me un dato oggettivo oltre ogni empirica dimostrazione, ma il soggetto non dev’essere a tutti i costi influenzato da una natura oggettiva, soprattutto se desidera svincolarsi da essa attraverso la riflessione che lo pone sempre e comunque in un ottica privilegiata. La “follia” che ha portato alla formulazione della meccanica quantistica, verso la quale lo stesso Einstein era scettico nonostante proprio grazie ai suoi studi sulle particelle sia stato insignito del premio Nobel, rappresenta non solo una grande sfida all’empirismo, bensì una rivoluzione del pensiero stesso. Come per le scienze, l’intelletto traballa. So che non potrò conoscere la deriva di tutto questo: né dell’evoluzione filosofica, né tantomeno di quella scientifica, ma scorgo in questo aspetto coraggioso tutta l’umanità di cui siamo fatti in quanto specie eletta. Esiste quindi una tensione costante, così com’era per Einstein verso l’interpretazione di Copenaghen, che tiene prossime le une alle altre tutte le eccellenze che si scontrano senza correre il rischio di precipitare in una delle singolarità di cui parlavo all’inizio.

Nella prefazione ch’egli fa nel suo Al di là del bene e del male, Nietzsche dice: “Si direbbe che tutte le cose grandi, per poter iscriversi nel cuore dell’umanità con le loro eterne esigenze, debbano prima trascorrere sulla terra come caricature mostruose e terrificanti: una tale caricatura è stata la filosofia dogmatica…”. Tale considerazione, sebbene anch’io sospetti che l’idea platonica del puro spirito abbia corrotto le menti più illustri vincolandole a un idea di “bene” oggettivo, rappresenta l’anticipazione di un movimento che avverrà comunque. Col senno di poi, è possibile identificare in questo l’inizio di uno sconvolgimento che in quanto tale, troverà sempre la resistenza da parte di un sistema consolidato. Così è la coscienza che muta e si scontra a ogni fluttuazione perché vorrebbe mantenere inalterato lo stato di quiete. In fondo siamo dei conservatori di noi stessi. Parliamo di istinto evolutivo ma facciamo di tutto per resistere a ciò che ci rende inattuali, e questa è la percezione errata giacché il cambiamento non è la fine di noi stessi, ma il transito a cui invece dovremmo abbandonarci con gioia.

Il pensiero non dev’essere inteso come definitivo. Ricredersi è un atto di fede verso una crescita continua che tende all’universalità cui possiamo solo ambire senza speranza di raggiungerla. Il gusto stesso sembra essere l’aspetto più umano della coscienza; non l’etica, non gli ideologismi o la morale, ma il gusto in quanto effetto inconsapevole di una traslazione della mente sul tessuto. Cose che prima ripudiavo, adesso mi attirano come effetti di un’attesa lunga e fruttuosa. Ciò che credevo distante da me si è fatto vivo nella mia mente e allo stesso modo in cui ho iniziato ad apprezzare Burri, Manzoni e tutti gli altri, il tempo ha allontanato le certezze di un passato in cui tutto sembrava definitivo. Ciò mi porta a immaginare che tutto questo: i miei testi, la mia indagine, il mio stesso modo di fare letteratura, sia destinato a una continua evoluzione che mi porterà come spesso accaduto, a provare sensazioni di rifiuto verso la mia opere precedente. L’insoddisfazione, dunque, se consapevole, è un atto della coscienza e non la negazione della felicità. Il confine però è labile, al cospetto di una strenua lotta con la necessità di vedere oltre, si oppone l’accezione negativa dell’attesa, della speranza di un cambiamento che, nella nostra mente, può essere solo fortuito e non indotto dal nostro stesso volere.

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Moto Browniano

Essere gli artefici, pertanto, comporta l’insoddisfazione; sta a noi percepire questo sentimento come una spinta propulsiva. La mobilità è la garanzia dell’esistenza: non può esistere vita senza interazione, tale che la solitudine, ch’io stesso ho più volte interpretato come una necessità per penetrare in me come avvenuto nelle le immersione, nel lungo termine inquina tutto portando alla rassegnazione che ci trascinerà in un abisso senza ritorno. “Cosa ci spinge?” quindi, è una domanda la cui risposta risiede nella coscienza stessa che, se vitale, rappresenta il motore delle nostre azioni.

Il valore della discontinuità

(di Roberto Masi)

Ridursi all’essenziale richiede il colore; ho capito che il peso di una gravità cosciente dev’essere armonizzato. La funzione continua della curva di Peano, per esempio, ha trovato il suo controvalore nell’opera di Bruno Munari, non tanto per la rappresentazione grafica dell’elemento geometrico in sé, quanto nel cromatismo utilizzato dall’artista in funzione di un bilanciamento necessario. Ho intuito questo bisogno durante una visita al museo della Fondazione Casamonti dove, tra decine di opere tra le quali non sono mancati i “soliti” Manzoni e Burri, la mia attenzione è stata catturata da un autore fino a quel momento sconosciuto: Josef Albers. In questi giorni ho cercato un nesso tra l’opera di quest’artista e quella di Munari, nel tentativo di comprenderne il potere attrattivo pressoché identico, dal momento che a Munari sono giunto attraverso l’apprendimento della logica, mentre ad Albers tramite uno slancio in apparenza privo di motivazioni. Tuttavia, se accetto la teoria del velo, devo accogliere la possibilità che ogni stimolo faccia parte di una medesima coscienza sottoposta all’influsso della distorsione, come il passaggio dal bianco al nero delle prime immersioni, per risalire al cromatismo di superficie in cui mi trovo adesso.

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Josef Albers – Omaggio al quadrato (1949-1976)

La formula della coscienza, dunque, resta un dato mutevole che non solo rappresenta la nostra suscettibilità all’indeterminazione, ma evidenzia il nostro esserne costantemente dominati. Nello specifico, volendo fare un esperimento mentale, se applicassi dati certi di caratteristiche personali e influenzabilità alla formula concepita nel mio precedente Ognuno vede ciò che sa: [Δc = (±Kp) x (±Rc) → ±∞-1 Δcˈ], otterrei un valore definitivo e “chiuso” che rappresenta soltanto quel preciso momento. La natura stessa del velo, infatti, assoggettato al cambiamento per effetto di dinamiche imponderabili, stabilisce che in un tempo imprecisato la mia posizione debba necessariamente variare, e con essa la percezione di ciò che mi circonda. In effetti, questo è ciò che è sempre avvenuto nel corso della mia vita. Quando ero giovane, amavo la pittura surrealista e leggevo gli autori della Beat Generation come Jack Kerouac e William Burroughs sentendoli definitivi, poi, nel tempo, la mia attenzione si è spostata verso opere più “classiche” in un continuo stravolgimento senza alcun legame in grado di stabilire una qualche forma di coerenza. Tale discontinuità, nel gusto e nella percezione del mondo, non è altro che la conferma di vivere sulla superficie estesa già teorizzata da Nietzsche, in un punto qualsiasi dello spazio sconfinato in cui il velo si distorce, e tale da rendere la fluttuazione stessa imprevedibile a differenza di ciò che accadrebbe se mi trovassi su una funzione d’onda. Percepisco quindi una frattalità mobile, in grado di scivolare sul velo e non aggrappata a esso come, invece, credevo fino a poco tempo fa. Non basta l’ondeggiare della coscienza collettiva per stravolgere la mia riflessione; se nascessimo con una posizione inamovibile, ciò implicherebbe una certa marginalità nel cambiamento, anche a fronte di variazioni importanti. Credo piuttosto che la nostra posizione debba ritenersi libera di spostarsi su questa superficie, in modo che gli effetti della mobilità del velo inducano non solo un’oscillazione ma anche una traslazione che generi un rimescolamento perenne a conferma del dubbio quale caposaldo di questa teoria.

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Josef Albers – Formulazione Articolazione I e II – 1972

Devo alleggerire. Sbrogliare la matassa di astrazioni difficilmente assimilabili. Dunque, ridursi all’essenziale richiede il colore. Cerco di fare un paragone per chiarire questa mia affermazione, mettendo a confronto l’opera di due maestri molto vicini l’uno all’altro, ma assai lontani nella mia percezione attuale. Il primo è Getulio Alviani, anch’egli come Munari rappresentante dell’arte cinetica, all’apparenza più complesso e che mi avrebbe maggiormente colpito in passato, l’altro è Josef Albers appunto, esponente dell’Op art (un sottoinsieme della prima), nella cui semplicità, per quanto apparente, mi sono perso come avvenuto per rappresentazioni ben più articolate. Molti artisti sono stupefacenti. Opere grandiose popolano il mondo: dipinti, sculture, romanzi, componimenti musicali; nonostante ciò, alla grandezza fa eco la semplicità di un’intuizione che rende l’impianto stabile solo e soltanto se saremo in grado di riconoscerne la forza. Se il colore è il contrappeso, esso dev’essere equilibrato nel cromatismo, non basta una mescolanza scriteriata, anzi, la stessa rischierebbe di ottenere l’effetto contrario e far naufragare definitivamente la nostra entità. Il colore, in tal caso, rappresenta la metafora di un concetto molto più ampio, in cui tutto deve trovare una simmetria ma ancor più una correlazione in grado d’impedirne la deriva. Tuttavia, sebbene tale affermazione possa risultare scontata, non faccio riferimento a opposti di categoria come bianco e nero, bene e male, caldo e freddo o qualsiasi altra specularità intuitiva, quanto ad aspetti puramente soggettivi di percezione del mondo e degli individui, in cui il bilanciamento della gravità di pensiero può esistere in qualsiasi categoria riconosciuta, purché sia in grado di alleggerirne il peso. La pesantezza stessa può bilanciare la volatilità delle frivolezze riportandoci con i piedi per terra. Questo, come sappiamo, può rivelarsi un azzardo. Il senso di alleggerimento scatena risposte talvolta esagerate che inducono alla sovrabbondanza di una panacea presunta, col rischio di trasformarla nella causa del disfacimento stesso. L’equilibrio deve accettare il dolore, lo sconforto, la pena e perfino agognarla giacché un eccesso di positività finirebbe per schiacciarci né più né meno come il suo opposto. Se non posso controllare la mutevolezza del velo devo accettarne il rischio.

getullio alviani - testura grafica inclinazione ottica 1939
Getulio Alviani – Testura grafica inclinazione ottica – 1939
quadrato concentrico getullio alviani
Getulio Alviani – Quadrato concentrico

Le parole sono un aspetto oneroso nella mia ricerca, rappresentano il peso, la gravità del dubbio che s’insinua e cerca la propria antitesi nel colore, nella vitalità di un corpo che esulta, nella dolcezza di una canzone d’amore o nel contatto fisico con un’altra persona. Essere equivale ad avere il controllo sul becchettio che, se accolto, garantisce la sussistenza. Spesso però attorno a me vedo la resa: individui che brancolano senza meta sopra e sotto il velo per aver ceduto alla lusinga di un eccesso di gioia o di dolore. Ho imparato sulla mia pelle quanto può rivelarsi pericoloso il gusto per la malinconia, per i testi dolorosi e splendenti, accettando l’opera come un dono da contrapporre alla felicità per impedirle di sovrastare tutto. Niente sussiste senza uno scenario che ne contrasti le forme, altrimenti tutto apparirebbe privo di scopo. Ma esiste anche il rischio di affezionarsi all’inquietudine, a una visione opaca e negativa di ogni destino, tale da non potervi rinunciare nemmeno a fronte di un affrancamento da essa. Si tratta del Limite eterno, l’alone che ci separa dallo stravolgimento, e che mi mostra la natura del velo non più come un panno dal ricamo frattale, ma come un drappo spesso e opalescente sul quale i frattali stessi scivolano. Nello spessore minimo di quest’ambiente nel quale siamo immersi finché in noi sopravvive la consapevolezza, tutto è ancora possibile mentre al di fuori ci attende la deriva. Non c’è ritorno. La salvezza è un’illusione, il distacco ci scaglierebbe lontani per annullamento della tensione superficiale. Ecco allora che in molti ci raduniamo alle estremità di questo tessuto, come se il richiamo dell’annientamento fosse talmente forte da non potervi rinunciare. In realtà è la natura stessa dell’essere umano che cerca di spingersi al limite garantendo una fluttuazione eterna.

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Rappresentazione della distorsione e natura dl velo

Hilbert dice: “Tutto quello che si può dimostrare idealmente si può dimostrare anche realmente”, ma è Gödel che ridimensiona il concetto fornendo la prova che in certi casi, tale affermazione è incoerente. Non basta l’intuizione; ho usato il velo giacché mi risulta di facile intendimento per la sua capacità d’incresparsi e ciò mi permette di assimilare il concetto di un’essenza mutevole, sebbene la sua profondità sia ben più complessa. La nostra stessa natura lo è, diversi come siamo dall’istinto che in parte abbiamo abbandonato a favore di questa famigerata evoluzione. Quello che dovremmo fare, dunque, per difenderci dal desiderio di riprodurre noi stessi, sarebbe evitare la programmazione di algoritmi in grado di randomizzare le scelte, le reazioni, capaci appunto di insinuare l’indeterminazione che invece è proprio ciò che stiamo facendo con gli odierni sistemi di Intelligenza Artificiale. Agli albori di questa scienza, il fascino risiedeva nel rigore, nella capacità di compiere calcoli impossibili in un tempo minimo nel rispetto dell’affermazione di Hilbert, e dell’opera di Albers in cui rivedo la docile visione di un passato in cui il rigore sembrava l’eccesso. A mano a mano che questo nostro sapere si va perfezionando, un po’ come avviene per tutte le cose di cui disponiamo, lo stupore iniziale sta cedendo il posto al desiderio di spingerci oltre per sentirci artefici dell’esistenza. È come se stessimo cercando in tutti i modi la conferma dell’esistenza di un Creatore, e più si va affinando il nostro sapere, più inseguiamo ciò che questo tende ad allontanare da noi portandoci fuori dal tessuto. Forse l’uomo ha bisogno di credere. Vivere non basta, amare non basta se non c’è un premio finale, tutto è subordinato alla necessità di sentirsi approvati attraverso il riconoscimento dei propri meriti e così facendo, la vita scappa via per derivare chissà dove.

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Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

Amor fati

Il limite eterno

Il velo di Maya

Ognuno vede ciò che sa

Ognuno vede ciò che sa

(di Roberto Masi)

Lo studio della curva di Peano mi ha mostrato la strada, sento però la necessità di fare ordine in questa logica di concetti franati. Sebbene condivida con Nietzsche molte cose, ribadisco il mio deciso rifiuto del concetto di Eterno ritorno. Con questo non voglio dire che accolgo una qualche forma di religione, ma non accetto l’idea di una ripetizione perpetua. Non riesco, anche perché in caso contrario questa ricerca non avrebbe senso, ad accogliere la possibilità che non esista uno scopo nella vita, che l’uomo sia un mero carburante nel ciclo vitale del cosmo, una fonte energetica che si ricarica come una batteria per affievolirsi e sparire in un lasso di tempo più o meno esteso. Partendo dalle immersioni, dunque, ho scoperto il Limite eterno, e con esso la necessità di risalire. La vita è qui, dove posso interagire e la coscienza, come ho detto in Amor fati, è una superficie mossa che finalmente, per mezzo della rappresentazione grafica di David Hilbert e dell’opera di Bruno Munari, sfocia nel concetto dei frattali: oggetti geometrici le cui forme si ripetono senza interruzione. L’omotetia che li contraddistingue, ovvero la capacità comune di replicare in scala la propria caratteristica geometrica, è la rappresentazione, in natura, del concetto che intendo approfondire per perfezionare il mio ragionamento.

Foglie, fiocchi di neve, cristalli, perfino un semplice cavolo romano, sono la rappresentazione di aspetti assimilati. La ripetitività ossessiva che genera il concetto di forma, e di coscienza appunto, attraverso la reiterazione di un motivo calcolabile. La cosa che mi spinge ad approfondirne la comprensione è che il frattale, a differenza di una curva piana che utilizza una funzione matematica, dev’essere necessariamente calcolato attraverso un algoritmo. Questa sua caratteristica intrinseca gli assegna una proprietà specifica, in altre parole il fatto di tendere al risultato finale senza mai raggiungerlo. Sparisce dalla percezione sensoriale verso il mondo quantico ove la meccanica stessa smette di rispondere alle leggi della fisica classica, e da questo la tendenza, insita nella natura, all’indeterminazione di tutte le cose, al dubbio appunto.

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cavolo romano – frattale in natura
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fiocco di neve – frattale in natura

La coscienza, pertanto, è un dato comune. Un velo che si distorce alla stregua dello spaziotempo sotto l’influenza della gravità storica, e che separa il senso di una verità accettata, dal disordine in cui tutto si confonde perdendo di significato. Il valore di questa superficie è lo stesso del Velo di Maya: il Limite eterno che separa l’indicibile senza alcuna direzione cardinale prestabilita. Il fuori e il dentro sono aspetti della medesima confusione e l’essere umano, diversificato come un frattale senza fine, vive su questa superficie che si distorce incessantemente. L’Eterno ritorno decade. Il suo aspetto ciclico declina nella natura stessa di questo concetto che, mutando in continuazione, sposta il ripetersi degli eventi, anche personali, ogni volta in un punto diverso della sua curvatura, garantendo a noi umani di subire l’influenza delle scelte che facciamo, senza possibilità che un evento si ripeta nello stesso identico modo e proponga incessantemente i medesimi risultati.

Cosa sto guardando? A questo punto sento l’ambiguità del concetto che, se da un lato mi apre gli occhi verso nuovi orizzonti, dall’altro m’impone l’incertezza. Se dubitare è la regola, la direzione non può essere sbagliata, neppure quando la verità dovesse attraversare il fallimento senza condurre a niente, giacché la sua confutazione diverrebbe un po’ più facile da raggiungere. Forse la vita interiore si riduce a questo, come nella geometria frattale appunto, nella tendenza infinita verso una verità irraggiungibile. Tale concetto scaturiva in me già ne Il limite eterno, e rappresenta il mio modo d’interpretare la riflessione introspettiva, come un metodo irrisolvibile la cui compiutezza è la caratteristica propria dall’essere privo di soluzione. Più si affina la ricerca, spostandosi sulla superficie del “velo” che ondeggia sotto l’impeto della modifica di assetti socioculturali, e più si tende all’unico risultato possibile: l’indeterminazione. Ma, come ho detto prima, rifiuto il concetto di Eterno ritorno e perfino il significato intrinseco del Velo di Maya come dimostrazione che l’essere umano vive nella più completa illusione di ciò che lo circonda. Protendo, invece, verso il Principio antropico secondo il quale ogni cosa da me osservata si modifica nell’istante stesso in cui interagisco con essa. Sebbene possa sembrare un affinamento dell’ipotesi di un’illusione perenne, in realtà dona un senso più alto alla nostra natura, rendendoci in qualche modo artefici, attraverso connessioni logiche, di un destino comune. Credo nella creazione e terminazione di tutte le cose, non per mano di un dio benevolo che giudica le nostre azioni, ma in quanto limiti estremi di un’opera collettiva entro la quale si svolge l’esistenza.

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Geometria frattale

Siamo in ambito paradossale, dunque cito Georg Cantor, grande matematico tedesco padre della “teoria degli insiemi”, e lo faccio in barba a coloro che, forti della propria intelligenza, del proprio sapere, della propria esclusiva capacità di comprendere teoremi ad altri preclusi, tacciano i filosofi di farne un uso anomalo e scellerato. Rivendico, opponendomi al dogma di un’erudizione egocentrica e poco incline alla scoperta di un confine ancora più lontano, il diritto di ognuno ad attraversare la scienza, l’arte, la letteratura o qualsiasi cosa egli desideri, per tendere alla scoperta di se stesso: “Non ho alcun dubbio che in questo modo noi ci estendiamo sempre oltre, senza mai raggiungere una barriera insuperabile, ma anche, senza mai raggiungere una comprensione anche approssimativa dell’Assoluto. L’Assoluto può solo essere riconosciuto, mai conosciuto, neppure in modo approssimativo”. Così, con la “frattalizzazione” della coscienza che raffiguro come una schiuma in cui ogni bolla riflette gli effetti di stimoli cui è assoggettato l’uomo, intendo l’impossibilità di un sapere assoluto bensì una tendenza, chiara e mutevole, verso ciò cui aspiriamo in quanto esseri umani. Il concetto stesso di tempo svanisce, il caos che regola lo sviluppo di questa schiuma è tale che ognuno di noi fa del proprio carattere la circoscrizione di una singola bolla rappresentata, che si modifica al tocco di scelte continue ed eventi subiti: un colpo di vento, la spinta alla fusione di due elementi, l’esplosione nella morsa di enti pressanti. Pertanto, un’ipotetica formula della coscienza che parta dal concetto d’Invarianza di scala, sebbene persista la variabile “Kp” (caratteristiche personali) della natura soggettiva, dovrà essere incrementata da un’altra variabile imprescindibile: la risposta allo stimolo come quantità finita data dall’osservazione “Rc” (risposta a eventi del caso). Proverò a fare chiarezza. L’Invarianza di scala è la proprietà di un oggetto di non mutare qualora venga effettuata una variazione della sua scala di grandezza. Userò in questo caso il termine “invarianza” giacché si parla di Trasformazione quando il fattore moltiplicante è positivo e Contrazione, quando invece negativo. Poiché nel caso di una coscienza consapevole l’influenza ricevuta può sottostare a mutazioni in entrambi i sensi, è necessario esprimere un concetto che risulti il più aperto possibile. In questo studio non c’è l’intenzione di attribuire alla coscienza peculiarità positive in senso assoluto, bensì stabilirne la variabilità soggettiva contestualizzata all’ambiente. Non percepisco, infatti, la coscienza come un fatto puramente benevolo, bensì come una parte dell’essere che ne stabilisce il ruolo. Pertanto, la formula che ne ricavo è la seguente:

Δc = (±Kp) x (±Rc) → ±∞-1Δcˈ

Da leggersi nel seguente modo: la coscienza Δc è il prodotto tra l’influenza variabile ricevuta da caratteristiche proprie (±Kp) e la risposta a eventi casuali cui l’essere è sottoposto (±Rc), tali da garantire un risultato coerente che tende all’infinito, sia esso positivo o negativo, senza mai raggiungerlo ±∞1Δcˈ.

È chiaro che si tratta di un gioco. Tale formula non ha alcun valore logico-matematico, serve solo a rappresentare, alla stregua di un dipinto se vogliamo, la sintesi comica del mio pensiero. Dice bene Munari quando afferma in uno dei suoi tanti testi: “Ognuno vede ciò che sa”. Se tanto mi da tanto, la nostra vista è piuttosto marginale, offuscata dall’ignoranza, perfino in coloro i quali dimostrano doti eccellenti in qualche campo specifico, mostrando evidenti lacune in tutto il resto. In effetti, questo mio studio cerca di coinvolgere il maggior numero di concetti possibile con lo scopo di chiarire, se non agli altri almeno a me stesso, la particolarità del nostro modo di “fare vita”, di sfamare la nostra curiosità senza curarsi del mezzo utilizzato per farlo, quanto della necessità incessante di assecondare il bisogno di sapere. Questo è il motore che smuove tutto, modifica il nostro modo di vivere e con esso, necessariamente, la nostra percezione degli altri. Secondo Ray Kurzweil, direttore capo del reparto ingegneria di Google, entro gli anni quaranta di questo secolo avverrà una svolta epocale per l’umanità, il sorpasso delle intelligenze artificiali sull’uomo. Supponiamo che la stima di questo illustre pensatore sia sbagliata, resta il fatto che per quanto si possa spostare la data di tale cambiamento definitivo, tutto fa pensare che si tratti di un evento ormai certo. Dove finirà a questo punto la nostra essenza? Saremo in grado di mantenere il fuoco acceso, o la formula volgerà infinitamente al negativo, mentre algoritmi incontrollabili decideranno in base al principio della crescita di un mondo distopico privo di emozioni? Forse, se sapremo comprendere il rischio di un tale cambiamento, conosceremo meglio il valore della nostra natura e proprio mentre tenteremo di opporci, sarà proprio un algoritmo a salvarci dall’annientamento.

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Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

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Il limite eterno

Il velo di Maya

Lanciarsi in Sè

(di Roberto Masi)

Leggere Nietzsche è come farsi accudire da una madre premurosa ma severa. Egli mi spoglia di ogni orpello, lasciandomi nudo al cospetto della mia riflessione, dunque è a lui che ricorro sovente per affrontare le mie immersioni.

Oggi sono su una scogliera altissima e sto per gettarmi nelle profondità del mio oceano interiore per ricongiungermi. Scelgo di tuffarmi dall’altura per vincere fin da subito la spinta di Archimede e risparmiare così più ossigeno possibile, giacché in questa ennesima discesa, proverò ad andare ancora più in profondità. Chiudo gli occhi, mi lancio nel vuoto, e percepisco la velocità di una caduta fatta d’immagini in rapida successione. Mentre precipito, mi tornano alla mente le parole del Filosofo: “Il dotto […] finisce col perdere completamente la capacità di pensare per conto suo. Se non compulsa non pensa […] e alla fine reagisce e basta”. Ecco che, nonostante io non mi senta tale, scopro che devo staccarmi da questa figura ingombrante, non perché condivida appieno tale visione, quanto perché è giusta nella misura di creare un pensiero che si dimostri coerente alla propria “opera” e poi, semmai, trovarne riscontro nel pensiero altrui. Sento che tutto questo fa parte di quell’annullamento di cui parlavo nel mio precedente Essere l’Oceano, e che in qualche modo mi facilita il compito di far ritorno al bianco.

Tale scelta mi procura un’imprevista sofferenza; tutta una serie di appigli che vorrei citare adesso per sorreggere il mio pensiero dal timore della banalità: aforismi e citazioni cui sovente ricorro in questa indagine per accrescerne, nella mia debolezza di ricercatore, il valore intrinseco. Tuttavia, dopo aver raggiunto un tale livello di profondità ed essendo sul punto di ritornarvi, comprendo il valore di una visione personale. Si tratta di affrontare i propri timori, e quello della banalità espressiva, sebbene possa nascondersi dietro parole altisonanti e nomi illustri, rappresenta un ostacolo ancor più pericoloso delle conseguenze di un’azione avventata. Dunque, devo lasciare che gli insegnamenti si stacchino dalla mia pelle prima che il mio volto penetri il liquido che in qualche misura li farebbe aderire, e per farlo ho bisogno di aprire gli occhi, concentrarmi sull’impatto imminente, distogliere l’attenzione da questi canoni che uno a uno si disperdono nell’aria.

Non posso continuare a reagire e basta, non voglio farlo. Non voglio neppure continuare a difendermi, ma in tutto questo “non volere”, scorgo il bisogno di modificare la mia visione, com’è nell’intento di queste brevi riflessioni, per portarla oltre al vortice di polvere in cui gli altri vedono siccità, fino all’immagine della gonna di Genny in un ballo di tanti anni fa, dunque al “volere”, che è diverso. La negazione adesso è l’ennesima forma di conservazione che intendo lasciarmi alle spalle come scelta consapevole, nel tentativo di rendere l’assenza di respiro l’atto involontario del pensiero che si svincola dalle catene d’appartenenza, per ritrovarsi al cospetto di un automatismo istintivo del pensiero stesso, e non dell’azione, come se secoli di evoluzione venissero spazzati via per ritrovare l’essenziale, il candore, il coraggio di agire senza il tormento di effetti presunti. Ed è proprio il coraggio che adesso cerco; la capacità di non lasciarsi vincere nelle scelte, di non sentirne il peso ma andare incontro a esse, come se procedessi nel sentiero davanti a me, passo dopo passo, in un progredire che non sente il peso d’incontrare ostacoli, ma la forza di poterli affrontare di volta in volta come parte imprescindibile del cammino stesso.

Eccolo, il fluido arriva, lo sento irrompere sulla mia faccia. Lo scambio termico cancella ogni pensiero e in un attimo l’azione mi riporta al bianco. Stavolta è una sensazione ancora nuova, passo da ogni aspetto materiale all’abbaglio interiore e, nel tempo di un colpo di tosse, sono qui, nel punto in cui ero arrivato la volta scorsa, con tutta la mia scorta di ossigeno a disposizione per andare oltre. L’impatto ha cancellato ogni pensiero. Sono libero in uno stato di quiete nel quale stavolta posso affinare il mio pensiero e la percezione di me che non ne sono immerso, ma faccio parte di questo fluido viscoso, diverso dall’acqua, ricco della mia stessa sostanza che ne aumenta la consistenza rendendo sempre più complessa la discesa verso luoghi inesplorati della mia personalità. Cerco la posizione di massima penetrazione e vado giù. Gli occhi pieni di luce mi lasciano intravedere qua e là una moltitudine di ombre leggere, come vesti di seta mosse dal vento si spostano attorno a me, sono i pensieri allontanati dall’immersione che aleggiano come fantasmi di latte, resi innocui dalla profondità in cui si trasformano nell’immagine remota di un’idea, e mi raggiungono come lo spettro della luce di una stella scomparsa  milioni di anni fa. Ho imparato a percepirli come innocui in questa dimensione, tanto che adesso fanno parte di un ambiente favorevole, elementi imprescindibili della mia natura: innocue reminiscenze della vita di tutti i giorni.

In questa condizione ideale, di annullamento e profondità, sento di poter oltrepassare il bianco e spingermi verso il nero, dove il pensiero sorregge lo spavento per l’indeterminazione. Il chiarore raggiunto è servito a vincere la paura della permanenza a grandi profondità, ma per spingermi oltre, devo raggiungere luoghi privi di luce, luoghi nei quali l’orientamento giunge soltanto dall’acuirsi dei sensi che mi permettono di percepire leggi in grado di dirigere la mia ricerca. Sono in un limbo opaco. Tutto è incorrotto, resta solo l’attesa di un epilogo non scritto, auspicato, inimmaginabile oltre il tempo e le scelte che potrei fare. Il domani e l’adesso coincidono, so che il movimento avrà ripercussioni nel tempo come una vibrazione del tessuto spaziotemporale, come un’increspatura nella coscienza che si espande all’infinito per accogliere la propagazione di questi moti impercettibili, eppure in grado di sommarsi e condizionare ogni scelta futura. Come fare per impedire che ciò avvenga? Se scelgo ci saranno ripercussioni; se accolgo il comportamento senza paure, avverrà lo stesso, dunque non resta che accettare il fatto che un battito d’ali potrebbe davvero trasformarsi in un uragano chissà dove nel mio spirito, senza che un preciso modello matematico possa dimostrarmi la bontà di tale teoria, ma accogliendo la possibilità che ciò avvenga come una causa del mio stesso esistere, e come tale accettare in me la leggerezza di una carezza ricevuta o data, così come il furore di uno schiaffo: due aspetti tanto diversi, ma che in qualche modo bilanciano la neutralità dell’essere che se fosse troppo lieve finirebbe per oltrepassare l’atmosfera e perdersi nel cosmo, così come un’eccessiva pesantezza lo schiaccerebbe al suolo cancellandone lo spessore.

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Alberto Burri – Sacco e Nero

In questa lunga digressione, all’apparenza contorta, io unisco il mio essere mutevole a questa nuova profondità, accogliendo tutto ciò che mi caratterizza, come la struttura che m’impedisce di perdermi nell’oscurità cui vado incontro. Sento i sensi acutizzarsi. La vista lascia il posto alla percezione, ciò che c’è d’inutile viene sovrastato da un senso nuovo, la comprensione del sé che vibra come qualcosa che la materia m’impedisce di nutrire alla luce del giorno, sotto l’impeto dei colori, dei suoni, del vibrare della pelle, del gusto… Quando la mente si trova in uno stato di perplessità, inizia a formulare i concetti fuori dagli schemi, giacché solo operando in modo non schematico si può raggiungere l’illuminazione. Quindi, dopo il bianco, l’abbaglio risiede nell’oscurità che mi attende sprofondando ancora più giù nel rispetto di una dottrina zen che riconosco e non accolgo, in quanto voglio mantenermi su un piano sì profondo, ma che sia funzionale all’ambiente in cui vivo, al sistema con il quale interagisco non come individuo dislocato, bensì come parte distinta e distinguibile. Un concetto meno spirituale pertanto, più fisico se vogliamo.

Nel tempo di tale riflessione ho raggiunto l’agape. Non lascio alla mia natura irruenta alcuna possibilità di sfuggire al controllo perché so che se anche un solo filamento di rabbia dovesse scappar via, come spesso avviene quando mi trovo in superficie, questo si attorciglierebbe alle mie caviglie per trascinarmi giù come un kraken dai cui tentacoli non potrei liberarmi. In questo nuovo stadio intermedio della coscienza abissale, l’oscurità è confortata dalla densità del fluido nel quale riesco a muovermi in un modo del tutto nuovo, quasi terreno. Questa cosa, se da un lato mi spaventa, dall’altro mi da conforto sostenendomi. L’ossigeno si consuma lentamente, perfino nella fisicità ritrovata dopo che l’avevo abbandonata in superficie. Dunque, se questa materia non fa parte di tutto ciò che mi sono lasciato alle spalle immergendomi, allora deve trattarsi di qualcosa di nuovo, più profondo, personale e che ha resistito sotto la cenere in tutti questi anni, nell’attesa che qualcosa la riportasse alla luce. Qualcosa d’incorruttibile, che il tempo non può scalfire, né sostituire con altre convinzioni di natura indotta dal bisogno di difendersi. Sono io non solo nel pensiero ma anche nella percezione del mio corpo e sfruttando la spinta di questa nuova forza ritrovata, torno in superficie con la speranza di scoprirne i benefici nella prossima immersione.

Emergo, prendo aria, e tutto è come lo avevo lasciato.

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