Cosa ci spinge?

(di Roberto Masi)

Cosa ci spinge? L’ambizione, il desiderio di scoperta, la nostra influenzabilità o il nulla stesso? Da dove proviene l’energia che riceviamo? Chi crede in Dio, trova in Lui le risposte che cerca e tutto finisce così, in una grande rassegnazione che non lascia scampo al gusto personale. Il Supremo osservatore che, volgendo il proprio sguardo, altera il moto degli esseri umani che si comportano come particelle elementari sottoposte agli effetti del principio di indeterminazione. Tuttavia, noi viviamo sul Limite Eterno e ciò che sposta la nostra traiettoria non è la spinta di un’energia che ci rende visibili, quanto qualcosa che ritengo più simile al “moto Browniano”, in cui particelle sospese in un fluido si spostano, in modo del tutto casuale, scontrandosi l’un l’altra sotto l’influsso dell’agitazione termica. Dio non sembra esserne l’artefice dunque, siamo noi che agitandoci al calore dell’esistenza, ci scontriamo vicendevolmente provocando repentini cambi di direzione.

Il Limite Eterno è il luogo sul quale questi scontri avvengono senza soluzione di continuità. L’interazione tra esseri umani produce lo spostamento e la successiva deformazione del tessuto, in un perenne ondeggiare che non troverà mai fine. Talvolta, il raggruppamento di più enti crea deformazioni così profonde da attirare la “caduta” di un numero elevato di soggetti, col rischio di provocare un effetto attrattivo simile a quello di un buco nero, dal quale difficilmente sarà possibile sfuggire. Sono queste le zone da evitare per garantire alla coscienza uno sviluppo inarrestabile, altrimenti la visione si perderebbe in queste singolarità entro le quali non esiste ambizione, giacché il potere persuasivo della massa è tale da influenzare ogni scelta.

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Curvatura dello Spaziotempo

Se non fossi in grado di vincere la mia reticenza all’accettazione passiva di canoni imposti, capirei di esservi caduto dentro; tuttavia, alla stregua dell’ennesimo paradosso, se fossi in grado di rendermene conto avrei la certezza di non esservi ancora scivolato del tutto, giacché esisterebbe soltanto l’intuizione passiva di ciò che vi dimora in modo permanente. La verità è una scelta incessante. La mutazione concreta del pensiero, della percezione di ciò che ci circonda, sono le caratteristiche stesse dello “squilibrio termodinamico” in cui esistiamo. Non c’è grandezza che sia costante nel tempo; tutto è alterato, attimo dopo attimo, dalla nostra natura che prevede uno scambio ininterrotto di informazioni e stimoli in grado di garantire la mobilità del sistema. L’essere umano è ciò che rende l’esistenza possibile. La sua mutevolezza, il bisogno di spingersi ai confini di un sapere che non è altro che la nostra stessa specie, garantiscono il progredire della natura. Le nostre contraddizioni sono il circolo dello squilibrio che garantisce l’esistenza così come noi la conosciamo. La necessità di scontrarci per restare mobili, vivi, umani.

Sembra terribile, lo so, ma è la nostra stessa natura a chiedercelo. L’istinto è soltanto una parte, attiva, di ciò che resiste ancora oggi della “genesi”. Una sorta di riflesso d’immersione che permane nei nostri geni impedendo l’ascesi che, invece, in poco tempo cancellerebbe ogni nostra caratteristica. Con questo non voglio dire che il “dogmatismo”, il cui maggiore esponente risulta essere quello stesso Spinoza che fa del dubbio la ragione, sia alla base di ogni nostra intenzione: la metafisica è per me un dato oggettivo oltre ogni empirica dimostrazione, ma il soggetto non dev’essere a tutti i costi influenzato da una natura oggettiva, soprattutto se desidera svincolarsi da essa attraverso la riflessione che lo pone sempre e comunque in un ottica privilegiata. La “follia” che ha portato alla formulazione della meccanica quantistica, verso la quale lo stesso Einstein era scettico nonostante proprio grazie ai suoi studi sulle particelle sia stato insignito del premio Nobel, rappresenta non solo una grande sfida all’empirismo, bensì una rivoluzione del pensiero stesso. Come per le scienze, l’intelletto traballa. So che non potrò conoscere la deriva di tutto questo: né dell’evoluzione filosofica, né tantomeno di quella scientifica, ma scorgo in questo aspetto coraggioso tutta l’umanità di cui siamo fatti in quanto specie eletta. Esiste quindi una tensione costante, così com’era per Einstein verso l’interpretazione di Copenaghen, che tiene prossime le une alle altre tutte le eccellenze che si scontrano senza correre il rischio di precipitare in una delle singolarità di cui parlavo all’inizio.

Nella prefazione ch’egli fa nel suo Al di là del bene e del male, Nietzsche dice: “Si direbbe che tutte le cose grandi, per poter iscriversi nel cuore dell’umanità con le loro eterne esigenze, debbano prima trascorrere sulla terra come caricature mostruose e terrificanti: una tale caricatura è stata la filosofia dogmatica…”. Tale considerazione, sebbene anch’io sospetti che l’idea platonica del puro spirito abbia corrotto le menti più illustri vincolandole a un idea di “bene” oggettivo, rappresenta l’anticipazione di un movimento che avverrà comunque. Col senno di poi, è possibile identificare in questo l’inizio di uno sconvolgimento che in quanto tale, troverà sempre la resistenza da parte di un sistema consolidato. Così è la coscienza che muta e si scontra a ogni fluttuazione perché vorrebbe mantenere inalterato lo stato di quiete. In fondo siamo dei conservatori di noi stessi. Parliamo di istinto evolutivo ma facciamo di tutto per resistere a ciò che ci rende inattuali, e questa è la percezione errata giacché il cambiamento non è la fine di noi stessi, ma il transito a cui invece dovremmo abbandonarci con gioia.

Il pensiero non dev’essere inteso come definitivo. Ricredersi è un atto di fede verso una crescita continua che tende all’universalità cui possiamo solo ambire senza speranza di raggiungerla. Il gusto stesso sembra essere l’aspetto più umano della coscienza; non l’etica, non gli ideologismi o la morale, ma il gusto in quanto effetto inconsapevole di una traslazione della mente sul tessuto. Cose che prima ripudiavo, adesso mi attirano come effetti di un’attesa lunga e fruttuosa. Ciò che credevo distante da me si è fatto vivo nella mia mente e allo stesso modo in cui ho iniziato ad apprezzare Burri, Manzoni e tutti gli altri, il tempo ha allontanato le certezze di un passato in cui tutto sembrava definitivo. Ciò mi porta a immaginare che tutto questo: i miei testi, la mia indagine, il mio stesso modo di fare letteratura, sia destinato a una continua evoluzione che mi porterà come spesso accaduto, a provare sensazioni di rifiuto verso la mia opere precedente. L’insoddisfazione, dunque, se consapevole, è un atto della coscienza e non la negazione della felicità. Il confine però è labile, al cospetto di una strenua lotta con la necessità di vedere oltre, si oppone l’accezione negativa dell’attesa, della speranza di un cambiamento che, nella nostra mente, può essere solo fortuito e non indotto dal nostro stesso volere.

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Moto Browniano

Essere gli artefici, pertanto, comporta l’insoddisfazione; sta a noi percepire questo sentimento come una spinta propulsiva. La mobilità è la garanzia dell’esistenza: non può esistere vita senza interazione, tale che la solitudine, ch’io stesso ho più volte interpretato come una necessità per penetrare in me come avvenuto nelle le immersione, nel lungo termine inquina tutto portando alla rassegnazione che ci trascinerà in un abisso senza ritorno. “Cosa ci spinge?” quindi, è una domanda la cui risposta risiede nella coscienza stessa che, se vitale, rappresenta il motore delle nostre azioni.

Il valore della discontinuità

(di Roberto Masi)

Ridursi all’essenziale richiede il colore; ho capito che il peso di una gravità cosciente dev’essere armonizzato. La funzione continua della curva di Peano, per esempio, ha trovato il suo controvalore nell’opera di Bruno Munari, non tanto per la rappresentazione grafica dell’elemento geometrico in sé, quanto nel cromatismo utilizzato dall’artista in funzione di un bilanciamento necessario. Ho intuito questo bisogno durante una visita al museo della Fondazione Casamonti dove, tra decine di opere tra le quali non sono mancati i “soliti” Manzoni e Burri, la mia attenzione è stata catturata da un autore fino a quel momento sconosciuto: Josef Albers. In questi giorni ho cercato un nesso tra l’opera di quest’artista e quella di Munari, nel tentativo di comprenderne il potere attrattivo pressoché identico, dal momento che a Munari sono giunto attraverso l’apprendimento della logica, mentre ad Albers tramite uno slancio in apparenza privo di motivazioni. Tuttavia, se accetto la teoria del velo, devo accogliere la possibilità che ogni stimolo faccia parte di una medesima coscienza sottoposta all’influsso della distorsione, come il passaggio dal bianco al nero delle prime immersioni, per risalire al cromatismo di superficie in cui mi trovo adesso.

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Josef Albers – Omaggio al quadrato (1949-1976)

La formula della coscienza, dunque, resta un dato mutevole che non solo rappresenta la nostra suscettibilità all’indeterminazione, ma evidenzia il nostro esserne costantemente dominati. Nello specifico, volendo fare un esperimento mentale, se applicassi dati certi di caratteristiche personali e influenzabilità alla formula concepita nel mio precedente Ognuno vede ciò che sa: [Δc = (±Kp) x (±Rc) → ±∞-1 Δcˈ], otterrei un valore definitivo e “chiuso” che rappresenta soltanto quel preciso momento. La natura stessa del velo, infatti, assoggettato al cambiamento per effetto di dinamiche imponderabili, stabilisce che in un tempo imprecisato la mia posizione debba necessariamente variare, e con essa la percezione di ciò che mi circonda. In effetti, questo è ciò che è sempre avvenuto nel corso della mia vita. Quando ero giovane, amavo la pittura surrealista e leggevo gli autori della Beat Generation come Jack Kerouac e William Burroughs sentendoli definitivi, poi, nel tempo, la mia attenzione si è spostata verso opere più “classiche” in un continuo stravolgimento senza alcun legame in grado di stabilire una qualche forma di coerenza. Tale discontinuità, nel gusto e nella percezione del mondo, non è altro che la conferma di vivere sulla superficie estesa già teorizzata da Nietzsche, in un punto qualsiasi dello spazio sconfinato in cui il velo si distorce, e tale da rendere la fluttuazione stessa imprevedibile a differenza di ciò che accadrebbe se mi trovassi su una funzione d’onda. Percepisco quindi una frattalità mobile, in grado di scivolare sul velo e non aggrappata a esso come, invece, credevo fino a poco tempo fa. Non basta l’ondeggiare della coscienza collettiva per stravolgere la mia riflessione; se nascessimo con una posizione inamovibile, ciò implicherebbe una certa marginalità nel cambiamento, anche a fronte di variazioni importanti. Credo piuttosto che la nostra posizione debba ritenersi libera di spostarsi su questa superficie, in modo che gli effetti della mobilità del velo inducano non solo un’oscillazione ma anche una traslazione che generi un rimescolamento perenne a conferma del dubbio quale caposaldo di questa teoria.

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Josef Albers – Formulazione Articolazione I e II – 1972

Devo alleggerire. Sbrogliare la matassa di astrazioni difficilmente assimilabili. Dunque, ridursi all’essenziale richiede il colore. Cerco di fare un paragone per chiarire questa mia affermazione, mettendo a confronto l’opera di due maestri molto vicini l’uno all’altro, ma assai lontani nella mia percezione attuale. Il primo è Getulio Alviani, anch’egli come Munari rappresentante dell’arte cinetica, all’apparenza più complesso e che mi avrebbe maggiormente colpito in passato, l’altro è Josef Albers appunto, esponente dell’Op art (un sottoinsieme della prima), nella cui semplicità, per quanto apparente, mi sono perso come avvenuto per rappresentazioni ben più articolate. Molti artisti sono stupefacenti. Opere grandiose popolano il mondo: dipinti, sculture, romanzi, componimenti musicali; nonostante ciò, alla grandezza fa eco la semplicità di un’intuizione che rende l’impianto stabile solo e soltanto se saremo in grado di riconoscerne la forza. Se il colore è il contrappeso, esso dev’essere equilibrato nel cromatismo, non basta una mescolanza scriteriata, anzi, la stessa rischierebbe di ottenere l’effetto contrario e far naufragare definitivamente la nostra entità. Il colore, in tal caso, rappresenta la metafora di un concetto molto più ampio, in cui tutto deve trovare una simmetria ma ancor più una correlazione in grado d’impedirne la deriva. Tuttavia, sebbene tale affermazione possa risultare scontata, non faccio riferimento a opposti di categoria come bianco e nero, bene e male, caldo e freddo o qualsiasi altra specularità intuitiva, quanto ad aspetti puramente soggettivi di percezione del mondo e degli individui, in cui il bilanciamento della gravità di pensiero può esistere in qualsiasi categoria riconosciuta, purché sia in grado di alleggerirne il peso. La pesantezza stessa può bilanciare la volatilità delle frivolezze riportandoci con i piedi per terra. Questo, come sappiamo, può rivelarsi un azzardo. Il senso di alleggerimento scatena risposte talvolta esagerate che inducono alla sovrabbondanza di una panacea presunta, col rischio di trasformarla nella causa del disfacimento stesso. L’equilibrio deve accettare il dolore, lo sconforto, la pena e perfino agognarla giacché un eccesso di positività finirebbe per schiacciarci né più né meno come il suo opposto. Se non posso controllare la mutevolezza del velo devo accettarne il rischio.

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Getulio Alviani – Testura grafica inclinazione ottica – 1939
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Getulio Alviani – Quadrato concentrico

Le parole sono un aspetto oneroso nella mia ricerca, rappresentano il peso, la gravità del dubbio che s’insinua e cerca la propria antitesi nel colore, nella vitalità di un corpo che esulta, nella dolcezza di una canzone d’amore o nel contatto fisico con un’altra persona. Essere equivale ad avere il controllo sul becchettio che, se accolto, garantisce la sussistenza. Spesso però attorno a me vedo la resa: individui che brancolano senza meta sopra e sotto il velo per aver ceduto alla lusinga di un eccesso di gioia o di dolore. Ho imparato sulla mia pelle quanto può rivelarsi pericoloso il gusto per la malinconia, per i testi dolorosi e splendenti, accettando l’opera come un dono da contrapporre alla felicità per impedirle di sovrastare tutto. Niente sussiste senza uno scenario che ne contrasti le forme, altrimenti tutto apparirebbe privo di scopo. Ma esiste anche il rischio di affezionarsi all’inquietudine, a una visione opaca e negativa di ogni destino, tale da non potervi rinunciare nemmeno a fronte di un affrancamento da essa. Si tratta del Limite eterno, l’alone che ci separa dallo stravolgimento, e che mi mostra la natura del velo non più come un panno dal ricamo frattale, ma come un drappo spesso e opalescente sul quale i frattali stessi scivolano. Nello spessore minimo di quest’ambiente nel quale siamo immersi finché in noi sopravvive la consapevolezza, tutto è ancora possibile mentre al di fuori ci attende la deriva. Non c’è ritorno. La salvezza è un’illusione, il distacco ci scaglierebbe lontani per annullamento della tensione superficiale. Ecco allora che in molti ci raduniamo alle estremità di questo tessuto, come se il richiamo dell’annientamento fosse talmente forte da non potervi rinunciare. In realtà è la natura stessa dell’essere umano che cerca di spingersi al limite garantendo una fluttuazione eterna.

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Rappresentazione della distorsione e natura dl velo

Hilbert dice: “Tutto quello che si può dimostrare idealmente si può dimostrare anche realmente”, ma è Gödel che ridimensiona il concetto fornendo la prova che in certi casi, tale affermazione è incoerente. Non basta l’intuizione; ho usato il velo giacché mi risulta di facile intendimento per la sua capacità d’incresparsi e ciò mi permette di assimilare il concetto di un’essenza mutevole, sebbene la sua profondità sia ben più complessa. La nostra stessa natura lo è, diversi come siamo dall’istinto che in parte abbiamo abbandonato a favore di questa famigerata evoluzione. Quello che dovremmo fare, dunque, per difenderci dal desiderio di riprodurre noi stessi, sarebbe evitare la programmazione di algoritmi in grado di randomizzare le scelte, le reazioni, capaci appunto di insinuare l’indeterminazione che invece è proprio ciò che stiamo facendo con gli odierni sistemi di Intelligenza Artificiale. Agli albori di questa scienza, il fascino risiedeva nel rigore, nella capacità di compiere calcoli impossibili in un tempo minimo nel rispetto dell’affermazione di Hilbert, e dell’opera di Albers in cui rivedo la docile visione di un passato in cui il rigore sembrava l’eccesso. A mano a mano che questo nostro sapere si va perfezionando, un po’ come avviene per tutte le cose di cui disponiamo, lo stupore iniziale sta cedendo il posto al desiderio di spingerci oltre per sentirci artefici dell’esistenza. È come se stessimo cercando in tutti i modi la conferma dell’esistenza di un Creatore, e più si va affinando il nostro sapere, più inseguiamo ciò che questo tende ad allontanare da noi portandoci fuori dal tessuto. Forse l’uomo ha bisogno di credere. Vivere non basta, amare non basta se non c’è un premio finale, tutto è subordinato alla necessità di sentirsi approvati attraverso il riconoscimento dei propri meriti e così facendo, la vita scappa via per derivare chissà dove.

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Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

Amor fati

Il limite eterno

Il velo di Maya

Ognuno vede ciò che sa

Ognuno vede ciò che sa

(di Roberto Masi)

Lo studio della curva di Peano mi ha mostrato la strada, sento però la necessità di fare ordine in questa logica di concetti franati. Sebbene condivida con Nietzsche molte cose, ribadisco il mio deciso rifiuto del concetto di Eterno ritorno. Con questo non voglio dire che accolgo una qualche forma di religione, ma non accetto l’idea di una ripetizione perpetua. Non riesco, anche perché in caso contrario questa ricerca non avrebbe senso, ad accogliere la possibilità che non esista uno scopo nella vita, che l’uomo sia un mero carburante nel ciclo vitale del cosmo, una fonte energetica che si ricarica come una batteria per affievolirsi e sparire in un lasso di tempo più o meno esteso. Partendo dalle immersioni, dunque, ho scoperto il Limite eterno, e con esso la necessità di risalire. La vita è qui, dove posso interagire e la coscienza, come ho detto in Amor fati, è una superficie mossa che finalmente, per mezzo della rappresentazione grafica di David Hilbert e dell’opera di Bruno Munari, sfocia nel concetto dei frattali: oggetti geometrici le cui forme si ripetono senza interruzione. L’omotetia che li contraddistingue, ovvero la capacità comune di replicare in scala la propria caratteristica geometrica, è la rappresentazione, in natura, del concetto che intendo approfondire per perfezionare il mio ragionamento.

Foglie, fiocchi di neve, cristalli, perfino un semplice cavolo romano, sono la rappresentazione di aspetti assimilati. La ripetitività ossessiva che genera il concetto di forma, e di coscienza appunto, attraverso la reiterazione di un motivo calcolabile. La cosa che mi spinge ad approfondirne la comprensione è che il frattale, a differenza di una curva piana che utilizza una funzione matematica, dev’essere necessariamente calcolato attraverso un algoritmo. Questa sua caratteristica intrinseca gli assegna una proprietà specifica, in altre parole il fatto di tendere al risultato finale senza mai raggiungerlo. Sparisce dalla percezione sensoriale verso il mondo quantico ove la meccanica stessa smette di rispondere alle leggi della fisica classica, e da questo la tendenza, insita nella natura, all’indeterminazione di tutte le cose, al dubbio appunto.

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cavolo romano – frattale in natura
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fiocco di neve – frattale in natura

La coscienza, pertanto, è un dato comune. Un velo che si distorce alla stregua dello spaziotempo sotto l’influenza della gravità storica, e che separa il senso di una verità accettata, dal disordine in cui tutto si confonde perdendo di significato. Il valore di questa superficie è lo stesso del Velo di Maya: il Limite eterno che separa l’indicibile senza alcuna direzione cardinale prestabilita. Il fuori e il dentro sono aspetti della medesima confusione e l’essere umano, diversificato come un frattale senza fine, vive su questa superficie che si distorce incessantemente. L’Eterno ritorno decade. Il suo aspetto ciclico declina nella natura stessa di questo concetto che, mutando in continuazione, sposta il ripetersi degli eventi, anche personali, ogni volta in un punto diverso della sua curvatura, garantendo a noi umani di subire l’influenza delle scelte che facciamo, senza possibilità che un evento si ripeta nello stesso identico modo e proponga incessantemente i medesimi risultati.

Cosa sto guardando? A questo punto sento l’ambiguità del concetto che, se da un lato mi apre gli occhi verso nuovi orizzonti, dall’altro m’impone l’incertezza. Se dubitare è la regola, la direzione non può essere sbagliata, neppure quando la verità dovesse attraversare il fallimento senza condurre a niente, giacché la sua confutazione diverrebbe un po’ più facile da raggiungere. Forse la vita interiore si riduce a questo, come nella geometria frattale appunto, nella tendenza infinita verso una verità irraggiungibile. Tale concetto scaturiva in me già ne Il limite eterno, e rappresenta il mio modo d’interpretare la riflessione introspettiva, come un metodo irrisolvibile la cui compiutezza è la caratteristica propria dall’essere privo di soluzione. Più si affina la ricerca, spostandosi sulla superficie del “velo” che ondeggia sotto l’impeto della modifica di assetti socioculturali, e più si tende all’unico risultato possibile: l’indeterminazione. Ma, come ho detto prima, rifiuto il concetto di Eterno ritorno e perfino il significato intrinseco del Velo di Maya come dimostrazione che l’essere umano vive nella più completa illusione di ciò che lo circonda. Protendo, invece, verso il Principio antropico secondo il quale ogni cosa da me osservata si modifica nell’istante stesso in cui interagisco con essa. Sebbene possa sembrare un affinamento dell’ipotesi di un’illusione perenne, in realtà dona un senso più alto alla nostra natura, rendendoci in qualche modo artefici, attraverso connessioni logiche, di un destino comune. Credo nella creazione e terminazione di tutte le cose, non per mano di un dio benevolo che giudica le nostre azioni, ma in quanto limiti estremi di un’opera collettiva entro la quale si svolge l’esistenza.

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Geometria frattale

Siamo in ambito paradossale, dunque cito Georg Cantor, grande matematico tedesco padre della “teoria degli insiemi”, e lo faccio in barba a coloro che, forti della propria intelligenza, del proprio sapere, della propria esclusiva capacità di comprendere teoremi ad altri preclusi, tacciano i filosofi di farne un uso anomalo e scellerato. Rivendico, opponendomi al dogma di un’erudizione egocentrica e poco incline alla scoperta di un confine ancora più lontano, il diritto di ognuno ad attraversare la scienza, l’arte, la letteratura o qualsiasi cosa egli desideri, per tendere alla scoperta di se stesso: “Non ho alcun dubbio che in questo modo noi ci estendiamo sempre oltre, senza mai raggiungere una barriera insuperabile, ma anche, senza mai raggiungere una comprensione anche approssimativa dell’Assoluto. L’Assoluto può solo essere riconosciuto, mai conosciuto, neppure in modo approssimativo”. Così, con la “frattalizzazione” della coscienza che raffiguro come una schiuma in cui ogni bolla riflette gli effetti di stimoli cui è assoggettato l’uomo, intendo l’impossibilità di un sapere assoluto bensì una tendenza, chiara e mutevole, verso ciò cui aspiriamo in quanto esseri umani. Il concetto stesso di tempo svanisce, il caos che regola lo sviluppo di questa schiuma è tale che ognuno di noi fa del proprio carattere la circoscrizione di una singola bolla rappresentata, che si modifica al tocco di scelte continue ed eventi subiti: un colpo di vento, la spinta alla fusione di due elementi, l’esplosione nella morsa di enti pressanti. Pertanto, un’ipotetica formula della coscienza che parta dal concetto d’Invarianza di scala, sebbene persista la variabile “Kp” (caratteristiche personali) della natura soggettiva, dovrà essere incrementata da un’altra variabile imprescindibile: la risposta allo stimolo come quantità finita data dall’osservazione “Rc” (risposta a eventi del caso). Proverò a fare chiarezza. L’Invarianza di scala è la proprietà di un oggetto di non mutare qualora venga effettuata una variazione della sua scala di grandezza. Userò in questo caso il termine “invarianza” giacché si parla di Trasformazione quando il fattore moltiplicante è positivo e Contrazione, quando invece negativo. Poiché nel caso di una coscienza consapevole l’influenza ricevuta può sottostare a mutazioni in entrambi i sensi, è necessario esprimere un concetto che risulti il più aperto possibile. In questo studio non c’è l’intenzione di attribuire alla coscienza peculiarità positive in senso assoluto, bensì stabilirne la variabilità soggettiva contestualizzata all’ambiente. Non percepisco, infatti, la coscienza come un fatto puramente benevolo, bensì come una parte dell’essere che ne stabilisce il ruolo. Pertanto, la formula che ne ricavo è la seguente:

Δc = (±Kp) x (±Rc) → ±∞-1Δcˈ

Da leggersi nel seguente modo: la coscienza Δc è il prodotto tra l’influenza variabile ricevuta da caratteristiche proprie (±Kp) e la risposta a eventi casuali cui l’essere è sottoposto (±Rc), tali da garantire un risultato coerente che tende all’infinito, sia esso positivo o negativo, senza mai raggiungerlo ±∞1Δcˈ.

È chiaro che si tratta di un gioco. Tale formula non ha alcun valore logico-matematico, serve solo a rappresentare, alla stregua di un dipinto se vogliamo, la sintesi comica del mio pensiero. Dice bene Munari quando afferma in uno dei suoi tanti testi: “Ognuno vede ciò che sa”. Se tanto mi da tanto, la nostra vista è piuttosto marginale, offuscata dall’ignoranza, perfino in coloro i quali dimostrano doti eccellenti in qualche campo specifico, mostrando evidenti lacune in tutto il resto. In effetti, questo mio studio cerca di coinvolgere il maggior numero di concetti possibile con lo scopo di chiarire, se non agli altri almeno a me stesso, la particolarità del nostro modo di “fare vita”, di sfamare la nostra curiosità senza curarsi del mezzo utilizzato per farlo, quanto della necessità incessante di assecondare il bisogno di sapere. Questo è il motore che smuove tutto, modifica il nostro modo di vivere e con esso, necessariamente, la nostra percezione degli altri. Secondo Ray Kurzweil, direttore capo del reparto ingegneria di Google, entro gli anni quaranta di questo secolo avverrà una svolta epocale per l’umanità, il sorpasso delle intelligenze artificiali sull’uomo. Supponiamo che la stima di questo illustre pensatore sia sbagliata, resta il fatto che per quanto si possa spostare la data di tale cambiamento definitivo, tutto fa pensare che si tratti di un evento ormai certo. Dove finirà a questo punto la nostra essenza? Saremo in grado di mantenere il fuoco acceso, o la formula volgerà infinitamente al negativo, mentre algoritmi incontrollabili decideranno in base al principio della crescita di un mondo distopico privo di emozioni? Forse, se sapremo comprendere il rischio di un tale cambiamento, conosceremo meglio il valore della nostra natura e proprio mentre tenteremo di opporci, sarà proprio un algoritmo a salvarci dall’annientamento.

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Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

Amor fati

Il limite eterno

Il velo di Maya

Lanciarsi in Sè

(di Roberto Masi)

Leggere Nietzsche è come farsi accudire da una madre premurosa ma severa. Egli mi spoglia di ogni orpello, lasciandomi nudo al cospetto della mia riflessione, dunque è a lui che ricorro sovente per affrontare le mie immersioni.

Oggi sono su una scogliera altissima e sto per gettarmi nelle profondità del mio oceano interiore per ricongiungermi. Scelgo di tuffarmi dall’altura per vincere fin da subito la spinta di Archimede e risparmiare così più ossigeno possibile, giacché in questa ennesima discesa, proverò ad andare ancora più in profondità. Chiudo gli occhi, mi lancio nel vuoto, e percepisco la velocità di una caduta fatta d’immagini in rapida successione. Mentre precipito, mi tornano alla mente le parole del Filosofo: “Il dotto […] finisce col perdere completamente la capacità di pensare per conto suo. Se non compulsa non pensa […] e alla fine reagisce e basta”. Ecco che, nonostante io non mi senta tale, scopro che devo staccarmi da questa figura ingombrante, non perché condivida appieno tale visione, quanto perché è giusta nella misura di creare un pensiero che si dimostri coerente alla propria “opera” e poi, semmai, trovarne riscontro nel pensiero altrui. Sento che tutto questo fa parte di quell’annullamento di cui parlavo nel mio precedente Essere l’Oceano, e che in qualche modo mi facilita il compito di far ritorno al bianco.

Tale scelta mi procura un’imprevista sofferenza; tutta una serie di appigli che vorrei citare adesso per sorreggere il mio pensiero dal timore della banalità: aforismi e citazioni cui sovente ricorro in questa indagine per accrescerne, nella mia debolezza di ricercatore, il valore intrinseco. Tuttavia, dopo aver raggiunto un tale livello di profondità ed essendo sul punto di ritornarvi, comprendo il valore di una visione personale. Si tratta di affrontare i propri timori, e quello della banalità espressiva, sebbene possa nascondersi dietro parole altisonanti e nomi illustri, rappresenta un ostacolo ancor più pericoloso delle conseguenze di un’azione avventata. Dunque, devo lasciare che gli insegnamenti si stacchino dalla mia pelle prima che il mio volto penetri il liquido che in qualche misura li farebbe aderire, e per farlo ho bisogno di aprire gli occhi, concentrarmi sull’impatto imminente, distogliere l’attenzione da questi canoni che uno a uno si disperdono nell’aria.

Non posso continuare a reagire e basta, non voglio farlo. Non voglio neppure continuare a difendermi, ma in tutto questo “non volere”, scorgo il bisogno di modificare la mia visione, com’è nell’intento di queste brevi riflessioni, per portarla oltre al vortice di polvere in cui gli altri vedono siccità, fino all’immagine della gonna di Genny in un ballo di tanti anni fa, dunque al “volere”, che è diverso. La negazione adesso è l’ennesima forma di conservazione che intendo lasciarmi alle spalle come scelta consapevole, nel tentativo di rendere l’assenza di respiro l’atto involontario del pensiero che si svincola dalle catene d’appartenenza, per ritrovarsi al cospetto di un automatismo istintivo del pensiero stesso, e non dell’azione, come se secoli di evoluzione venissero spazzati via per ritrovare l’essenziale, il candore, il coraggio di agire senza il tormento di effetti presunti. Ed è proprio il coraggio che adesso cerco; la capacità di non lasciarsi vincere nelle scelte, di non sentirne il peso ma andare incontro a esse, come se procedessi nel sentiero davanti a me, passo dopo passo, in un progredire che non sente il peso d’incontrare ostacoli, ma la forza di poterli affrontare di volta in volta come parte imprescindibile del cammino stesso.

Eccolo, il fluido arriva, lo sento irrompere sulla mia faccia. Lo scambio termico cancella ogni pensiero e in un attimo l’azione mi riporta al bianco. Stavolta è una sensazione ancora nuova, passo da ogni aspetto materiale all’abbaglio interiore e, nel tempo di un colpo di tosse, sono qui, nel punto in cui ero arrivato la volta scorsa, con tutta la mia scorta di ossigeno a disposizione per andare oltre. L’impatto ha cancellato ogni pensiero. Sono libero in uno stato di quiete nel quale stavolta posso affinare il mio pensiero e la percezione di me che non ne sono immerso, ma faccio parte di questo fluido viscoso, diverso dall’acqua, ricco della mia stessa sostanza che ne aumenta la consistenza rendendo sempre più complessa la discesa verso luoghi inesplorati della mia personalità. Cerco la posizione di massima penetrazione e vado giù. Gli occhi pieni di luce mi lasciano intravedere qua e là una moltitudine di ombre leggere, come vesti di seta mosse dal vento si spostano attorno a me, sono i pensieri allontanati dall’immersione che aleggiano come fantasmi di latte, resi innocui dalla profondità in cui si trasformano nell’immagine remota di un’idea, e mi raggiungono come lo spettro della luce di una stella scomparsa  milioni di anni fa. Ho imparato a percepirli come innocui in questa dimensione, tanto che adesso fanno parte di un ambiente favorevole, elementi imprescindibili della mia natura: innocue reminiscenze della vita di tutti i giorni.

In questa condizione ideale, di annullamento e profondità, sento di poter oltrepassare il bianco e spingermi verso il nero, dove il pensiero sorregge lo spavento per l’indeterminazione. Il chiarore raggiunto è servito a vincere la paura della permanenza a grandi profondità, ma per spingermi oltre, devo raggiungere luoghi privi di luce, luoghi nei quali l’orientamento giunge soltanto dall’acuirsi dei sensi che mi permettono di percepire leggi in grado di dirigere la mia ricerca. Sono in un limbo opaco. Tutto è incorrotto, resta solo l’attesa di un epilogo non scritto, auspicato, inimmaginabile oltre il tempo e le scelte che potrei fare. Il domani e l’adesso coincidono, so che il movimento avrà ripercussioni nel tempo come una vibrazione del tessuto spaziotemporale, come un’increspatura nella coscienza che si espande all’infinito per accogliere la propagazione di questi moti impercettibili, eppure in grado di sommarsi e condizionare ogni scelta futura. Come fare per impedire che ciò avvenga? Se scelgo ci saranno ripercussioni; se accolgo il comportamento senza paure, avverrà lo stesso, dunque non resta che accettare il fatto che un battito d’ali potrebbe davvero trasformarsi in un uragano chissà dove nel mio spirito, senza che un preciso modello matematico possa dimostrarmi la bontà di tale teoria, ma accogliendo la possibilità che ciò avvenga come una causa del mio stesso esistere, e come tale accettare in me la leggerezza di una carezza ricevuta o data, così come il furore di uno schiaffo: due aspetti tanto diversi, ma che in qualche modo bilanciano la neutralità dell’essere che se fosse troppo lieve finirebbe per oltrepassare l’atmosfera e perdersi nel cosmo, così come un’eccessiva pesantezza lo schiaccerebbe al suolo cancellandone lo spessore.

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Alberto Burri – Sacco e Nero

In questa lunga digressione, all’apparenza contorta, io unisco il mio essere mutevole a questa nuova profondità, accogliendo tutto ciò che mi caratterizza, come la struttura che m’impedisce di perdermi nell’oscurità cui vado incontro. Sento i sensi acutizzarsi. La vista lascia il posto alla percezione, ciò che c’è d’inutile viene sovrastato da un senso nuovo, la comprensione del sé che vibra come qualcosa che la materia m’impedisce di nutrire alla luce del giorno, sotto l’impeto dei colori, dei suoni, del vibrare della pelle, del gusto… Quando la mente si trova in uno stato di perplessità, inizia a formulare i concetti fuori dagli schemi, giacché solo operando in modo non schematico si può raggiungere l’illuminazione. Quindi, dopo il bianco, l’abbaglio risiede nell’oscurità che mi attende sprofondando ancora più giù nel rispetto di una dottrina zen che riconosco e non accolgo, in quanto voglio mantenermi su un piano sì profondo, ma che sia funzionale all’ambiente in cui vivo, al sistema con il quale interagisco non come individuo dislocato, bensì come parte distinta e distinguibile. Un concetto meno spirituale pertanto, più fisico se vogliamo.

Nel tempo di tale riflessione ho raggiunto l’agape. Non lascio alla mia natura irruenta alcuna possibilità di sfuggire al controllo perché so che se anche un solo filamento di rabbia dovesse scappar via, come spesso avviene quando mi trovo in superficie, questo si attorciglierebbe alle mie caviglie per trascinarmi giù come un kraken dai cui tentacoli non potrei liberarmi. In questo nuovo stadio intermedio della coscienza abissale, l’oscurità è confortata dalla densità del fluido nel quale riesco a muovermi in un modo del tutto nuovo, quasi terreno. Questa cosa, se da un lato mi spaventa, dall’altro mi da conforto sostenendomi. L’ossigeno si consuma lentamente, perfino nella fisicità ritrovata dopo che l’avevo abbandonata in superficie. Dunque, se questa materia non fa parte di tutto ciò che mi sono lasciato alle spalle immergendomi, allora deve trattarsi di qualcosa di nuovo, più profondo, personale e che ha resistito sotto la cenere in tutti questi anni, nell’attesa che qualcosa la riportasse alla luce. Qualcosa d’incorruttibile, che il tempo non può scalfire, né sostituire con altre convinzioni di natura indotta dal bisogno di difendersi. Sono io non solo nel pensiero ma anche nella percezione del mio corpo e sfruttando la spinta di questa nuova forza ritrovata, torno in superficie con la speranza di scoprirne i benefici nella prossima immersione.

Emergo, prendo aria, e tutto è come lo avevo lasciato.

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Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Cadiamoci addosso

(di Roberto Masi)

Tolti gli algoritmi, restiamo noi.

Recentemente mi sono occupato dei rischi derivanti da un utilizzo inconsapevole dei sistemi d’Intelligenza Artificiale. Si tratta di considerazioni riguardanti un tema complesso, per il quale la risposta è assai meno importante della domanda stessa. La mia opinione in merito resta mutevole. Segue, per così dire, le dinamiche dei miei studi che, di volta in volta, alterano la percezione dei suoi probabili effetti.

Se da un lato sono affascinato dagli sviluppi (e impieghi) della tecnologia, dall’altro temo un impoverimento della nostra umanità, del nostro modo di creare attraverso la fantasia, che sembra minacciata da un’evoluzione perfettamente organizzata nel linguaggio informatico.

Essere consapevoli, prima di tutto, dello stato delle cose, è un primo passo verso la salvaguardia della nostra natura. Non serve a niente criticare, sebbene sia la cosa che ci viene più facile. Bisogna invece conoscere, o meglio ancora apprendere, per capire ciò che avviene attorno a noi e formulare ipotesi che rappresentino l’identità soggettiva. Sembra demagogia, ma è così, c’è poco da fare. Un’idea non è mai sbagliata, neppure quando si dimostra fallimentare. Sarà proprio nel dibattito divergente, infatti, che ci innalzeremo come uomini sopra le macchine.

Dire, per esempio, che la tecnologia toglierà molti posti di lavoro, equivale a confermare una visione riduttiva delle nostre potenzialità. Prendo in prestito le parole di Ray Kurzweill, Ingegnere capo di Google: “I robot ci ruberanno il lavoro? È probabile, sì. Ma non è poi questo gran problema, ce ne inventeremo degli altri”. In effetti, una concezione più aperta aiuta a detergere l’animo dal terrore del cambiamento. La paura di perdere il lavoro, di veder crollare le proprie certezze, di abbandonare quella serenità, presunta, in cui la vita scorre leggiadra verso un finale scontato, rappresentano il velo che ottenebra le nostre menti, regimandole in uno scrigno. Ma la vita – e vi sta parlando un tizio che deve fare sforzi incredibili per uscire della comoda routine – è ben oltre quella scatoletta di tonno, al di là dei nostri confini mentali verso i quali la patetica indulgenza, è in grado di formulare attenuanti incontestabili.

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Ray Kurzweill – Ingegnere capo di Google

La famiglia, il dovere di…, la necessità del…, sono tutti giustificativi che imponiamo a noi stessi per non implodere. Per non ammettere di esserci smarriti, nella retorica di un un esodo pecoreccio, verso il crepaccio dell’omologazione. Tuttavia, io credo che l’uomo possa svincolarsi da tali catene senza bisogno di modificare le abitudini, bensì divenendo egli stesso, il controllore delle proprie pulsioni.

Lo Spaziotempo teorizzato da Albert Einstein esiste. Le stesse onde gravitazionali recentemente osservate dal LIGO negli Stati Uniti e dal VIRGO di Pisa lo hanno confermato. Sembra pertanto innegabile che i corpi celesti dotati di massa deformino questa materia elastica nella quale sono immersi, al punto da permettere a “sistemi” come la Terra nei confronti del sole, di cadervi dentro, e non di venirne attratta come si pensava in origine. Per l’uomo sarebbe auspicabile la stessa cosa. Piuttosto che d’attrazione, preferisco interpretare le relazioni come una perenne caduta degli uni negli altri. L’attrazione, in senso letterale, presuppone una forza che in quanto tale genera un’azione violenta turbando lo stato di quiete. Tale forza, col tempo, è destinata a provocare una reazione uguale e contraria generata dal bisogno di rivendicare il proprio imprinting. La caduta immutabile, invece, sembra essere più armoniosa ed equa: non sono le azioni di uno che influenzano l’altro attirandolo a sé, ma è il tessuto circostante che si modifica attorno ai nostri comportamenti, trascinandoci in uno stato di naturale appartenenza. Direi che per adesso sussistano entrambe…

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Rappresentazione grafica di come lo spaziotempo si distorce influenzato dalla massa generando la caduta di un corpo di massa inferiore

L’Intelligenza Artificiale, pertanto, non rappresenta un rischio per l’uomo se questi ne utilizza il potenziale per deformare l’ambiente attorno a sé. Al contrario, qualora lo scopo fosse quello di sfruttarne il potere per un dominio senza scrupoli, allora ogni certezza crollerebbe, ed è lì che il rischio aumenta in maniera esponenziale. Un algoritmo non intuisce né crea ma si comporta seguendo i dettami imposti dal suo creatore. Il codice in esso contenuto ne stabilisce la condotta sulla base di leggi precise e inviolabili, che hanno proprio in questa regola immutabile la loro più grande debolezza. Essere rigidi al pari di un algoritmo ci impedisce di scegliere per davvero.

Quando ero piccolo girava tra noi bambini una storiella simpatica che faceva più o meno così: “Sapete come si fa a tornare a casa dal deserto con un’arancia e 100 Lire? (all’epoca era questa la valuta corrente). Si prende l’arancia e la si spreme. Nel succo ci sono le vitamine, dunque si toglie la vita e rimangono le mine. Una volta fatte esplodere le mine si genera un trambusto, quindi si toglie il busto e resta il tram. A quel punto non resta che pagare il biglietto del tram con le 100 Lire e tornare a casa”. Ecco come, in questa storiella fanciullesca io rivedo l’uomo nella sua essenza più rappresentativa, che fonda le basi della propria sostanza nell’ingegno creativo. Un algoritmo invece, con le sue regole inviolabili, avrebbe optato per un ragionamento logico, consigliando di nutrirsi dell’arancia per prolungare la propria vita in attesa di una fine certa.

In conclusione, io sento che è arrivato il momento di prendere quel tram. Agire deformando lo Spaziotempo in cui siamo immersi e caderci addosso per proseguire questo nostro cammino verso l’esistenza, senza temere che una successione di numeri binari possa portarcela via… Se ci è riuscito l’universo per 14 miliardi di anni, perché non dovremmo farcela noi?

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Il Nulla esiste solo negandolo… o no?

(di Roberto Masi)

A causa del momento di bassa ispirazione ho deciso di scrivere un articolo che parli del Nulla, un concetto da me percepito in modo diverso dal Niente, difatti, quest’ultimo rappresenta l’assenza di qualcosa, perlopiù momentanea, facilmente colmabile attraverso la volontà. Il Nulla invece è una mancanza priva di rimedio: non è un contenitore vuoto, né un colore, né una condizione temporanea, bensì la non esistenza.

Paradossalmente, parlarne ne ammette l’esistenza, pertanto, il concetto di Nulla decade come se l’osservatore fosse in grado di modificare il risultato della percezione stessa. Tale concetto, in apparenza frutto di una perversione mentale, è in realtà un pilastro della Meccanica Quantistica che stabilisce con dimostrazioni pertinenti, quanto la nostra osservazione o misurazione di un evento, ne provochi il collasso. Sebbene questo assioma possa risultare di difficile comprensione, è descritto molto bene nel famoso Paradosso del gatto di Schrödinger in cui viene dimostrato come la discriminante sia proprio la coscienza dell’essere umano. Allora, se il mio intento è parlare del Nulla, in qualche modo lo sto “misurando” quindi decade il concetto stesso che la mia mente sta formulando.

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rappresentazione dell’esperimento mentale di Schrödinger

Stabilito che non posso parlarne senza impedire il decadimento del suo stato, sarei portato a immaginare il Nulla come qualcosa non soltanto inconcepibile, ma anche di non pensabile, tuttavia non posso parlarne, altrimenti smetterà di esistere in quanto tale. Ma se ci penso ed esso smette di esistere, questa non esistenza cos’è? È qualcosa che si deteriora anch’essa in una rovina perpetua che s’interrompe soltanto nel momento in cui la mia mente smette di pensarci.

In tal caso lo scenario è spaventoso: il Nulla esiste solo in assenza di noi, ed è la nostra assenza che lo giustifica come un fatto soggettivo e non universale. Può esistere per chi non ci sta pensando ma non per me che ne sto parlando, così voi che mi leggete adesso lo rendete improbabile nell’osservazione, mentre esiste in me che sto pensando ad altro poiché scrittura e lettura non sono un atto simultaneo.

Non intendo scomodare il concetto di Orizzonte degli Eventi, in fondo questo è un puro esercizio mentale che viene in soccorso alla mia pochezza creativa. Va da sé che il Nulla è privo di tutto e perfino del tempo. Non ha massa, nessuna legge, nessuna prerogativa e infine, il nulla non si può definire. Dunque l’assenza di definizione è un requisito fondamentale che porta all’accettazione del fatto che l’unica cosa ad essere identificata è la proprietà indefinibile del Nulla stesso. Ma se così fosse, non sarebbe essa stessa una caratteristica del Nulla che non ha attributi?

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Jean-Paul Sartre

In effetti non sarebbe poi così strano il fatto che il Nulla possa esistere solo in assenza di noi. A livello antropico solo io percepisco le cose e la mia assenza definisce la mancanza di tutto. La vita esiste solo per me che l’osservo e si verifica nel momento stesso in cui ciò avviene. Lo stesso Sartre lo dice chiaramente nel suo celeberrimo l’Essere e il nulla: gli enti “si manifestano” a me che “li intenziono”. In effetti il non avere ricordi di prima della nostra nascita va inteso come la non esistenza di alcunché e il percepirlo, nonostante decada nell’osservazione che gli dà consistenza, è la cosa più prossima alla sua definizione. Esso non ha variabili, non ha una grafica, è irrappresentabile perfino su un foglio bianco che a fronte di un candore mantenuto tale, è esso stesso una cosa fisica e pertanto lontano dalla negazione stessa del concetto.

Pertanto, se interpreto il Nulla come la non esistenza di qualcosa, sto teorizzando una negazione in termini poiché il “qualcosa” è di per sé un riferimento e come tale, a prescindere dalla sua presenza o meno, esiste. Oltretutto il fatto stesso di non esistere ne implica la sussistenza poiché il disconoscimento lo caratterizza. A conti fatti, il mio tentativo di scriverne per ovviare alla mancanza di creatività è da intendersi come un fallimento. L’unico modo per raggiungere lo scopo è mettere fine a questo inutile articolo in modo che la cosa successiva sarà quella che in maggior misura farà fede al mio stesso pensiero, tuttavia, dicendolo lo nego e ne teorizzo l’esistenza, ma come ho detto non si può dire che il Nulla non esiste perché facendolo nego la sua stessa esistenza confermando che esiste in quanto il suo non esistere lo fa esistere… Mi sembra chiaro.

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