Nell’anonimato più splendente

Di recente ho ripreso in mano “Il meraviglioso mago di Oz”, un libro che ho sempre amato più per gli aspetti fiabeschi che per quelli che lo legano alla cultura americana del periodo depressivo in cui venne alla luce, nel 1900, dalla penna di Lyman Frank Baum. Sebbene molti studiosi si siano concentrati in ottica critica sugli aspetti sociologici del Nuovo Mondo, la mia attenzione ha assecondato, invece, il gusto per l’aura mistica che lo permea, ma ancor di più per la caratterizzazione dei suoi meravigliosi personaggi. La morale è una “brutta bestia” talvolta; un inganno al pari della Città di Smeraldo resa tale solo grazie agli occhiali con lenti verdi indossati da coloro i quali la attraversano. È indubbio che Baum abbia tratto ispirazione da aspetti propri del tempo in cui visse, ma il mio ancestrale distacco mi ha permesso di viverlo con la dovuta indifferenza, propria dei fanciulli cui la storia si rivolge, contro ogni sorta di dietrologia.

Per quanto sia indubbio che ogni testo di questo genere possegga uno spirito che travalica la fantasia, l’opera d’arte è spesso spinta dal disagio, sia esso consapevole che ricevuto in modo del tutto inconscio, tale che ho sempre auspicato un atteggiamento che si mantenesse libero da qualsiasi imperativo per non inquinarne il suo essere senza tempo e pertanto, almeno nella mia mente, incorruttibile. Mi sbagliavo. L’epoca è solo la scenografia della nostra vita e non serve che essa contrasti con l’opera per turbarne la percezione, poiché siamo noi stessi che, mutando nel tempo, idealizziamo il pensiero remoto come qualcosa d’invulnerabile, salvo poi doverci ricredere al cospetto di nuove sensazioni in grado di sconvolgere del tutto queste idee preconcette.

Corrotto dunque da un bisogno più o meno impellente di riconoscimento sociale, attraverso una comunicazione collettiva che si è fatta strada nel comportamento al punto che opporvisi risulterebbe grottesco se non addirittura anacronistico, mi sono spesso “vantato” di voler vivere la mia epoca e il mutamento che ne consegue, come un dato oggettivo inarrestabile. Il progresso come scelta di condivisione che, se non ragionata, sia almeno rivolta a una lecita appartenenza. Allora, così come molti reputano se stessi migliori nel rifiuto di tali convenzioni, altri si sentono invece appagati nell’accettazione rischiando di non poterne più fare a meno. Non si tratta di una questione tra vecchio e nuovo, bigottismo e rinnovamento, o qualsiasi dualismo io possa scorgervi, quanto di un evento di distrazione collettiva. Così, forte di questa mia superficialità, ho recepito un discorso pronunciato dallo Spaventapasseri alla piccola Dorothy in un modo che mi ha spinto a volerlo condividere attraverso uno dei tanti social a disposizione:

“Questa è la prova che sei strana” replicò lo Spaventapasseri. “E sono convinto che le uniche persone degne di considerazione, a questo mondo, siano le persone strane; quelle comuni, infatti, sono come le foglie di un albero, che vivono e muoiono senza che nessuno le noti.”

Una bella considerazione all’apparenza. Netta. Una presa di posizione senza fronzoli e di sicuro effetto. Una frase da decine di “like” su Twitter, Instagram, Facebook… Un modo come tanti per far credere a se stessi di essere nel giusto, di vedere oltre, fuori dagli schemi: far parte della comunità dei buoni.

Per quanto anche solo scrivendone mi senta lontano dalle più pure intenzioni iniziali, l’arcano è ancora più sottile. Malevolo come ogni idea radicata nel sentimento comune privo di ragionamento; poiché “strani”, che in questo caso può sembrare bene e forse lo era nelle intenzioni dell’autore in antitesi al bisogno di uniformarsi, riflettendoci risulta invece presuntuoso, al punto che la mia intuizione vira verso quelle persone “comuni” che se ne vanno come foglie secche senza che nessuno le abbia notate… Ecco dunque che intuisco quanto “strani” vorremmo esserlo tutti, spinti come siamo all’appagamento perpetuo di una visibilità effimera della quale però ci vergogniamo, rifiutando l’appellativo di persone egocentriche per rivendicare una sincera “normalità”.

Famosi senza arroganza. Visibili ma vicini a tutti, come tutti, in grado di restare con i piedi per terra. Quindi, il mio intento iniziale, istintivo in un modo che adesso mi spaventa per quanto privo di ogni volontà, si è dissolto in una visione più ampia stavolta, rendendo visibile come il bagliore di una singolarità heisenberghiana il suo aspetto ambiguo, come un cumulo di giuste parole nel loro aspetto più sfuggente, perdute nei meandri del racconto in cui la trama offusca la ragione a favore dei fatti narrati. Pertanto, piuttosto che pubblicarle, scelgo di raccontare in queste poche righe la rinuncia che ne consegue, almeno dell’intento iniziale, motivandola con uno dei pochi attimi di lucidità concessi, per scegliere di non essere “strano” a tutti i costi ma “comune” come la foglia di un albero che si stacca dal ramo, per un attimo sorvola l’orizzonte, prima di sparire nell’anonimato più splendente…

Oltre un equilibrio fatale

(di Roberto Masi)

Solo, su questa spiaggia assolata, osservo il mare denso in cui per mesi ho condotto la mia vita. Nietzsche mi ha guidato attraverso la propria opera, come un tramite per navigare nelle acque di quest’oceano nel quale sono scivolato, in un giorno piovoso d’autunno, passeggiando per le vie della città. Ogni pagina di quest’opera è scaturita dell’ingegno umano; che si trattasse di un dipinto, un romanzo o di una teoria elegante con la quale si tenta di dare un senso alla natura oggettiva delle cose, il mio animo si è scosso sul Limite Eterno, per spostarsi verso la ricerca, continua, mobile nell’entropia crescente del mio modo di sentire l’esistenza attorno a me. Adesso più che mai sono certo della nostra cardinalità. Oltre il principio antropico, che pone ogni uomo sotto una luce privilegiata rispetto agli eventi del cosmo, ho scoperto che in molti prima di me avevano accolto questo concetto, non ultimo Giorgio Colli che, usando parole chiare ai miei orecchi, afferma con lucida potenza: “Ad ogni quesito filosofico o scientifico, per ampio che sia, anche riguardante ad esempio l’universalità del mondo fisico, deve precedere il problema della nostra esistenza, che solo lo rende possibile”. Tutto questo, adesso, mi raggiunge come un saluto di benvenuto, qualcosa che fino a poco tempo fa mi era estraneo perché ancora non avevo attraversato il mare dell’indeterminazione, dove l’oltre è un mistero irrisolvibile e come tale, coerente.

Ovunque ho visto la mia natura di uomo. Nei quadri di Burri e Manzoni, nell’opera di Bruno Munari che ho scoperto come un viatico per la conoscenza di un’interiorità fino a quel momento negata, nel cromatismo essenziale di Albers Josef, nella chiarezza della relatività di Einstein e perfino nell’arcano fondamento della logica di Kurt Gödel. Mentre il mondo raggiungeva i miei sensi spalancati, ho maturato il “sospetto” che in fondo, tutto questo, fossi io. Eccomi, sul telo, disposto a ricevere gli stimoli di una visione profonda delle cose attorno a me, e al rapporto umano con altri individui cui adesso, finalmente, sento il bisogno d’abbandonarmi. Non nego l’esattezza del pensiero schopenhaueriano sulla necessità di raggiungere un completo isolamento per maturare la propria visione. Giusta o sbagliata che sia, la solitudine ci consente di sprofondare e vedere gli orrori che sono in noi, ma anche le gioie e talvolta, la soluzione all’immobilità del sistema. Percepire l’esistenza mi permette di ascoltare il fluire della mia natura, ma ancor di più del mio esistere come ente irripetibile, in grado di produrre modifiche sostanziali al tessuto, generando interazioni definitive tra noi. Allora, tutto ciò che osservo, mi trasmette il proprio calore, me lo cede come faccio io col mio, mentre ci dirigiamo verso un destino infausto di gelo eterno. Il prezzo di questo calore è altissimo dunque, ma si chiama vita e tutto consuma, così il destino dell’umanità, così la mia vita che scivola via, lontana, verso la fine.

Antonio Possenti – Un mare interno

Che si tratti di un quesito filosofico o scientifico quindi, prima di tutto siamo noi, gli enti, che garantiamo la sussistenza di ogni sistema. Tutto fluisce attraverso noi, qualsiasi paradosso io possa formulare: ciò che dico è sbagliato oppure giusto, si regge sull’incertezza stessa che assume il ruolo di verità inconfutabile. Il dubbio, pertanto, è vero. Incompletezza, indeterminazione, frattalità dell’essere: ogni aspetto incompiuto dell’esistenza mi definisce come parte di questo caos. Io vedo ciò che conosco, sono ciò che percepisco, che muove il mio sentire le cose e gli altri, che vive la paura di esistere nell’agitazione molecolare di questa forte entropia, e propende per la grammatica scorretta del pensiero occidentale, verso un equilibrio fatale. Ancora Schopenhauer lo consiglia, che il desiderio deve rimanere, almeno in parte, irraggiungibile. Una tensione continua, che impedisca lo scivolamento dentro una qualsiasi di quelle “singolarità” dove si radunano le vite sconce di uomini irrecuperabili. Salvarsi attraverso la non risolutezza dello squilibrio, preservare il dubbio del risultato puntando sempre oltre il traguardo che rappresenta non l’apice del successo, bensì la tomba della coscienza.

Qualunque siano gli studi filologici, e filosofici che io possa affrontare, giudico la spinta delle mie intuizioni generata da un moto interiore privo di controllo. Sovente ho creduto che l’ispirazione mi raggiungesse dal pensiero altrui, per poi svilupparsi nell’accoglienza, o nel rifiuto, in qualcosa che fosse sempre la mia personale visione. In realtà, attraverso questi scritti ho capito che si tratta della partecipazione al pensiero collettivo tra me e coloro i quali mi hanno preceduto. Riconosco di essere figlio del pensiero moderno, non ho erudizione ellenistica e ciò condiziona il mio intelletto che germoglia da stimoli recenti, ciò nonostante, tutto parte da un sentimento rapido che mi raggiunge dalla visione di un dipinto, dall’ascolto di una musica che apprezzo, dallo stupore per una scoperta scientifica, ma anche dai capelli oleosi di un’adolescente che si affaccia alla vita con timidezza struggente. La percezione è frutto di continue interazioni, ma si allinea con ciò che noi siamo per indole. Possiamo crescere attraverso una volontà ferrea, ma più che altro siamo in grado di muoverci ed è questo che ci distingue. Per quanto possa approfondire le mie conoscenze attraverso lo studio e la riflessione profonda, tutto resta legato alla mia natura di entità privilegiata. Adesso ogni cosa mi appare sotto una luce completamente diversa, svincolandomi dall’influenzabilità bigotta, per definirmi oltre ogni induzione che tenta di fagocitare la mia essenza. Sento però il bisogno di allentare la pressione per non rimanere schiacciato dal peso della “luce”, per non oltrepassare il confine della mostruosità nietzschiana. Sono alla fine del viaggio e come al termine di una passeggiata nel bosco, uscendo dall’oscurità il passo si acquieta, il cuore rallenta e la percezione dei suoni o la vista delle meraviglie della natura, mi colmano l’animo ormai privo dell’oppressione di arrivare in ritardo.

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Tragedia e Commedia – mosaico romano – musei capitolini

L’impulso a materializzare il sentimento mi guida alla visione aperta di tutto ciò che mi ha preceduto. Nella distinzione tra apollineo e dionisiaco, quali cardini estremi di una realtà che li vede mescolarsi in continuazione, l’armonia dello spirito tende a prendere il sopravvento fin dalle prime battute; tuttavia, se da un lato stimola la mia riflessione, nella stesura del testo avviene sempre un bilanciamento verso l’entusiasmo che garantisce il movimento del flusso. Se tutto tendesse a una visione romantica, la base crollerebbe sotto il peso delle emozioni ma grazie all’esaltazione che ne consegue, l’ordine viene di volta in volta ristabilito, senza che avvenga l’annullamento dell’entropia. Il mio spirito propende per la “plasticità” dell’ispirazione; tutto attorno a me ne esalta la vista. Ecco allora che l’amalgama tra i due concetti nietzschiani si manifesta nell’entusiasmo di rappresentare la dolcezza, come fosse il gioire del dolore, come quando un pensiero triste ci procura un piacere inspiegabile, un affetto impareggiabile per tutto ciò che è malinconico. Nel pensiero non permetto all’atteggiamento apollineo di prevalere: dolori ed esperienze drammatiche, che in misura più o meno estesa colpiscono ognuno di noi, per quanto causa d’abbattimento emotivo divengono il propulsore. Dunque, respingo la decadenza del mondo occidentale di cui faccio parte, mantenendo viva la potenza, la forza, l’esaltazione dettata dal combattimento che porta vittorie e sconfitte ma garantisce la realtà della tragedia come modo di condurre l’esistenza, e la rinascita che ne consegue. La ricerca stessa è l’esaltazione che garantisce all’amore il proprio ruolo senza che avvenga un’apocalisse emotiva.

Le stagioni pesano, il cielo influisce, tutto determina il nostro stato d’animo con la netta distinzione tra slancio affettuoso e bisogno d’azione. Sottomessi all’avvicendamento di tutte le cose, l’animo si dispone a favore dell’una o dell’altra manifestazione del sé, realizzando la nostra posizione sul velo oltre il moto browniano, oltre il velo pallido di un achrome manzoniano. Cammino in mezzo ai miei fallimenti, e li vedo come una qualsiasi forma d’interazione tra noi. Le tragedie sono parte del tessuto sul quale scivolo giorno dopo giorno e le gioie, la trama che determina il mio ambiente. Potrei esistere privo di tale avvicendamento? Sarei in grado di vedere altre al mio naso, se ogni aspetto della mia vita si appiattisse in una docile realizzazione di valori auspicabili? La vita è la distrazione della personalità che si accende al passaggio di un evento meraviglioso in grado di catturare la nostra attenzione, come il fugace rossore sulle guance di un bambino che, colto da imbarazzo, si rifugia dietro la gonna di sua madre. Dolcemente si affaccia per sbirciare l’oggetto della propria vergogna, curioso accenna un sorriso e si ritira di nuovo, in un gioco sottile, che lo identifica nella sua natura innocente, e nella mia che lo cerco per lasciarmi condurre dalla fantasia verso un ultimo slancio dal quale non farò più ritorno.

Cosa ci spinge?

(di Roberto Masi)

Cosa ci spinge? L’ambizione, il desiderio di scoperta, la nostra influenzabilità o il nulla stesso? Da dove proviene l’energia che riceviamo? Chi crede in Dio, trova in Lui le risposte che cerca e tutto finisce così, in una grande rassegnazione che non lascia scampo al gusto personale. Il Supremo osservatore che, volgendo il proprio sguardo, altera il moto degli esseri umani che si comportano come particelle elementari sottoposte agli effetti del principio di indeterminazione. Tuttavia, noi viviamo sul Limite Eterno e ciò che sposta la nostra traiettoria non è la spinta di un’energia che ci rende visibili, quanto qualcosa che ritengo più simile al “moto Browniano”, in cui particelle sospese in un fluido si spostano, in modo del tutto casuale, scontrandosi l’un l’altra sotto l’influsso dell’agitazione termica. Dio non sembra esserne l’artefice dunque, siamo noi che agitandoci al calore dell’esistenza, ci scontriamo vicendevolmente provocando repentini cambi di direzione.

Il Limite Eterno è il luogo sul quale questi scontri avvengono senza soluzione di continuità. L’interazione tra esseri umani produce lo spostamento e la successiva deformazione del tessuto, in un perenne ondeggiare che non troverà mai fine. Talvolta, il raggruppamento di più enti crea deformazioni così profonde da attirare la “caduta” di un numero elevato di soggetti, col rischio di provocare un effetto attrattivo simile a quello di un buco nero, dal quale difficilmente sarà possibile sfuggire. Sono queste le zone da evitare per garantire alla coscienza uno sviluppo inarrestabile, altrimenti la visione si perderebbe in queste singolarità entro le quali non esiste ambizione, giacché il potere persuasivo della massa è tale da influenzare ogni scelta.

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Curvatura dello Spaziotempo

Se non fossi in grado di vincere la mia reticenza all’accettazione passiva di canoni imposti, capirei di esservi caduto dentro; tuttavia, alla stregua dell’ennesimo paradosso, se fossi in grado di rendermene conto avrei la certezza di non esservi ancora scivolato del tutto, giacché esisterebbe soltanto l’intuizione passiva di ciò che vi dimora in modo permanente. La verità è una scelta incessante. La mutazione concreta del pensiero, della percezione di ciò che ci circonda, sono le caratteristiche stesse dello “squilibrio termodinamico” in cui esistiamo. Non c’è grandezza che sia costante nel tempo; tutto è alterato, attimo dopo attimo, dalla nostra natura che prevede uno scambio ininterrotto di informazioni e stimoli in grado di garantire la mobilità del sistema. L’essere umano è ciò che rende l’esistenza possibile. La sua mutevolezza, il bisogno di spingersi ai confini di un sapere che non è altro che la nostra stessa specie, garantiscono il progredire della natura. Le nostre contraddizioni sono il circolo dello squilibrio che garantisce l’esistenza così come noi la conosciamo. La necessità di scontrarci per restare mobili, vivi, umani.

Sembra terribile, lo so, ma è la nostra stessa natura a chiedercelo. L’istinto è soltanto una parte, attiva, di ciò che resiste ancora oggi della “genesi”. Una sorta di riflesso d’immersione che permane nei nostri geni impedendo l’ascesi che, invece, in poco tempo cancellerebbe ogni nostra caratteristica. Con questo non voglio dire che il “dogmatismo”, il cui maggiore esponente risulta essere quello stesso Spinoza che fa del dubbio la ragione, sia alla base di ogni nostra intenzione: la metafisica è per me un dato oggettivo oltre ogni empirica dimostrazione, ma il soggetto non dev’essere a tutti i costi influenzato da una natura oggettiva, soprattutto se desidera svincolarsi da essa attraverso la riflessione che lo pone sempre e comunque in un ottica privilegiata. La “follia” che ha portato alla formulazione della meccanica quantistica, verso la quale lo stesso Einstein era scettico nonostante proprio grazie ai suoi studi sulle particelle sia stato insignito del premio Nobel, rappresenta non solo una grande sfida all’empirismo, bensì una rivoluzione del pensiero stesso. Come per le scienze, l’intelletto traballa. So che non potrò conoscere la deriva di tutto questo: né dell’evoluzione filosofica, né tantomeno di quella scientifica, ma scorgo in questo aspetto coraggioso tutta l’umanità di cui siamo fatti in quanto specie eletta. Esiste quindi una tensione costante, così com’era per Einstein verso l’interpretazione di Copenaghen, che tiene prossime le une alle altre tutte le eccellenze che si scontrano senza correre il rischio di precipitare in una delle singolarità di cui parlavo all’inizio.

Nella prefazione ch’egli fa nel suo Al di là del bene e del male, Nietzsche dice: “Si direbbe che tutte le cose grandi, per poter iscriversi nel cuore dell’umanità con le loro eterne esigenze, debbano prima trascorrere sulla terra come caricature mostruose e terrificanti: una tale caricatura è stata la filosofia dogmatica…”. Tale considerazione, sebbene anch’io sospetti che l’idea platonica del puro spirito abbia corrotto le menti più illustri vincolandole a un idea di “bene” oggettivo, rappresenta l’anticipazione di un movimento che avverrà comunque. Col senno di poi, è possibile identificare in questo l’inizio di uno sconvolgimento che in quanto tale, troverà sempre la resistenza da parte di un sistema consolidato. Così è la coscienza che muta e si scontra a ogni fluttuazione perché vorrebbe mantenere inalterato lo stato di quiete. In fondo siamo dei conservatori di noi stessi. Parliamo di istinto evolutivo ma facciamo di tutto per resistere a ciò che ci rende inattuali, e questa è la percezione errata giacché il cambiamento non è la fine di noi stessi, ma il transito a cui invece dovremmo abbandonarci con gioia.

Il pensiero non dev’essere inteso come definitivo. Ricredersi è un atto di fede verso una crescita continua che tende all’universalità cui possiamo solo ambire senza speranza di raggiungerla. Il gusto stesso sembra essere l’aspetto più umano della coscienza; non l’etica, non gli ideologismi o la morale, ma il gusto in quanto effetto inconsapevole di una traslazione della mente sul tessuto. Cose che prima ripudiavo, adesso mi attirano come effetti di un’attesa lunga e fruttuosa. Ciò che credevo distante da me si è fatto vivo nella mia mente e allo stesso modo in cui ho iniziato ad apprezzare Burri, Manzoni e tutti gli altri, il tempo ha allontanato le certezze di un passato in cui tutto sembrava definitivo. Ciò mi porta a immaginare che tutto questo: i miei testi, la mia indagine, il mio stesso modo di fare letteratura, sia destinato a una continua evoluzione che mi porterà come spesso accaduto, a provare sensazioni di rifiuto verso la mia opere precedente. L’insoddisfazione, dunque, se consapevole, è un atto della coscienza e non la negazione della felicità. Il confine però è labile, al cospetto di una strenua lotta con la necessità di vedere oltre, si oppone l’accezione negativa dell’attesa, della speranza di un cambiamento che, nella nostra mente, può essere solo fortuito e non indotto dal nostro stesso volere.

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Moto Browniano

Essere gli artefici, pertanto, comporta l’insoddisfazione; sta a noi percepire questo sentimento come una spinta propulsiva. La mobilità è la garanzia dell’esistenza: non può esistere vita senza interazione, tale che la solitudine, ch’io stesso ho più volte interpretato come una necessità per penetrare in me come avvenuto nelle le immersione, nel lungo termine inquina tutto portando alla rassegnazione che ci trascinerà in un abisso senza ritorno. “Cosa ci spinge?” quindi, è una domanda la cui risposta risiede nella coscienza stessa che, se vitale, rappresenta il motore delle nostre azioni.

Il valore della discontinuità

(di Roberto Masi)

Ridursi all’essenziale richiede il colore; ho capito che il peso di una gravità cosciente dev’essere armonizzato. La funzione continua della curva di Peano, per esempio, ha trovato il suo controvalore nell’opera di Bruno Munari, non tanto per la rappresentazione grafica dell’elemento geometrico in sé, quanto nel cromatismo utilizzato dall’artista in funzione di un bilanciamento necessario. Ho intuito questo bisogno durante una visita al museo della Fondazione Casamonti dove, tra decine di opere tra le quali non sono mancati i “soliti” Manzoni e Burri, la mia attenzione è stata catturata da un autore fino a quel momento sconosciuto: Josef Albers. In questi giorni ho cercato un nesso tra l’opera di quest’artista e quella di Munari, nel tentativo di comprenderne il potere attrattivo pressoché identico, dal momento che a Munari sono giunto attraverso l’apprendimento della logica, mentre ad Albers tramite uno slancio in apparenza privo di motivazioni. Tuttavia, se accetto la teoria del velo, devo accogliere la possibilità che ogni stimolo faccia parte di una medesima coscienza sottoposta all’influsso della distorsione, come il passaggio dal bianco al nero delle prime immersioni, per risalire al cromatismo di superficie in cui mi trovo adesso.

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Josef Albers – Omaggio al quadrato (1949-1976)

La formula della coscienza, dunque, resta un dato mutevole che non solo rappresenta la nostra suscettibilità all’indeterminazione, ma evidenzia il nostro esserne costantemente dominati. Nello specifico, volendo fare un esperimento mentale, se applicassi dati certi di caratteristiche personali e influenzabilità alla formula concepita nel mio precedente Ognuno vede ciò che sa: [Δc = (±Kp) x (±Rc) → ±∞-1 Δcˈ], otterrei un valore definitivo e “chiuso” che rappresenta soltanto quel preciso momento. La natura stessa del velo, infatti, assoggettato al cambiamento per effetto di dinamiche imponderabili, stabilisce che in un tempo imprecisato la mia posizione debba necessariamente variare, e con essa la percezione di ciò che mi circonda. In effetti, questo è ciò che è sempre avvenuto nel corso della mia vita. Quando ero giovane, amavo la pittura surrealista e leggevo gli autori della Beat Generation come Jack Kerouac e William Burroughs sentendoli definitivi, poi, nel tempo, la mia attenzione si è spostata verso opere più “classiche” in un continuo stravolgimento senza alcun legame in grado di stabilire una qualche forma di coerenza. Tale discontinuità, nel gusto e nella percezione del mondo, non è altro che la conferma di vivere sulla superficie estesa già teorizzata da Nietzsche, in un punto qualsiasi dello spazio sconfinato in cui il velo si distorce, e tale da rendere la fluttuazione stessa imprevedibile a differenza di ciò che accadrebbe se mi trovassi su una funzione d’onda. Percepisco quindi una frattalità mobile, in grado di scivolare sul velo e non aggrappata a esso come, invece, credevo fino a poco tempo fa. Non basta l’ondeggiare della coscienza collettiva per stravolgere la mia riflessione; se nascessimo con una posizione inamovibile, ciò implicherebbe una certa marginalità nel cambiamento, anche a fronte di variazioni importanti. Credo piuttosto che la nostra posizione debba ritenersi libera di spostarsi su questa superficie, in modo che gli effetti della mobilità del velo inducano non solo un’oscillazione ma anche una traslazione che generi un rimescolamento perenne a conferma del dubbio quale caposaldo di questa teoria.

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Josef Albers – Formulazione Articolazione I e II – 1972

Devo alleggerire. Sbrogliare la matassa di astrazioni difficilmente assimilabili. Dunque, ridursi all’essenziale richiede il colore. Cerco di fare un paragone per chiarire questa mia affermazione, mettendo a confronto l’opera di due maestri molto vicini l’uno all’altro, ma assai lontani nella mia percezione attuale. Il primo è Getulio Alviani, anch’egli come Munari rappresentante dell’arte cinetica, all’apparenza più complesso e che mi avrebbe maggiormente colpito in passato, l’altro è Josef Albers appunto, esponente dell’Op art (un sottoinsieme della prima), nella cui semplicità, per quanto apparente, mi sono perso come avvenuto per rappresentazioni ben più articolate. Molti artisti sono stupefacenti. Opere grandiose popolano il mondo: dipinti, sculture, romanzi, componimenti musicali; nonostante ciò, alla grandezza fa eco la semplicità di un’intuizione che rende l’impianto stabile solo e soltanto se saremo in grado di riconoscerne la forza. Se il colore è il contrappeso, esso dev’essere equilibrato nel cromatismo, non basta una mescolanza scriteriata, anzi, la stessa rischierebbe di ottenere l’effetto contrario e far naufragare definitivamente la nostra entità. Il colore, in tal caso, rappresenta la metafora di un concetto molto più ampio, in cui tutto deve trovare una simmetria ma ancor più una correlazione in grado d’impedirne la deriva. Tuttavia, sebbene tale affermazione possa risultare scontata, non faccio riferimento a opposti di categoria come bianco e nero, bene e male, caldo e freddo o qualsiasi altra specularità intuitiva, quanto ad aspetti puramente soggettivi di percezione del mondo e degli individui, in cui il bilanciamento della gravità di pensiero può esistere in qualsiasi categoria riconosciuta, purché sia in grado di alleggerirne il peso. La pesantezza stessa può bilanciare la volatilità delle frivolezze riportandoci con i piedi per terra. Questo, come sappiamo, può rivelarsi un azzardo. Il senso di alleggerimento scatena risposte talvolta esagerate che inducono alla sovrabbondanza di una panacea presunta, col rischio di trasformarla nella causa del disfacimento stesso. L’equilibrio deve accettare il dolore, lo sconforto, la pena e perfino agognarla giacché un eccesso di positività finirebbe per schiacciarci né più né meno come il suo opposto. Se non posso controllare la mutevolezza del velo devo accettarne il rischio.

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Getulio Alviani – Testura grafica inclinazione ottica – 1939
quadrato concentrico getullio alviani
Getulio Alviani – Quadrato concentrico

Le parole sono un aspetto oneroso nella mia ricerca, rappresentano il peso, la gravità del dubbio che s’insinua e cerca la propria antitesi nel colore, nella vitalità di un corpo che esulta, nella dolcezza di una canzone d’amore o nel contatto fisico con un’altra persona. Essere equivale ad avere il controllo sul becchettio che, se accolto, garantisce la sussistenza. Spesso però attorno a me vedo la resa: individui che brancolano senza meta sopra e sotto il velo per aver ceduto alla lusinga di un eccesso di gioia o di dolore. Ho imparato sulla mia pelle quanto può rivelarsi pericoloso il gusto per la malinconia, per i testi dolorosi e splendenti, accettando l’opera come un dono da contrapporre alla felicità per impedirle di sovrastare tutto. Niente sussiste senza uno scenario che ne contrasti le forme, altrimenti tutto apparirebbe privo di scopo. Ma esiste anche il rischio di affezionarsi all’inquietudine, a una visione opaca e negativa di ogni destino, tale da non potervi rinunciare nemmeno a fronte di un affrancamento da essa. Si tratta del Limite eterno, l’alone che ci separa dallo stravolgimento, e che mi mostra la natura del velo non più come un panno dal ricamo frattale, ma come un drappo spesso e opalescente sul quale i frattali stessi scivolano. Nello spessore minimo di quest’ambiente nel quale siamo immersi finché in noi sopravvive la consapevolezza, tutto è ancora possibile mentre al di fuori ci attende la deriva. Non c’è ritorno. La salvezza è un’illusione, il distacco ci scaglierebbe lontani per annullamento della tensione superficiale. Ecco allora che in molti ci raduniamo alle estremità di questo tessuto, come se il richiamo dell’annientamento fosse talmente forte da non potervi rinunciare. In realtà è la natura stessa dell’essere umano che cerca di spingersi al limite garantendo una fluttuazione eterna.

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Rappresentazione della distorsione e natura dl velo

Hilbert dice: “Tutto quello che si può dimostrare idealmente si può dimostrare anche realmente”, ma è Gödel che ridimensiona il concetto fornendo la prova che in certi casi, tale affermazione è incoerente. Non basta l’intuizione; ho usato il velo giacché mi risulta di facile intendimento per la sua capacità d’incresparsi e ciò mi permette di assimilare il concetto di un’essenza mutevole, sebbene la sua profondità sia ben più complessa. La nostra stessa natura lo è, diversi come siamo dall’istinto che in parte abbiamo abbandonato a favore di questa famigerata evoluzione. Quello che dovremmo fare, dunque, per difenderci dal desiderio di riprodurre noi stessi, sarebbe evitare la programmazione di algoritmi in grado di randomizzare le scelte, le reazioni, capaci appunto di insinuare l’indeterminazione che invece è proprio ciò che stiamo facendo con gli odierni sistemi di Intelligenza Artificiale. Agli albori di questa scienza, il fascino risiedeva nel rigore, nella capacità di compiere calcoli impossibili in un tempo minimo nel rispetto dell’affermazione di Hilbert, e dell’opera di Albers in cui rivedo la docile visione di un passato in cui il rigore sembrava l’eccesso. A mano a mano che questo nostro sapere si va perfezionando, un po’ come avviene per tutte le cose di cui disponiamo, lo stupore iniziale sta cedendo il posto al desiderio di spingerci oltre per sentirci artefici dell’esistenza. È come se stessimo cercando in tutti i modi la conferma dell’esistenza di un Creatore, e più si va affinando il nostro sapere, più inseguiamo ciò che questo tende ad allontanare da noi portandoci fuori dal tessuto. Forse l’uomo ha bisogno di credere. Vivere non basta, amare non basta se non c’è un premio finale, tutto è subordinato alla necessità di sentirsi approvati attraverso il riconoscimento dei propri meriti e così facendo, la vita scappa via per derivare chissà dove.

***

Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

Amor fati

Il limite eterno

Il velo di Maya

Ognuno vede ciò che sa

Lanciarsi in Sè

(di Roberto Masi)

Leggere Nietzsche è come farsi accudire da una madre premurosa ma severa. Egli mi spoglia di ogni orpello, lasciandomi nudo al cospetto della mia riflessione, dunque è a lui che ricorro sovente per affrontare le mie immersioni.

Oggi sono su una scogliera altissima e sto per gettarmi nelle profondità del mio oceano interiore per ricongiungermi. Scelgo di tuffarmi dall’altura per vincere fin da subito la spinta di Archimede e risparmiare così più ossigeno possibile, giacché in questa ennesima discesa, proverò ad andare ancora più in profondità. Chiudo gli occhi, mi lancio nel vuoto, e percepisco la velocità di una caduta fatta d’immagini in rapida successione. Mentre precipito, mi tornano alla mente le parole del Filosofo: “Il dotto […] finisce col perdere completamente la capacità di pensare per conto suo. Se non compulsa non pensa […] e alla fine reagisce e basta”. Ecco che, nonostante io non mi senta tale, scopro che devo staccarmi da questa figura ingombrante, non perché condivida appieno tale visione, quanto perché è giusta nella misura di creare un pensiero che si dimostri coerente alla propria “opera” e poi, semmai, trovarne riscontro nel pensiero altrui. Sento che tutto questo fa parte di quell’annullamento di cui parlavo nel mio precedente Essere l’Oceano, e che in qualche modo mi facilita il compito di far ritorno al bianco.

Tale scelta mi procura un’imprevista sofferenza; tutta una serie di appigli che vorrei citare adesso per sorreggere il mio pensiero dal timore della banalità: aforismi e citazioni cui sovente ricorro in questa indagine per accrescerne, nella mia debolezza di ricercatore, il valore intrinseco. Tuttavia, dopo aver raggiunto un tale livello di profondità ed essendo sul punto di ritornarvi, comprendo il valore di una visione personale. Si tratta di affrontare i propri timori, e quello della banalità espressiva, sebbene possa nascondersi dietro parole altisonanti e nomi illustri, rappresenta un ostacolo ancor più pericoloso delle conseguenze di un’azione avventata. Dunque, devo lasciare che gli insegnamenti si stacchino dalla mia pelle prima che il mio volto penetri il liquido che in qualche misura li farebbe aderire, e per farlo ho bisogno di aprire gli occhi, concentrarmi sull’impatto imminente, distogliere l’attenzione da questi canoni che uno a uno si disperdono nell’aria.

Non posso continuare a reagire e basta, non voglio farlo. Non voglio neppure continuare a difendermi, ma in tutto questo “non volere”, scorgo il bisogno di modificare la mia visione, com’è nell’intento di queste brevi riflessioni, per portarla oltre al vortice di polvere in cui gli altri vedono siccità, fino all’immagine della gonna di Genny in un ballo di tanti anni fa, dunque al “volere”, che è diverso. La negazione adesso è l’ennesima forma di conservazione che intendo lasciarmi alle spalle come scelta consapevole, nel tentativo di rendere l’assenza di respiro l’atto involontario del pensiero che si svincola dalle catene d’appartenenza, per ritrovarsi al cospetto di un automatismo istintivo del pensiero stesso, e non dell’azione, come se secoli di evoluzione venissero spazzati via per ritrovare l’essenziale, il candore, il coraggio di agire senza il tormento di effetti presunti. Ed è proprio il coraggio che adesso cerco; la capacità di non lasciarsi vincere nelle scelte, di non sentirne il peso ma andare incontro a esse, come se procedessi nel sentiero davanti a me, passo dopo passo, in un progredire che non sente il peso d’incontrare ostacoli, ma la forza di poterli affrontare di volta in volta come parte imprescindibile del cammino stesso.

Eccolo, il fluido arriva, lo sento irrompere sulla mia faccia. Lo scambio termico cancella ogni pensiero e in un attimo l’azione mi riporta al bianco. Stavolta è una sensazione ancora nuova, passo da ogni aspetto materiale all’abbaglio interiore e, nel tempo di un colpo di tosse, sono qui, nel punto in cui ero arrivato la volta scorsa, con tutta la mia scorta di ossigeno a disposizione per andare oltre. L’impatto ha cancellato ogni pensiero. Sono libero in uno stato di quiete nel quale stavolta posso affinare il mio pensiero e la percezione di me che non ne sono immerso, ma faccio parte di questo fluido viscoso, diverso dall’acqua, ricco della mia stessa sostanza che ne aumenta la consistenza rendendo sempre più complessa la discesa verso luoghi inesplorati della mia personalità. Cerco la posizione di massima penetrazione e vado giù. Gli occhi pieni di luce mi lasciano intravedere qua e là una moltitudine di ombre leggere, come vesti di seta mosse dal vento si spostano attorno a me, sono i pensieri allontanati dall’immersione che aleggiano come fantasmi di latte, resi innocui dalla profondità in cui si trasformano nell’immagine remota di un’idea, e mi raggiungono come lo spettro della luce di una stella scomparsa  milioni di anni fa. Ho imparato a percepirli come innocui in questa dimensione, tanto che adesso fanno parte di un ambiente favorevole, elementi imprescindibili della mia natura: innocue reminiscenze della vita di tutti i giorni.

In questa condizione ideale, di annullamento e profondità, sento di poter oltrepassare il bianco e spingermi verso il nero, dove il pensiero sorregge lo spavento per l’indeterminazione. Il chiarore raggiunto è servito a vincere la paura della permanenza a grandi profondità, ma per spingermi oltre, devo raggiungere luoghi privi di luce, luoghi nei quali l’orientamento giunge soltanto dall’acuirsi dei sensi che mi permettono di percepire leggi in grado di dirigere la mia ricerca. Sono in un limbo opaco. Tutto è incorrotto, resta solo l’attesa di un epilogo non scritto, auspicato, inimmaginabile oltre il tempo e le scelte che potrei fare. Il domani e l’adesso coincidono, so che il movimento avrà ripercussioni nel tempo come una vibrazione del tessuto spaziotemporale, come un’increspatura nella coscienza che si espande all’infinito per accogliere la propagazione di questi moti impercettibili, eppure in grado di sommarsi e condizionare ogni scelta futura. Come fare per impedire che ciò avvenga? Se scelgo ci saranno ripercussioni; se accolgo il comportamento senza paure, avverrà lo stesso, dunque non resta che accettare il fatto che un battito d’ali potrebbe davvero trasformarsi in un uragano chissà dove nel mio spirito, senza che un preciso modello matematico possa dimostrarmi la bontà di tale teoria, ma accogliendo la possibilità che ciò avvenga come una causa del mio stesso esistere, e come tale accettare in me la leggerezza di una carezza ricevuta o data, così come il furore di uno schiaffo: due aspetti tanto diversi, ma che in qualche modo bilanciano la neutralità dell’essere che se fosse troppo lieve finirebbe per oltrepassare l’atmosfera e perdersi nel cosmo, così come un’eccessiva pesantezza lo schiaccerebbe al suolo cancellandone lo spessore.

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Alberto Burri – Sacco e Nero

In questa lunga digressione, all’apparenza contorta, io unisco il mio essere mutevole a questa nuova profondità, accogliendo tutto ciò che mi caratterizza, come la struttura che m’impedisce di perdermi nell’oscurità cui vado incontro. Sento i sensi acutizzarsi. La vista lascia il posto alla percezione, ciò che c’è d’inutile viene sovrastato da un senso nuovo, la comprensione del sé che vibra come qualcosa che la materia m’impedisce di nutrire alla luce del giorno, sotto l’impeto dei colori, dei suoni, del vibrare della pelle, del gusto… Quando la mente si trova in uno stato di perplessità, inizia a formulare i concetti fuori dagli schemi, giacché solo operando in modo non schematico si può raggiungere l’illuminazione. Quindi, dopo il bianco, l’abbaglio risiede nell’oscurità che mi attende sprofondando ancora più giù nel rispetto di una dottrina zen che riconosco e non accolgo, in quanto voglio mantenermi su un piano sì profondo, ma che sia funzionale all’ambiente in cui vivo, al sistema con il quale interagisco non come individuo dislocato, bensì come parte distinta e distinguibile. Un concetto meno spirituale pertanto, più fisico se vogliamo.

Nel tempo di tale riflessione ho raggiunto l’agape. Non lascio alla mia natura irruenta alcuna possibilità di sfuggire al controllo perché so che se anche un solo filamento di rabbia dovesse scappar via, come spesso avviene quando mi trovo in superficie, questo si attorciglierebbe alle mie caviglie per trascinarmi giù come un kraken dai cui tentacoli non potrei liberarmi. In questo nuovo stadio intermedio della coscienza abissale, l’oscurità è confortata dalla densità del fluido nel quale riesco a muovermi in un modo del tutto nuovo, quasi terreno. Questa cosa, se da un lato mi spaventa, dall’altro mi da conforto sostenendomi. L’ossigeno si consuma lentamente, perfino nella fisicità ritrovata dopo che l’avevo abbandonata in superficie. Dunque, se questa materia non fa parte di tutto ciò che mi sono lasciato alle spalle immergendomi, allora deve trattarsi di qualcosa di nuovo, più profondo, personale e che ha resistito sotto la cenere in tutti questi anni, nell’attesa che qualcosa la riportasse alla luce. Qualcosa d’incorruttibile, che il tempo non può scalfire, né sostituire con altre convinzioni di natura indotta dal bisogno di difendersi. Sono io non solo nel pensiero ma anche nella percezione del mio corpo e sfruttando la spinta di questa nuova forza ritrovata, torno in superficie con la speranza di scoprirne i benefici nella prossima immersione.

Emergo, prendo aria, e tutto è come lo avevo lasciato.

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Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano