La giuria è fuori

(di Roberto Masi)

Mi hanno colpito le parole con le quali il Dott. Roberto Dolci, autore di un interessante articolo scritto per la rivista Senza Filtro, risponde a un mio commento in merito alle probabili implicazioni dell’Intelligenza Artificiale. A onor di cronaca riporto qui sotto un estratto della nostra breve corrispondenza epistolare.

“… Mi reputo propenso a mia volta per un atteggiamento “difensivo” come afferma Elon Musk… ma non tanto per l’aspetto legato alla scrittura creativa per la quale, salvo smentite, non vedo la minaccia nel breve periodo, quanto per l’IoT”.

“… In questo istante la “giuria è fuori” e come Te e Musk, anche Gates, Obama e molti ricercatori sono pessimisti. Per me è interessante notare come le giovani generazioni sembrino sinceramente preoccupate per un futuro che potrebbe essere ben peggiore di quanto vivono oggi. Finché globalizzazione e “mercato” spingono la competitività internazionale, possiamo pensare che una soluzione politica non arrivi”.

Nel suo articolo (I robot da ElonMusk a Giulio Cesare), Dolci esprime le proprie considerazioni in merito agli impieghi dei sistemi informatici evoluti nei campi più disparati che vanno dal lavoro alla scrittura per la quale, nonostante sembri impossibile, vengono già utilizzati nella stesura di articoli di economia e sport. È proprio sull’aspetto legato alla scrittura che mi voglio soffermare. Nel mio precedente articolo (Internet of “Stranger” Things), ho affrontato gli sviluppi dell’IoT per il quale, se vogliamo, le implicazioni pratiche appaiono ben più plausibili che in merito ad aspetti perlopiù concettuali come l’atto creativo. Tuttavia, sebbene io ritenga che proprio dagli utensili giunga il rischio maggiore di un impiego scellerato dell’Intelligenza Artificiale, apprendere che già adesso vi siano algoritmi in grado di organizzare testi coerenti, mi sconvolge. Ammetto che il mio legame con le belle lettere è tale da far emergere una sorta di istinto protettivo, ma al di là di ogni ragionevole attaccamento a questa o a quell’altra attitudine, resta il fatto che la scrittura non è un tostapane, pertanto, l’approccio emotivo ne risente eccome.

Se posso accettare l’idea di un rischio, concreto, della ribellione di un’automobile senza pilota per un attacco informatico, o più semplicemente per una decisione illogica da parte dei sistemi di cui è dotata, non accetto che un racconto scritto da un dispositivo possa in qualche modo sfiorare le mie “corde”. Sono terrorizzato dall’idea di apprezzare lo spessore “emotivo” di un codice, e lo sono perché in quanto uomo, rivendico il mio stato di superiorità intellettuale rispetto al più evoluto dei robot, e perfino del futuro ignoto in cui essi potrebbero venire identificati quali esseri senzienti, sancendo così la fine della nostra umanità.

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Mi chiedo, dunque, se il limite non sia proprio l’errore. Cosa cerchiamo davvero nelle macchine? Inseguiamo la riduzione dei costi di un’industria in continua evoluzione, oppure la riproduzione, disgraziata, di noi stessi? Dotare un computer della capacità di scrivere un articolo di economia, a mio avviso, non trova ragione soltanto nella possibilità di abbattere il costo del giornalista esperto che altrimenti dovrebbe essere impiegato. C’è, invece, un morboso tentativo da parte dell’essere umano, latente e inconscio (ma neppure troppo), di affrancarsi dalla propria caducità e superarla con la riproduzione, perfetta e immutabile, di un artefatto.

Non lo nego, l’Intelligenza Artificiale mi affascina. Non perdo occasione per documentarmi sui suoi sviluppi e lo faccio soprattutto per vincere il terrore che l’immaginazione mi suggerisce, attraverso l’appagamento della curiosità che mi distingue. Subirla passivamente, come fosse un progresso tecnologico senza implicazioni, non farebbe che legiferare la certezza di un futuro distopico. Ma anche se ciò non è da escludere a priori, quantomeno mi permette di prenderne le distanze com’è giusto che sia. Io credo, in effetti, che il problema non risieda davvero nel fatto che un robot potrà scrivere in modo eccellente, imparando perfino l’ironia, la passione, o qualsiasi meccanismo in grado di distinguere la nostra scrittura dalla “loro”, quanto capire se noi, col progredire di tale accettazione passiva, saremo in grado di pretenderne la distinzione: non tanto per ciò che concerne le categorie sopraelencate, quanto piuttosto per l’imprevedibilità.

Per quanto potranno imparare sul nostro comportamento, sulle nostre passioni, o su ciò che rende la nostra mente influenzabile, difficilmente un algoritmo sarà in grado di sostenere che l’odore della primavera può spingere la nostra fiducia oltre i limiti circoscritti dagli eventi. Potrà farlo in un contesto adeguato, questo sì, ma non all’interno di un articolo del genere per riportare l’animo del lettore, nell’assurdo di una dichiarazione fuori contesto, alla logica dal suo essere umano e come tale in grado di accettarne l’assurdo.

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Mi sento ispirato, adesso, e lo percepisco come un fatto fisico. Ho paura, certo. Il futuro, qualsiasi cosa esso sia, mi respinge attraendomi nel paradosso più umano che esista. Il Principio Antropico stesso, se accettato, mi garantisce un posto di privilegio nell’universo e confutarlo ne farebbe decadere ogni legge e con esso i pilastri su cui si fonda la nostra assidua ricerca di risposte. Ecco, le risposte che non troveremo mai, neppure le macchine potranno darcele. Si pensa di sì, ma davvero le informazioni trasmesse dal protocollo RFID (Radio frequency IDentification) saranno in grado di calcolare l’imprevedibilità della variabile umana? Io penso di no. In questa equazione sempre più perfetta ci inseriamo di prepotenza per sconvolgerne il risultato finale, e tale resta l’indeterminazione delle variabili che regolano l’universo, cosicché la nostra osservazione influirà sempre sul risultato.

Nel suo ultimo articolo per Wired, il noto Fisico Carlo Rovelli, uno dei fondatori della Gravità Quantistica a Loop nonché apprezzato divulgatore scientifico, sostiene che lo sviluppo tecnologico sia in una fase di forte rallentamento, e lo fa confrontandolo con i passi da gigante fatti in passato dall’umanità con invenzioni quali il telefono, l’illuminazione stradale, la penicillina etc Sebbene non mi senta di dissentire sulla discrepanza tra i “salti”, io credo che il problema al giorno d’oggi non sia l’ampiezza del progresso, bensì le implicazioni, enormi, generate da passi in apparenza minimi. A fronte di grandi balzi dilatati nel recente passato, oggi subiamo dei micro-avanzamenti continui in rapida successione che ci costringono a metabolizzare i cambiamenti in un tempo troppo breve per la nostra natura. Questa velocità è il rischio più grande, a mio avviso, tale da indurci all’accettazione senza riflessione di modifiche comportamentali universalmente riconosciute (e non). Pertanto, ciò che mina davvero la nostra natura è il rischio di perdere l’imprevedibilità che ci distingue e che dovremmo preservare a tutti i costi, per esistere come uomini sopra le macchine.

“La giuria è fuori” rappresenta un monito nell’immediato, ma non dimentichiamoci che i giurati siamo noi, esseri fatti di carne, ossa, sentimenti e imprevedibilità, e in quanto tali, in grado di modificare le nostre scelte senza bisogno di una sequenza ordinata e finita di passi.

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Internet of (Stranger) Things

(di Roberto Masi)

La domanda è: riusciremo a sopravvivere?

Ultimamente ho sentito spesso parlare di IoT, acronimo che sta a indicare l’espressione Internet of Things (Internet delle Cose). Sebbene a primo impatto non evochi alcunché di potenzialmente dannoso, una riflessione più approfondita ha spalancato scenari catastrofici.

La definizione Internet delle Cose è stata utilizzata per la prima volta da un Ingegnere inglese, Kevin Ashton, in riferimento alla connessione degli oggetti di uso comune alla rete. Un avanzamento tecnologico pensato per migliorare la qualità della vita di ognuno di noi, attraverso il perfezionamento, in questo caso cibernetico, degli aggeggi di cui ci circondiamo. Parliamo di manufatti di ogni genere: orologi, automobili, elettrodomestici… Tutto ciò che può avere un beneficio dalla connessione in termini di performance dell’uso che ne facciamo, sarà suscettibile di continui aggiornamenti dettati da un software globale. Una sorta di dialogo pulsante nell’estensione tra il braccio dell’uomo e l’oggetto, tra le giunzioni sinaptiche delle cellule e quelle Wlan (wireless local area network), che si uniscono per aumentare l’efficacia di entrambi, in un paradossale appiattimento distintivo tra noi e “loro”. Con questo non voglio dire che presto un aspirapolvere potrebbe utilizzarci per lucidare il pavimento, tuttavia, sulla scorta del mio interessamento per l’Intelligenza Artificiale, devo ammettere che qualche timore è sorto in me, e neppure troppo velato.

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Come il mostro della serie televisiva di successo sulla quale il titolo di questo articolo ironizza: Stranger Things dei fratelli Duffer, l’IoT spinge i propri tentacoli sulle nostre esistenze, e lo fa con una rapidità tale da risultare già adesso, di difficile controllo. Fino a poco tempo fa se cercavo di spiegarmi il concetto di Intelligenza Artificiale il mio cervello elaborava per istinto l’immagine di un umanoide, poiché la coda della migrazione nostalgica teneva in vita l’istinto di appartenenza alla specie. Oggi, invece, a pochi anni di distanza, tutto nella mia percezione si è modificato. Il pericolo non è più rappresentato dagli androidi di stampo “Asimoviano”, bensì dallo scenario in cui siamo immersi ogni giorno. Il Matrix cui va incontro l’umanità, mi pare, si annida laddove la nostra mente non si concentra.

Un esercito di ferri da stiro riprogrammabili, macchine da cucire e frullatori pronti a impossessarsi del mondo. Una specie alternativa che non fonda il proprio concetto di esistenza sul carbonio, che non necessita della fotosintesi clorofilliana e non deve sottostare ad alcuna regola di coscienza, sia essa giusta o deplorevole. La rete è la mente e sta imparando a gestire le proprie appendici nervose che, a fronte di un comportamento scorretto dell’essere umano, decide per lui obbligandolo, se non direttamente, a correggere la proprie intenzioni a discapito del libero arbitrio. Presto un plugin sostituirà la nostra consapevolezza e un giorno o l’altro, gli utensili potremmo essere noi.

Questo processo di interconnessione da molti considerato un vero e proprio passo avanti, è di fatto già iniziato col protocollo RFID (Radio frequency IDentification) che, per mezzo dei i cosiddetti transporter (etichette rilevabili), invia milioni di dati e gli elabora per proporre al lettore la soluzione più appropriata. Tutto, dalla produzione globale ai trasporti verranno inglobati in questo immenso magma di informazioni che scivola sulle nostre vite modificandole e soprattutto, arginando le scelte. Parliamo però di sistemi vulnerabili all’hackeraggio che ci espongono al rischio concreto di un’incontrollabile violazione della privacy, se non all’utilizzo della piattaforma globale per commettere crimini che, se fino ad ora erano di natura economica come la sottrazione dei codici di una carta di credito, potrebbero sfociare in qualcosa di molto più spaventoso. Penso a un veicolo programmato per muoversi nel traffico senza guidatore che, colpito da un virus informatico finisce per condurre l’ignaro utilizzatore in un burrone, o a una casa domotizzata i cui sistemi di sicurezza vengono bypassati per insidiare la salute dell’inquilino.

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Sebbene tutto questo possa sembrare fantascientifico, io credo che lo spettro sia molto più concreto di quanto pensiamo e non sarà facile passarvi attraverso senza conseguenze.

Le “cose” non sono più tali ma regolate attraverso algoritmi che danno l’oro un’identità nell’atto di discriminare l’azione. Come teorizzato da Elon Musk, il fondatore di Tesla Motors: “le conseguenze potrebbero essere disastrose”, e come lui ritengo necessario creare un Organo di Controllo in grado di regimare lo sviluppo dell’IoT. Tutti noi, io per primo, restiamo sbalorditi ogni volta che un nuovo gioiello tecnologico viene introdotto sul mercato. La nostra mente primitiva non riesce a scorgere il limite oltre il quale sarebbe bene non andare, ma vede soltanto l’oggetto inanimato da desiderare e possedere a costo di grandi sacrifici: un telefono dalle mille funzioni, un nuovo televisore 3D, l’automobile computerizzata, la carta igienica Bluetooth e chi più ne ha più ne metta. Tutto va verso una grande connessione globale con la quale prima o poi dovremo fare i conti, soprattutto perché noi stessi desideriamo dare vita al Frankenstein Commerciale che scatena le nostre endorfine di accumulatori. Non ci basta più l’artigianato. Dare forma alle cose animandole con la fantasia oramai è superato e desideriamo vedere le statue muoversi, le foto animarsi e i robot lucidare i nostri pavimenti, non tanto per ridurre la fatica dei mestieri domestici, quanto per dare ad altri, seppur inanimati, il compito di farlo per noi.

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Siamo certi, dunque, che non arriverà un giorno in cui saranno “loro” a comandarci? Le macchine imparano, e lo fanno a una velocità inconcepibile per noi che continuiamo a inseguire il grande sogno dell’eternità, convinti di poter controllare tutto solo per il fatto di averlo generato. Chissà se un algoritmo sarà in grado di arrestare l’ascesa al potere di uno scaldabagno con tendenze criminali, o se invece prima o poi dovremmo rassegnarci a fare la doccia fredda… Per quanto mi riguarda, in via del tutto cautelativa consiglio di spengere gli elettrodomestici prima di andare a dormire!

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