Tutto il mio folle amore

(di Roberto Masi)

 

“Perché la primavera ritorni così: sopra una nube fiorita; sollevata dagli angeli…”

                                                                                                                (E.V. 2007)

 

 I

 

 

Infine, mi sono lasciato la vita alle spalle, ho abbandonato tutto per sopravvivere, attraverso il silenzio, a un dolore divenuto insopportabile. Racchiuso in questa bolla di ricordi ho visto il mondo progredire, partecipare alla vita, mutare ogni aspetto della mia comprensione. Sottomesso al susseguirsi dei fatti inarrestabili mi sono avvicinato a questa solitudine per divenire una singolarità destinata all’oblio. Sorretti dalla convinzione che la nostra presenza debba governare tutto, può accadere che due anime s’incontrino nel disordine; ogni informazione svanisce nel rilascio di un messaggio flebile in grado di travalicare le ere, attraversare l’universo e la memoria stessa, tramite l’infinito destino a non perdersi mai. Un entanglement sentimentale in cui l’addio non impedisce all’uno di condizionare l’altro nel tempo che verrà…

Oltre i fatti narrati in questa cronaca visionaria, avrei letto che l’interazione rappresenta l’enigma destinato a decifrare la realtà; ammessa la solitudine, quel che resta è poca cosa. Il rancore diviene una perdita di tempo, un luogo desolato in cui perfino il pasto, scandito dai ritmi di un corpo in declino, si oppone al comune senso civico. Avviene in tutti i luoghi di questa casa silenziosa, come un evento sconosciuto, fluttuante nell’idea stessa d’inconscio tra premura e allegoria, quale conseguenza di accadimenti incontrollabili.

Nel lento decorso della psicosi, ho capito quanto l’insistenza di continue apparizioni andasse giustificata con la spontaneità: l’immediatezza come soluzione all’impasse generato dal confronto. Un’immaginazione malata, che ha mostrato aspetti fino ad allora celati dalla partecipazione, spingendomi attraverso meccanismi confusi alla ricerca di una teoria che potesse in qualche modo giustificare il dolore.

Mosso dal bisogno di dare un senso a questo vuoto il pensiero ritorna agli anni della giovinezza. Tenta di trovare una cura per la damnatio memoriae, la dannazione della memoria cui il tempo sembra destinare la maggior parte di noi. Svanisce così ogni certezza, si dissolve l’esigenza e cresce quel disordine che offusca sconcertanti verità tra sogni e follia; ma se l’uomo tende alla catarsi attraverso questo metodo orfano della volontà, tanto vale puntare l’attenzione su una scena qualsiasi, di un tempo qualunque, di una vita come tante. In questo caso la mia.

Con la Sindrome del Tramonto giungono le immagini dal passato. Sono i ragni medicamentosi che tentano di portare un conforto in grado di spostare l’attenzione a un momento perduto. Il presente svanisce; sento i rumori di un tempo, gli odori della felicità, e riscopro quello spirito di attesa che reggeva i miei giorni di fanciullo. Spinto dalla malinconia mi abbandono ai ricordi. Annego nel veleno di troppi rimpianti, molti dei quali neppure giustificati da un reale impegno, e tutto si schiarisce davanti ai miei occhi come allora.

Si schiudono alla mente i soleggiati pomeriggi dei primi anni ottanta quando all’apice del vigore adolescenziale andavamo a pescare sopra il frantoio di Sommaia. L’abbagliante primavera fioriva in noi sollevata dal clamore di speranze mentre privi delle conoscenze necessarie alla buona riuscita dei nostri intenti, eravamo costretti ad accontentarci delle gracili prede ingannate dall’esca di pane e saliva cui eravamo soliti far ricorso. Piccole creature indifese, in grado di generare un tuffo al cuore al momento dell’abboccata, destinato a sciogliersi nella delusione per le dimensioni contenute.

Privi di qualsiasi riguardo verso le conseguenze delle nostre azioni, strappavamo le tenere labbra di quei pesciolini in un gesto suggerito dalla frustrazione. La fretta di recuperare l’amo, il puerile distacco dalla morte e un’innocenza della quale eravamo stati insigniti senza merito, rappresentavano il primo baluginare di un inferno che già, rosseggiante di presagi, s’innalzava attorno a noi.

Era tutto un frusciare incessante. Il rumore dell’acqua si sgretolava tra lo sfarfallio iridescente dei lepidotteri e il canto dei fringuelli. Il gracidare delle rane, il vento dei nostri bisbigli, il ronzare dei calabroni e merli ovunque in cerca di vermi tra le zolle riarse della vigna. Il mondo era lì: si affacciava come una costruzione mentale stimolata dai racconti origliati di soppiatto. Faceva capolino assieme al vigore e per quanto provvisto di una propria audacia, esibiva il riprodursi incessante di un ciclo destinato a spengersi per poi ricomparire chissà quante volte ancora. In questo dedalo temporale attendevamo impazienti l’avverarsi di quel futuro in cui l’ignoto era fonte di felicità e il fallimento, un incubo dal quale risvegliarsi senza conseguenze.

In questo turbine di menzogne mi trovai ad affrontare un periodo di grandi mutamenti. I capezzoli turgidi per l’avvento puberale da giorni mi rendevano inquieto e l’evoluzione del corpo, a favore di un aspetto meno innocente, me lo rendeva inaccettabile nella goffaggine di certe movenze che avrei desiderato più inclini al successo personale. Raramente avrei goduto di una tale percezione della metamorfosi; il distacco prevedeva il riconoscimento di quel confine tra infanzia e senescenza che era ancora confuso dal riflesso amniotico: una frontiera pregna di segreti che racchiudeva in sé la paura del cambiamento e la sua stessa gioia. Di tutt’altro stampo mio fratello sembrava invece trovarsi a proprio agio e sfoggiava, senza sbavature, un fascino dal forte potere attrattivo. L’intelletto era ancora qualcosa di cui vergognarsi, utile ad allontanare i reietti cui madre natura aveva negato il controllo dei timori fallimentari e niente più. Un giorno non lontano taluni avrebbero scoperto doni inattesi, ma in quel preciso frangente, nell’istante in cui un dettaglio può distruggere un’esistenza o elevarla per sempre, la chiave dell’affermazione risiedeva nell’arroganza becera dei più smaliziati e non certo nella maturazione precoce. Perfino il numero di peli sotto le ascelle rappresentava un assillo: accresceva la distanza tra noi, restituiva la misura della popolarità nei rapporti quotidiano al punto da divenire un cruccio come poi lo sarebbe stato l’esibizione della muscolatura affiorante. I primi slanci giungevano a ondate tra il gioco e l’erotismo, come un nettare dolce nel quale perdersi, dominati da stimoli mutevoli che nel corso degli anni avrebbero preso una piega universale.

Quante domande prive di risposta mi affollavano… Forse tutte, per come poi sarebbero andate le cose, o magari nessuna, se nell’odissea cerebrale di una mente contaminata dal fallimento, ogni evento inatteso assume i toni di una condanna. Per quanto sia impossibile rimanere imparziali al cospetto delle proprie verità, il richiamo di quei suoni, di quei colori e delle meraviglie di cui mi riempivo fin dal mattino quando la luce penetrava attraverso le imposte, si spingeva tramite la fantasia alla ricerca delle promesse annunciate dall’esserci. Frastornato dalle visioni e con lo stomaco in subbuglio, stringevo gli occhi fino a provare dolore. Quando li riaprivo l’immagine era come offuscata da una luce opaca di sangue, ma era tutto svanito, cancellato; restavano solo il rumore del cuore che batteva all’impazzata, e il pesante carico d’incertezze annebbiato dal pulviscolo della circolazione.

Da quando l’estate era iniziata avevamo trascorso gran parte del tempo tra piante d’olivo e filari di viti; era un modo come un altro per trasgredire alle regole familiari alle quali gli adulti attribuivano un valore pedagogico indubbiamente eccessivo. La paura della punizione non rappresentava un deterrente adeguato, neppure dopo che nostro padre aveva stabilito una serie di assurde restrizioni che a suo dire avrebbero dovuto impartirci l’educazione. Tutto era scaturito da un episodio di qualche giorno prima. Come ogni domenica, avevamo ricevuto il compito di prelevare la nonna alla sede della Misericordia dove c’era una cappella improvvisata per le funzioni religiose. A differenza di me che preferivo adeguarmi senza lamentele, Lorenzo possedeva un’innata avversione per le imposizioni, tuttavia il servilismo rendeva entrambi irrequieti e poiché lo sgarbo degli obblighi parentali mal si adattava allo spirito di ribellione di quegli anni, decidemmo di affrontare la risalita verso Monte Morello. Il tempo sarebbe stato comunque sufficiente per raggiungere la Fonte del Ciliegio e ridiscendere in orario per la fine della messa.

Ben presto le raccomandazioni della mamma erano scivolate nel dimenticatoio. Neppure la sua apprensione aveva fatto breccia nella nostra incoscienza: il carattere docile la faceva scomparire alla vista rendendo il lieve sussurro con cui si esprimeva, una carezza priva di persuasione, seppur carica di amore. Svaniva come un bisbiglio assieme al temperamento conciliante, tale da renderla terribile negli eccessi d’ira che di tanto in tanto, superata la misura del suo essere morigerata, la sorprendevano facendole perdere il controllo.

L’uscita di casa era dunque una fuga. Tutto avveniva senza discernimento e malgrado identificassi nella solerzia il desiderio di raggiungere la destinazione, l’urgenza consisteva invece nel bisogno di allontanarmi al più presto dalle mura domestiche. Credevo che la felicità fosse altrove, disciolta nella bramosia di fuggire da una famiglia nella quale non mi riconoscevo. Ambivo alla presunta libertà di utopie che svanivano ogniqualvolta tentavo di afferrarne la coda piumata. Il miraggio dell’inganno mi perseguitava, come se la soluzione di ogni problema fosse nei luoghi incontaminati, e l’uscita da casa rappresentasse la via più breve per raggiungere quella libertà di scelta che a differenza di mio fratello sentivo preclusa a dispetto delle intenzione.

Con questo spirito di affrancamento arrivammo alla chiesa di Sommaia in un lasso di tempo che spense il timore d’esser scoperti ancor prima della sua venuta. Fermandomi per riprendere fiato nel contesto di solitudine, vidi il prete rastrellare la ghiaia davanti al vestibolo. Canticchiava beato, avvolto dalla sua ripugnante bruttezza resa docile dal sorriso da seminarista. Richiamato dal crepitare delle ruote sollevò la testa accennando un saluto. Appariva solo, sperduto nella triste alienazione di fedeli che frequentavano la parrocchia spinti dall’obbligo morale di risorgere nello spirito comunitario. Spazzava il chiostro e detergeva l’anima dei peccatori per far fronte al disastro di chissà quali sciagure: rendere presentabile la sporcizia del mondo lo riconciliava con quella parte di sé che insisteva per annientare ogni più fragile certezza, e dare un senso alla scelta che aveva fatto.

Sebbene fossi privo di qualsiasi indulgenza verso i prelati, giacché le motivazioni di una tale scelta mi erano incomprensibili, non riuscivo a contrastare quel particolare imbarazzo che mi avrebbe accompagnato per il resto della vita. Tormentato ricambiai il saluto chinando la testa. Una riverenza priva di qualsiasi giustificazione; non riuscivo a sostenerne lo sguardo, l’opinione si opponeva come un passo controvento al sentimento di pena generato da ciò che suggeriva anche solo col gesto della benedizione. Sentivo di aver ragione ma non osavo ammetterlo, interpretando la sua condanna come un castigo troppo grande anche per la rabbia che invece avrei dovuto manifestare senza alcuna indulgenza. Timoroso del confronto, spaventato dal mio stesso pensiero e dalla possibilità di contraddirmi, avevo imparato a plasmarmi sulla superficie delle persone scorrendoci sopra come un fluido. Un moto di adattamento che mi frustrava nel profondo, colmo dell’inutilità di sposare senza vergogna le teorie degli altri, nel disperato tentativo di sorreggere una personalità votata alla conservazione dell’armonia. Era il lascito della contaminazione ambientale; niente a che vedere con l’inganno, quanto piuttosto col desiderio di nascondermi nelle trame di un livello sociale entro il quale alcunché, oltre l’uniformarsi, avrebbe potuto garantire un’uscita di scena senza clamori.

Oltre la chiesa, la strada diventava una larga mulattiera malandata a uso dei pochi residenti mentre sulla sinistra, dopo un muro a sassi per metà franato, c’era il cimitero e più su il vecchio bosco di cipressi. La salita allungava a mezzacosta stretta tra il declivio di terrazzamenti costellati d’olivi e alcune case coloniche. Là, tra gli orti dei pensionati e il disordine, una vecchia cisterna per la raccolta dell’acqua stimolava la nostra fantasia. Profonda abbastanza da generare il mistero, ci eravamo andati spesso nelle ore calde, quando i vecchi si ritiravano per preservare i loro corpi minati dal tempo, intenzionati ad appagare il sentimento d’avventura. Carichi di un’attesa febbrile, il piacere giungeva invece dalla realizzazione di un inganno collettivo che comprendeva oltre al gioco, l’annullamento di ogni controllo da parte degli adulti. Sembravano così lontani da non poter credere che quanto scuoteva il nostro animo potesse renderci simili. Sentivo una distanza incolmabile con tutto ciò che mi appariva senza futuro: una scarna immagine messa lì a far da cornice alla nostra venuta, quale unico scintillio nel tempo immobile di ciò che era stato, e l’ambiente nel quale immergere le nostre esistenze aristoteliche.

Pieno di onnipotenza superai Lorenzo senza fermarmi. Un moto d’orgoglio mi spinse ad accelerare per costringerlo a inseguirmi, ma mentre le mie forze si dissolvevano nella fatica della pedalata, il suo vigore cresceva alimentato dall’orgoglio che lo obbligava alla supremazia. Non appena le pendenze s’inasprirono ancora fui costretto a fermarmi in preda alla carenza d’ossigeno, e lui mi superò canzonandomi. Proseguì la sua corsa fino a sparire dietro la curva dove avrebbe rallentato per riprendere fiato fuori dalla mia vista, e in quello stesso momento mi raggiunse un piacevole senso di rinuncia che riportò la pace. Tutto era mosso dal vento. Ogni inquietudine svaniva di colpo con l’accettazione stessa della sconfitta. Tra i sensi ottenebrati nell’estasi del condannato, la perfezione dell’attimo si fece intendere senza preavviso e sollevando lo sguardo perché l’aria mi solcasse il volto, il mio pensiero sfuggì al controllo per rifugiarsi oltre la cima degli alberi. Fui subito richiamato dall’impulso di tornare indietro, e come se in me fosse fiorita la coscienza, cacciai quel bisogno di conservazione per naufragare in qualcosa di più intimo e grandioso: la solitudine.

Felice senza motivo, presi un bel respiro e ripartii. L’aria era tiepida come un fiato materno e carica di aromi; il cuore sussultava, la vista si scioglieva nella fatica della pedalata. Ero così forte all’epoca, che oggi rimane solamente l’impronta di quel vigore perduto. Il fisico si è irrigidito per lasciar spazio alla riflessione. Tutto ha assunto un significato definitivo; perfino questa decadenza che mi costringe all’abbandono dell’agilità per accogliere il pensiero, sembra stimolare il completamento dell’uomo durante la frazione minima della realtà. Forzando il controllo della mente, sento d’aver le braccia piene di nulla… Il gioco della creazione aveva il potere di sfiorarmi, metteva in movimento il processo creativo che un giorno sarebbe naufragato nella necessità di raccontare questi momenti attraverso la malinconia. Adorare la commiserazione; ancora oggi non sono in grado di scorgere le differenze tra una presunta psicosi e l’amore; quella smania di affannarsi senza uno scopo e la continua ricerca del limite, cos’erano, se non la necessità di utilizzare il corpo nel momento del suo massimo abbaglio?

Il transito delle automobili aveva formato un tappeto di polvere che sollevandosi al vento si era poi depositata sugli alberi ai lati della strada ingrigendone il fogliame. Parte del bosco era stato bonificato e si scorgevano qua e là gli oliveti punteggiati di grossi ciliegi e albicocchi grondanti resina profumata. Laddove il terreno spianava c’era una vecchia casa diroccata e tra gli orti recintati alla bell’e meglio, una fontanella alimentava la vasca di raccolta dentro la quale nuotava un grosso pesce rosso, probabile lascito di una vincita da lunapark. Sempre m’incantavo a guardare le api far la spola dalle arnie alla sponda smeraldina della cisterna; non c’era in me alcun timore, si trattava di una zona franca in cui tutte le creature del mondo sostavano un attimo per riprendere fiato prima di ripartire. Poco dopo, infatti, cominciava la strada per raggiungere la vetta del monte e una sbarra di ferro segnava il confine con la civiltà.

Lorenzo mi spronò a seguirlo. Abbandonando il suo innato dominio per scegliere la dolcezza fraterna mi rese ancor più vulnerabile, come un cane al quale il padrone ha appena concesso quell’affetto per cui vive. Cominciai a pedalare più forte che potevo; tutto era un quadro in movimento che mutava metro dopo metro. I cipressi scorrevano ai lati, la via diveniva sconnessa, piena di protuberanze e costretta tra una selva di rovi che si accostavano nel disperato tentativo di ricongiungersi. Suggestionato dai racconti di un nostro amico che sosteneva di aver visto un asino maldestro schiantarsi sopra le rocce ai piedi del dirupo, affrontai i tornanti cercando di mantenermi il più lontano possibile dalla scarpata. Con l’animo colmo di gioia per la complicità di mio fratello cercavo di respingere l’affanno. Lui mi seguiva incitandomi, ma l’ossigeno oramai scarseggiava e non potei rispondere che con un lieve sospiro. I fauni fuggivano impauriti dal rantolo del mio sforzo; sebbene fossi deciso a non deluderlo, il cuore mi rimbalzava nel petto lasciandosi avvertire nelle tempie e negli occhi mentre tutto fremeva come una fata morgana. Poi la strada s’impennava ancora e nel tentativo di evitare i solchi tracciati dall’acqua di un inverno piovoso, la fatica diveniva il tormento della carne, sovrastata anch’essa come la coscienza, in bilico tra rinuncia e perseveranza.

Il destino era sparso in mille pezzi colmi di rabbia. Sapevo che non avrei potuto reggere ancora per molto, non ero nato per una prova del genere e la mia mente, per quando decisa a sconfiggere il dolore, prima o poi si sarebbe arresa ad esso.

Temevo la rinuncia come idea di un marchio denigratorio. Non rappresentava un assillo ma qualcosa d’innocente, privo di ogni contagio: un piccolo tassello nella costruzione di quel muro insormontabile che in seguito avrebbe cancellato ogni gesto come rappresentazione della volontà. Cosa si nascondeva oltre quell’ostacolo? Tutto ciò che riguardava il presente mi assaliva; un monito impercettibile tra gli alberi che si affacciava per un attimo, ma che la gioia infantile riusciva ancora a contrastare. Anche se non mi apparteneva, il fatto di avvertirne il fragore custodiva il segreto di un balordo avvenire.

Il bosco si muoveva come un fluido. Percepivo la presenza dei suoi abitanti che mi spiavano nascosti tra le fronde, invisibili agli occhi ma ingombranti nello spessore sensoriale della paura. Che fosse il tasso o un giovane capriolo, nella mia testa fioriva l’ossessione che potesse invece trattarsi di una creatura fantastica. Ingannato dalle ninfe, fuggivo dimostrando una finta audacia come fosse una treccia di capelli posticci. Il ricordo torna lucido e sento di nuovo quel soffio di angoscia, lo stesso di quando immerso nel buio della sera cercavo di esorcizzare i demoni della fanciullezza, accelerando il passo per sfuggire alla mano di chissà quale obbrobrio.

L’angoscia cresceva opponendosi alla tenacia dell’irrazionalità. Per quanto fossi determinato a non deludere mio fratello, all’improvviso le gambe smisero di rispondere. La sua dolcezza svanì per cedere il posto al disprezzo e nel turpiloquio dettato dalla delusione sentii la gioia abbandonarmi, e finalmente, il senso di pace che per un attimo separa la decisione finale dall’arrendevolezza, mi raggiunse annientandomi.

Quando assalito dal desiderio di bere sollevai lo sguardo egli era scomparso, e nel bivio tra il sentiero che conduce in Terza Punta e la via di casa avrei trovato il refrigerio agognato. Alla mia destra si stagliava l’orizzonte della Piana; tutto appariva distorto da una prospettiva senza riferimento che separava la realtà dall’interpretazione favolistica di quegli anni. Una carta geografica in cui ogni cosa avrebbe potuto dirsi frutto dell’immaginazione, se non fosse stato per il fremito costante dell’aria che rendeva il cammino così reale da condurre il mio spirito all’inquietudine della vertigine. Lo stesso stordimento che costringeva la mamma a chiamarmi quando doveva appendere le tende, che le impediva perfino di salire sulla sedia mentre io, impavido nella giovinezza ma costretto a mia volta da quel senso d’inadeguatezza motoria, ostentavo calma, reprimendo per orgoglio il suo stesso disagio.

Mi sentivo abbattuto dal senso di affaticamento. Quale significato aveva quel traguardo, se non il dono della rassegnazione? In seguito, anche se in quel momento rappresentava ancora un ostacolo, questo crollo di risolutezza sarebbe divenuto la forza per comprendere le cose senza protervia. Il legame con l’origine era ancora forte e lontano dalle regole del pensiero che avrebbero dominato gli anni a venire. Se mi fossi accorto delle cose nel momento stesso in cui accadevano, forse adesso conoscerei il perché di ogni moto interiore. La possibilità di dimostrarsi prodigo, sia nella forza fisica che in quella mentale, così diverse ma al contempo identiche tra loro, e questa declamata umanità che ci rende preferibili nella definizione stessa di uomo, quando invece é proprio la diversità a rappresentare il cardine della coscienza.

In questo errare senza meta nel flusso dei ricordi, Lorenzo era definitivamente sparito e avvolto da una docile rassegnazione, poco dopo lo raggiunsi. Colmo di superbia non si lasciò sfuggire l’occasione per deridermi; fantastico in quel suo aspetto guascone che gli conferiva un potere grandioso agli occhi di chi lo conosceva. Se non fosse stato per la sua presenza, gli altri non mi avrebbero trattato col medesimo riguardo. Il legame fraterno mi garantiva un posto di privilegio nella cerchia dei nostri conoscenti, alcuni dei quali erano perfino troppo affabili nei miei confronti: speravano ch’io potessi intercedere per loro e farli assorgere alle sue grazie. Mi rallegravo di questo riflesso fraterno in grado di elevarmi senza sforzo, e coltivavo la mia presenza indissolubile dalla sua, prima che tutto ciò ci separasse per sempre.

Molte sarebbero state le cose da dire in quel momento, ma prima di tutto avrei dovuto rivolgermi alla mia pochezza, alla scandalosa devozione, allo stupore generato dalla necessità imprudente, di appagare il mio ego con l’altrui compiacimento. Ma chi ero? E chi sono ancora oggi, se gli altri hanno il potere di condizionare il mio pensiero al punto da annullarmi come individuo? Nel formarsi del raziocinio tutto questo assume una sua logica: l’emulazione per sentirsi parte di qualcosa, il consenso di un compagno a conferma di una propria soggettività riconosciuta. Prigioniero tra vigore e debolezza stavo io, nella posizione in cui tutto sfila senza reciprocità. Laddove non c’è presenza ma un grande vuoto simile alla materia oscura, che pur costituendo il tramite della forza coesiva, resta invisibile… Un’incognita imprevedibile, come il mio scorrere tra le vite degli altri, che pone limiti all’ignoto e dà un senso più ampio alle cose che mi riguardano. Questo isolamento era ancora più chiaro in quei frangenti, quando scorgevo in me la sofferenza per qualcosa della quale, in fondo, non m’importava niente. Come se la pena scaturisse dalla spinta di una verità inaccettabile, un’inclinazione così diversa da quella dei miei coetanei verso i quali, con uno sforzo che non assecondava il fisico ma induceva la coscienza al disordine, simulavo una spontanea empatia. La continua finzione che avrebbe contribuito all’isolamento mi faceva sentire inadeguato tra persone che, con ogni probabilità, stavano provando il mio stesso disagio. Lorenzo invece dava tutto a intendere tranne che sentirsi inadatto alla socialità. Da cosa nascesse tutta quella sicurezza resta un mistero; che fosse innata è fuori discussione, ma il terreno su cui cresceva avrebbe dovuto rivelarsi tutt’altro che fertile.

Attraverso la mulattiera tornammo sulla via che collega la Piana alla parte preappenninica della Toscana dove, quando ancora il dolore rappresentava un flebile pulviscolo all’orizzonte, Lisa e io percorrevamo la Panoramica per spingerci fino al monastero di Monte Senario. Una pace ultraterrena rappresentava il fine ultimo di quel pellegrinaggio; il nostro legame, vivo nell’alternanza degli umori ma indissolubile per una rara forma di empatia, ne risorgeva ogni volta più unito, libero da quell’orrore che in pochi attimi avrebbe dispiegato le proprie ali sopra di noi.

Svoltai a destra lasciando che la velocità mi penetrasse completamente. Non ne avevo timore; la giovinezza si scontrava con quel muro d’aria orfana di qualsiasi reverenza verso le possibili conseguenze di una caduta ai sessanta all’ora. Nel breve tratto fino alla bottega gli occhi si riempirono di lacrime e la vista divenne tremula, offuscata come attraverso una sfera di vetro colma d’acqua, dentro la quale navigavano i miraggi del mio domani. I ricordi di quel periodo contrastano con l’immagine ipotizzata dalla pubescenza; stravolti da una docile assennatezza conquistata con grande dolore, rendono la verità una sconfitta e l’attesa che fu, una dolce agonia cui far ritorno all’occorrenza.

Se mio padre ci avesse visti correre in quel modo si sarebbe infuriato, ma quando non motivata dal buonsenso, l’inquietudine che genera l’ira nell’adulto è in grado di distruggere un rapporto per sempre. Come avvenne quel giorno di maggio dell’anno precedente, in cui avevo insistito tanto per accompagnarlo al lago e che ha segnato in modo indelebile il nostro rapporto. La capacità dell’incoerenza di gestire l’intero corso delle cose ha deviato spesso il tragitto della mia innata propensione all’annullamento, tali restano alcuni episodi ingombranti, non molti a dire il vero, ma di una tale ferocia che niente li avrebbe potuti cancellare.

Sebbene non abbia mai capito fino in fondo cosa risvegliasse in me, l’acqua esercitava un potere condizionante. Sensazioni difficili da interpretare si diffondevano nel mio atteggiamento come una lusinga. Aspettativa e insonnia erano solo alcuni degli effetti collaterali di questo richiamo, ma allo stesso tempo il suo dono più grande. Custode imprevedibile del mistero, il liquido della creazione sembra legare i sogni di ognuno e quando viene a mancare, non resta che ricercarlo ancora, spinti dal desiderio di farne parte o di tornare ad esso come elemento: “Prendete il più distratto degli uomini, immerso nelle sue più profonde fantasticherie; mettetelo dritto, fategli muovere i piedi ed egli infallibilmente vi guiderà all’acqua…”.

Per tutta la notte le immagini si erano sovrapposte in un luogo a metà tra veglia e delirio, una lenta agonia protrattasi fino alle prime luci dell’alba. Da un po’ di tempo dormivo in salotto a causa di un insistente desiderio di emancipazione; avevo ceduto l’unica camera disponibile a mio fratello pur di ottenere l’agognata intimità. Nasceva in me il desiderio d’isolamento, si esibiva, nascosto tra le pieghe del quotidiano, in piccole rinunce che avevano come fine ultimo l’occasione di rimanere solo. Appena intravidi la luce dell’ingresso mi tirai su spalancando gli occhi; la mamma mi osservò meravigliata e si fece avanti piena di affetto. Era un legame avvolto da una deliziosa complicità, custodito nei gesti come se il presentimento di una fine precoce aleggiasse su di noi fin dall’inizio. L’abbracciai con forza e fremente di eccitazione le detti uno sculaccione che la fece sorridere. Le natiche abbondanti risuonarono nell’aria alla stregua di una concessione sentimentale in cui la materia si sarebbe impressa per sempre attraverso il contatto tra noi, burlesco e affettuoso allo stesso tempo, vincolato dalla maternità.

Mi vestii in fretta. Lorenzo aveva scelto di non venire pertanto ero convinto che grazie alla sua rinuncia sarebbe stata una giornata magnifica. Sottovalutando del tutto il fattore ereditario, m’incantai a osservare mio padre far la spola lungo il corridoio per predisporre il necessario. Indossava il solito impermeabile logoro e un cappellino rosso: era un uomo pieno di manie e stratagemmi che utilizzava per assecondare il proprio egocentrismo e la scaramanzia che ogni volta negava, pur subendone un’influenza inconfessabile. Ho l’immagine di lui stampata in testa, immutata tra la mia crescita e il suo invecchiamento, stabile in poche ritualità che si sono trascinate negli anni assieme all’ingrigire dei capelli. Se un tempo aborrivo questa sua ripetitività, o il modo bizzarro che aveva di vestirsi, con gli anni mi sarei dovuto rassegnare all’evidenza. Da parte mia ho fatto di tutto per cancellare ciò che ci rendeva simili, ma nel corso degli anni ogni suo gesto si è dimostrato un vero e proprio lascito carnale. Un insieme di riflessi privi di qualsiasi subordinazione che ci hanno uniti per sempre. Flebili legami di opposte visioni e attriti talvolta prossimi all’odio, fusi dal soffio della nostra stirpe dannata, dispersi nel vento da queste parole frutto esse stesse di un insospettabile attaccamento. Il rancore serbato per anni, altro non era che la spinta feroce della verità: la mitosi volontaria di uno stesso elemento, disperato per la lontananza cui ambivamo entrambi.

Fuori era ancora buio. L’aria fresca mi colpì riempiendomi di una gioia sconfinata: traboccava di quell’aroma gioviale che il caldo avrebbe dissolto nel giro di poche ore. La mamma mi dette una vecchia felpa e si lasciò baciare sulle guance carnose. Si notavano i baffetti trasandati di una femminilità perduta. Se ai miei occhi era sempre stata “vecchia”, solo oggi mi rendo conto di quanto sacrificio debba esserle costato soffocare il proprio istinto all’accettazione, per non doversi scontrare con l’arte inquisitoria del babbo che in ogni orpello altrui vedeva un tentativo d’insubordinazione. Ricordandola in tante privazioni e soprusi da parte di tutti noi, provo un dolore inesprimibile per l’accanimento del destino che sfiorandola in giovinezza, le avrà offerto chissà quante occasioni per un futuro migliore. Poco importa se ciò avrebbe reso impossibile la nostra nascita, tutto sarebbe rimasto sospeso in un limbo senza gioia né dolore, tale da renderle quella giustizia sacrale che invece gli sarebbe stata negata fino alla morte prematura.

Dirigendoci al solito bar la mia eccitazione cresceva. Orde di uomini in assetto militare raccontavano storie così inverosimili da aggiungere credito attraverso l’incredulità della negazione stessa. Un’arrogante miscellanea di parolieri insonni, la cui unica ambizione non risiedeva nell’atto quanto nel vanto della narrazione stessa. Su tutto aleggiava un incantesimo che racchiudeva in sé il timore e la speranza, entrambi contenuti nella fantasia che riportava alla luce ogni aspirazione perduta. A suggellare il fallimento delle nostre vite, quei racconti vergognosi cui mio padre dava un credito ch’io interpretavo quale conferma della loro veridicità. Ero rapito. Mi perdevo in quelle chiacchiere, come se il fatto di trovarmi lì rappresentasse un certificato di successione per chissà quale splendente futuro. In fondo la comunità ha sempre provato a respingermi. Non per misantropia ma a causa della sua pulsazione; mossa da una forza prevaricatrice nella quale l’egoismo svolge la funzione di collante, generando quella tensione superficiale che le impedisce di disperdersi nonostante il proposito di farlo. Questo agglomerato votato alla competizione me l’ha fatta rifuggire al punto che, accettato l’orrore della solitudine, ho scelto di sfuggire ogni legame di questo tipo. Ad ogni modo all’epoca mi sentivo ancora il principe di un’idea machista in cui mio padre era il re e io l’erede. Tutti bevevano caffè spargendo bricioli di pasta sfoglia tra volute di fumo. Gli odori e le voci di persone perdute, di un’epoca che ha segnato profondamente la mia crescita e le idee, talvolta bizzarre, disgregate oggi da un mutamento nel quale sentirsi estranei è il fattore meno preoccupante, quanto invece è deleterio un ingiustificato rammarico.

Ai piedi di una vecchia cava dismessa c’era il lago. Una serie di recinzioni concentriche ne delimitavano il perimetro mentre dal parcheggio una fila di platani annullava la visione del progresso separando la proprietà dalla strada provinciale. Il suono del torrente stimolava la mia fantasia col suo fraseggio acquifero. Si trattava di una grande illusione operaia: abbandonata la routine della settimana, si entrava nell’avventura indotta dal desiderio. La costrizione economica obbligava a scelte adeguate; l’orizzonte poteva spingersi oltre le mura domestiche per poco tempo, rimanendo aggrappato a esse con l’unico abbaglio del credersi in un luogo selvaggio quando invece attorno a noi era tutto artificiale, ma era sufficiente rendere il compromesso accettabile perché ogni cosa risultasse probabile. Forse mio padre sentiva il disagio di questo spettro implacabile, ma non tutti sono in grado di travalicare l’autoconvinzione, pertanto ero felice di potermi credere privilegiato e tanto mi bastava.

Quel giorno avevo il compito di correre all’apertura dei cancelli per occupare i posti migliori. Ogni passo di questo ricordo mi è adesso indelebile come la cicatrice inferta dal taglio di una lama. Il babbo sorrideva incitandomi con lo sguardo che sempre ricercavo quale conferma del suo affetto. Troppo spesso si era perso tra l’assenza di certezze e la brutalità di una crescita disperata. Il passato lo obbligava a dare tutto per scontato, tralasciando l’ipotesi di potersi concedere una personalità fatta di scelte diverse da quelle dei propri genitori. In tutto questo, i cancelli si spalancarono e io partii circondato dalla bramosia di molti, ebbro di adrenalina dal vago sentore ammoniacale.

Per tutta la notte avevo sognato quel momento, quindi mi lanciai a perdifiato con le mani ingombre e la testa sollevata per impedire che il cappello scivolasse via. Le chiome degli alberi contrastavano col cielo terso del mattino, solo il rumore dei passi sulla ghiaia sovrastava il frenetico pigolare dei passeri. L’ambiente avvolgeva il mio sogno; si allargava prendendo parte al sussurro gioviale del giorno di festa, rivelando una serenità contraffatta tra il bosco e il cemento, necessaria per sopravvivere alla noia cui eravamo destinati per discendenza.

Nutrendosi di ogni più piccola sconfitta l’imponderabile attende. Con lo sguardo all’orizzonte per verificare se i nostri rivali mirassero allo stesso traguardo, non mi accorsi del ferro che spuntava dal terreno e inciampai. Nell’impatto col suolo sbattei le ginocchia, ruppi una canna da pesca e spezzai il delicato filamento di nylon delle lenze preparate con cura la sera prima. Tutto finì così. Il mondo crollò come un castello di carte al vento e mentre gli altri mi superavano insensibili all’accaduto, mio padre mi raggiunse con quello sguardo che non potrò mai dimenticare e che da lì in poi me lo avrebbe mostrato sotto una luce completamente diversa. Assicuratosi per scrupolo di coscienza che non mi fossi fatto troppo male, raccolse i suoi oggetti e m’intimò di risalire in macchina. Obbedii senza dire una parola mentre le lacrime del fallimento mi solcavano il volto. In silenzio, con lo sguardo puntato sul proprio inutile vivere mi ricondusse a casa, dopodiché se ne tornò a pescare senza di me.

Lo odiai sperando che un destino infausto potesse cancellarlo per sempre. Mi convinsi che quel suo atteggiamento fosse l’espressione inconfutabile dell’incapacità di amare, ma il disprezzo provato in quel momento altro non era che il riflesso di una rabbia latente. Il suo distacco fu il primo passo verso il perdono che ognuno cerca in sé quando capisce di aver peccato verso l’innocenza: la stessa collera, lo stesso disastro, ma con prospettive future differenti per via dell’età.

Nel rispetto dell’assoluzione temporale la domenica successiva era tutto dimenticato. Tornammo al lago e volle che fossimo ancora una volta soli. Conquistai i posti migliori e ci divertimmo così tanto che la settimana successiva il desiderio di seguirlo era svanito. Avevo conosciuto gli estremi del rapporto che avrei mantenuto con lui per il resto della vita, e di quel giorno disgraziato non restava che un alone opalescente ed eterno; una veste segreta, intimamente radicata nel carattere di entrambi. Ogni evento successivo l’avrebbe potuta rendere di nuovo visibile, oppure oscurare come avviene con tutte le cose intime che non contemplano il perdono.

L’impegno mi aveva prosciugato nelle forze, eppure, la discesa del Castellare spense gran parte del malumore. Un’esplosione d’immagini spinte dall’estasi del pericolo mi si parò davanti. Giunti a valle, Lorenzo si ricordò di una storia tramandata tra i giovani de tempo immemorabile. C’era, sotto il bosco lungo la sponda a est del torrente, un vecchio mulino abbandonato attorno al quale aleggiavano da sempre le più assurde fantasticherie. I ragazzi più grandi ci andavano di sera per pavoneggiarsi di fronte alle coetanee e di quando in quando, seppur furtivamente per paura d’esser scoperti, mio fratello e io c’eravamo avventurati con l’intento di capire se le storie tramandate fossero vere. Era una parte ombrosa delle pendici, fitta e scura di lecci giganteschi e piante infestanti che avevano riconquistato lo spazio dopo decenni di abbandono. Come a voler rafforzare il mio disappunto, sputai a terra. Erano gli anni del Mostro di Firenze, del volantino con gli occhi in primo piano che suggeriva alle coppiette di non appartarsi in zone campestri e tutti, giovani compresi, parlavano dei luoghi isolati come ambienti in cui si consumavano crimini orribili.

Sapevo che mio fratello intendeva portarmi alla rinuncia e dimostrare quanto la propria audacia superasse la mia, tuttavia la delusione della scalata alla fonte bruciava ancora e non avrei sopportato di aggravare il mio sconforto. Non ero un ragazzo sprezzante, piuttosto pavido a dire il vero ma le domande che il mondo offriva mi spingevano a superare l’insicurezza, pertanto, senza indugio accettai di seguirlo. Una dolce indecisione sul suo volto cancellò l’ignominia dell’affanno, così lo precedetti fino al bivio che portava al vecchio rudere abbandonato. Scendemmo per la strada di Baroncoli costeggiando l’allevamento di suini e il torrente. I luoghi irrompono indomabili nel profumo della malinconia; esplodono tra i suoni e le voci di un trascorso tanto lontano da sembrare immaginario. Questo paesaggio, con gli stessi colori di oggi, le stesse fronde e il perenne stato di abbandono, ha custodito per una manciata di polvere ogni nostra speranza. Una cellula di quell’adolescenza decantata, tra miliardi di altre vite sparse nel mondo, tra culture e istinti geografici differenti, generata come l’olio della vita; così sfuggente, tanto rapida ad andarsene a dispetto delle promesse, e troppo crudele nel manifestare il proprio volto. È ancora tutto così nitido però, la perfetta solitudine attuale lo apprezza per quello che è stato: un attimo di leggerezza. Neppure se me lo avessero mostrato avrei creduto che niente di quel sentimento si sarebbe salvato. Per quanto potessimo sforzarci, non eravamo pronti a riconoscere la bestialità del mondo attorno a noi, ogni suo aspetto ci appariva lontano e inafferrabile. Riportando alla mente certe immagini sbiadite ho l’impressione di sentire l’animo frugarmi dentro per ritrovare quella gioia, quella familiarità che all’epoca pensavo di conoscere al punto da percepirla come una forza. Che si sia trattato di un’illusione oppure di un sogno, fu soltanto una breve stagione. Dolce come la primavera, effimera al pari del destino che avrebbe spazzato via ogni nostra aspirazione spargendone i loro pezzi nel vento in frammenti privi di senso, come ogni più flebile speranza che al progredire degli anni si è andata affievolendo.

C’era un vecchio ponte ricoperto di muschio che anni prima raccoglievamo per fare il presepe. Nell’attraversarlo i miei pensieri si mescolavano sovrapponendosi con qualcosa che aveva il gusto della fantasia votata al creato. Freno il mio animo e non gli permetto di volare verso luoghi incantati, lo costringo in questa gabbia dove sento il suo dibattersi tutte le volte che un’immagine mi attrae mettendo in moto il processo creativo. Temo che se un giorno trovassi la forza di liberarlo, esso potrebbe evadere dalla prigione in cui l’ho costretto e sparire. Ma è sempre stato così: un continuo addivenire d’inganni e realtà, un dualismo interiore che mi faceva osservare il mondo senza l’influenza dell’insegnamento, come sorgente delle mie divagazioni in cui le cose mutano spostandosi dal concreto all’astratto e dove le conservo sospese.

Abbandonata la strada principale quindi ci s’immetteva in un sentiero utilizzato dai pensionati che avevano costruito gli orti lungo le sponde del ruscello. Il primo apparteneva a un uomo che conoscevamo bene; non ricordo il suo nome ma lo avevo visto spesso parlottare con i miei genitori mentre riscuoteva i soldi del giornale consegnato a domicilio la domenica. Aveva uno strano accento. Anche mio padre era originario di un piccolo borgo appenninico e tra loro, oltre alla fede politica, esisteva una complicità manifesta nell’uso di un dialetto ibrido. Alzò la testa sorreggendosi alla zappa. Si tolse il berretto per asciugarsi la fronte e salutò con allegria. Sembrava uno zingaro: abiti sporchi e pelle scurissima minata da una prolungata esposizione al sole. Uno slancio di compassione mi spingeva ad accettarne l’aspetto malsano depurando il senso di sporcizia con la pena. Lorenzo mi guardò spazientito perché temeva che ci avrebbe trattenuti coi suoi inutili consigli sulla pesca. Esibendo con indifferenza una lunga fila di denti guasti, raccolse da terra un grosso lombrico e lo gettò in acqua. Provai un moto di disappunto; capitava anche a me di compiere azioni riprovevoli nei confronti di creature indifese e mi chiedevo, soffocato dalla voce di una coscienza embrionale, per quale motivo mi lasciassi sedurre e vincere ogni volta dalla tentazione della crudeltà. Nessuno mi costringeva a farlo, era un’esigenza: un atroce espediente fanciullesco nel richiamo del prestigio. Ero forma elementare da scoprire e quella spinta divenuta custode di ogni promessa, assumeva l’intima forma della spietatezza. Silenziosa sfuggiva al controllo di ciò che mi legava a quell’umanità della quale dichiaravo d’essere complice, per mostrarmi senza veli ciò che ero veramente: un illimitato desiderio di equilibrio. A stento contenevo questa battaglia. Talvolta, con l’impulso di dare sfogo al primo per dissetare l’odio tramite l’affermazione, mentre altre, più dolci e appaganti, con l’apertura alla luce di una visione più grande. Entrambe con la stessa importanza, come due pellegrini che marciano fianco a fianco, nelle vesti dell’avventuriero del sapere il primo e in quello della potenza l’altro, li ricevevo entrambi senza riuscire a dominarne alcuno.

Un merlo razzolava tra le zolle di terra, spinto da un vile interesse alimentare che gli faceva accettare il pericolo nella ricerca dei vermi portati in superficie dal lavoro. L’uomo salutò riprendendo a tracciare dei piccoli solchi paralleli e noi ripartimmo. La strada era ombrosa, costeggiata da una doppia schiera di lecci oltre i quali si estendevano i campi fino al bosco di latifoglie. Dal vecchio mulino ci separavano poche centinaia di metri ma tutto in quel posto aveva il potere di rendermi inquieto. Una suggestione legata all’ambiente, che ogni volta mi dava l’impressione di trovarmi in una terra ostile, dissimile dal suo prolungamento in direzione dell’abitato che ci era invece familiare. La boscaglia nascondeva una selva d’idee che avevano il potere di risvegliare le mie fantasie più cupe. Ora dolci di avventure eroiche, ora spettrali, fatte di presagi oscuri gran parte dei quali si sarebbero avverati prima del previsto.

Parcheggiammo le biciclette accanto alla capanna degli attrezzi. Il rudere era lì, inselvatichito dall’abbandono, sornione nel disuso come spento dall’invasione di piante infestanti. Non c’era nessuno, eppure il terrore per l’ignoto ci impediva di oltrepassare il cancello d’ingresso. La vecchia ruota a propulsione idraulica interamente occultata dalle vitalbe, confinava con un salone finestrato di cui restavano appena le intelaiature. Più volte avevamo curiosato dal ponticello, cercando di decifrare le scritture di certe carte che avevano l’aspetto di prescrizioni mediche e arnesi di vario genere abbandonati sul pavimento. Tutto il resto era estraneo. La seduzione ci raggiungeva per la nostra immaginazione, non esistevano verità in quei racconti ma il velo opaco del tempo lo rendeva spettrale: menomata nel tetto e nei gradini esterni da solleoni e gelate, già allora essa appariva trasformata in quell’alcunché di ricco e di meraviglioso in cui si tramuta qualunque oggetto rimasto a lungo sommerso; mille racconti avrei trovato un giorno che avrebbero saputo descriverlo nella sua interezza. Un comune senso di riserbo interiore ci avrebbe legati all’umanità intera.

L’aria fresca del primo mattino smuoveva il silenzio della campagna domenicale. Nel fitto della vegetazione le tortore si corteggiavano invogliate dalla stagione lieta. Alcune rane gracidavano sotto di noi orchestrando la penetrante cantilena sopra le foglie del farfaraccio maggiore. Seguii mio fratello sulla passerella per imitarlo nel silenzio. Niente sembrava cambiato dall’ultima volta ma nonostante l’ostinazione di quella fissità disordinata, non trovammo il coraggio per andare oltre. L’ingresso era cosparso di gigaro dalle sfavillanti bacche vermiglie, il vegetale che mio padre chiamava il pan di serpe e che nella mia mente di fanciullo generava immagini di rettili pronti a inocularmi il loro veleno mortale. Il rintocco della campana ci spinse infine alla decisione di allontanarci al più presto. Risalimmo la strada mentre gli uccelli appollaiati sui rami sopra di noi fuggivano spaventati dalla solerzia del nostro addio. Ancora una volta Lorenzo mi precedette ma il pensiero di nostro padre alla notizia di una disubbidienza mi dette una forza del tutto nuova. L’assillo del ritardo imponeva di compensare la mancanza con la velocità. Lo superai ignorando il pensionato che riponeva gli arnesi nella macchina. Oltrepassando il frantoio, il bivio per la chiesa e poi ancora giù per le Cantine dove alcuni anziani passeggiavano a bordo strada in attesa del pranzo. Un fremito di paura mi sfiorò le spalle… dicevano fosse la carezza della morte.

 

 

 

II

 

 

            Ancora una volta, il richiamo dell’avventura ci aveva allontanati dalle regole famigliari. L’eco del campanile risuonò come una profezia lungo il tragitto di ritorno: sembrava annunciare l’ira funesta con la quale di lì a breve ci saremmo scontrarti.

Sebbene avessimo la certezza di ricevere un castigo, mio fratello appariva tranquillo, sereno in un modo che m’infastidiva più del pensiero stesso della punizione. Scosso da quella calma ingiustificata, provai il desiderio di scuoterlo. Col distacco e l’inquietudine riversati dagli anni, adesso comprendo che la causa di tale meraviglia non era la sua giovanile indifferenza, quanto il mio essere perennemente trattenuto da un disagio che avevo ereditato dalla mamma.

Particolari attenzioni e inconsce rinunce, alle quali non riuscivo a dare un senso, rappresentavano l’ombra del disastro cui ero destinato per vocazione.

La chimica che mi compone, tutta una serie di sfumature impercettibili capaci di condizionare ogni gesto e il rifuggire qualsiasi confronto, si sono rivelate le costanti imprescindibili del mio continuo mutare. Per imposizione di un disordine dall’ambigua natura ontologica, la coscienza mi raggiunse troppo tardi, quand’ormai inevitabile il danno, a discapito del benessere che avrebbe potuto suscitare molti anni prima, si era consumato. Cosa sarebbero le stagioni della vita, se tutto venisse soverchiato come nel famoso racconto di Fitzgerald in cui il protagonista nasce vecchio per poi ringiovanire con il trascorrere del tempo? Crescere per dimenticare il passato. Cancellare il trauma e la gioia che mai si bilanciano, rendendo l’assurdo della tesi un paradosso cui alcuni potrebbero auspicare, sancendo per altri una condanna inaccettabile. Come il fatto che da ragazzo subissi il senso d’inadeguatezza verso i coetanei, mentre in seguito mi sarei sentito più giovane di quanto non lo fossi davvero. La solitudine favorisce questo processo. Indissolubile il tempo si fonde con la necessità di accudire se stessi, nella previsione di un futuro non scontato e per certi versi disconosciuto dalle convenzioni, che rende opportuno l’atto di preservare il proprio corpo il più possibile. Se scrivere di sé indulge talune incertezze o permette qualche innocente libertà, posso affermare che non c’è modo più terrificante d’invecchiare che sentendosi giovani, perennemente fuori posto, mai giunti.

Schiacciato dal confronto con quel fratello all’apice del fulgore adolescenziale, i miei movimenti si fecero irregolari, pregni del mistero per cui ogni cosa taciuta resta sottesa da un leggero velo di malinconia. Nonostante il suo modo di aggredire il mondo lo rendesse un gigante agli occhi degli altri ragazzi, ha dovuto pagare un conto fin troppo salato. Un pesante carico di conseguenze: ripercussioni in grado di controllare il tempo residuo e le scelte ad esso collegate. Per quanto l’ordinarietà dei risultati sembri sostenere il contrario, che non è bene dunque costruire la propria fama sulla spregiudicatezza, chi può credere che un tale eccesso d’ipocrisia corrisponda a verità? Se il momento è assoluto nell’indagine profonda, il punto di vista di un adulto rimane circoscritto all’identità relativa della meccanica classica. Molteplici variabili, successi, frustrazioni e prolungate sessioni autocelebrative. Al contrario, quello di un fanciullo che si trova in un punto imprecisato del Presente Esteso, distante anni luce da chi ha abbandonato per sempre la spensieratezza, si basa su schemi semplici ma non per questo meno ossessivi. Mio fratello rappresentava ciò che avrei voluto essere e che ancora oggi, talvolta, sogno di diventare.

Per quanto mi sforzassi di assomigliargli però, la mia natura era un’altra. Se alla mamma tutto questo generava uno slancio d’innegabile predilezione, per mio padre era un cruccio malcelato. Sciolto nel bigottismo che gli imponeva di non discriminarmi, negava il sentimento palesando la sua ignobile finzione. Il riflesso dell’abitudine, il famigerato inconscio che questa cronaca sembra adottare, tutto rendeva il disordine manifesto come se l’avesse confessato in un impeto d’inattesa sincerità. Avveniva con pigrizia, indirizzando le proprie critiche a Lorenzo per poi nascondersi ogni volta dietro il paravento della maggiore età. Dio solo sa quanto avrei voluto ch’egli rovesciasse su di me la propria collera verbale. Quest’ingombrante sfera mi è cresciuta accanto, trasformando l’uomo che avrebbe dovuto proteggermi in un riflesso incurvato, dal quale allontanarsi per vivere; così la rabbia mi rendeva cieco quando si faceva tenero, per poi placarsi nell’ira manifesta.

Come una preda braccata restavo per ore in silenzio, trattenuto dall’angoscia, sperando che il rancore svanisse. Capace di slanci amorevoli rocamboleschi, il suo atteggiamento mandava in confusione tutti noi. Una violenta inquietudine permeava l’ambiente in cui eravamo immersi, tale da auspicarne il definitivo allontanamento che più di una volta, mi ha portato a confondere quest’intimo malessere per odio.

Reputavo insana quella sua fisicità morbosa, troppo spesso neppure riconducibile agli eventi circostanziali. Si trattava di un mero sfogo, l’atto di una tersione interiore necessaria per redimersi al culmine della disperazione cui andava sprofondando anno dopo anno. Avrei preferito di gran lunga un atteggiamento più bilanciato, che non prevedesse quelle spaventose giornate in cui la frustrazione del fallimento prendeva il sopravvento sulla razionalità. L’abnegazione eccessiva verso i propri genitori e l’ignoranza del suo tempo si riversavano su noi come un pianto tragico. Il suo amore si scontrava con la rabbia inconsulta senza motivazione: si annullavano in un continuo magma di stati d’animo che non riusciva a controllare. Ma il dolore per quel disagio interiore che condizionava le nostre giornate se non addirittura le scelte, s’impadroniva di me, impedendo al bilanciamento degli opposti di neutralizzarsi a vicenda. Nonostante fosse un uomo dal potenziale immenso, dalla memoria incredibile e capacità manuali strabilianti, aveva ridotto tutto questo a un unico immenso disturbo, che lo portava a credere di vivere un destino già scritto, dal quale non si sarebbe mai svincolato. Un uomo finito per scelta, ammantato d’ignoranza, penoso in ogni più piccola decisione.

Per Lorenzo era tutto diverso. Sapeva come farsi scivolare addosso ogni aspetto di nostro padre senza dar peso al suo affetto; lo rifiutava con distacco, anche quando le apparenze tendevano a mostrare il contrario. Si dava pena per falsificare il proprio slancio fingendo di avercela con lui. Come bagliori nell’intima tenebra, si fanno largo i ricordi del tempo in cui frequentavo l’asilo dalle suore di San Niccolò. Era in programma la festa di carnevale alla quale avrebbero partecipato anche i genitori e io, succube dei programmi televisivi, avevo insistito perché mi procurassero un vestito da Zorro. L’idea di nascondermi dietro una maschera era fonte di felicità. Quale fosse la personalità da nascondere ancora lo ignoravo, ma intendevo il travestimento come un modo per superare, seppur privo di malizie, il disagio contro il quale già all’epoca mi scontravo. Più simile al guascone D’Artagnan negli orpelli che al beniamino mascherato, girovagavo per le stanze inondate di coriandoli e stelle filanti nell’attesa che arrivassero i miei genitori. Ero felice di potermi esibire davanti ai compagni, mostrare loro quanto mio padre fosse forte e complice, così da allontanare ogni illazione che in tutta fretta setacciava la mia mente. Era un uomo di bassa statura ma ancora non ero in grado di percepire tali differenze fisiche. L’abbaglio scaturiva dall’inganno di una convinzione infantile, il cui giubilo risiedeva nell’illusione priva di smentite che più avanti m’avrebbero sommerso; non esisteva realtà più attendibile di quella che nasceva in me tra i fasti della fanciullesca illusione. Il mondo intero era ottenebrato dal desiderio di un ambiente meno ideale quanto necessario a discapito della verità, come avviene in questa solitudine sopraggiunta negli anni, in cui ogni cosa è viziata dallo spunto di esperienze incontrollabili. Tutto si è disposto al mio esistere come individuo condizionato in un continuo andirivieni di tentativi fallimentari. Taluni avvenimenti, ai quali imputo questo mio vuoto, non sono che una visione essi stessi. Proprio come quella che mio padre, piccolo e certamente sotto la media in fatto d’istruzione, fosse in ferocia l’essere più alto e irraggiungibile nella scalata degli affetti. Come le suore, alcune delle quali si mostravano fragili nella loro dolcezza spinta dalla maternità negata, deboli nella perduta femminilità scandita dalla privazione degli istinti, oppure mostruose, di una cattiveria inenarrabile che forse, col senno di poi, racchiudeva entrambe le cose alle quali una specifica vocazione non aveva saputo rispondere con toni altrettanto soavi.

La mattina della festa venne a farci visita il parroco. Stavamo giocando nella grande sala poiché l’accesso al cortile era precluso per il grande freddo degli ultimi giorni. Il ghiaccio stritolava i rami dei tigli dove l’avventurarsi lesto di un pettirosso tra le appendici spoglie non sfuggì alla mia attenzione. Muovendosi tra le monache con una gestualità ricercata, l’ecclesiastico si sfilò la lunga sciarpa rivelando il candore diafano del collo fragile. Appariva compiaciuto per la nostra presenza, un mare increspato nel quale attingere per placare il fanatismo instillato dalle sacre scritture. Cerimonioso in ogni gesto consolidato dall’abitudine, prese a scagliare un’offerta di confetti dalla forma di spicchi d’arancia e limone. Tutti si buttarono a terra in un groviglio d’idiozia che tratteggiava l’esito fallimentare di un’intera generazione vinta dalla prosperità. Illuminato da un lampante disinteresse per tanto abbrutimento, il prete gioiva della risposta alla sua benevolenza. Niente sembrava turbarne le intenzioni. Sprofondato nella trance estatica del controllo, si nutriva dei noi, della gioia di alcuni, della ferocia di altri, e perfino dell’imbarazzo che mi aveva impietrito nell’angolo meno illuminato della grande sala. Pervaso da una sensazione d’impotenza, non desideravo altro che accaparrarmi una caramella e sconfiggere il tormento del confronto. Eppure la paura del fallimento era tale che mi limitai a osservare gli altri azzuffarsi, mentre il sacerdote spalancava la bocca grondante il sale del suo svago scellerato, e noi perdevamo l’innocenza con l’affanno della supremazia. Quasi fosse il riverbero di un presagio, s’aprivano scenari ancora sconosciuti di una separazione che nel corso degli anni avrebbe reso tutto ancor più complicato. Soltanto l’intenzione di riscoprire la propria infanzia nel modo più gioioso e avvilente avrebbe potuto giustificare un tale eccesso di follia da parte sua. Immobilizzato dalla paura del fallimento, neppure una volta mi lanciai nella mischia ma abbassando lo sguardo nella cupa rassegnazione, intravidi accanto alla parete una caramella sfuggita al saccheggio. Nella calma turbinante di speranza la raccolsi e me ne andai tra i compagni come fosse un trofeo dal valore inestimabile.

Nel pomeriggio giunsero scaglionati i genitori, molti dei quali portavano involucri che custodivano le abitudini familiari. Come i “cenci”, un dolce tipico di carnevale fatto di pasta fritta aromatizzata all’anice. Completamente impregnati d’olio coagulato nella combine con lo zucchero a velo, formavano una glassa abrasiva che s’appiccicava al palato devastando lo smalto dei denti. Quei dolci fatti in casa però, preparati da mia madre con la nostalgica abitudine dei poveri, trascendevano il valore gastronomico: custodivano una conferma alla quale mi sono legato come qualsiasi altra forma di affetto reciproco. Abbandonando un carico di dolore che rafforza il senso di smarrimento, ancora oggi sono in grado di risvegliare alcuni aromi come fossero carezze. Ho scoperto che si tratta di allucinazioni, diverse da come le avevo immaginate, generate dalla mancanza, spinte dal desiderio di un ritorno impossibile. Avvolgenti come il balsamo per lenire ogni ferita, mi raggiungono sempre più spesso nello sconforto della nullità, al punto che nel dubbio non escludo il Principio di Fecondità, sostengo la teoria che qualsiasi cosa immaginata possa esistere davvero.

Ero solito accompagnarmi a un coetaneo timido e incline all’isolamento quanto me. Mio fratello si trovava già in quella fase dell’infanzia nella quale un anno rappresenta un arco temporale assai più esteso del suo reale valore. L’impressione che l’effimera distanza divenisse un’intera generazione mi raggiungeva ogniqualvolta entravo in contatto con lui; come avviene nell’adolescenza prima che tutto si appiattisca dilatandosi fino ad annullarsi, quando una decade non diviene che un breve trascorso.

Non so neppure che fine abbia fatto il mio amico. Vestito da corsaro, calzava un bellissimo cappello nero ricoperto di pennacchi che puntualmente si toglieva per controllare che non fosse sgualcito. Nel mio abito ben fatto ma che poco si accostava all’immagine fumettistica di Zorro, mi divertivo a raccogliere da terra le maschere di cafonesche signore dalla veneranda età, cui il carnevale associa l’illusione del travestimento quasi fosse la vecchiaia una stagione immaginaria. Fu al riparo della fissità inespressiva di quei volti artefatti che intravidi mio padre. Si guardava attorno stretto nella morsa dell’imbarazzo generato dalla calca di estranei. Ripresi così le sembianze del paladino mascherato e lo raggiunsi abbandonando Alberto sotto un grosso girasole di carta crespa. Attorniato dagli altri genitori con i quali stava discutendo in attesa del nostro arrivo, ebbe uno dei suoi slanci affettivi che hanno contribuito a confondermi le idee. Sorridente mi prese in braccio collocandomi in un balzo sulle spalle mentre il suo sguardo, distante da tutto, vagava alla ricerca del primogenito. Quello che per me era il momento più bello del carnevale, per lui rappresentava la via di fuga da un manipolo di sconosciuti. Mostrargli con orgoglio il territorio ostile nel quale lottavo ogni giorno era ciò che desideravo più di ogni altra cosa, quasi disegnasse la consacrazione del mio coraggio in battaglia, cui avrei potuto fare appello nei momenti di debolezza che sovente occupavano le ore passate là.

Lo guidai attraverso il corridoio, tra le aule ricreative fino al refettorio dove mi coglieva l’amarezza di quella volta in cui per sbaglio, avevo fuso nello scaldavivande alcune fette di formaggio attirando gli sberleffi dei compagni. Provai la sensazione di toccare il cielo; troppe volte questo ricordo si è presentato per ignorarlo ancora. Nonostante fingesse una gioiosa complicità, egli cercava Lorenzo, lasciando a me la scia distaccata del suo umore inquieto. Si trovava altrove, e sebbene non avesse alcuna rilevanza in quel preciso istante di felicità, col tempo e la comprensione ho capito il motivo per cui quest’immagine si è così radicata. Ignaro del tempo e di ogni sua sfavorevole abbondanza, percepivo sensazioni che non riuscivo a collocarle nel posto giusto. Gioivo oppure soffrivo? Di fatto ricordo ancora il sussulto delle sue spalle e l’accenno breve di mio fratello che a differenza di me non si scompose, ma prese a rincorrersi con i compagni per mostrargli la propria efficienza. Un fuoco di gelosia m’investì per il resto del pomeriggio. Il tepore della confusione solleticava l’ira dei miei anni frustrati da quella figura che avrebbe degenerato se stesso e tutti noi. Con la sua forza apparente che non gli ha concesso di affrontare il mondo sotto la superficie, custodiva un potere che non sarei riuscito a frenare neppure grazie al raggiungimento di traguardi più ambìti dei suoi. Immerso nel rammarico delle circostanze, comprendo quanto l’uomo abbia bisogno di riconoscersi davanti alle inquietanti frivolezze della vita: non esiste successo, né dono o iperbole sociale che possa sostituire nel padre, la gioia d’intravedere la propria continuazione nel figlio.

Ad averlo saputo prima. Quanta pena per mostrarsi migliore, senza che ciò fosse giustificato da una reale necessità se non quella d’ingraziarmelo. La natura tende a espellere tutto ciò che non le appartiene, così io, ottenevo il risultato contrario contribuendo ad alimentare il distacco.

Inesperto per quel ruolo che aveva sempre respinto, mi stringeva a sé per vincere l’imbarazzo. Un tremore sommesso vibrava nei sentimenti evocati dalle sue parole, quasi a volermi trattenere, seppur fosse palese che la sua mente era altrove. Per quanto meschino, questo scudo innocente racchiude in sé il lato più umano di mio padre, tale che ancora oggi mi commuove per la potenza evocativa, da mostrare l’inattesa vicinanza tra noi mediante i rispettivi timori.

Questo ricordo però si affievolisce col passare del tempo. Nell’invecchiare si perde l’immagine che avevo di lui e tutto il risentimento, lentamente, sfuma con l’orgoglio che in me va naufragando. Se la mamma se n’è andata troppo presto, lasciandomi impreparato ad affrontare la crescita, mio padre mi ha dato invece l’opportunità di viverla. So per certo ch’egli non ricorda quel giorno, né molti altri che in me si sono impressi come ingombranti calcificazioni. Non ci appartiene più oramai, con la rassegnazione ho sviluppando un senso di protezione che prima non conoscevo. In questo tentativo estremo di conservazione però, che lotta con l’ingrigire dei capelli, con la semioscurità della vista e la voce tremante, non c’è soltanto un sentimento di affetto viziato, bensì l’estremo tentativo di preservarlo per ricevere un giorno il chiarimento che mai ci sarà.

Combatto i demoni con l’illusione di poter mutare il corso delle cose. Nel gelido inverno del 1984, sperduti per la campagna ghiacciata di una Calenzano ormai svanita, Lorenzo ed io andavamo alla ricerca di uccelli morti per contemplare il modo composto che avevano di abbandonare la vita. Sempre lo stesso, come un rito funebre destinato a ripetersi anno dopo anno, giacché gli uccelli come tutti sanno, non muoiono certo ad ali spiegate. Così il babbo, per quanto possa essersi addolcito nel corso degli anni, lo ha fatto senza alcuna consapevolezza né riflessione, ma solo per l’evolversi passivo del suo essere una creatura impaurita dalla perdita del controllo. La costante devozione al danno che ha inficiato ogni passo della sua esistenza, l’ombra perenne di uno slancio suffragato dalla distruzione di ogni umana speranza.

Se solo sapessi cos’è che brucia in me a distanza di tanti anni. Il motivo per cui la mia vigliaccheria si presenta nella forma misteriosa dei ricordi, e come una sfacciata ricostruzione porta in sé l’amarezza del tentativo di sfuggire alla verità incolpando lui dei miei fallimenti. Apro gli occhi e inorridisco davanti alla rivelazione più scomoda cui potrei avere accesso: assomigliargli in tutto. Non c’è dunque alcun rammarico nell’assenza di figli: non costringendo loro, immaginarie creature della mia linfa, a subire il medesimo affronto, sento di preservare me stesso. Tutto si è limitato alla ricerca infantile di un rapporto mancato in cui la speranza del progresso è svanita. Tra mille illusioni, ecco giungere in soccorso la solitudine, l’attaccamento che mi svela quanto in realtà fossimo uniti, mentre invece mio fratello fuggisse da lui che pur cercandolo con assiduità, non lo faceva per completarsi quanto perché non riusciva a distinguerlo. Tendere alla verità quando questa ci scappa di mano. Al contrario io ero un libro aperto; mi comprendeva e non sentiva alcuno slancio poiché ero lì: nitido nella mia luce, chiaro nel riverbero della sua rabbia cronicizzata, e innocuo.

Questa sofferenza mi appaga. Il dolore scivola come un balsamo risanando le ferite, lenisce lo smarrimento. So che la ricerca non si fermerà mai; sempre più forte nel tempo breve, quella stessa angoscia che mi assaliva ogni volta quando mi trovavo in ritardo, tornerà a farsi viva sperando di non mancare l’incontro col chiarimento. Allora avrò l’impressione di vederlo, ascolterò Lorenzo incitarmi sempre più forte; la sua presenza alle mie spalle come il vento di tramontana spingerà la giovinezza alla cospirazione del cuore. Dalla pienezza delle grida impertinenti mi sarà chiaro quanto la sua scorta di ossigeno sovrasti la mia debolezza. Eccoci ancora giù per Sommaia, con l’attrezzatura da pesca a tracolla mentre in lontananza batte l’ultimo rintocco della campana che sancisce la punizione.

Alcuni giorni dopo la fine della scuola ci eravamo resi protagonisti di un atto vandalico. Il sorriso si fa largo tra le pieghe della malinconia e m’appare in fin l’esser stato anch’io spensierato. Durante una scorribanda pomeridiana per la campagna, lungo le sponde del torrente prima che tutto venisse inglobato dall’espansione demografica, avevamo scagliato un mazzo di carote contro le pareti di un’abitazione. Nonostante la gravità del gesto, nostro padre si era limitato a una sgridata, pena tutt’altro che fedele alle nostre apocalittiche fantasie. Benché il tizio appartenesse alla sua stessa fede politica, per qualche ragione non gli andava a genio e ciò risparmiò alle nostre guance l’impeto dello sconforto parentale. Ma una settimana vissuta nel gelo del suo implacabile distacco poteva risultare anche peggio di uno schiaffo. Non ho mai capito davvero se la collera durasse per giorni o fosse solo una voluta finzione quale prova della tenacia di cui si vantava. Lorenzo aveva la capacità di ignorarlo e in ciò stava forse il segreto della sua forza. Non era però un comportamento ricercato, né possedeva i tratti della di sfida; dimostrava un disinteresse che lo rendeva capace, al contrario di me, di resistere al suo imbarazzante silenzio.

Lo cercavo per le stanze della casa buia, alla sera perlopiù, con gli occhi spinti dalla bramosia ma pronti a svincolarsi dalla sua presa, per trovare uno spiraglio d’indulgenza che puntualmente non arrivava. Ripensandoci adesso provo un tale sconforto che le parole di Renan mi si chiariscono nel cuore prima che nella mente: “Credere che i minimi particolari della propria vita valgano la pena di essere fissati su carta significa dar prova di una vanità davvero meschina”. Cosa può esserci di più vero, se non la necessità di confutare una tale affermazione?

Un giorno del febbraio successivo, Lorenzo e io ci eravamo scambiati i letti. Aveva acconsentito a cedermi la sua stanza colma dei privilegi di un primogenito, simulando un gesto misericordioso quando il suo unico desiderio era di avere il televisore tutto per sé. Staffato al soffitto della piccola stanza passava il tubo della stufa a cherosene il cui tepore accresceva l’ospitalità dell’ambiente. C’era una vecchia scaffalatura in pannelli di truciolato con l’impiallacciatura chiara e sotto la finestra una piccola scrivania custodiva un cassetto pieno di cianfrusaglie col tempo divenuti ricordi. Eravamo andati a comprare i mobili con tutta la famiglia, lo stesso giorno in cui per placare il disappunto generato dalla disparità di trattamento, avevo ricevuto la poltrona letto con le doghe in legno la cui sola pronuncia evocava un ingiustificato sforzo economico. Ignoro il tempo, non manifesto com’era nella mia indole docile, trascorso fingendo di invidiare mio fratello per quella disparità la cui sola spiegazione risiedeva nel certificato di nascita. Forse l’unica cosa che non abbia desiderato di possedere al posto suo. Non c’è alcuna rimostranza dunque, e non c’è mai stata neppure all’epoca nei confronti di questa disparità salvo fregiarmene come appiglio recriminativo in caso di comodo. Del resto possedevo una sala intera dove trascorrere la notte. Era però una stanza di cortesia, nella quale venivano ricevuti gli ospiti, dove la lumiera portava otto lampadine metà delle quali si accendevano soltanto in occasioni speciali. Era la sala dei liquori, del servito di matrimonio dei miei genitori e delle foto. Non so cosa mi abbia spinto a reprimere l’impeto dell’imbarazzo. Ci ho pensato spesso, specialmente quando a farmi indignare erano cose assai più banali e futili ma che avevano il potere d’incendiarmi.

In quella fredda stanza, dove di notte echeggiava la traccia di avventori casuali, la fantasia esplodeva frantumandosi ovunque. Inondava di schegge il vecchio tavolo circolare, la vetrina con le tazzine mai usate e i bicchieri della festa. Le tende ornamentali, il divano, e perfino un posacenere a forma di putto alato, dove il sacro dell’iconografia clericale si sposava col vizio di mio padre che, schiavo di un’ignoranza abusata, fumava l’ultima sigaretta e mi cedeva il posto ignorandone la condanna. Inconsapevole a mia volta di tale violenza, mi crogiolavo nel dolce aroma pungente del tabacco di una sigaretta mal spenta che aveva esaurito la combustione intaccandone il filtro. Non aveva importanza; in quell’oscurità annebbiata dal fumo azzurro nello spettro elettromagnetico, la televisione mi attendeva carica di promesse. L’invadente esistere si fingeva vestale per avvolgere, d’una coltre voluttuosa, la naturale propensione all’inganno.

Dopo lunga insistenza avevo ottenuto il permesso di chiudere la porta a chiave: una concessione della mamma che intendeva il mio disagio come una debolezza caratteriale anziché un capriccio infantile. In verità m’interessava spingere la ricerca lontano dalle reti nazionali nelle quali regnava ancora una sobrietà per cui il Moige non aveva ragione d’esistere. Mosso dall’educazione ormonale fiutavo, laddove si sperimentavano generi di frontiera, la voluttà contemplativa della carne. Privo di quel fremito che avrebbe regolato molte cose con l’avanzare dell’età, il desiderio di conoscenza s’insinuava sotto l’epidermide. La distinzione delle forme diveniva irrazionale e il corpo femminile, ancor prima nel colore che come idea legata alla morbidezza delle linee, esaltava la ricerca. Preda di un istinto che irrompeva col cigolio del letto dei miei genitori concepito nel voltarsi di spalle come abitudine freudiana, mi trastullavo eccitato senza esperienza, assecondando la corrente che mi spingeva allo sfregamento genitale. Un’innocenza destinata a svanire per rivelare la crudeltà che già regna nell’infante: una porta che si chiude definitivamente oltre la quale qualcosa si perde per sempre.

Quel giorno toccò a me. Ironia della sorte avvenne nella stanza di Lorenzo che dormiva beato nel mio solito giaciglio. La solitudine e il silenzio avevano acutizzato la mia fantasia generando immagini di una tale brutalità sessuale, che perfino il tubo catodico le avrebbe trovate imbarazzanti. Il coinvolgimento di sensi e la complicità del dominio psicofisico, limitato fino ad allora dalle rappresentazioni empiriche di qualche rivista di settore, mi trasportarono d’un passo verso il fremito dell’emancipazione. Nella forma del tremore, un sussulto inatteso, magnifico e spaventoso, lontano anni luce dalla più fantasiosa elaborazione. Il primo orgasmo s’insinua nei recettori di tutto il corpo, si consuma in un soffio lasciandoci esasperati: sconvolti dall’irruenza di una sensazione mai provata che racchiude in sé paura e piacere allo stesso tempo. La ricerca continua di quel frangente che sappiamo non poter tornare ma che instancabilmente inseguiamo, persuasi di poterlo controllare. Col tempo poi, sopraggiungono piaceri più completi, l’amore per una donna e il sesso sono cose che meriterebbero un capitolo a parte, ma l’autoerotismo sovrasta ogni canonizzazione, ogni schema precostituito. Si rifà a un intimo e sovrano accanimento, che sempre cerchiamo quale conforto frammentato dal tempo, e del fugace suo scorrere.

Pertanto da lì in poi molte cose cambiarono. La masturbazione quale atto indagatore divenne un appuntamento da ripetersi in molteplici momenti della giornata. La curiosità avanzava costringendomi a progetti scandalosi: strategie lussuriose e precarie come il mio equilibrio di fronte all’atto pratico. Non era un’esigenza, né l’annullamento temporaneo dei doveri o l’assalto dei sensi quanto piuttosto, l’incredulità che qualcosa di così misterioso mi fosse concesso.

Indescrivibile nel suo culmine, molti autori prima di me hanno tentato di descriverlo. Chi con depravazione, chi con gioia o dolcezza, ma cosa esso sia nella sua essenza è impossibile da stilizzare attraverso una definizione. Ancor più straordinario mi pare il metodo con cui mantiene il proprio soffio nel tempo mutando valenza col progredire degli anni. Necessità, puro sfogo o soltanto la parte conclusiva di un gioco; assume le forme più svariate inseguendo la circostanza, concentrandosi su ciò che si prova nell’attimo. Per quanto sia impossibile svincolarsi dal coinvolgimento sensoriale, se ne intuisce la forza. Ché la Chiesa tenta col terrore di allontanare le persone dall’individualità del gesto è risaputo, e lo stesso evidente dovrebbe apparirne il motivo, ma si può circoscrivere qualcosa di così personale e indomabile nell’eccentricità del peccato? Da tali spiragli penetra una luce feroce che non intendo approfondire, ciò che voglio è scoprire invece cosa ispiravano in me talune rivelazioni, che il tempo cancella per far posto alla disperazione. Valgono le scoperte dei piaceri carnali. Poi, crescendo, tutto si compone. Come avviene per i lineamenti, ogni cosa sta nel punto imprecisato della nebulosa in cui si generano i nostri giorni, con una forma del tutto personale. Quando si presenta per la prima volta e s’aggroviglia nelle viscere e nei pensieri tutti, promuove un cambiamento che impone scelte consapevoli e allo stesso tempo inconsce. Così l’acume del piacere m’appare l’ossimoro dello stato d’animo che possedevo nella flebile stagione, la gioia di quell’attimo rapido e violento, l’amarezza di consumarne ingordamente come una dipendenza.

Forse è tutto un orgasmo continuo di felicità e dolore, in cui i successi si alternano ai fallimenti, l’amore al tragico svanire di esso e la gioventù, cede il passo alla vecchiaia in cui ogni inganno si concluderà tra fremiti intermittenti.

Lorenzo me ne aveva parlato spesso. Vantandosi di una “maturità” raggiunta prematuramente, descriveva scene che già allora sapevano di menzogna. Non risparmiava testimonianze, meravigliandosi pieno di crudeltà, quando ammettevo che non ero ancora sviluppato. Se la distanza anagrafica non avesse avuto importanza, tutto sarebbe scivolato nel controllo delle emozioni, invece accresceva il divario, e con esso la mia frustrazione. Pertanto, quando fu il mio turno non tardai a informarlo. Persuaso che avrebbe accolto la notizia con la mia stessa gioia, al contrario mi sminuì come spesso faceva al cospetto delle conquiste altrui. Come avrei potuto non odiarlo in quei frangenti? Ma come non amarlo, ora che rivedo in questa apparente viltà, la gigantesca mole di cicli che giustificano la teoria dell’alternanza? Il fatto che l’orgasmo custodisca entrambe le cose mi pare straordinario oggi come allora. Pratica che si ripete ogni volta, rinnovando un’innocenza dal sapore scandaloso che nel tempo, vanificandosi come tutte le cose di questa vita, assume un gusto amaro. Il fremito resta ma muta la sua verità. Si eclissa la stagione più dolce della vita in cui siamo presi dalla voglia di esistere. La coscienza violata stupra le nostre memorie e ciò che custodiva un valore più ampio, che credevamo inarrivabile e necessario, diviene un lento clangore lontano che ci permette di sussultare quando distratti dall’infrangersi dei sogni, ci raggiunge la distrazione. Se ammetto l’esistenza di una ricerca pura del piacere fine a se stesso, assidua e pregna del desiderio di rivivere ciò che dava un senso alle cose, allora tutto si appiattisce e rimane l’inciampo dal quale subito ci solleviamo, per voltarci desiderosi di conoscere ciò che l’ha provocato.

Il perché di questo pellegrinaggio sensoriale sta nell’impossibilità di descrivere la perfezione del miraggio, che racchiude in sé una grandezza infinitesimale alla quale diamo il peso di noi stessi e ci allontana, per l’ostinazione di non voler ammettere che la giovinezza è svanita, dall’identità. Penetriamo la vita con la speranza di ritrovare quel sussulto della prima volta e con esso, la scintilla dell’esserci oggi e nel tempo che verrà. Il bisogno di credere, di vedere oltre, verso un ignoto che finché si è giovani appare colmo di possibilità e che il coito, in sé troppo violento, confina nella certezza che taluni stimoli non siano riproducibili se non con la continua replica di essi. La quantum foam della freschezza, la schiuma quantica del pensiero acerbo in cui lo spazio e il tempo si annullano nell’infinitesimale trama di possibilità dettate dall’indeterminazione.

Così, quella scoperta portò in me il cambiamento tanto atteso e non tradì le aspettative. Ciò che accadde nei giorni successivi è di facile intuizione: stanco delle immagini rubate sui giornali di biancheria o nelle riviste di gossip, il desiderio mutò nella speranza che l’autoerotismo divenisse presto un atto partecipativo. Ciò che per lungo tempo avevo fatto in solitudine, nascosto nei luoghi più impensabili o nel buio di qualche stanza disabitata, stava per accadere.

Fu anche l’anno in cui detti il mio primo bacio. Viene una calda nostalgia, il ricordo mi fa sorridere come il guizzo d’un pesce argentato nell’infinito mare dei pensieri raccolti, di quando ancora scorreva in me quella bella emozione quotidiana. Per anni ho guardato a quel giorno con circostanza, annegandolo nella reminiscenza di successivi traguardi ai quali, colmo di una misoginia tardoadolescenziale, davo importanza soltanto perché nel mio vantarmi riusciva a ingannare la vergogna col prestigio. Anche il più piccolo dettaglio, nascosto tra i lembi del passato, si ripresenta con risolutezza dandomi l’opportunità di apprezzarne il merito, nonostante ogni impulso proveniente dall’esterno tenti di soffocarne il valore con l’illusione dell’idea comune. Ecco che ancora una volta il tempo, pur consapevole del potere ossidativo verso la materia tutta, rimette in ordine i pensieri e dà loro un peso concreto, maggiormente sincero. Tra conquiste luminose, si affaccia la prima volta opaca, colma d’indecisione e che pur tuttavia, riempie lo sguardo di una gioia troppo spesso recriminata.

Avevo preso a curare il mio aspetto al quale per anni avevo attribuito una valenza puramente ornamentale. Benché non fossi di natura vanitosa, come tutti i miei coetanei sentivo la necessità di festeggiare l’adolescenza tramite l’omologazione. Il sentimento dissociativo insiste e permane, sostenuto da una salda convinzione di ragioni all’apparenza razionali, falso e viziato da fattori dominanti come la timidezza o l’emarginazione cui taluni, in quanto sfumature precoci disciolte nella mediocrità, mancano di consenso. Non c’è nessuno che non abbia sofferto sentendosi escluso, fosse anche da un’effimera aggregazione. Da qualche giorno mostravo con fierezza una cintura stile cowboy. Sembrava trascorso un tempo infinito dal precedente compleanno, quando avevo chiesto uno skateboard che mio padre utilizza ancora oggi per spostare i vasi dal giardino al sottoscala nel passaggio dall’estate all’inverno. Fiero della fibbia dal ridicolo eccesso metallico, andavo per i corridoi del terzo piano inseguendo un richiamo in cui sentivo forte il desiderio di perdermi. Come se in me si fosse risvegliato un istinto sopito dalla fanciullezza, e d’un colpo avesse cancellato tutto ciò che c’era stato fino a quel momento. Il passato si sgretolava sotto l’impeto del desiderio di congiungermi, se non carnalmente, quantomeno nei sensi olfattivi. Attorno a me ogni cosa imponeva un diverso richiamo e le ragazzine scivolavano in gruppi riversando immani quantità di segnali.

Eravamo alla continua ricerca di una spiraglio erotico in cui gettare i nostri sguardi novelli. Definirci libidinosi sarebbe eccessivo, tutto era nuovo e privo di forma, ma la brutalità dell’agguato somigliava molto a una caccia. Come un impulso guidato dalla lussuria negata, privo di quel sapore pungente che si sarebbe palesato all’atto del consumo, e distante dalla più fervida immaginazione di chi sogna qualcosa di totalmente differente dalla realtà, seppur disposto ad accettarne la smentita.

Le nostre coetanee stavano affrontando una ben poco salomonica mutazione. Non ci importava il colore dei loro capelli, né che fossero alte, basse o ben vestite, ciò che davvero dava un senso alla nostra inquietudine erano le mammelle che sbocciavano con irriverenza. Il peccato risiedeva in quel pomo proibito e l’idea di afferrarlo, garantiva al contempo il piacere della carne e il fremito della violazione. Quanto stupore per l’esuberanza che avevo nel relazionarmi col gentil sesso; ero venuto a sapere che il mio aspetto non dispiaceva e ciò mi garantiva un certo autocontrollo nelle situazioni di promiscuità. Ogni giorno mi affacciavo alla rampa di scale per verificare cosa avvenisse nei piani sottostanti. Ci era proibito scendere, e come belve incatenate spingevamo lo sguardo avido oltre il baratro architettonico alla continua ricerca di atteggiamenti lascivi. Intravedersi nel contesto scolastico aveva un effetto rassicurante: l’obbligo ministeriale alla permanenza era vissuto come una forzatura, ma il fatto di condividerla con la totalità rendeva il metodo accettabile. Nonostante si trattasse di un solido istituto con più ignoranza che prospettive, la sensazione di chiusura era amplificata dagli stimoli giovanili. Il desiderio di libertà ci rendeva vittime di uno stesso carnefice che identificavamo nei professori, nelle bidelle e in tutte le figure che appartenevano a un mondo, quello adulto, in parte temuto ma verso il quale subivamo un trasporto emulativo ridondante.

Il benessere che all’epoca sortiva in me l’offerta di un futuro possibile genera oggi una tenera compassione. Taluni mi schernivano, ma ero in grado di sentire questo connubio malcelato al punto che il loro tentativo di allontanare l’invidia bilanciandola con l’umiliazione, accresceva la forza. Quanto stupore per quella smania di apparire che è stata solo una fugace meteora nella mia vita; m’interrogo ancora su cosa fosse a spingermi. Perfino fuori, in contesti sociali del tutto diversi o tra gli adulti, ritornava con prepotenza la mia natura, ciò che stava combattendo con l’insaziabile fantasma della crescita e che alla fine, dato il suo essere mappato geneticamente e non spinto dalla confutazione ormonale, ha preso il sopravvento. Ero determinato a sentire il sapore di ogni più piccola promessa.

Una fanciulla aveva attirato le mie attenzioni. Mi aveva fatto recapitare un palloncino a forma di cuore quale pegno del suo amore, e prima di quel giorno non l’avevo mai guardata nel modo in cui invece da tempo spiavo le più intraprendenti. Ci si faceva un nome quando il discorso verteva su argomenti proibiti come il sesso o il fumo, e dato che la trasgressione non smette mai di esercitare il proprio fascino sull’uomo, avveniva che un giovane sobrio passasse inosservato se non sapeva rendersi visibile secondo certi canoni. Ricevere il primo regalo da una ragazza quale chiara dichiarazione d’intenti, mi spinse a chiedermi se non fosse il caso di approfondirne la conoscenza. Da lì a innamorarmene il passo fu breve, e dopo un rapido corteggiamento decidemmo di incontrarci.

Ero eccitato. L’emozione si diffuse in tutto il corpo e l’adrenalina asperse la mia giovinezza dal cranio fino alle piante dei piedi in uno scambio di stimoli incontrollabili. Per il resto della mattinata non pensai ad altro venerando la fanciulla fino allora ignorata, come fosse la più bella creatura del mondo. Quando il pomeriggio mi preparai per andare all’incontro tentai di togliermi di dosso l’afrore radicato in me della spensieratezza. Mi lavai di malavoglia giacché era ancora la mamma a impormi le buone maniere, indugiando a lungo davanti allo specchio per trovare la smorfia più accattivante.

Senza troppi convenevoli partii alla volta della scuola carico di pulsioni sconosciute. Descritta tra scienza e arte, nel cumulo di apprendimenti che uniscono il contatto elettrico dello scambio binario alla poesia che in esso si consuma, non si finisce mai di stupirsi davanti all’attrazione. Custodisce il segreto del legame che congiunge gli esseri, e li spinge a ricercarsi senza soluzione di continuità tra le stringhe della natura più recondita. Ancora mi sovrasta la sensazione che mai avrà ragione di svanire e che vorrei fosse fissata per sempre nel ricordo trasportato da queste vaghe parole. Come il fatto che la scuola di pomeriggio assumesse toni del tutto diversi. Vi regnava una pace alla quale non eravamo abituati e con essa una familiarità, visiva ma allo stesso tempo costruita sulla permanenza, in grado di fornire una sensazione nota e paradossale, provata al mattino, quando mi trovavo costretto a letto per la febbre, tra le mura di casa, troppo silenziose per come ero solito viverle. Il luogo della quotidianità, qualunque esso fosse ma subordinato alla circostanza, si radicava imprimendo il rigore per poi sciogliersi in una carezza solidale. La stessa cosa l’ho provata con mio padre nei suoi eccessi di affetto del tutto ingiustificati; così fuori dal nostro controllo, sconosciuti ma allo stesso tempo fatti di quell’intimità che ero in grado di riconoscere. L’edificio in cui ricevevamo l’istruzione, carico di un deprimente tentativo d’innovazione architettonica, mostra oggi le due facce di quel contrasto. La sua calda familiarità misurata in spigoli e vecchie crepe attecchite, si contrappone all’indifferenza che oramai mi procura la sua vicinanza. Una violenta antitesi tra ciò che era, e il modo inatteso col quale si sono evoluti i miei stimoli.

Sebbene del timore verso quelle mura non rimanga che una totale e per certi aspetti preoccupante indifferenza, all’epoca la risposta del mio animo era molto diversa. Sia nel timore istituzionale che nella gioia inconsulta dettata dalla continua scoperta, la scuola si è rivelato il momento di massima espressione all’interno della società, con un valore collettivo che non avrei mai più raggiunto. Pochi istanti in grado d’intromettersi nel tempo; attimi fugaci, impressi mediante fotogrammi inattaccabili dagli eventi, e che attraverso ogni evolversi appariranno insieme ad altri nell’intermittenza della narrazione, imponendosi su una gamma infinita di ricordi per i quali è necessario uno sforzo talvolta vano. Ma i punti fondamentali, come avviene per il talento, emergono senza fatica e in qualche modo definiscono un cammino nel quale inizio a riconoscermi.

Raggiante nella letale innocenza dei suoi occhi, la fanciulla mi attendeva all’entrata della palestra. Per quanto forte della certezza d’essere ricambiato, a differenza di me dava l’impressione d’esser portatrice di una sicurezza già delineata. Indossava una maglietta a righe e i pantaloni della tuta da ginnastica come andavano di moda: l’abbigliamento che identificava il tempo, povero nelle richieste e uniformato nel flusso dell’appiattimento rappresentativo, in cui era facile riconoscere la norma dell’uguaglianza a portata di mano, resa tale dalle limitazioni parentali. Piuttosto che le grandi marche, erano i giovani più popolari a lanciare le tendenze. Coloro ai quali tutto risultava accessibile, non si curavano davvero del proprio aspetto rendendo l’abbandono di cui disponevano qualcosa cui aspirare. La raggiunsi e dopo un breve scambio di battute cariche d’imbarazzo, ci appartammo sulla scala d’emergenza che conduceva al primo piano. Il cuore mi batteva forte. Lei mostrava una spiccata estroversione nell’approccio sentimentale che se all’epoca aveva il pregio di rendere tutto più facile, in seguito avrebbe sortito in me l’effetto contrario. Ogni mio tentativo all’azione era vincolato dalla paura di commettere errori. Ci sedemmo sull’ultimo gradino. Stretti uno di fianco all’altra parlammo per scacciare l’imbarazzo generato dall’essere pressoché sconosciuti. I suoi capelli erano scuri della stessa materia con cui si realizza la pubertà: appena imburrati, pregni di una consistenza oleosa e di un profumo dolce che si opponeva faticosamente alla forza dell’endocrino che spingeva i nostri corpi a secernere l’esultanza della giovinezza. D’altronde, per quanto ignaro del comportamento da tenere in certe situazioni, quello che m’interessava era baciarla nel modo in cui avevo immaginato, tutto il resto non aveva rilevanza. Fu lei a prendere l’iniziativa. Avvicinandosi col fiato profumato di ciliegie della gomma che aveva appena sputato a terra, posò le labbra carnose sopra le mie. Sussultai di meraviglia e le dischiusi a mia volta. Provai a concentrarmi sulla stucchevole dolcezza della saliva; seppur banale all’apparenza, fu il tramite per comprendere l’ebrezza di una continua ricerca.

Una volta rotti gli indugi prendemmo a strofinarci con vigore nell’impeto di comunicare una necessità di reciproca scelta. Spingevamo gli eccessi salivari come a volerci liberare di ogni orpello nauseante. Permane in eterno quella sensazione di pienezza, qualcosa che non avrei più provato negli anni a venire con le altre conquiste della mia vita. Ebbi l’impressione che ci stessimo amalgamando e la bava che inumidiva la bazza e la punta del naso di lei, mi fece intendere che in quell’eccesso linguale stava tutta la mia inesperienza e la sua voracità di fanciulla precoce.

Ne mantengo un ricordo dolce come la spensieratezza che in quegli anni sembrava destinata a durare per sempre. Anche se la nostra storia si protrasse appena il tempo di una cocente delusione amorosa, talvolta, solo e ammantato dalla miseria sentimentale, torno a quel giorno lontano in cui il sole mi scottava la faccia riflettendo sul vetro della scuola il mio profilo di speranze, e la certezza di un passo che avrebbe mutato l’intero corso della mia vita.

 

 

III

 

 

I ricordi si spargono come frammenti nello spettro del ritardo; mi assale l’inquietudine, una sorda apprensione che richiama per immagini l’intelletto del fanciullo che ero. Costretti a mostrare l’ingiustizia che ci rende simili, ecco che l’osservatore attento scorge nella veneranda età non più la saggezza, ma le vessazioni sofferte da coloro i quali hanno ricevuto un trattamento impari. Provo una scossa di dolore verso il disfattismo cosmologico. Più che mai la sopravvivenza diviene una concessione esclusiva poiché Lisa, se n’è andata senza che alcuna equazione ne giustificasse la morte. Quantunque, le parole altrui si perdono come il pianto a cui non c’è conforto e il cuore, compie il miracolo della sofferenza: unico vezzo concesso all’orfano d’amore.

Ma quanto lontani erano ancora tali pensieri all’epoca… Il mondo si spalancava in tutte le cose, perfino nel timore verso l’ira del babbo che mi spingeva a pedalare con quella frenesia che impressionava anche mio fratello. Uno sforzo continuo. Il desiderio di non perdere la speranza, di credere che tutto bruciasse per rinascere, come la tardiva attesa destinata a non trovare appagamento.

La paura procede felina. Si affaccia la notte, quando il sonno tarda a raggiungermi e i suoni dell’oscurità percuotono la mia mente come un martello. Il ticchettio dell’orologio, lo stridore lancinante di una civetta appollaiata sul tiglio davanti alla finestra, il ronzio del frigorifero. La casa si riempie di un silenzio osceno che scuote l’animo e porta a galla i pensieri più cupi. Il cuore innalza il proprio battito, si riaffaccia lo spettro della solitudine, mentre è del tutto assente il consolatorio sussurro di un respiro d’affetti. Ogni volta un diverso messaggio destinato a distruggere la pace. I pensieri si spostano verso scenari di sofferenza, di povertà e mattonelle sulle quali non incederanno mai, passi familiari.

Penso ai figli che non avrò, al destino che ha scelto di offrirmi la possibilità di sperimentare il candore del vuoto, che se fosse oscuro come si dice, avrebbe almeno taciuto lo spaventoso aspetto che hanno gli incubi. Nel tentativo disperato, e mai eroico, di scacciarli per trovare in me lo spiraglio della vita, conduco il ricordo a quella corsa sfrenata. Impaurito, schiavo dell’oppressione mentale, libero come poi non lo sarei più stato quando la crescita l’avrebbe resa manifesta.

Talvolta i sogni si riempiono di una visione d’amore corrisposto, con donne sconosciute che sembrano l’unione di tante aspettative. Lisa in quei giorni scompare chissà dove e al risveglio, il mio animo si ritrova scosso da un conflitto di gioia e tormento, come se in me si fosse risvegliata quella speranza che la sua morte ha spazzato via per sempre. Nelle prime ore del mattino, ripenso al sogno che riaffiora e m’investe una leggerezza ritrovata. Tutto perde d’interesse al cospetto di questo incantesimo delle sinapsi, e per un attimo ritorna la speranza che il corpo, soffocato dalla tristezza e dall’odio verso gli eventi, si librasse per riemergere alla gioia.

Seppur brevi e sempre più rari, questi momenti mi pongono davanti all’interrogativo se non valga la pena di mantenere viva l’illusione, ma col passare del tempo divengono sempre più confusi, impalpabili, fino a mutare in uno sfuocato desiderio di riscatto, dove i sogni sono ancora sogni e l’avvenire è ormai quasi passato….

Tutto quello su cui ho fantasticato cede il posto alla pena. Subentra l’ipocrisia che non voglio riconoscere, quando invece affrontarla sarebbe più giusto che travestirla da qualcos’altro. L’onestà si manifesta nell’accidia mostrando quanto il mio sconforto provenga da essa, e non da un accanimento del destino che chiede indietro ciò che ha elargito in altrettanti carnevali. Come accade per l’universo, niente si perde, tutto si trasforma, la materia dei sentimenti sopravvive.

In quella discesa da brivido sotto Sommaia, né io né Lorenzo sapevamo niente di tutto questo. Le regole custodivano ancora un sapore definitivo, come se il solo fatto di trasgredire potesse condurmi in chissà quali scenari di oppressione morale. Era lo spettro di questo inferno stabile, che temevo più di ogni altra cosa. Non la furia dell’attimo, né l’imposizione verbale di mio padre, ma il silenzio prolungato in grado di rendere tutto eccessivo. Per quanto nel corso degli anni si sia attenuato cedendo il posto all’evolversi della nota eloquenza, si è mantenuto in forme meno esasperate ma altrettanto imprevedibili. Se non mi fossi allontanato dall’impossibile convivenza con lui, tali sarebbero rimaste le sue rimostranze infantili, e altrettanto deboli i miei tentativi di oppormi a esse. La vigliaccheria insopportabile sarebbe giunta ancora una volta col suo assillante lamento per deprimere ogni mia distrazione.

Mio fratello si fermò bruscamente davanti alla strada che portava alla vigna, determinato a ispezionare alcuni nidi rinvenuti durante i nostri pellegrinaggi. Per qualche motivo che ignoravamo entrambi, quell’anno la nidificazione era stata prodigiosa e il desiderio di ammirarne i fragili occupanti, si dimostrò più forte perfino della paura di arrivare in ritardo. Alcuni giorni prima avevamo scoperto quello di un martin pescatore. Conoscevamo bene il carattere schivo del magnifico uccello dal piumaggio cobalto, oltretutto, per qualche ragione legata al mio istinto all’isolamento, sentivo un trasporto maggiore per le creature destinate a una vita di solitudine. L’idea che mio fratello potesse assistere alla schiusa delle uova prima di me era quindi inaccettabile, pertanto, malgrado i deboli tentativi di farlo desistere dall’intento che avrebbe ritardato ulteriormente il nostro rientro, mi lasciai convincere a seguirlo.

Affrontammo così la strada tracciata dal trattore, costeggiando la vigna fino al Ponte di Nacco che segnava il confine tra la campagna e l’industria crescente degli anni ruggenti. Persisteva una netta divisione tra la parte a sud di Calenzano, quella delle fabbriche, e la zona a nord delle coltivazioni che, pur mantenendo il rigore geometrico della scienza agraria, si opponevano alla prosaica civilizzazione.

Abbandonate le biciclette lungo il muro a secco dell’argine scendemmo fino al fiume costeggiando la baracca degli attrezzi di un pensionato al quale ci legava un affetto reciproco. Seppur  parzialmente cancellato dalle intemperie, persisteva ancora il cartello di “divieto di pesca” che avevamo affisso nel tentativo di preservare da intrusi quella che sentivamo come una nostra proprietà. Oltre l’insalata e le verze, giù fino alla cascata circondata da imponenti platani e salici nodosi le cui fronde flessibili venivano utilizzate per legare i sostegni dei pomodori.

Per raggiungere la sponda della briglia era necessario incunearsi dentro un sentiero irto di spine. Era forse il punto meno accessibile del torrente, un posto magico dove tutto mutava assecondando lo stimolo della nostra fantasia, e non a caso era stato scelto dallo schivo esserino come luogo ideale in cui costruire la propria dimora.

Nella pace fluviale il senso di solitudine mi assalì come un desiderio senza giustificazioni. Tutto mi riconduceva alla paura del ritardo e mentre i colori si disperdevano nel riverbero abbagliante dell’ora di pranzo, il cuore inquieto sobbalzava. Rivedo le tante differenze tra me e Lorenzo che viveva tutto come una nuova avventura, mentre io, assalito dal desiderio di provare quelle sensazioni per lui naturali, ardevo nella sofferenza di non riuscire a liberarmi dalle invisibili catene che mi negavano ogni piacere. Consapevole che il mondo adulto lo avrebbe preservato con l’intento di naturalizzarlo in quel suo aspetto grandioso, agognavo di mutare le sorti del mio essere così pieno di dubbi. Da dove provenivano? Non era forse la costrizione stessa, o l’impulso a compiere azioni contro il nostro dovere che avrebbero dovuto spingermi verso un atteggiamento di ribellione? Destinate a rimanere per lungo tempo senza risposta, certe domande rappresentavano forse il più grande enigma di quegli anni: come un osservatore spietato, il Socing familiare mi spingeva alla diffidenza. Ma il martin pescatore non aveva niente a che fare con tutto questo. Il contatto con la natura alterava ogni indugio a favore di un atteggiamento istintivo, così, senza ulteriori esitazione, scacciai il pensiero di nostro padre per seguire mio fratello tra le spine.

Sapevo che vi era andato di nascosto qualche giorno prima e ciò era stato motivo di polemica tra noi. La frustrazione per il mio essere pavido mi aveva spinto alla brama, ogni volta repressa, di rivelare ai miei genitori le sue fughe solitarie. Se anche lo avessi tradito nel più meschino dei modi però, so per certo che non lo avrebbero rimproverato come invece accadeva con me, giacché gli altri si aspettano da noi ciò che il nostro atteggiamento dichiara nel tempo.

Gli arbusti abbarbicati sul vecchio muro di confine scendevano fino alla riva infittendo l’intricato ammasso di rovi all’interno del quale, ben nascosto alla vista dei predatori, c’era il nido. Ricordava quello artificiale che avevano ricevuto anni prima insieme a una coppia di canarini. Ero sbalordito dalla manifattura impeccabile e di come a differenza dell’uomo, gli animali assecondino i propri bisogni privi di qualsiasi vanità. Non sembrano subire gli effetti di continue variabili e per quanto volubile, il loro esistere mette in risalto la bellezza della natura non dominata, ma accolta. L’uccellino però non c’era. Il trambusto provocato dai nostri passi lo aveva indotto alla fuga. Spinto da una pulsione malvagia, Lorenzo dichiarò che da quando avevamo scoperto il rifugio erano trascorsi troppi giorni e che pertanto le uova dovessero essere infeconde. Da parte mia, senza troppa convinzione, tentati di oppormi a questa assurda teoria, ma dato che le idee di mio fratello non si basavano sui fatti quanto sul desiderio di compiere un gesto criminale, assecondai il bisogno d’emulazione lasciandomi convincere. Oggi, riconosco in me la medesima fiamma accecante nei confronti dell’esplorazione, la solita impazienza di cogliere il frutto acerbo di un giardino meraviglioso e tardivo. La giovinezza non contempla le attese. Tutto si dilata in una sorta di inaccettabile compromesso in cui la forzatura, spinta da un immediato bisogno d’appagamento, risulta essere l’unico appiglio. Se lo scorrere del tempo sopisce le pulsioni, quando si è giovani la scoperta del mondo non può attendere, fu così che prendemmo la malsana decisione di verificare l’effettiva giustezza della nostra tesi, e ancora calda del corpo materno, scagliammo una delle due uova contro la roccia.

Al suo interno pulsava una vita già formata, un essere indifeso e fragilissimo, inconsapevole che di lì a breve il suo corso terreno sarebbe giunto alla fine. Quando ripenso a quel gesto, preferisco credere ch’egli possa aver vissuto quei pochi attimi senza accorgersi della violazione inferta da una paio di sciocchi ragazzini; che non si sia accorto di quanto poco interesse ci fosse da parte nostra verso l’unica possibilità che gli era stata concessa. Si muoveva appena. Avvolto in un liquido gelatinoso sorgeva alla vita prematuramente, pieno di meraviglia in quella luce estiva che tutto inondava mentre i nostri cuori, desiderosi di conquistare ciò che a lui sarebbe stato negato, si facevano docili nella coscienza dell’efferatezza. Quando questa storia avrebbe avuto modo di venire a galla, ho riconosciuto in entrambi un giustificato imbarazzo. Nascosti dall’indifferenza dei nostri uditori che ne apprendevano i dettagli con ilarità, dilagava il rovello della vergogna, al punto che ci siamo portati dietro questo ricordo in un modo che ha determinato un meno biasimevole approccio con le cose attorno a noi. Chiunque si fosse sentito in dovere di giudicare le nostre azioni avrebbe dovuto subire lo stesso turbamento per il resto della vita, di un episodio deprecabile, guidato dalla stupidaggine di chi l’aveva compiuto, frutto di una curiosità priva di lode.

Esiste creatura più crudele del fanciullo? L’innocenza di cui tutti si circondano per addolcire i toni del disordine emotivo è spesso sinonimo di empietà. Quella ferocia che porta l’infante a esprimersi ogni volta con la voce della verità, anche quando sarebbe giusto evitarla; la stessa ferocia che indusse noi ad appagare il desiderio di scoperta, e il bisogno comune di confutare le teorie dichiarate, se non un malcelato bisogno di prevaricazione.

Dopo la rottura dell’uovo la femmina non fece più ritorno, condannando l’altro  a una morte ancor più atroce. Nel gelo del suo guscio abbandonato, non ebbe neppure il privilegio di dubitare che in quella luce così violenta rivelata al fratello potesse celarsi un seguito chiamato vita. Nell’accecante riflesso di questa immagine ho come l’impressione di provare le stesse sensazioni di quel giorno che, con crescente imbarazzo, si è radicato in noi influenzando ogni azione, fino al verificarsi di quest’uragano concettuale che mi ha spinto all’abbandono di ogni eccesso di violenza.

Alla vista di quel corpo inerme fuggimmo terrorizzati. Senza alcuna premura ci aggrappammo ai rovi per risalire il più in fretta possibile con la morte immacolata negli occhi. Nella fuga affannosa, trafelato per lo spavento e il riapparire d’infinite suggestioni, un’ondata di adrenalina si riversò nel mio corpo. Colmo di una separazione flottante tra gioia e sgomento, capii che condividere la ribellione non pone limiti all’uguaglianza. Più tardi avrei abbracciato il dualismo con maggior premura; scivolando nel denso fumo dell’adolescenza avrei accettato i contorti meccanismi di abbandono e ripresa dell’incerto. La fuga da casa sarebbe divenuta la rivalsa, e tutto avrebbe avuto un gusto smisurato. L’eccesso cui mi sarei abbandonato in seguito, altro non fu che il desiderio di consumare una banale vendetta nei confronti della costrizione inflittami negli anni che l’avevano preceduto. L’oblìo cancellato con la stessa moneta, il pianto liquidato con la disperazione.

Ardeva in me un incontenibile desiderio di giustizia, qualcosa per cui non esisteva altro che il movimento, rapido e indefesso, verso il magma della dinamica. Ho assistito alla differenza tra masse di scelta didattica, come se tutto questo ci qualificasse di fronte al mondo che attendeva il risultato del concetto educativo.

Spinto dal desiderio di appartenenza, decisi che al compimento dei sedici anni avrei cominciato a fumare. Sebbene avessi scoperto già da tempo il piacere della trasgressione, quella per le sigarette prometteva un susseguirsi di conseguenze che avrebbero generato in famiglia lo scandalo tanto atteso. Lorenzo fumava già da un paio d’anni e frequentava i compagni di liceo disinteressandosi di tutti noi. Il breve divario temporale aveva assunto i connotati di un baratro invalicabile. Deciso a portare a termine il mio proposito dunque, all’uscita di scuola comprai un pacchetto di sigarette al primo tabaccaio.

A lungo mi ero soffermato nei dintorni della stazione per assicurarmi che non vi fossero professori nei paraggi. La pace della scelta era stata sopraffatta dal terrore: sarei stato abbastanza prudente? Talmente ero angosciato che fui più volte sul punto di gettarle via, ma la forza del comportamento entrava in me con l’irruenza dell’età pertanto, dopo averle nascoste nello zaino, raggiunsi il capolinea ebbro di eccitazione.

Attorniato da facce spossate mi disinteressai di tutto. Alcune zingare irruppero con fare spavaldo cariche di fetori umorali mescolati all’aroma del cibo da fast-food di cui sovente si nutrivano. Tra i lamenti dei pendolari infastiditi, la mia mente sondava, attraverso le loro sottane floreali, ogni spazio della mutazione.

Immerso nei suoni della vita cittadina nell’ora di punta il tempo si dilatò per spingersi all’avvenire. Pregustavo le facce dell’iniziazione; fuori dai modelli dell’etica, il germe dell’egocentrismo si diffuse come un virus corrompendo tutto. La purezza concettuale non esisteva più, era l’ibrido a regnare e in questa innata imperfezione, si nascondeva il richiamo stesso della completezza. Ecco quindi venir fuori quella coscienza che ci distingue dalle altre creature, precoci nella maturazione per assecondare il desiderio di un dominio cosmico. Quella stessa consapevolezza che ci rende unici nell’errore, garanti di una caratteristica in cui lo sbaglio stesso rappresenta la distinzione.

In questo caos sensoriale l’autobus percorreva il consueto tragitto e io, nascosto nello snodo centrale, distrattamente osservavo. Gli occhi erravano sugli avvenimenti, ma la mente rimaneva aggrappata all’ideale di ribellione. L’infanzia si stava sciogliendo nell’adolescenza e quello che prima era stato un freno, adesso diveniva la spinta. La segretezza, l’omissione di fatti e pensieri, si spargevano come lacrime nei diari di mia madre in cui narrava a mia insaputa questi orrendi cambiamenti che avvenivano in me. L’avvento della crescita nel proprio figlio come trauma esistenziale del sé.

Malgrado ognuno ne conosca gli effetti e li affronti col dovuto distacco, la sfera emotiva ha la tendenza a mantenersi ovattata. Nascondere un’innegabile verità diviene la regola; nessuno che sia disposto a dare il colpo di grazia al castello di sabbia, neppure quando questo risulta compromesso, e la possibilità di ricostruirne uno migliore risiede proprio nell’atto demolitore.

Con quelle parole che mi avrebbero atterrito più di un rimprovero per la loro durezza, ella dimostrava di non accettare; tuttavia, respingere il cambiamento altrui non rappresenta forse il rifuggire stesso del proprio? Volevo a tutti i costi avventurarmi, crescere e scoprire cosa ci fosse di così strabiliante dietro al velo delle imposizioni. Per anni mi sono convinto che non riuscisse a comprendere, provando un lancinante senso di colpa per il suo disagio: una vergogna oscena che mi ha fatto sentire sporco e ipocrita verso il suo immenso amore, ma che più tardi, avvicinandomi a esso, ho finito per comprendere. Il mio animo vibrava nel conflitto tra orgoglio e disperazione, attanagliato dal desiderio di gettarmi ai suoi piedi per abbracciarla e dirle che non volevo che soffrisse, che mi sarei purificato del mio voler abbandonare la fanciullezza per precipitare di nuovo nella disperazione infantile. Più tardi avrei sofferto di gioia per quelle parole scritte nel pianto, da primo raggiungendo la certezza che fossero solo scarabocchi di un egoistico affetto materno, e dopo vedendoli per quello che erano davvero: segni di un’individualità troppe volte repressa.

Graffi di coscienza che sfruttavano la mia vita come pretesto per emergere dal dolore. Con la giusta attenzione, la mamma palesava la necessità di trovare un appiglio a cui aggrapparsi per non soccombere ai propri fallimenti. Ecco dunque che quegli scritti, ritrovati anni dopo la sua scomparsa e risalenti a un periodo lontano, non erano più la dolorosa cronaca della mia metamorfosi, ma il resoconto di un fallimento personale. Non ero io che la deludevo affrontando scelte discutibili, bensì il suo inconscio che percepiva lo sgretolio della propria miseria. Ero il tramite per confessare l’orrore dell’umana illusione, che ogni cosa fosse destinata a permanere in eterno, nell’attimo stesso in cui la si contempla.

Tutto concatenato da logiche insensate, come la scelta consapevole d’intraprendere una carriera da fumatore, che avrebbe potuto dar seguito alle idee di mia madre, l’una appresso all’altra, altrettanto discutibili.

Più tardi negli anni, il rimpianto sarebbe divenuto un focolaio inarrestabile. Si è spostato altrove in cerca di che alimentarsi, e se ho scoperto che il dolore di quelle parole non si doveva imputare ai mie sbagli giovanili, la malinconia si è fatta strada tra cunicoli inesplorati, di un’emotività compromessa dal dispiacere che avevano generato. In fondo, sentirsi colpevoli è un’attitudine, qualcosa da cui non si riesce a liberarsi, tanto da finire col bramarne il contatto. Così la storia si ripete per non soccombere al senso di frustrazione, il problema si sposta verso cause che esulano dal nostro spettro emotivo, come un fanciullo che assecondando gli stimoli ormonali, tenta di placarli.

Scrivere di quei giorni oggi mi fa sorridere. Non v’è figlio in cui spostare il disincanto, sebbene non possa biasimare tali moti dell’animo giacché ne riconosco il disordine innocente. Riportarne la cruda cronaca assume un significato autentico, non contaminato da sentimenti che l’inconscio proverebbe a mutare, se non addirittura a sopprimere nella vergogna. Non potrei che sentire affetto per quel ragazzetto impaurito, con gli occhi colmi di stupore di fronte all’acquisto in giacenza sul fondo dello zainetto. Il resto del viaggio, le facce di tutti i giorni, gli zingari caciaroni immersi nell’afrore insano della scarsa igiene, e tutto il brontolio di un autobus stracolmo di gente nell’ora di punta, non avrebbero potuto distogliere il mio interesse dalla necessità impellente di trasgredire, che mi pare oltretutto un incantevole esempio di vitalità.

Dov’era finito quel bambino che in ritardo sulla via di casa soccombeva alle immagini della punizione? La possibilità che tutto si fosse perduto con l’adolescenza negava il passato, anche se di fatto era quello che stava accadendo. Persisteva il timore di essere scoperto, ma le immagini di mio padre indignato si scontravano con quelle della gloria presso i coetanei. Il pensiero del fumo generava la speranza di assumere credibilità ai loro occhi. Desideravo stupirmi, confiscando il timore nell’angusto loculo della vigliaccheria. Credevo che fosse il mezzo per conoscere la rinascita, e in quella bolgia di rumori, come nell’opprimente fetore, sentivo d’essere in procinto di liberarmi dalla scorza che per anni mi aveva ricoperto limitando ogni passo emotivo.

Uomini accaldati assecondavano il becchettio del pullman. In balia del movimento vacillavo carico di pensieri, svincolandomi dalle catene della consuetudine nel tragitto verso casa.

S’intrattenevano relazioni, ma il più delle volte ci si scontrava con l’indifferenza reciproca. Legati dal filo della quotidianità, finivamo con l’intraprendere una convivenza fatta di sguardi e cortesie il cui unico scopo era quello di spezzare l’imbarazzo. Osservando la folla dissolversi fermata dopo fermata, non era raro che mi deprimessi in quella lenta discesa verso l’emarginazione. Passavo dal massimo della capienza a un lento e progressivo svuotamento, come se il mondo andasse oscurandosi nel moto errante. Mentre ognuno tornava alla propria abitazione, immaginavo che la mia corsa proseguisse fino alla fine di tutto, lasciando al resto dell’umanità le gioie di un amore domestico negato dal silenzio che m’attendeva al rientro.

Lorenzo aveva orari diversi e usciva di casa prima del mio ritorno, così io, che meno di un’ora prima navigavo in quella baraonda d’anime, approdavo nella quiete insana di una casa vuota… Aprivo la porta e tutto era spento, fatto di una pace inquietante che dava sconcerto, ma allo stesso tempo generava un senso di libertà dalle privazioni. Per quale motivo non avrei dovuto optare per l’abbandono dei doveri scolastici? L’unico obbligo era quello di preservarsi, e per farlo c’era solo la fuga. Uscire di casa e rientrare poco prima dei genitori era la regola non scritta della sopravvivenza. Fuori era la luce a scaldarmi, e la certezza che in quel vuoto non esistesse alcuna speranza se non con l’abbandono di ogni precetto. Leggi ancestrali mi spingevano alla foresta in cerca di equilibrio. Erano i legami con le imposizioni che mi facevano apparire la casa incline a siderali distanze tra noi, e a costo di compromettere ogni speranza, la vita nei boschi diventava l’unica soluzione. Non mi rifugiavo nella natura per snobbare la società che sentivo preclusa, quanto per il terrore che questa mi procurava. Colma di lusinghe, non riuscivo a gestire il pensiero di farne parte, quando invece l’ambiente selvaggio custodiva una quiete che aveva il potere di placarmi. Soltanto lì mi sentivo in pace e l’abitazione, teatro di mille disaccordi e piccole tragedie inconfessabili, non faceva che giustificare l’azione sovversiva.

Nella maggior parte dei casi il tragitto partiva dall’istituto tecnico e terminava alle pendici di Monte Morello. L’isolamento era un modo come un altro per crescere, tuttavia il desiderio di scoperta ben presto si sarebbe spostato verso i coetanei a causa della spinta ormonale. Quasi sempre l’amicizia scaturiva da un mero vincolo quartieristico: invisibili confini territoriali nascevano in noi generando una solidarietà relegata tra poche strade ortogonali tra loro, anche se, destinato al disfacimento, il bisogno di una compagine si sarebbe dissolto nel tempo che separa la giovinezza dal resto. Tutto prendeva forma sotto mentite spoglie e perfino l’amore, il più delle volte insincero, veniva rimpiazzato da un affetto privo d’attrazione e colmo di egoismo.

Ogni cosa si accendeva come una scintilla, bruciava un attimo, e poi svaniva liberando un debole segnale in dissolvenza. Vivevo d’improvvisazione; concetti inespressi o travisati per mezzo dei quali alimentavo la menzogna, al punto che ogni legame poteva dirsi irreale. Era comunque una finzione dolce, auspicabile in molte circostanze, e tale da indurmi col tempo alla logica della falsità per evitare lo sgomento di una scomoda rivelazione.

Cosa c’entri tutto questo con la scelta d’iniziare a fumare non lo so, ma i pensieri sono adesso collegati da un legame confuso che inseguo per capire quali misteri nasconda. Se tutto nasce dalla mente, per quanto condizionata dalle tragedie essa possa essere, allora deve reggersi su un equilibrio proprio e in quanto tale custodire il baricentro della mia esistenza. Non posso esimermi dal travestimento; la vita me lo impone come regola, e se questa è davvero la caratteristica innata dell’essere, per accettarla dovrò mettere in ordine il meccanismo della finzione come regola. La follia che m’investe adesso nella ridondanza concettuale della scrittura, si compone di frammenti che alla stregua di un sogno tendono a sovrapporsi. Da questa ricerca mi aspetto di sentire lo stesso sapore del risveglio, quando le scene non sono svanite del tutto, e permane un istante quella sensazione generata dall’inconscio. Vorrei che fosse serena, inspiegabile ma gioiosa come talvolta succede, tale da chiarire quella meraviglia che non si origina dalla somma d’immagini scollegate tra loro ma dall’ultima di esse. Un gesto di esultanza che nasce dall’idea di un momento, e trae la propria forza dalla somma di tutto ciò che l’ha generato.

Quella sera, assieme ad alcuni amici salii alla chiesa di San Donato con addosso un giubbotto di mio fratello che aveva attirato la curiosità della mamma. Sul colle che domina il torrente Marina faceva freddo e non c’era un’anima. Dal piazzale inghiaiato della vecchia canonica scendevano i terrazzamenti fino al centro del paese: fragili muri a secco li contenevano, e su ognuno dimoravano gli olivi contorti che si sarebbero impressi nella mia mente per riaffiorare assieme alle immagini del processo creativo.

La facciata della chiesa è rimasta la stessa per tutti questi anni, e ancora oggi mi riporta a un passato in cui la tradizione ci obbligava a frequentarla. La nostra famiglia aveva un atteggiamento che oggigiorno risulterebbe più naturale: mio padre non ci andava che per qualche cerimonia triste o solenne e lo stesso la mamma, che tutt’al più si faceva vedere nelle festività comandate, quando proprio non riusciva a contrastare l’avvento del proprio agnosticismo. Malgrado ciò, la dottrina era un’imposizione alla quale i ragazzi dovevano sottostare senza obiezioni. I pochi che scampavano all’educazione clericale finivano stritolati nella morsa del bigottismo di costume, perfino da parte di noi ragazzi a cui certo non interessava l’azione cattolica. Un prepotente senso di omologazione ci spingeva, lontano da ogni scelta consapevole, a emarginare chiunque non si adeguasse.

Quando fu prossimo il giorno della prima comunione, il parroco ci riunì nella bella stanza dietro al chiostro con il pergolato che si riempiva di glicine nei mesi primaverili. La preparazione al sacramento iniziava nei primi anni di vita per mano dei catechisti che erano spesso preda di uno stanco consenso, al punto che il risultato di una vocazione debole aveva un effetto repulsivo nell’accoglienza del verbo divino da parte nostra.

Erano le domande prive di senso che sdoganavano l’ignoranza, come la pretesa di conoscere quali fossero i nostri sentimenti, o il modo in cui affrontavamo i timori, quando a detta del prete l’unica cosa in grado di aiutarci era la fede. L’argomento religioso risultava scontato in ogni parola, così come il confronto, del tutto inammissibile, e ancor di più la possibilità di possedere un’opinione divergente. In questo inganno universalmente accettato, ognuno recitava la propria parte e quando venne il mio turno, imbarazzato come lo sono sempre stato nelle occasioni pubbliche, rivelai ciò che tutti si aspettavano. D’un colpo il distacco si sbarazzò delle sensazioni profetizzate dal parroco, per votarsi all’intenzione di rendere la cosa plausibile. Una spaccatura giunta dalla scoperta del meccanismo al quale ognuno partecipa inerme, come parte di un disegno il cui il potere, non più spirituale, diviene il cardine delle scelte. Lobotomizzati da generazioni di muta accondiscendenza, ci eravamo rassegnati a fare la nostra parte, come se il destino non fosse influenzato da niente di quello che ci riguardava. Un atteggiamento in cui il dono dell’umanità veniva meno, eclissandosi con la scelta di accogliere senza alcuna eccezione, la bestialità del possesso come affrancamento da una natura ripudiata. L’essenziale si disperde nel ridicolo di un comportamento estetico, che fa emergere la comune propensione all’abbandono dell’individualità. Cliché che si dipanano moltiplicandosi in tutte le direzioni nella loro discesa verso il fondo, dandoci l’illusione della scelta, e sebbene scaturiscano dalla stessa sorgente, subiscono nel tempo le influenze della direzione che hanno preso. Siamo qui e adesso, sentendoci noi, sforzandoci di credere alla consapevolezza, distinti soltanto da un diverso percorso che a ritroso conduce ognuno nel medesimo posto. La mente superiore è una coscienza collettiva ammorbata dalla finzione, pertanto siamo noi.

Passai gli ultimi momenti del ritiro a rimuginare sulla mia falsità, beandomi nell’idea di un epilogo diverso da quello appena consumato, e sperando di appagare almeno il senso dell’illusione grazie alla fantasia cui sovente facevo ricorso.

Mai sfidare l’ordine quand’esso ci avvolge tra le sue spire secolari. Ma la finzione è l’arma più potente, a niente sarebbe servito lo stoicismo. Vivere il conflitto della menzogna era l’unico scoglio che valeva la pena di affrontare davanti alla tragedia del potere conquistato al prezzo dell’ignoranza. Colmo del pensiero fanciullesco, scevro dei drammi e delle gioie di una vita, mi veniva chiesto dove fosse il mio dio, senza alcun riserbo per l’ottica divergente. La dottrina come avviamento alla fede senza alternative, viatico della povertà interiore, ostacolo all’intuizione.

Il coinvolgimento emotivo sfiorava il ridicolo. Il gesto liturgico diveniva, nel bisogno di perseguire la regola, vettore per la stabilità ecclesiastica. Tutto si svolgeva in un clima goliardico e noi, desiderosi di stare assieme senza curarci della circostanza, accettavamo di buon grado il pretesto. In questo andirivieni dalla casa alla chiesa giunse il giorno della confessione. Anche solo la pronuncia di quella parola mi procurava un forte senso di disagio per via dell’intimo confronto con uno sconosciuto: la presunta discrezione del colloquio e il sigillo sacramentale non erano sufficienti a scongiurare questo malessere.

Per giorni ci eravamo confrontati tra noi ragazzi in merito ai peccati da confessare e avevo memorizzato alcuni suggerimenti che di fatto rappresentavano l’unica vera colpa. M’incuriosiva il metodo di elaborazione del computo espiativo, qualora ci fosse stata un’equazione per calcolare il numero di avemarie necessarie per ottenere una completa assoluzione. Nominare il nome di dio invano poteva valere il doppio che dire una bugia ai genitori, avere pensieri impuri anche il triplo per non parlare del furto. Sapendo che altri prima di me l’avevano scampata con poche suppliche, da un rapido conteggio immaginai di cavarmela con qualche preghiera in più di cui vantarmi una volta fuori.

Radunati davanti alla chiesa, correvamo attorno al piazzale prendendoci a sassate sotto lo sguardo annoiato del catechista. Chiuso nell’angusto confessionale attiguo all’altare, avvolto da una miscela odorosa di cera e morte, il sacerdote attendeva il nostro arrivo cercando di rendere grave l’espressione. Era una stanzetta poco illuminata, con una vecchia sedia di legno sulla quale oziava l’uomo. Il colloquio di fatto consisteva in un faccia a faccia privo del conforto della graticola che solitamente nasconde i rispettivi volti, mentre sul tetro inginocchiatoio era affissa la preghiera da recitare al momento del congedo. Su tutto aleggiava un fetore di stantio e ogni sprazzo di vitalità si piegava al controllo della volontà sacerdotale, attraverso la tristezza del culto imposto senza alcun desiderio di rinnovamento.

Quando fu il mio turno, salii le scale del sagrato tra gli sberleffi di chi m’aveva preceduto mentre la mia attenzione veniva catturata da coloro i quali erano intenti a recitare la propria pena nell’oscurità della navata. La sinarchia interiore avrebbe lavorato per anni nel tentativo di rovesciare il governo di facciata, così le reazioni si sono rivelate spesso eccessive se paragonate alla causa, e il tentativo di contrastarle, il più delle volte nascondendole, mi avrebbe portato a mentire ripetutamente in uno spettro sociale tanto vasto che oltre agli altri ha interessato anche me.

Nell’attesa che arrivasse la chiamata, m’incantai a osservare l’ambiente circostante. Una sfilza di tonache da chierichetto rivelavano il luogo dove alcuni compagni si vestivano prima di servire la messa. Escluso il grande tavolo su cui stazionavano i vari ammennicoli utilizzati durante le celebrazioni, la cosa che più di tutte attirò la mia attenzione fu il pannello per l’accensione delle campane, giacché avevo sempre creduto che avvenisse per mano del sagrestano, un uomo minuto per il quale mi ero chiesto più volte dove trovasse la forza per farlo. Scoprire che tutto avveniva per mezzo di un’avveniristica tecnologia fatta di spie luminose e pulsanti colorati, fu il primo passo verso l’abbandono della fede. Quello che ci avevano inculcato per mezzo di racconti e raffigurazioni pittoriche, traeva forza da una tradizione antica che si esprimeva, di volta in volta, col gusto e l’irruenza di un segreto attualizzato. Ma se perfino le campane, emblema di un’antichissima origine del culto, si erano imbrattate della vernice modernista, cosa restava di quei racconti? Scoprire che la chiesa era pronta a mutare in nome del progresso mi spinse alla conclusione che la cronaca aveva subìto un processo imbrigliato nel timore di rendere dotti i fedeli. Tuttavia, sebbene mi fossi incantato distogliendo l’attenzione dalla prova che m’attendeva, le parole del catechista mi riportarono alla realtà e tornò vivida in me la paura. La porta del confessionale era aperta e nella penombra il prete attendeva con la testa reclinata. Appariva assorto nei propri pensieri ma niente avrebbe potuto confermare la meditazione a discapito di una banale sonnolenza. Con timore avanzai inginocchiandomi. A mani giunte e spaventato ascoltai con stupore parole cortesi, di una gentilezza che possedeva il potere di scaricare la tensione e poco aveva da spartire con la circostanza del castigo immaginato. I fraseggi di rito si susseguirono dopodiché il cerimoniale proseguì finché non venne il mio turno, e a quel punto, ben preparato nella parte da recitare, esposi i miei peccati tenendo a freno l’irruenza della narrazione per non smascherare la farsa. Ma in fin dei conti quella recita portava con sé una liberazione che avrebbe messo a dura prova il mio agnosticismo. Nonostante la maggior parte dei peccati fossero frutto di una montatura, la tensione accumulata mi abbandonò. Fu una tale liberazione, che illuso dal disagio mi venne spontaneo darne merito all’indulgenza ricevuta. Nel dichiarare una natura mendace avevo racchiuso anche la simulazione, pertanto, il perdono ricevuto l’aveva cancellata assieme a tutto il resto.

Terminai così la mia prima confessione e dopo la recita della preghiera final me ne andai leggero davanti all’altare per espiare la pena inflittami, ben più modesta di quanto avessi creduto.

Ero felice. Fuori i ragazzi s’inseguivano tra i lecci del giardinetto senza dar peso a ciò che avveniva all’interno. Dopotutto non posso negare che si sia trattato di un momento fondamentale della mia crescita. È rimasto immacolato al cospetto dell’agente più inquinante della memoria che è il tempo, ma allo stesso modo in cui ricordo quel giorno di luce all’uscita della chiesa, rivedo l’attimo in cui decisi di fumare la mia prima sigaretta, che avvenne nei medesimi luoghi, in circostanze d’animo assai diverse…

Era buio e faceva freddo. La luce fioca dei lampioni illuminava la facciata malridotta della chiesa traboccante di un sentimento arcaico. Ci eravamo appostati nei primi metri della stretta carreggiata che attraversava la cipressaia e fatto salvo per le deboli iridescenze di alcune lampade in lontananza, soltanto i tizzoni delle sigarette rischiaravano a intermittenza i volti fieri di noi ragazzi. Non era la prima volta che vedevo gli altri alle prese col fumo, ma la circostanza mi spinse a osservarli con più attenzione. Ripensandoci oggi, migliaia di sigarette più tardi, provo un moto di affetto davanti al nostro essere così confusi dall’età. Ci atteggiavano, tentando con malcelato impaccio di nascondere e allo stesso tempo mostrare il virgulto; ma per quanto ci sforzassimo di raggiungere l’autenticità del gesto, l’eccessiva concentrazione rendeva ogni movimento artificioso, finto com’era per tutto ciò che riguardasse l’emulazione degli adulti. Così mi appare oggi quel ricordo: storpiato dalla visione temporale, e se volessi raccontare come nascevano quei gesti, la cronaca ne risulterebbe inquinata dai decenni trascorsi. Sarebbe magnifico poter narrare i fatti lasciando intatta la possibilità d’intuirne l’evoluzione, ma l’io presente sovrasta quello passato, impedendolo. Un conflitto implacabile che tenta di nascondere il mutamento; un illogico aggrapparsi al passato per non subirne la mancanza, fingendo che il presente sia l’unica certezza che neppure gli eventi futuri avranno il potere di alterare. Ma non è così; quello che racconto è soltanto un ricordo annebbiato, fatto d’immagini e non di sensazioni che irrimediabilmente sono andate perdute. In questo processo di ricostruzione domina una malinconia che si tramuta nell’idea, e sebbene non siano stati anni memorabile, sapere che non v’è alcuna possibilità di ritorno mi risulta inaccettabile.

Eravamo giovani e il mondo sembrava in procinto di cadere ai nostri piedi. Il vigore sprigionato dall’adolescenza riversava nel mio corpo un eccesso di endorfine che mi davano la sensazione d’essere invulnerabile. E poi cos’era tutto quel parlare di dipendenza, quando invece l’orgoglio mi spingeva a credere che non vi fosse niente in grado di controllare il mio volere? Avrei saputo resistergli, ne ero certo, il fatto che dopo sarei diventato un fumatore incallito non era neppure ipotizzabile, e fu così che aprii il pacchetto sprigionando nell’aria fumosa della sera l’odore aspro del tabacco confezionato. Non era male in fondo. Tremante e deciso portai alla bocca la prima sigaretta e l’accesi aspirando una boccata intensa che mi colpì lo sterno come un pugno. Per poco non finii a terra; la testa prese a girarmi e un sapore misto tra l’amaro e il salato m’inondò il palato stimolando la salivazione. Fu una cosa terribile, e l’aver fumato per il ventennio successivo mi pone di fronte alla certezza che l’autolesionismo, nelle sue forme più innocenti se vogliamo, è insito in noi come il respiro.

Avrei imparato ad apprezzarne i pregi, a subirne impassibile il dominio fino alla dipendenza. Molto tempo dopo, una volta interrotto quel legame con dispendio energetico e durissime prove di autocontrollo, mi sono sentito fiero come lo fui della scelta di cominciare, anche se a pensarci bene non c’è niente di così onorevole nel terminare qualcosa che abbiamo iniziato per un semplice capriccio. Può davvero ridursi a una prova continua la vita, fatta di sprofondamenti e ascese, concatenate tra loro da un unico filo conduttore rappresentato dal desiderio di opporsi a se stessi? Che banalità se fosse davvero così. La mia lo è stata all’apparenza, ma la brama di trovare un significato per comprendere il modo in cui gli eventi hanno finito per condurmi a questo punto, ne ha messa in luce la complessità, proprio come avviene in questa cronaca spicciola e talvolta incomprensibile perfino a me che ne dovrei essere il garante. Le parole si fondono ai ricordi, volutamente abbandonate come un pulviscolo sospeso nell’aria, illuminato da un singolo raggio di sole che alla vista può sembrare omogeneo, ma che al minimo spostamento mette in luce la sua natura impalpabile. Così sono i pensieri di una persona confusa che si aggrappa ad essi per trovare il punto in cui s’è smarrito: ogni cosa si muove a ondate che cambiano direzione sotto l’effetto dell’animo. Forse tutto questo avrebbe potuto ricevere toni più soavi, meno opprimenti, ma è necessaria una disposizione che potrei trovare soltanto nel ritorno verso casa, oppure agognarvi per l’eternità.

Passammo la serata a fumare e sputare a terra i filamenti di tabacco. Mi spiegarono il modo giusto per traspirare, che non aveva senso trattenere il fumo tra le guance, ma andava portato ai polmoni e poi, lentamente, soffiato via con l’atto naturale della respirazione. Capii che se ne prendevo esigue quantità lasciando scappare il grosso del fumo prima di buttarlo giù, il dolore era più sopportabile, perfino gratificante, e che in fondo ci si abitua a tutto, anche al veleno.

Quando fu l’ora di rientrare, la paura che mio padre e mia madre potessero scoprirmi mi raggiunse con la stessa irruenza della trasgressione. Intimamente speravo che mio padre mi sorprendesse e capisse una volta per tutte che il suo dominio sul mio umore era finito per sempre, che avrei potuto scegliere contro il suo volere. Un’illusione che rappresentava la scelta, un desiderio comune a tutti gli adolescenti che sentono d’esser stati defraudati di qualcosa che non possiede definizione, che diviene un assillo interiore e corrode l’animo sprigionando la rabbia, e si scontra contro l’ottusità di chi non vuol sentire le ragioni di una vita ancora verde di linfa. L’eccezione diviene la regola e i connotati si definiscono in qualcosa d’incomprensibile per gli adulti che, ormai vinti dal tempo, dalla monotonia di giorni tutti uguali e dall’assillo della vita familiare, non comprendono cos’abbia da lamentarsi chi ha tutta la vita davanti a sé.

L’incantevole beffa dell’esistenza chiarifica l’irreparabile. Le convinzioni si disperdono e allontanandosi assumono la forma che le contraddistingue, quand’ormai sono divenute irraggiungibili, e il loro abbaglio ha portato a cambiamenti definitivi.

 

 

 IV

 

 

Sono stato uno studente mediocre, tanto da chiedermi oggi, dove fosse quella curiosità che alimenta il mio attuale isolamento? Mi sono limitato a mantenere un livello di modestia tale da pormi agli occhi dei docenti come una vibrazione opaca, in grado di garantire visibilità ai più brillanti tra noi.

Non ho ricordanza di un professore che abbia elogiato una mia impresa scolastica, del resto sarebbe stato abbastanza strano data la mia pochezza intellettuale. Ho vissuto per anni con la mente in ombra, traboccante di pregiudizi che potessero giustificare ogni mia negligenza. Una folle approssimazione permeava tutto: nessuna passione, né ambizione o qualsivoglia tentativo di emergere, ma solo un completo incanto verso gli altri dal sapore amaro. Forme ossessive attorno a me, attecchite su un terreno instabile, ognuno con caratteristiche da invidiare, o respingere. Affrontavo ogni azione come arreso all’idea della mia ignoranza. Non mi sentivo una vittima, ma era un vuoto annebbiato dal tessuto della mia coscienza, che in questo azzeramento fluttuava.

Molto tempo dopo, quando ormai giustificavo il mio essere meschino col fatto che ovunque prevaleva il medesimo maleficio, accadde un episodio destinato a rimanermi impresso. Mi trovavo a casa di amici e qualcuno stava girando un video che mi sarebbe capitato di rivedere anni dopo, quando, col dovuto distacco, avrei avuto modo di osservare il nebuloso atteggiamento di un giovane travolto dall’omologazione. I segnali del vento primaverile persistevano sul mio volto turbato dalle acne e tutto era fatto di una gestualità ricercata. Nel video, al quale ho assistito con intensa nostalgia, un vecchio amico mi faceva domande alle quali solo oggi saprei dare risposta. Quell’ignoranza ostentata con caparbietà mi sconvolse: com’era possibile che fossi proprio io? Per quanto l’arroganza sovrastasse l’umiltà, assistevo a un dualismo che più d’ogni altra cosa mi apparteneva. Di fronte all’incapacità di riconoscermi, cosciente del divario tra due opposti, fui turbato dall’idea di un ulteriore quanto probabile cambiamento cui non volevo sottopormi.

Furono anni scellerati. Nell’evidenza di quel video impietoso, l’incertezza giungeva remota come la totale estraneità di certe catastrofi che hanno mutato il corso degli eventi, benché in qualche oscuro presagio le avessi percepite. Oggi mi riconosco senza stupore in quel giovane distratto, di quando niente di ciò che vive adesso in ogni mio gesto, aveva destato il suo fuoco. Quando si è giovani, scegliere di appassionarsi può risultare pericoloso, soprattutto per l’umana propensione alla conoscenza come vanto e non come nutrimento, così come nel pensiero borghese quale tentativo di trovare un equilibrio tra il desiderio di santità e la conquista dei piaceri istintivi.

Il mio essere attuale guarda all’allievo come a un conservatore che avverte la spinta verso la conoscenza ma ne reprime il richiamo con l’atteggiamento. Scegliere la via della santità non conduce necessariamente a essa, così come quella della perdizione sarà sempre contaminata dal legame indissolubile tra l’aspetto divino e la mediocrità che, in perfetto equilibrio, si mantiene equidistante dai vertici cui si congiunge.

In questo concetto sconclusionato, riconosco ciò che sono ma nutro un terribile spavento per ciò che invece potrei diventare. Quale modestia dovrebbe esistere in quel disinteresse, se si pensa all’indispensabile per non incorrere nella bocciatura, verso lo studio di allora e la devozione di oggi? Potrei davvero affermare di scorgere una differenza tra i due me stessi che non fosse insita nella natura stessa come una qualsiasi peculiarità? In me, il tempo ha esaltato, spinto dalle susseguenti stagioni biologiche che in epoche diverse non avrebbero potuto attecchire in egual misura. Non sono stato uno studioso, credo in dio, non ci credo e contemporaneamente non so decidermi se crederci oppure no per un tornaconto emotivo che stento ad accettare. Se scegliessi di votarmi all’esaltazione personale passerei il resto della vita tentando di unire ciò che la separa in frazioni tutte uguali, tanto che se non ne accettassi la promiscuità, finirei per perdermi.

I giorni scorrevano avvolti dalla monotonia. Il programma ministeriale sembrava strutturato per lenire il senso di smarrimento con l’indolenza, e malgrado non riuscissi ad apprezzare la bellezza dello studio, il sistema giustificava la conservazione di uno status mentale appannato. L’iniziale passione si era perduta nella ripetitività; va da sé che propinare di anno in anno i soliti argomenti a una bolgia di giovani disinteressati debba essere oltremodo frustrante per chi ha creduto nell’insegnamento.

A tal proposito, c’era un vecchio professore del quale custodisco un dolce ricordo. Era anziano, fumava molto e tra i ragazzi si vociferava che fosse gravemente ammalato. Un uomo burbero e poco simpatico che non perdeva occasione, con ironia malcelata, per declamare il proprio disprezzo nei nostri confronti. Una rabbia alimentata dal passato in cui era stato uno scolaro modello, determinato a conquistare uno spazio più ampio di quello in cui invece era stato relegato e che lo aveva condotto a una stanca e ripetitiva accettazione del proprio ruolo.

Un giorno vidi in lui qualcosa che non avevo notato prima, scaturito dal mio raro interesse per la sua materia. Quello che si presentava come l’argomento più complesso di tutto il programma, spinse il mio impegno sopra ogni istinto di distrazione e lui non tardò ad accorgersene. Vidi nei suoi occhi il rifiorire di un’antica passione, e per le lezioni successive sembrò attendere l’attimo in cui mi avrebbe incontrato per dare un senso a quello che stava facendo, così come io agognavo il suo muto consenso.

In quei pochi momenti di dedizione allo studio avevo intuito che la cosa mi riusciva facile. Sebbene la negligenza per l’apprendimento avesse generato profonde lacune, non c’era argomento verso il quale non riuscissi a stabilire un contatto immediato. Anche se in me non v’era alcuna predilezione, saperle accessibili mi garantiva una certa sicurezza intellettuale. Rivedo molto del mio carattere in questo continuo rimando di ogni questione. Ciò che ho lasciato in sospeso, assecondando l’indolenza, si è ripresentato come un male bisognoso di cure; quando però m’incaponivo mettendo a nudo la mia testardaggine, non c’era abbandono che potesse scuotermi. Il mio interesse traeva forza dal fatto che molti studenti coscienziosi dimostravano evidenti difficoltà. Quell’autostima soffocata da una falsa credenza, dalla convinzione che gli altri fossero migliori così da non dovermi preoccupare di dimostrare il contrario, veniva fuori di giorno in giorno, e la materia snobbata per anni entrò in me palesandomi al professore. Era un fatto appagante. Lo vedevo intraprendere i passaggi più delicati dell’argomento cercando conferma nei miei occhi, nel mio muto consenso quale garanzia d’aver fatto bene il proprio lavoro, laddove non era importante che tutti avessero compreso quanto piuttosto che io, un mediocre ragazzetto poco attento potesse giustificare il suo sacrificio.

Quando il professore comunicò la data in cui ci sarebbe stata la verifica gioii di quel godimento estatico che soltanto la consapevolezza della preparazione piò dare. Il compitò si dimostrò più facile del previsto: l’argomento mi era chiaro e il problema non portava alcuna sorpresa, così, nella foga di terminarlo nel più breve tempo possibile per imprimere maggior valore alla mia rinascita, sbagliai un passaggio iniziale compromettendo l’intera prova.

La settimana successivo già sapevo che le cose non erano andate come avevo sperato. Confrontandomi con i migliori della classe avevo scoperto l’errore, il voto fu quindi allo stesso modo attestato di mediocrità, il giusto risultato per ciò che avevo dimostrato di essere fino ad allora. Nessuna iperbole dunque, nessun cambio di direzione e seppur profondamente deluso, l’insegnante mi elogiò spiegandomi che si era trattato di una svista, che era chiara l’assimilazione da parte mia dell’argomento e che senza alcun dubbio la volta successiva avrei fatto meglio. I nostri sguardi s’incrociarono un’ultima volta per far ritorno entrambi alle rispettive consuetudini: io disinteressandomi di tutto, lui esponendo ogni argomento senza alcun coinvolgimento. Più di una volta provò a rivolgersi a me con la speranza d’incrociare ancora quell’attenzione appagante, ma già veleggiavo tra i miei pensieri, scarabocchiando sul diario frasi sconclusionate, senza alcun interesse per le sue parole. E in fondo, ripensandoci oggi, il mio gesto fu quanto di peggio potesse capitargli. Quel lampo di curiosità iniziale e la delusione successiva lo misero in una condizione di rimorso tale che, sebbene non studiassi mai e le verifiche fossero sempre un disastro, i miei voti furono di gran lunga sopravvalutati e alla fine dell’anno arrivò la promozione.

Poco dopo la fine della scuola il professore morì, mentre in me nasceva il desiderio di trasformare quegli scarabocchi sconclusionati in frasi sempre più lunghe e articolate. Sapevo di non possedere il talento per bruciare le tappe di una materia che fino a quel momento avevo evitato ancor più di quelle scientifiche, ma il richiamo per la letteratura divenne in breve così forte che, seppur controvoglia, l’ho assecondato. Se m’avessero detto che avrei continuato per anni non ci avrei creduto; non c’era mai stata una vera passione nella mia vita, qualcosa a cui dedicare ogni attimo del mio tempo libero e che richiede una concentrazione continua quando l’idea si realizza attraverso l’osservazione.

Quella dedizione che ci si aspetta da uno studente nasceva in me quand’ormai gli anni scolastici volgevano al termine. Il lento processo d’induzione, quando il vanto fatica a farsi da parte, asseconda il mistero della sua remota provenienza: la pigra egemonia del valore sull’atteggiamento. Un ricordo in particolare fuga ogni dubbio sull’ineluttabilità dell’essere, di un compito che la maestra ci aveva dato da svolgere alle elementari. Divisi per gruppi eravamo stati incaricati di scrivere una commedia da recitare davanti alla classe. Tralasciando il terrore per la parte attoriale che mi metteva in subbuglio anche solo al pensiero, ero attratto dall’impegno creativo quasi fosse un metodo attraverso il quale riscattarmi. Nel mio gruppo c’era un ragazzo molto in gamba, il migliore della classe, ricco di talenti e onesto in essi. L’averlo accanto generò uno sbarramento psicologico tale che per tutto il tempo rimasi in disparte ad ascoltarlo senza intromettermi. Ero convinto della mia inferiorità e assecondavo questa resa ancor prima di aver conosciuto quale fosse il mio potenziale. Non che a ciò si debbano imputare i miei insuccessi, stavo solo sostenendo una natura che, se in grado di soffocare il talento, ne mostra il limite. Il compito fu un successo e tutti ne ottennero benefici in termini scolastici. Umile e generoso, il ragazzo non m’imputò il silenzio ma offrì senza niente chiedere in cambio la sua opera con egual merito. Dunque non soffrii per l’assenza di un ruolo che avrei tanto voluto avere, quanto piuttosto per non essere riuscito a sfogare il mio desiderio di partecipazione. Sentivo di avere un fuoco di parole pronto a esplodere, e in questo dualismo fatto d’inventiva e repressione, si sarebbe formato ogni aspetto del mio domani.

Un mallo al cui interno giace il sogno, ma quel guscio che mi rivestiva era vergine e le valve dei miei timori sigillate dalle immagini del fallimento. Tutto questo non mi avrebbe mai più abbandonato finendo per accogliere la noia, quella tiepida quiete che si accosta alla norma con piccoli passi incerti e ne logora la resistenza. Seppur non muti mai del tutto, la monotonia della convivenza ci permette di dominare l’istinto alla chiusura. Rimane un brivido che mantiene vigile l’attenzione e per quanto ci si possa abituare alla timidezza, il fatto di vincerla non la cancella ma, allo stesso modo con cui si deteriora ogni rapporto, così si consuma quello con noi stessi e si finisce, talvolta, col trovarsi nel mezzo tra istinto e coscienza.

Tutto ciò che è profondo ama la maschera, ma la profondità è caratterizzata da anfratti intricati, che nella mia interpretazione sembrano avere lo stesso andamento dei fiordi e come tali, ogni più piccola insenatura è scolpita nel tempo dal continuo andirivieni della nostra personalità. Comportamenti che seguono la logica dell’improvvisazione: ognuno valido e fasullo allo stesso tempo, ma ripudiato come una menzogna davanti al fallimento di una precedente intenzione. L’ammetterlo non cambia le cose. Le conduce, semmai, in un luogo diverso, per spostarle come pedine, di casella in casella, di stagione in stagione, inseguendo la certezza che in questo gioco di finzioni alberghi il mito del successo. L’imbroglio diviene la regola e tutto si confonde in un turbinare di comportamenti che non lasciano intravedere la purezza interiore.

Continua finzione, ipocrisia, imbroglio: coloro che vorremmo diventare, consapevoli che la bellezza non risiede nell’utopia dell’onestà, quanto nell’impegno destinato a combattere quest’inganno che neppure la solitudine prolungata è in grado di debellare. Eppure andare avanti. Scivolare nel simulacro della compiacenza, inconsapevoli del fatto che la percezione del presente è irreale, sebbene il mondo sembri muoversi con sincronismo.

Risalendo la superficie sono all’apice della comunicazione. Riesco a estraniarmi fino al massimo della sincerità. Mi chiedo se non fosse più giusta la sofferenza dettata dalla repressione dell’impulso letterario, di questa cronaca che s’aggira in un loop temporale senza mai addentrarsi.

Il timore del confronto mi ha sempre frenato: un’intera esistenza condizionata dalle congetture. Mi sforzo di tornare ai trascorsi infantili, e scopro quanto ingiusto sarebbe se ancora una volta incolpassi i miei genitori. Essi hanno vissuto le proprie vite precludendosi ogni gioia, e per quanto mi riconosca in questa loro condotta, percepisco il lecito epilogo dell’ingiustizia che accomuna tutti noi. Il pessimismo è un lusso che posso ancora permettermi, garantisce al mio ego l’esultanza vitale. Posto che in me si sono avvicendati i temperamenti umorali e viva adesso quel tracollo nel quale domina la malinconia, scopro i fluidi inquinati da un eccesso di bile che mi rende più collerico che in gioventù, alterando ogni scelta. Capire se ciò dipenda da un mancato appagamento dei propri sogni sarebbe facile nel caso in cui questi avessero dominato la parte fiorente dei miei anni, ma come potrei ingannarmi ancora, se tali speranze si sono affacciate in me così tardi?

Tutto ricorda lo svolgimento di una trama che ha anticipato una crescita tardiva. Un amore giusto, stroncato dalla morte quando ancora il fermento ardeva in noi, carico dei piaceri contemplati dall’unione appagante.

La collera non è il lascito di una giovinezza recriminata, quanto della scoperta di come la vita possa stravolgere le proprie leggi in un attimo, opponendosi alla percezione di una presunta consecutività temporale. La certezza confutata non più dal susseguirsi di eventi ma dall’interazione casuale di essi in un ambiente accessibile. Un miraggio di fede in grado di spazzare via la speranza nella resa, inaspettato come lo stravolgimento di una qualsiasi teoria assimilata.

La conferma di questa condanna risiede nell’interazione tra tali imprevedibilità: per ogni volta in cui ho incolpato mio padre dei miei assilli, per la debolezza e la scarsa percezione del presente, per ogni evento inatteso. Con indolenza, per anni ho individuato il problema negli ambienti della crescita. La scoperta che niente è spiegabile con la logica di una matrice mi ha sconvolto più di tante tragedie, ma è stata proprio questa mediocrità nell’affrontare il quotidiano che alla fine ha illuminato la via. Lamentarsi delle ingiustizie e incolpare gli altri dei propri fallimenti è la cosa che mi è venuta più naturale; il fatto di riconoscere questa bieca attitudine mi ha insegnato quanto fosse indispensabile. Farne un uso consapevole, distinguerla come veste del proprio inganno non discolpa le cause, ma le restituisce una dimensione più umana, in grado di svelare dove si annidano, protette dall’insulsaggine di chi non vuol vedere, le origini.

Il sentimento d’afflizione, la sensazione d’aver gettato la parte migliore del proprio tempo in un baratro dal quale mai ritornerà, e la gioia di riconoscersi per abbracciare l’indulgenza temuta per anni. Quale limite ci sia tra il perdono senza secondi fini e quello richiesto dal proprio narcisismo varrebbe la pena d’un trattato a parte.

La scuola è passata così, in un continuo susseguirsi di fallimenti e mediocrità. I risultati disattesi nella costante in cui la mamma si era rassegnata poiché avendo ella un passato da insegnante, credeva di conoscere quali fossero le inclinazioni e i limiti impostimi dalla natura. Adesso, sono in grado di riconoscere in quel suo abbandono l’incedere lento del dramma compassionevole cui di certo non m’aveva destinato nel suo cuore di genitrice. Vedere il figlio come un insuccesso, privo di acuti e destinato a una serena ortodossia, giustificava in qualche modo certe scelte biasimevoli fatte in gioventù. Per quanto all’epoca fosse l’appiglio per non soccombere allo squallore, oggi non vedo più alcuna colpa in questo. Tutto scorre. Le speranze finiscono per abbandonarci e i sogni perdono quella dolcezza che li lega alla gioventù, per trasformarsi nel rimorso. Quello stesso rammarico che deve averla accompagnata per gran parte della sua breve esistenza, costituito da un dolore che trascura ogni attesa, nel quale i figli non portano speranza e vederli sfiorire abbandonati alla propria carne, privi di ogni volo dei migliori anni, diviene la norma.

Ancora giovane e carico di collera mi chiedevo perché si comportasse così. Le parti s’invertivano vedendola sprofondata in quella melanconia saturniana. In questo complesso di sentimenti turbati, esibiva fierezza verso alcune doti che idolatrava soltanto nei colloqui con le altre madri, per soffocare una vergogna ammiccante. Nonostante le continue sconfitte, bastava che un professore giustificasse i miei insuccessi con la pigrizia per accontentarla. Allora, dopo la furia del fallimento, giungeva il balsamo della rassegnazione. La menzogna diveniva indulgente, assecondava il bisogno di redimersi per l’innocente bugia che le aveva permesso di arginare la vergogna, facendo propria la colpa della mia pochezza.

Anni in cui il mondo ha dato una brusca accelerata costringendo tutti a una solerzia tale che, se le generazioni precedenti l’hanno affrontata mitigandone l’impatto con l’ignoranza, proiettò i più giovani verso un futuro di fragili alchimie. La rapidità delle informazioni divenne il viatico per nuove e più complesse incomprensioni. Anche la maggior partecipazione alla vita familiare, che in passato era stata scenario di profonde voragini tra genitori e figli, contribuì a metterne in luce divergenze altrimenti sconosciute. Una volta decaduto l’interesse per la collaborazione, l’autosufficienza del singolo ha sgombrato il campo alla padronanza. Una spaccatura alla quale abbiamo finito per adattarci, e anche se adesso la mente è pronta al cambiamento, pur rifiutandolo in quanto spauracchio del tempo che passa, la percezione si presenta con conseguenze talvolta catastrofiche.

In questa fluttuazione continua siamo attratti di volta in volta e poi respinti da eventi epocali che accelerano o rallentano, senza che ci sia data la possibilità di percepirne la rivoluzione. Perseguiamo la via dell’ego convinti che il mutamento dipenda da noi e non dal caso. Come gli effetti di un evento cosmico, io vedo nella possibilità del sapere una catastrofe; non l’apprendimento profondo, ma la nozione, il più delle volte superficiale, cui tutti abbiamo accesso.

La sciarada dell’epopea individuale, in cui liberarsi attraverso il comportamento implica la scoperta di una logica del pensiero. Tutto questo fa parte di un personale istinto, non tutti infatti sono attratti dalla ricerca. Quando andavamo per boschi mio fratello e io sentivamo quel legame che ci spingeva verso il comune obiettivo seppur guidati da un diverso richiamo. Il suo più schietto, fatto di temperatura, capace di mutare nell’avvicendarsi di ogni azione terrena; nel mio caso, invece, sebbene lo abbia scoperto anni dopo, l’indagine mirava alla scoperta della trama ordita nello sporco dei sensi: un fascino che puntava a penetrarle con la mente. La sublimazione di mio fratello rivolta a trasformare le proprie pulsioni in quell’appagamento momentaneo di cui si fregiava per placare l’istinto senza curarsi dell’aspetto mentale. La mia, viceversa, era di tipo interiore. Deprimente, inappagante, rivolta a convertire la rabbia in qualcosa che intendevo innalzare con la presunzione verso un livello in apparenza pregno di limitazioni. Abbracciavo il pensiero Schopenhaueriano, privo del desiderio consapevole di perseguire una missione rivolta al bene e destinata ai posteri. Strumento di un destino incontrovertibile, relegato nel dimenticatoio del proprio corpo e di ciò che richiede una qualche attitudine alla materia, screditandolo al punto da renderlo improbabile. Sebbene rappresentasse la realtà, tutto ciò non mi lasciava indifferente e per quanto potessi apprezzare il tentativo di separarsi dal resto, ero costretto a scorgere una punta di sfoggio ottocentesco. Oggi non è più così, tutto si manifesta in una luce che dà sfogo alla mediocrità di quando ancora non c’era vanto né afflizione, ma soltanto l’urgenza che alimenta il fuoco della giovinezza.

Non vedo più le due cose come opposti distinti. Nonostante abbia passato gran parte della vita proclamando la mia diversità dai tipi come mio fratello e finendo talvolta per coprirmi di ridicolo, alla fine ho dovuto arrendermi alla loro unicità. Le distingue soltanto la scelta iniziale, il brivido e la risposta cui segue un processo attraverso il quale si può scegliere una strada piuttosto che l’altra, senza che in tale scelta vi sia alcuna discriminazione. L’attrazione verso qualcosa non è innata. È possibile non trovare appagamento nella materia al momento opportuno, e piuttosto che opporsi si preferisce innalzare lo spirito di natura corruttibile fino alla forma più congeniale. Non si prova interesse verso i modi del pensiero per qualche eccesso umorale, quanto piuttosto perché si è potuto assaporarne il gusto nel modo opportuno. L’unione delle due cose ha prodotto alcune delle più belle opere, rivelando una forza attrattiva reciproca, e dando prova che non v’è differenza d’intenti ma solo di scelta. La vita fa il resto. L’approfondimento ci permette di sondare i meandri di quanto ci attrae, ma il tempo è troppo breve per scoprirne la totalità dei risvolti. Fatta una scelta la si deve condurre a termine; consapevoli che tutto potrebbe finire da un momento all’altro demolendo ogni velleità, anche solo dimostrandosi errata nel rammarico destinato a schiacciarci.

Rinunce terribili attendono chi sceglie la via delle cose. Egli spingerà il proprio cuore allo sfruttamento dei sensi tattili per godere della materia. Ma che dire di chi preferisce approfondire il tormento dell’animo? Quale spaventoso assillo può essere la solitudine che ne consegue? Forse un giorno, stanco dell’immagine che mi perseguita come un riflesso, potrei scegliere di abbandonare la missione mentale. Nel mio caso la scelta è coincisa col destino. Prima di sprofondare in questo silenzio ho attraversato la vita, ingannato da un sussulto di promesse che disconosce il tempo. Con Lorenzo avevamo ripreso il rapporto abbandonato durante gli anni delle superiori, poco prima che il breve divario temporale si appiattisse per sempre, ma nessuno dei due vedeva in quel ricongiungimento l’inizio del declino: benché il nostro rapporto in famiglia non avesse niente di complice, gli altri ci guardavano con ammirazione. Tuttavia la verità era un’altra; la nostra unione era il frutto di una scelta reciproca, ma le divergenze caratteriali emergevano al punto che la simbiosi palesata fuori spariva del tutto tra le mura di casa. La forza garantita dai rapporti con gli altri era inservibile all’interno del nucleo familiare dove invece ogni pretesto era buono per rivendicare quell’unicità altrimenti disconosciuta.

Assuefatti da un’atmosfera di periferia, ci nascondevamo dalle consuetudini per liberare, attraverso l’aggregazione del comune trasgredire, la miglior parte di noi. Era la vita che si affacciava: sfuggente e chiassosa, spericolata e più di ogni altra cosa bisognosa d’essere onorata con l’eccesso. Senza pretese ci riunivamo attorno a un tavolo bevendo birra da grossi bicchieri e fumando sigarette. L’alcol, così temuto per via degli effetti sul fisico e ancor più sulla percezione, diveniva metafora di emancipazione liberando quella parte di noi che stentava a uscire nei momenti di lucidità. Come fare per resistere a quell’attimo breve che precede il tracollo in cui tutto diviene possibile e una scialba vita da sobborgo improvvisamente si mostra sotto aurore abbaglianti? Pronto a sfidare mio padre per un orario non rispettato, ero forse il più assetato di tutti e senza pormi limiti, bevevo e fumavo rinfrancato dall’ammirazione dei compagni che, finalmente, mi accettavano.

Nasceva così il desiderio teatrale: un lieve egocentrismo si affacciava con la forza dello stordimento favorendo la finzione.

Raggiungere l’ebbrezza era un modo per toccare l’identità, un tentativo di uniformarmi, fare cose, atteggiandomi con frasi adatte alla mia età, per scivolare infine nel tranello dell’esaltazione.

Un sabato come tanti si era fatto tardi ascoltando canzoni. Da ore facevamo la spola dal locale alle siepi per dare sollievo al perenne stimolo alla minzione. Era freddo, il vapore del respiro si mescolava a quello sprigionato dall’urina bollente in una nube lezza. Prima di rientrare un giovane che conoscevamo appena se ne uscì con l’idea di provare uno spinello. Spaventato dalla richiesta, mi fu sufficiente scorgere un frammento di titubanza negli occhi di mio fratello per dichiararmi pronto a farlo. Col cuore in subbuglio per la paura ci appartammo nell’oscurità. L’alcol custodiva in sé qualcosa di genuino, e sebbene gli effetti potessero rivelarsi inattesi, era pur sempre qualcosa che avrei potuto consumare senza per questo catalogarmi. Per l’hashish invece era tutto diverso; il solo fatto di essere proibita le dava un valore completamente diverso, e se anche i suoi effetti sul fisico si fossero rilevati trascurabili, di sicuro non lo sarebbero stati sulla percezione dei nostri limiti.

Ognuno fa bella mostra di sé. Sulla scia del benessere in cui eravamo vissuti, la rivolta aveva assunto il volto dell’illusione collettiva. Gli anni dalla mia infanzia erano stati segnati dal furore dell’eroina e per cultura imposta, ritenevo tutto ciò che apparteneva alla sfera degli stupefacenti un viaggio senza ritorno. Conoscevo ragazzi che fumavano abitualmente ed ero persuaso che la mia forza interiore avrebbe impedito a qualsiasi sostanza di prevaricare. La scelta coscienziosa ha sempre avuto la meglio sul dominio chimico, con probabile deterrenza da parte di un timore di fondo mai del tutto estinto, e un desiderio ancora forte di riscatto attraverso l’imposizione delle proprie scelte di cui presto o tardi mi sarei vantato.

Dolce e pungente, l’odore della resina scatenò ogni mia esitazione. Conoscevo l’ebbrezza degli eccessi e non mi spaventava, ma ignoravo gli effetti delle droghe e l’emozione di scoprirli amplificava l’euforia più del principio attivo. Come avrebbe reagito il mio corpo? Con uno slancio d’orgoglio mio fratello riprese il consueto autocontrollo mentre in me tornavano vivi i fantasmi della razionalità. Per un tempo sospeso ci eravamo scambiati i ruoli. La genìa distante in tutto, ma pronta a riunirsi nel tassello necessario alla creazione di esseri vincolati alla stessa sorgente. Un legame a suo modo confortante, così come lo era stato nelle scorribande per la campagna di Sommaia molti anni prima in cui lui, assai più pratico di me nell’adattarsi all’ambiente, mi guidava infrangendo con la sua presenza ostacoli altrimenti invalicabili. Destinato all’unione continua di un numero definito e immutabile di caratteri, ho sempre ritenuto che fosse un mio chiaro diritto lo sfruttamento di talune virtù che, per linea ereditaria, erano peculiari a lui e non a me. Ancora oggi mi convinco che allo stesso modo in cui non ho potuto fare a meno di Lorenzo per gran parte della mia vita, sapendolo vicino anche quando il nostro tempo non prevedeva incontri per mesi, egli ha certamente giovato del sapere che da qualche parte c’era il tassello mancante di quella solitudine che ci ha accomunati nell’incomunicabilità divenuta cardine di un legame indissolubile.

La solitudine è una schietta inclinazione di spirito. Parlandone non si discute del metodo, quanto nel suo essere tale a dispetto degli eventi. Si è soli sempre nella vita, non quando attorno a noi tutto tace. Dopo che la mamma ebbe approvato la mia richiesta di lasciare l’asilo delle suore fui iscritto alla materna comunale, non distante dalla casa dei nonni. L’ingresso in un ambiente più vicino alla mia inclinazione risvegliò l’istinto sopito. Il laicismo, infatti, offriva una più equa gamma di possibilità: nuovi amici e nuove istruttrici avrebbero giovato alla mia introversione più di ogni eccesso alcolico, ma nelle situazioni di protagonismo la timidezza tornava ogni volta a farsi viva condizionando una gestualità che avrebbe dovuto nascere spontanea. Di gioia ce n’era ben poca in me, e poter condividere uno spazio privo di oppressione era quanto di più auspicabile avrei potuto chiedere all’epoca. Tutto imperfetto a differenza di ciò che la mente suggeriva, le istruttrici stesse ne rappresentavano la promiscuità. Se il mondo è interessante grazie a questa varietà, un bambino di cinque anni assai poco si diletta in tali elucubrazioni. Non s’interroga su dove stia andando, vive l’istinto e questa sua natura lo rende ancor più vulnerabile dal momento che ogni cosa potrà fortificarlo, o comprometterne il pensiero per sempre.

L’assegnazione garantiva l’armonia e le giornate scorrevano tra i giochi e il merluzzo lesso della mensa. Sul pulmino la turnazione del servizio scorta ci esponeva al pericolo di una contaminazione maligna. Non esistevano sfumature. La scelta ricadeva ogni volta su ciò che era innocuo, o che al contrario avrebbe potuto rivelarsi dannoso, nelle vesti di un adulto maldisposto che non riesce a vedere quel sottile limite oltre il quale, anche solo una parola fuori luogo, può ferire lo spirito di chi ignora tutto attorno a sé. I figli non sono immuni alla brutalità, l’infanzia è essa stessa uno spietato e continuo tentativo d’imposizione che getta le basi per il rafforzamento. Come virus che si modificano senza sosta per resistere al pensiero elegante di altri, nello scontro continuo in cui il chimerismo garantisce l’equilibrio.

Con l’atteggiamento che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita cercai di accaparrarmi un posti in fondo. Mi piaceva guardare le macchine dal finestrino posteriore e avere le spalle protette. Tutti urlavano per l’eccitazione del ritorno ma io non provavo la stessa gioia incontenibile: scopro le stesse scene comuni, di madri sorridenti in atteggiamento dimesso nei confronti delle educatrici come fosse un dovere il rispetto istituzionale. Perfino la mia, che era spesso a disagio nel confronto con gli altri, abbandonata alla finzione collettiva che di colpo svaniva dopo dalla chiusura del portone domestico, oltre il quale era tutt’altro.

Eravamo rimasti in pochi. La mia fermata era una delle ultime e l’atmosfera si era fatta intima. Se di turno c’erano le maestre che mi seguivano, questo si trasformava in un momento piacevole in cui prendeva il sopravvento la fiducia acquisita nel tempo trascorso assieme. Quel giorno però era di turno un’educatrice che conoscevo appena, la cui voce squillante aveva il potere di accentuare la mia timidezza e il desiderio d’isolamento. Era una donna dalle movenze sicure, lo sguardo intelligente e rapido la cui distrazione, palesata da una continua distanza dall’interlocutore che ne subiva il fascino, metteva in risalto la natura egocentrica. Avvolto dalle spire di quella personalità sovrastante, chi le stava attorno finiva per sparire, perdeva interesse ai suoi occhi, come una conquista della quale si nutriva per esistere in se stessa e le frasi, talvolta incompiute, uscivano distratte, inseguite da sguardi adoranti privi comprensione, incoerenti con l’argomento.

Possedeva un ascendente notevole su tutti. La rapidità nel relazionarsi e il giovanile aspetto le conferivano un aurea in grado di catalizzare l’attenzione trasmettendo un desiderio immotivato d’ingraziarsela. Si trattava però di un’incantatrice; dotata di una perfidia celata al punto che se intravedeva in noi una qualche resistenza al suo potere, non esitava a colpire le nostre fragilità più evidenti. Io, che assomigliavo più a un roditore impaurito che altro, mi avvicinai assecondando il desiderio di stabilire un contatto con la brutalità manifesta. Gli altri bambini le stavano raccontando delle malattie che avevano affrontato nel corso della loro breve esistenza e io, trovando il coraggio in uno sforzo che avrebbe impresso l’episodio per sempre nella mia mente, le raccontai di una volta in cui avevo sofferto di mal d’orecchi. A differenza di quanto avvenuto per i suoi alunni non ricevetti carezze né compassione bensì un lapidario eccesso di scherno che si abbatté sul mio ego. Ammiccante verso gli altro mi domandò se non mi fossi dimenticato di pulirmele e sovrastato dalle risate dei coetanei, me ne tornai sul fondo dell’autobus sperando di vedere al più presto il volto di mia madre.

A distanza di molti anni l’immagine di quella donna si è come offuscata, disciolta nell’amalgama di tutto ciò che mi ha ferito, condizionato e stuprato nei sentimenti più intimi, ma non l’odio verso di lei. Sebbene io per primo la identifichi come una parte negativa della mia crescita, riconosco quanto tutto questo non conti davvero. C’è stato un tempo in cui era prioritario, l’immagine e la superficie delle cose alimentavano la convinzione che la causa delle mie sventure fosse altrove, ma in seguito, quest’illusione si sarebbe raccolta in una grande ampolla colma di malignità, nella quale rivedo certi eventi come gocce del fetido liquido, dove perfino quella donna, seppur riprovevole nei suoi comportamenti, perde ogni forza di persuasione… Sono in pochi quelli che osano dire tutto ciò che pensano, ma anche perché molti lo ignorano loro stessi: l’atto del pensiero in base a cui si crede una cosa è, infatti, diverso da quello in base a cui si sa perché la si crede, e spesso uno non implica l’altro.

Se alcuni feriscono volontariamente, spesso lo fanno per portare gli altri sul proprio piano; per avere un controllo della situazione senza innalzarsi a loro volta ma arretrando tutto ciò che li circonda. Così è stato anche per me nei confronti di Lorenzo quel giorno. Ero molto spaventato dalla scelta di fumare uno spinello, ma vedere negli occhi di mio fratello lo stesso timore che avevo cercato di nascondere, mi spinse a comportarmi di conseguenza. Quale differenza può esserci a questo punto tra me e l’educatrice, se entrambi abbiamo indirizzato il nostro malessere per aggravare l’animo di una creatura spaventata? Feroci ogni giorno nella continua lotta per l’annientamento, non c’è alcuna nobiltà d’intenti in tutto questo. L’unico modo per rinnegare la verità è schierandosi, sentirsi parte di qualcosa che in virtù del suo esistere ci garantisce un’idea di continuità. Dunque un limite di negazione verso se stessi, giacché appartenere equivale a non appartenersi più.

 

 

V

 

 

Scrivere implica il desiderio di ricordare, di ricordare persino la propria immaginazione, che ci fa visita per qualche istante e poi svanisce…

L’essenza incerta di tutte le storie, il bisogno di non abbandonare all’oblio del tempo, ogni più piccolo frammento. L’inspiegabile tendenza al volo della memoria, di quel che è reale e di ciò chi invece avremmo voluto che lo fosse, smuove l’animo e fa del ricordo, il sostegno per mantenere il sogno.

Giunge un’immagine dal passato, precisa nei dettagli scenografici che la circondano al punto che tutto risulta manomesso dal desiderio d’immergersi nella malinconia. Per quanto imperfetta, la sua compiutezza sta in questo tentativo di redenzione. L’ho capito tardi, non si tratta di un’immagine pura, bensì di uno stravolgimento messo in scena dal nostro bisogno. Non c’è niente di più falso, alcunché di altrettanto immorale, ma è l’unico modo che abbiamo per modificare gli eventi. La schizofrenia è l’esaltazione della memoria che rivendica il proprio diritto all’esistenza, trasformando la visione più profonda, in abbagli di luce.

In questo limite teorico, oltre il quale niente può far ritorno come se avesse oltrepassato l’orizzonte degli eventi, faccio il possibile per non sedurre il ricordo. Attorno a me si muovono gli spettri della solitudine; abbandonati da infiniti eventi mi parlano del loro modo di fare memoria. Li ascolto, mi aggrappo con forza a quella flebile scintilla che scaturisce dalle loro parole: un periodo, una circostanza nella quale identificarsi, un enigma che si diffonde in noi, schiavi di un ego sproporzionato, capace di divorare perfino la ricerca di una via di fuga pur di chiudersi in questo silenzio definitivo, come immaginiamo debba essere la morte.

È la fine, teatrale, di un’esistenza. La fiamma che dà conforto alla pietà, di un ordine in cui le parole percorrono strade ogni volta sconosciute ma che conducono ognuna allo stesso luogo inanimato. Ecco, allora, che in quest’immagine di misericordia è necessario abbandonare l’ambizione. Non posso salvarmi nel verbo perché tutto crollerebbe. Abbandonando ogni speranza si compie il controllo del metodo che dà un valore al testo altrimenti inquinato dalla retorica, e se anche tutto questo non avesse alcuna inerenza con la narrazione, il suo non esistere come tale ne fa il mio ingegno: la perfezione cui ambisco. In che modo altrimenti potrei oltrepassare la barriera che mi trattiene, se non attraverso l’ammissione della falsità? Il cervello inquinato dai movimenti altrui ci costringe a vedere il mondo sotto una luce ideale. Il rispetto dell’evoluzione linguistica, la scrittura come tramite alla comprensione, la perdita d’identità, ogni mezzo, per quanto meschino possa rivelarsi, giustifica lo scopo.

Mi apprestavo a uscire nel gelido vento di un sabato sera. Un anno ancora mi separava dalla fine della scuola e i miei pensieri, volti all’agognato territorio di una passione divenuta insaziabile, guidavano ogni mio gesto verso l’emisfero femminile. Se l’erotismo era ormai imprescindibile dalla monotonia dei giorni confinati tra le mura domestiche, il disgusto per l’apprendimento rendeva tutto un inutile gesto senz’anima. L’affrancarsi del metodo conoscitivo in cui l’infatuazione si sprigionava in quella sensazione che non richiede la reciprocità, ma che in essa trova il suo picco massimo. Innamorarsi è una luce, un attimo che illumina la nostra vita nel vuoto, che ci fa visita nei sogni come una rievocazione del corpo e che, per quanto lontana, ne rievoca il sussulto.

Quel franare interiore che scaturisce nell’attimo stesso in cui due persone si riconoscono, che toglie il sonno, illumina il buio delle nostre miserie, stravolte ogni gesto inconsapevole. Tuttavia, non è la durata dell’innamoramento a prevaricare ma il cuore, l’apogeo del sentimento che nasce all’apice per degradare fino all’estinzione. In questa parabola discendente risiede la causa di molti dolori. L’irrequietezza e il senso di perenne costrizione non son altro che il risultato dell’intuizione di questo inganno continuo, di questa fata morgana che sembra tanto vicina da lasciarsi sfiorare, ma che all’ultimo momento svanisce. Non c’è alcuna definizione. Non siamo in grado di gestire l’impulso che ci domina e rende ciechi di fronte a qualsiasi verità che il nostro essere umani ha raggiunto. Un cammino ininterrotto verso la fine: una, cento, mille volte scoprire che tutto è menzogna, e poi stupirsi ancora nella rinascita; illudersi e poi comprendere che si tratta di un bisogno senza il quale morire, se la scelta di annullarsi sarà consapevole, e la solitudine un pretesto per sopportarne il dolore.

L’affetto e la condivisione sono cose del tutto diverse; appartengono a un livello di emotività cosciente, difficile da raggiungere, talvolta impossibile da apprezzare. Non hanno attinenza con l’attimo che rappresenta il culmine dell’ignoto interiore cui tutti apparteniamo. Non solo al cospetto della morte ci riscopriamo figli di una stessa madre che detta le sorti, ma anche in quel naufragio interiore scandito dalla resa di cui siamo finalmente artefici. La gioia è imprevedibile, ogni scelta un’esperienza di dolore.

Quando conobbi Lisa era tutto diverso. La vita scivolava sulle distrazioni della giovinezza, inducendomi a credere che tutto fosse riconducibile a quel poco che avevamo conosciuto fino ad allora. La condanna all’apprendimento premeva al punto da offuscare ogni traccia di modestia, fagocitata da un costante desiderio d’imposizione che da tempo dominava le mie giornate.

I nostri sguardi, per un istante, si cercarono nel fumo denso delle sigarette come spinti da un richiamo ancestrale.

Ero timido; recalcitrante a ogni rapporto che non fosse condizionato dalla necessità e lo slancio mi raggiungeva da remoti meandri svelati dall’ebbrezza. È stato grazie a lei che ha preso vita quest’obbligo alla trasposizione analitica dei ricordi, come se in quel momento, e nel suo sguardo, ci fosse qualcosa in grado di scardinare la mia reticenza. Mi feci largo tra la calca rovesciando senza parsimonia la bevuta sul vestiario avventizio; avevo intuito che i suoi occhi di tanto in tanto tornavano a me pur non sapendo se il richiamo fosse l’attrazione o la curiosità generata dalla confusione. Inconsapevole nelle movenze, ogni passo era una battaglia contro l’equilibrio cui venivano in soccorso i corpi altrui. Il tragitto per raggiungere il bancone diveniva un’odissea tra gli umori secreti dai festanti. Una strada lastricata di alito e volute di fumo; isterismi festaioli fatti d’irriverenza, muco e gocciole di urina sfuggite alla minzione. Un girone dantesco in cui eravamo precipitati inseguendo il desiderio di una felicità scimmiesca, dentro il quale ci aggiravamo dando in pasto le nostre anime al bisogno d’appartenenza. Il Bal au moulin de la Galette della modernità, l’unico luogo in cui avrei voluto essere in quel momento, il solo tentativo, non fallimentare, d’identificarsi ed essere allo stesso tempo riconosciuto. La stessa aggregazione dalla quale in seguito mi sarei svincolato rinnegandola, per eseguire gli ordini del progredire temporale.

Lisa è stata il più bel desiderio: una scoperta continua nella quale, diluiti nel nostro amore fatto di una passione inarrivabile e una rabbia che ha devastato le nostre vite, siamo scesi attraverso il sogno dell’immortalità. Alcun destino in cui credere. Il riconoscersi come generati dallo stesso fuoco, costituiti di molecole instabili legate da una legge quantica in cui non domina soltanto la passione destinata a sfiorire, ma una serie incalcolabile di altri vincoli contemplati, in questo nostro amore alla deriva del controllo, in cui due vite possono finire per spengersi l’un l’altra com’è accaduto a noi, in un ardore che consuma ogni riguardo verso l’esistenza.

L’incontro col sentimento più misterioso che l’uomo abbia facoltà di provare: pittori, cantanti e poeti di tutto il mondo hanno tentato con ogni mezzo di rappresentarlo. Attraverso metafore e allegorie d’ogni sorta, taluni riuscendovi almeno in parte, altri mancando l’obbiettivo tanto da rendersi forse i più vicini a esso. L’amore consuma tutti noi e senza alcun riguardo per l’umanità, corrode se stesso. Vive del suo fuoco alimentando l’energia che in tempi variabili lo distruggerà. Ha il suo corso come l’esistenza, destinato a durare per un periodo assai breve, come fremesse per scaldare altrui bivacchi alla ricerca del combustibile che ne alimenta l’implacabile fiamma. Esso dunque non muterà in qualcosa di diverso, come continuamente s’illudono gli sciocchi che idealizzano l’affetto quale giusto sostituto, bensì ne resterà orfano. Tale sarà la mutilazione che alcuni individui finiranno per accettarlo mentre altri lo affronteranno come un male, opponendosi al suo evolversi in una spirale sconvolgente di tradimenti. Sebbene ognuno riconosca l’accettazione passiva degli eventi come effetto di un destino ineluttabile, talvolta una creatura, alimentata dallo stesso tragico ardore e da esso consumata fino alla pazzia, può realizzare un attimo che traccia l’eterno suo significato.

 

I piloni fanno il fiume più bello

E gli archi fanno il cielo più bello

Negli archi la tua figura.

Più pura nell’azzurro è la luce d’argento

Più bella la tua figura.

Più bella la luce d’argento nell’ombra degli archi

Più bella della bionda Cerere la tua figura.

                       

Nominando Lisa, questo ammirare ciò che è magnifico per natura, sotto una luce che rappresenta in me l’amore per lei, mi suggerisce questa poesia scritta da Dino Campana. Non la vita che s’illumina davanti all’incontro di due anime, bensì la sensazione di completezza cui s’illudono coloro i quali aberrano la solitudine, come fosse la condanna inflitta da una divinità capricciosa, poiché talvolta, il magnifico, appare sotto mentite spoglie.

Il fiume era più bello perché avevamo qualcosa da condividere. Che pena per chi ha scelto l’unione quale mera scappatoia da una lontananza che non riesce ad accettare, invece che elevarsi nella ricerca di un eterno amore. Ciò che ho provato per lei, la risposta, le carezze, l’essere prossimi alla compenetrazione nell’attimo in cui la vita ci sfuggiva per mano di una malattia incurabile, ha reso il nostro affetto irraggiungibile, e la sua perdita prematura in quest’epoca di scoperte e aspettative, non ha fatto che consolidare in me la certezza di un dono ricevuto, piuttosto che di una condanna.

La morte, tuttavia, non si compiace di questa rivincita, né lo fanno il rammarico, o la tristezza che m’invadono ogni giorno ripensando a quello che sarebbe potuto essere e invece non sarà. Separati nel culmine della nostra unione, l’aver condiviso questa lenta agonia come qualcosa che ci ha dato l’opportunità di sfiorare corde sentimentali altrimenti precluse, dilania il mio pensiero giorno dopo giorno. Lo strazio di aver provato nel dolore più violento, l’appagamento sentimentale. Cosa potrei dire di più a coloro i quali provando affetto per me e si preoccupano di un agognato isolamento? Ho l’impressione che il mio esistere successivo sia divenuto un’alternanza d’irrealtà e concretezza, in cui lo squallore della nuova esistenza si avvicenda come i segni regolari di un attraversamento pedonale dove invisibile mi dirigo dalla parte opposta, in un luogo senza termine, di una destinazione fatale.

L’incontro dei nostri sguardi decretò l’inizio di qualcosa che ignoravamo entrambi. Oggi che tutto è perduto, ricordo quel momento come un perpetuo riaffacciarsi degli anni passati assieme. La giovinezza ci apparteneva; c’era una tale apertura in me, che a ripensarci adesso mi sembra impossibile perfino da immaginare. Giorni privi di ogni spettro, scanditi dal lieto scorrere dell’ovvietà. Cosa poteva esserci di tanto strano nel trovare inaspettatamente l’amore? L’onda dello spericolato abbandono ai fasti della vita s’infrangeva sui nostri corpi frementi e, sebbene credessimo che fosse l’erotismo a spingerci nelle scelte, la vita stava in agguato, favorevole alle sopraffazioni, con le verità nascoste e il caro prezzo del massimo ricevuto che non potrebbe aver diverso epilogo se non la disperazione. Perfino in questo mio continuo farneticare, riconosco il tentativo di arrivare alla verità percorrendo la strada meno penosa. Una narrazione fatta di continui rimandi che rappresenta il mio viaggio interiore, come ricerca di quella speranza perduta che oggi anelo in tutto ciò che mi circonda.

In questo punto cruciale della mia esistenza, la vita si è cristallizzata. La parte attiva di essa, come ogni slancio verso la modernità, non posso che considerarli finiti. Per tutto ciò che mi circonda è lo stesso, dietro una maschera che un tempo criticavo nei detrattori della speranza, della quale in seguito mi sarei fatto portavoce. In questi momenti vorrei che tutto attorno a me non mutasse, che i libri rimanessero su carta, che il parlato rimanesse verbale e che il mio lessico non venisse ogni giorno deflorato da vocaboli che stento a capire e riguardano attinenze fuori dalla mia portata. Malgrado tenti con orgoglio di giustificare questo vano tentativo votato alla conservazione di ciò che ha accompagnato gli anni della mia partecipazione, devo ammettere che in questo sforzo di arrestare il tempo c’è la paura di perdere ciò che in fondo, è già svanito. La percezione che il mondo si sia arrestato con la morte di Lisa si fa sempre più insistente. Nello specchio del bagno, assisto impotente al decadimento, ma il ricordo di lei che sorride ancora inviolata dalla malattia mi trasporta nell’implacabile confusione dei sensi. Allora il nostro amore era ancora possibile? Lo sarebbe stato tra una giovinetta meravigliosa nel fiore della vita e questo vecchio abbandonato che è rimasto in vita come se dovessi scontare una pena obbrobriosa? Oggi so che non v’è condanna peggiore che quella d’invecchiare con l’immagine di un amore strappato via nel pieno della sua primavera. La vita tramuta in un limbo temporale dentro il quale tutto si riduce alla sopravvivenza e la speranza, cinicamente aggrappata all’istinto, si rifugia nei sogni dove talvolta c’incontriamo. Perdura questo eterno dualismo tra il mio essere attuale e il ricordo di lei.

Un viaggio sconvolgente. Ricordando con rammarico l’amore perduto, intraprendo un doloroso cammino nel presente come se un indovino ce lo avesse predetto anzitempo e provo un orrore tale da sentire l’impulso alla fuga. Ma è giusto un attimo e così, a mano amano, tutto rimane sospeso… In quei trascorsi c’è la salvezza. L’agape ci raggiunge nella forma onirica dei trascorsi e la memoria si ricolma di quelle evasioni con Lorenzo a Sommaia, quando il nostro corpo mutava in qualcosa di definitivo, mentre il fiume abbandonava il suo alone di mistero portandosi via nella lieve corrente ogni più dolce fantasia infantile.

La bicicletta era il mezzo per fuggire dalla casa silenziosa. Nell’inverno gelido uscivamo presto per rifugiarci nell’insenatura della vecchia briglia in cemento dell’orto di Carlo, sognando che la stagione lieta ci raggiungesse presto. Con fraterno amore accostavamo i nostri corpi alla ricerca di un po’ di tepore mangiando il pane rubato come fosse la cosa più desiderabile di questo mondo. Tirava un gelido vento di tramontana e il vecchio gelso frusciava sopra le nostre teste, mentre nel turbine dell’acqua inanimata si abbeveravano i batticoda intirizziti dal freddo pungente. Colmi di un ritrovato appagamento sentimentale, mio fratello e io parlavamo di questioni fanciullesche con una sincerità che non avrei mai più ritrovato. La giovinezza era negli occhi; per quanto un uomo riesca a mantenere nel tempo la propria integrità fisica, talvolta con enormi sacrifici, essa è data in maggior parte da un atteggiamento che irrimediabilmente si perde col passare degli anni. Ripensarci è come guardare una vecchia foto che ci ritrae nell’attimo in cui il passato era ancora troppo breve per generare rabbia, e il futuro dolce nella sua incertezza. Dominavano le aspettative: sgorgavano dalle parole ambigue, povere ma rapide, colme di un entusiasmo capace di mettere in secondo piano tutto il resto attraverso la speranza. Parole che solo una deprecabile solitudine avrebbe potuto rivelare, nel percorso a ritroso nella memoria, l’orgoglio non è ammesso né può esserlo la fierezza ostentata nei racconti di chi pone il suo essere quale scudo alla triste attualità. La freschezza è un dono che custodisce una moltitudine di segreti durante il suo scorrere, che si manifestano quando il sostegno della forza spirituale è ormai spento. Vedo Lorenzo carico di una volontà incrollabile, ma il prezzo di questa docile malinconia è l’immagine riflessa di me che racconta una verità insopportabile. Come se l’inquietudine avesse bisogno della perdita di quel che siamo stati, per garantire agli altri la sopravvivenza della propria armonia. È il ricordo di chi abbiamo amato che sorregge la percezione del nostro aver condiviso la vita. Cosa saremmo altrimenti, senza l’altrui accettazione?

Quale uomo sto guardando in questo viaggio fatto di salti temporali? Quello da me idealizzato: incorrotto e inaccessibile, oppure l’intimo suo essere col malcelato carico di debolezze? Tutto si rifà a me. Una continua ricerca della volontà che sento di aver custodito attraverso il raggiungimento di quello che sono divenuto. Perfino i ricordi potrebbero essere frutto di una distorsione imprevedibile e tale da giustificare la chiusura nei confronti di ciò che mi circonda. Non sono gli eventi casuali a plasmarci, né le scelte di un attimo, bensì il pensiero che degli altri il nostro cervello formula in modo inatteso, deformando la realtà a favore dell’inganno.

Sublimare se stessi nell’atto d’idealizzare gli altri. Distruggersi, deprecando l’altrui operato, in una spirale di appigli inconsistenti attraverso i quali fallire il salvataggio. Assecondando la proiezione mentale del passato, tutto il moto della nostra esistenza potrebbe dunque rivelarsi un inganno.

Mio malgrado, sono costretto a considerare Lisa e Lorenzo quali variabili imprevedibili, come avviene per tutti coloro che in qualche modo hanno fatto parte della mia vita mutandone il corso. Solo alcuni ricordi però, radicati come se una mangrovia gli rivestisse nascondendoli al mondo, riescono a farmi apprezzare l’enigmatica natura che custodiscono. Quel mattino d’inverno, intirizziti dal freddo e sferzati dal gelido vento che da queste parti spira lungo l’asse nordica senza indulgere, mio fratello e io pianificammo la strategia per sopravvivere.

Passata l’età della reclusione forzata, mio padre aveva allentato le briglie con le quali ci aveva trattenuto fino a quel momento e, sebbene continuasse a provarci con svogliatezza, più per ribadire il proprio ruolo che per una reale apprensione, impedirci di disobbedire sarebbe stato impossibile. L’atteggiamento lascivo riguardava soprattutto mio fratello, ma a patto di non andarmene per i fatti miei la cosa finì per estendersi anche a me. Finché eravamo soli dunque, Lorenzo si rivolgeva a me in modo paritario, ma non appena si trovava in presenza di qualche compagno il suo atteggiamento mutava bruscamente, fino a farmi apparire come un orpello ingombrante. Onestamente, in parte sento di esserlo stato visto che i nostri genitori mi lasciavano andare con lui perché ne limitassi il furore. Ero contento di considerarmi uno strumento di controllo, quasi fosse un ruolo che in mi permetteva di superarlo. Esserne il garante faceva vibrare le sfumature che ci rendevano diversi, e tutto si rifaceva all’intenzione di rivalermi alle continue scaramucce familiari.

Quel pomeriggio avevamo in programma di andare a vedere un film alla Casa del Popolo, un luogo nel quale non mi sono mai sentito a mio agio. Un malessere indefinibile, generato dal brulicare di persone e dall’odore che certi ambienti tendono a trattenere, fatto di secrezioni aggrappate al velluto delle sedute e dei pesanti tendaggi. Entrando attraverso le stoffe lerce che separavano la biglietteria dalla sala delle proiezioni, il mio cuore batteva nel suo massimo sforzo conservativo. Al contrario mio fratello sembrava invece non provare alcun imbarazzo, e senza troppo curarsi di versare qualche bibita qua e là, o le patatine sulla testa dei giovani avventori, non si faceva mancare alcun suono dell’arroganza.

La domenica era il giorno destinato all’adolescenza. La sala si riempiva di giovani, un turpiloquio che non mostrava interesse per la proiezione. Mio fratello era tenuto molto in considerazione dai propri coetanei. Smaliziato più di ogni altra persona che abbia mai conosciuto, riscuoteva un ampio successo tra le fanciulle, sebbene il suo aspetto temesse il confronto con altri che a parità di mezzi non godevano del medesimo vantaggio. A controllare il comportamento non era il raziocinio ma l’esibizione della forza, la stessa che in seguito, complice una più ampia prospettiva di vita, si sarebbe sgretolata nel rimpianto. In questo baccanale d’illusioni egli si muoveva, odiato da chi ne ammirava il successo, commiserato da me che intuivo quanto sforzo gli costasse un tale ruolo da protagonista.

Per la prima volta lo vidi baciarsi e la cosa non mi lasciò indifferente. Era una giovinetta dai lunghi capelli castani, non bella ma molto avanti con lo sviluppo, dunque tale da renderla ai nostri occhi una preda tra le più ambite. Ancora mi figuro la scena, e sorrido di un’emozione tutta mia, nel rivederlo con la testa immobile, fiero nel portamento come un moderno Don Chisciotte e allo stesso modo colmo di grotteschi risvolti, compiere l’atto con la stessa dedizione di uno scolaretto. Nel tentativo di non commettere errori, giacché c’era in gioco la reputazione, di tanto in tanto accennava un movimento della testa per non soffocare, mentre i suoi occhi vagavano alla ricerca del consenso. Bellissimo nella sua ingenuità, privo di qualsiasi corruzione e tale da indurmi a non condividere il pensiero secondo il quale, essendo stato ognuno di noi bambino prima che adulto, è improbabile che i nostri giudizi non risultino influenzati dalla presunzione. Ciò sarà pur vero nel patetico distacco che ognuno deve tenere verso il quieto vivere, ma per quel che riguarda Lorenzo non potrei riconoscerlo, perfino in questa sua luce di verità, se in me non esistesse il ricordo di quelle sensazioni. Si rifiutino gli adulti d’aver compreso tutto soltanto perché l’età anagrafica non sostiene il contrario, giacché sembra essere nella scoperta delle motivazioni, che si raggiungono le certezze.

Così, con mio fratello indifferente alla proiezione, il mio sguardo recepiva le immagini di un giovanissimo attore impegnato nella decifrazione di codici futuristici che oggi, a distanza di pochi anni, sembrano non assecondare il tempo trascorso. Con sguardo sognante percepivo in quel linguaggio criptato la necessità di un mondo nuovo del quale avrei potuto fare parte. Un futuro percepito tanto vicino da poterlo toccare. L’elettronica di largo consumo, scontata e ormai priva di meraviglia, fatta di linguaggi cifrati e algoritmi del quale rimane appena questo cursore che mi lampeggia davanti con l’insistenza del progredire nel testo come nella vita, custodiva le medesime promesse che sembra offrire oggi. Ma era ancora un linguaggio primitivo, sia quello informatico che il mio. Riferito a qualcosa per la quale non avrei potuto ipotizzare una così violenta intrusione nella nostra quotidianità. Era soltanto una promessa, non mantenuta, di un avvenire abbacinante, sconfessato dall’epilogo di questa storia picaresca, in cui proseguiamo nella vita abbandonati a noi stessi e stuprati nell’animo da inguaribili compromessi per non soccombere allo squallore di cui siamo fatti. Come in questo irriverente mio tradurmi nella terza persona che poi, in fin dei conti, non è che un tentativo vano di allontanare la colpa attraverso la condivisione…

Il film terminò tra i fischi dei presenti e la risacca di mio fratello impegnato a godersi gli ultimi momenti di oscurità. Qualcuno si stiracchiò come appena sveglio, altri sembravano commentare in modo appassionato la proiezione, eccitati dalle rispettive inclinazioni o da un desiderio di emulazione esploso con la sigla finale. Sebbene irrequieto e impacciato, Lorenzo presidiava il proprio territorio abbracciato alla fanciulla. Ancora seduto e con gli occhi socchiusi per l’adattamento alla luce, contemplavo il mondo attorno a me sentendolo pulsare. Provai la molesta sensazione di percepire il respiro, come se non fosse più regolato dalla spontaneità ma dominato da un controllo inaccettabile per la sua natura indipendente. Cominciavo a chiedermi chi fossi, e non chi invece fossero coloro che mi stavano attorno. Tali interrogativi di apertura verso quell’unico mondo che mi si presentava davanti, rappresentavano il primo, inconscio, atto di estraneazione: il primo passo scandito dal tempo di corda di un’esistenza malata, sul cavo della solitudine in cui il funambolo si svincola dalle consuetudini donandosi a sé, nel tentativo di sopravvivere a un epilogo che contempla l’errore e lo sfida.

Mi alzai e lo raggiunsi. Il frastuono assordante innalzava la frenesia della fila in cui molti furono costretti a sostenere la tensione muscolare. I titoli di coda sfumarono lasciando spazio agli ultimi lampi di una pellicola destinata a divenire nel tempo un malinconico effetto ricercato; poi, tutto finì.

Fuori faceva freddo. Lorenzo approfittò della penombra invernale per concedersi gli ultimi assaggi di labbra prima di separarsi dal resto della compagnia con la scusa di dovermi riportare a casa. Sebbene le restrizioni familiari riguardassero entrambi, assecondavo questa sua debolezza come un talento personale. Perfino il suo mentire ai coetanei per mantenere inalterata la propria reputazione mi affascinava più che il far sapere a tutti che godevamo degli stessi diritti. Ero fatto di una materia completamente diversa dalla sua; come un paradosso al quale ancora oggi cerco di dare una risposta, la mia stabilità si nutriva d’alienazione. Godevo del mio sentirmi inferiore, come avessi bisogno di dare un senso all’impotenza che albergava in ogni più piccolo dettaglio del mio essere attraverso l’accettazione di una conclamata limitatezza. E così ho sempre vissuto, benché per un lungo periodo mi sia imposto di credere il contrario. Saturo della convinzione concepita dalla mia mente, che ero nato per essere un paragone di mediocrità: il leone quale essere temuto ma capace di grande indulgenza e timoroso al cospetto dell’uomo, e l’antilope, creatura d’inaudita ferocia che il cacciatore non può avvicinare se non quand’è rimasta impigliata con le corna nel cespuglio d’erica. Sentivo anch’io quello stesso fuoco interiore, quella rabbia inconsulta e alla stregua dell’innocente mammifero, mi aggiogavo al peccato.

Di fronte all’ineluttabilità dei limiti imposti dalla natura, ho tentato di far tesoro della mia debolezza e volgerne il triste flagello a mio favore. Ma come fare negli anni in cui tutto aveva un gusto appetibile? Come svincolarsi da un’innata pigrizia, e da questa maledetta introversione? L’unica strada che ho saputo intraprendere, senza coercizione, è stato lo stordimento. L’alcol come surrogato all’intraprendenza, capace d’intervenire e scombinare i sensi fino al trascendere di quel dove altri vivono la propria vita senza bisogno d’intossicazione. Quando l’età me lo concesse e l’elusione delle regole apparve come una possibilità legata all’ignoranza dei nostri genitori, non c’era uscita serale in cui non mi ubriacassi con l’intento, camuffato dal bisogno di trovare la felicità, di fuggirmi. Bevendo mi trasformavo. Tutti gli impacci sparivano e un rifiuto da parte di una fanciulla, o un maldestro avvenimento, non avevano alcun peso ma sarebbero evaporati assieme a quei fumi d’audacia costretti dalla tenebra. Il buio aveva il potere di contenere l’ebbrezza in una dimensione che la luce del giorno avrebbe poi spazzato via.

La felicità passava dunque attraverso lo stordimento, e di questa mia inclinazione sentivo di non avere niente di cui vergognarmi. Guardandomi attorno vedevo solo persone accondiscendenti e il più delle volte, ammirate dalla sregolatezza. Non c’era avventura; la definizione si legava all’arte dell’arrangiarsi e il flagello diveniva legittimo. Molti anni dopo l’episodio del cinema, i genitori non avevano più alcun controllo su di noi. Demotivati com’erano dal periodo appena trascorso, mostravano la propria rassegnazione come in balìa di venti incontrollabili. Accettavano le nostre vaghe garanzie; così, senza alcun riguardo per le vecchie imposizioni stabilite da nostro padre, rientravamo all’alba colmi d’euforia e incapaci di ogni controllo sui nostri corpi traballanti. Per quanto dominasse un’ignoranza inammissibile, sorge il tragico sospetto che la vera ragione di quel distacco potesse essere l’indifferenza. Quel disamore accettato di buon grado da entrambe le parti, tale da divenire estraneità per cui nessuno sente il bisogno di sostenersi a vicenda. Necessità affievolite, sia l’una che l’altra, seguono l’istinto d’indipendenza che al termine si annullerà con gli anni per assistere al riacutizzarsi dell’affetto genitoriale in procinto della fine. Pensiero disgraziato; va da sé la fine di questa mia storia senza speranza, ma avrei forse dovuto nasconderlo ancora?

L’estraneità tra noi fu comunque un bene. Avevo passato tutti quegli anni  brancolando tra mille paure e ciò mi rendeva libero. La consapevolezza che gran parte di quelle costrizioni provenissero dal mio stesso pensiero sarebbe giunta molti anni dopo e in quel momento il silenzio fu interpretato alla stregua di un paradosso che permetteva la vicinanza. Come avevo sempre creduto e forse sognato, l’indolenza dei nostri genitori sembrava la più grande aspirazione cui volgere per godere le gioie della giovinezza. Com’erano amabili quando si disinteressavano dei propri figli lasciandoli errare nelle fredde notti invernali, senza curarsi che in quell’oscurità potesse celarsi lo spettro di un futuro nero. Tutto mi appariva come un vincolo e potersi staccare dalle regole, dava senso al sentimento di costrizione. Non sapevo cosa fosse a generarlo, ma ero certo che i miei genitori, e in particolare mio padre, coi suoi silenzi terribili e lo sguardo amareggiato quasi fosse un presagio, ne fossero la causa.

La ribellione pulsava imbrigliata nella pelle. Il contatto con le persone la faceva vibrare, diveniva furente quand’esse rappresentavano l’opposizione ai miei istinti e poi ancora alle necessità. Mi aspettavo che tutti lo capissero; c’erano passati, come potevano mostrarsi tanto insensibili? Perché fingere ancora che tutto andasse per il verso giusto e non fosse invece necessario darne libero sfogo sciogliendo ogni catena domestica? Tutte queste domande mi affollavano la testa e la rabbia, saliva gorgogliando nel magma della masturbazione a buon mercato. Il fatto che da un momento all’altro mio padre e mia madre avessero smesso d’interessarsi a noi fu una conquista tale che in questo mio sfiorire illumina la verità di una possibile condanna.

Mio fratello, invece, aveva conquistato la sua libertà molto prima di me. Per mio padre era un uomo quando ancora non sapeva legarsi le scarpe, figuriamoci dopo. La mamma viveva la propria malinconia in modo assiduo caldeggiando il bisogno di nutrirsi di quella stessa infelicità. Aveva ripudiato la scelta di sposare nostro padre a tal punto che pur di non scervellarsi nel grande disastro, si cullava nel pensiero di quanto disperate fossero le nostre vite. Con certi presupposti la via di fuga è sbarrata da una porta di silenzio che a casa nostra, da un certo punto in poi, prese a regnare. Ma il silenzio era per me una melodia dolce. Si aprivano le porte della tranquillità interiore e la mia mente, prim’ancora che tutto questo divenisse un istinto letterario, si divertiva a navigare nei sogni, immaginando chissà quale diverso destino. In seguito tutto si sarebbe sgretolato dalle perdite: la mamma in un tempo precoce, Lisa quando il nostro amore infuriava rendendolo eterno e inaspettatamente, la più violenta delle verità, la vecchiaia del babbo, l’abbandono di Lorenzo… La solitudine.

Sebbene tra noi si fosse instaurata una distanza incolmabile, gli scontri andarono intensificandosi più o meno col desiderio da parte mia di fare scelte definitive. Mi aggrappavo alla certezza che tutto fosse dipeso da lui: che la colpa di questa immane diversità fosse il frutto del suo odio per me, ma il giorno in cui lo guardai scoprendolo vecchio e stanco, sentii una pena affettiva che solamente un amore incontenibile può generare. Sconcertato, provai orrore per ciò che nasceva nel mio cuore: quell’inattesa tenerezza indirizzata a colui che avevo assunto, senza sconti di pena, quale cardine dell’infelicità familiare, mi colse del tutto impreparato. In seguito avrei capito che ciò era stato possibile a causa di altri drammi che avevano risvegliato talune aperture d’indulgenza mostrandomi gli errori altrui come obbrobri verso chi gli commette prim’ancora che verso chi li subisce, nient’altro dunque che una patetica autodifesa attraverso il perdono. Vedere quell’uomo così stanco e dai passi incerti, ferito dall’abbandono dei sensi, muoversi come un lento fantasma tra le stanze di una casa vuota e silenziosa come la fine, mi scosse a tal punto che un giorno intero ne piansi racchiuso nel mio appartamento. Per quanto tentassi di scacciare tale pena, riportando alla memoria quelle circostanze infinite che me lo avevano fatto odiare, esse mi tornavano alla mente prive del loro carico di disamore. Le immagini di quella efferatezza passata non conciliavano più col corpo che avevo davanti e nonostante l’impegno, tutto sfumò nella certezza che il perdono, per quanto respinto, sarebbe stato l’unica salvezza.

Si verificò nella mia vita un inatteso paradosso. L’uomo a cui imputavo gran parte dei miei mali era adesso così indifeso che continuare a odiarlo m’avrebbe procurato solamente altro dolore. Con la resa delle armi disciolte in purezza, cancellare il passato rendendosi conto che alla fine non ci sarebbe stata condanna più cruenta che sopravvivere a tutti fino a quella stanchezza maligna, che una pena così grande non l’avrei più provata per nessuno. Quale condanna può ritenersi altrettanto crudele?

Ho cercato di trarne i miei insegnamenti. Sebbene l’amore per Lisa fosse stato preminente e la sua morte l’avesse posta in un’eternità dalla quale non sarebbe più scesa, l’averglielo potuto dimostrare mi parve un raro privilegio. Ma i favori della vita sono ovunque, basta imparare a riconoscerli nel loro aspetto talvolta camuffato da dispiaceri. Non si tratta di prove, ma di abbagli che ci tengono in vita. Più la nostra storia si dimostrerà svantaggiosa, maggiormente sarà importante riconoscerli per non soccombere a essi. Non esiste alcuna premeditazione del fato; rappresentano, invece, l’occasione per non crollare sotto le macerie della sofferenza.

 

 

VI

 

 

In questa stanza senza luce né gioia, nella quale mi sono rinchiuso per scrivere quelle che immaginavo potessero essere memorie, scopro invece che si tratta di lamenti. Quando percepisci lo scorrere del tempo e riconosci la giovinezza come qualcosa che più non ti appartiene, sopraggiunge il tempo della riflessione. Gli spiriti del passato arrivano trascinati da un oceano pensante. Privo di ogni fantasia letteraria questo fluido viscoso mi avvolge, concepito dalla continuazione in cui ondeggio, trasportato da correnti incontrollabili al mio volere ne assecondo il movimento. Dal modo in cui gli altri mi guardano capisco di non farne più parte. Illusi di poterle dominare, giacciono inermi additandomi come fossi un corpo estraneo al moto ondoso della vita; come un tronco senza linfa abbandonato sulla loro superficie: un peso morto alla deriva. La mia vista ne sconvolge la quiete ponendoli al cospetto di una diversità inaccettabile, mi rivedo così, tanto tempo fa…

La speranza resta un traguardo. Segna la nostra integrità con una serie di lenti passaggi ai quali dobbiamo, inevitabilmente, sottostare. Ciò che appariva definitivo negli anni delle grandi illusioni, un bel giorno svanisce senza lasciare traccia se non un quieto senso di disagio destinato a permeare gli aspetti più vitali della socialità. Reduce dallo sforzo per superare il distacco dalla gioventù, nel momento in cui la nebbia si dirada rivelando coloro i quali hanno perduto la propria fierezza e non esistono più nella forma che avevamo immaginato, mi resi conto di farne parte a mia volta. Una rivelazione orribile mi attendeva; scoprii di aver superato il confine dei giorni bianchi in un tumultuoso raduno di vivacità. Circondato da musica e balli promettenti, intuii che quello sfreno un tempo lecito era diventato innaturale, volutamente ostentato, e se fino a un attimo prima non avevo dato peso alla decadenza giacché incapace di comprenderla, adesso tutto mi appariva in modo nitido. Nei capelli radi, nel colletto dentale scoperto, nell’acquosità inspiegabile degli occhi… Di colpo la giovinezza era svanita e le persone della generazione che ci aveva condotti in questo inganno di eternità, si spengevano attorno a me come candele esposte al vento del rinnovamento. Prim’ancora che avessero finito di bruciare la propria cera le avrebbe spazzate via, lontano da tutto… lontano da noi.

Il giorno in cui capii d’aver raggiunto l’inatteso traguardo mi trovavo in un locale di Firenze dove sovente rivendicavo il mio diritto all’annullamento. Sebbene da tempo avessi intuito che qualcosa attorno a me stava cambiando, fino a quel momento non ero stato in grado di scorgere alcuna linea di separazione che potesse giustificare il disagio interiore. Nel tentativo di rendere meno distante la serata bevvi molto, al punto che l’ebbrezza mi restituì concentrato nel caos dell’aggregazione. Una socialità netta, resa possibile dal distacco e dallo svincolo inibitorio che per quanto indotto, contribuiva alla creazione di una rete di rapporti che altrimenti non avrebbero visto la luce. Il primo stadio era sempre così: la coscienza acutizzata, la scena davanti agli occhi, la decisione a portata di mano in un frammento di tempo destinato a mutare nell’attimo d’indecisione. Per quanto continuassi a bere, sperando di travalicare la bruttezza del mio essere nel presente, ebbi la sensazione che anche questo effimero abbandono mi fosse precluso e, per la prima volta, capii d’esser fuori luogo. La non appartenenza era giunta. In tante situazioni diverse si era affacciata sotto mentite spoglie prima di manifestarsi pubblicamente. Siamo dunque noi, laddove eravamo altri; siamo sempre e comunque noi stessi nell’istante preciso, quello di una nostra unica vita, ma nel contesto sbagliato finanche questo dovesse rivelarsi il medesimo dei giorni trascorsi.

Incapacitato a qualsiasi forma di opposizione mi sarei dovuto rassegnare accettandola una volta per tutte. Ma si può abbandonare il dolce miele della gioventù dopo averla vissuta, continuando a ricercarne i piaceri a discapito della nostra reputazione? Lisa poi, non era ancora lì davanti a me, bella e giovane come quando ci eravamo detti addio? Il pensiero d’invecchiare divenne orribile e nei giorni successivi fui pervaso dal terrore dell’emarginazione che fino a quel momento non m’aveva neppure sfiorato. Era l’ennesima sfida pregna di orrore che avrei dovuto superare, giacché quello della morte ci sovrasta come un monito oscuro del quale non riusciamo a sbarazzarci. L’isolamento è un panico contemplato soltanto quando realizziamo lo scorrere del tempo. Il racconto lascia un marchio indelebile. Un assordante ronzio mi avvolgeva; esplosioni di sensi allertati dalla paura e un movimento frenetico inguainava il desiderio di fuggire. In ogni molecola di questa cartolina raccapricciante, nel mio più grande disagio, nel sentore di esistere davvero fino ad allora sopito dall’ignoranza, una donna poco più giovane di me confuse quell’inquietudine per fascino. Imbambolato come uno sciocco non potei far altro che notare le sue scarpe. Il mondo dispiegava nuovi orizzonti al mio intelletto. Rosse come il sangue caldo che scorre con forza nelle arterie inviolate. La scoperta di aver travalicato la stagione più bella si fondeva adesso nello spostamento prospettico del dettaglio, dando un senso a quell’inatteso eccesso di apparenza che sempre avevo respinto per allontanare da me l’attenzione. Lei non si accorse di niente, non tradiva l’ombra della preoccupazione e la mia sorte estranea ne faceva una preda inerme.

Aveva gli occhi scuri e i denti storti. Il naso leggermente arcuato e i seni prosperosi che strabordavano dal decolté con una tale impudicizia da catalizzare l’attenzione dei presenti. In circostanze diverse non le avrei rivolto parola: quel suo eccesso di orpelli m’imbarazzava e così la risata indecente che ne mostrava lo sconquassamento dentale. Le mani tozze e malcurate lasciavano presagire che, all’abbandono di quelle scarpe, nello spoglio di sé prima di concedersi, non avrebbe appagato altrettanto i miei appetiti feticistici. L’unica attrattiva risiedeva ormai nella scoperta. Ciò che mi spingeva a farle delle avances si poteva interpretare come un gioco figlio del dolore, scaturito dal bisogno impellente di rifuggire una verità obbrobriosa. Trascinando le ossa malferme nella lussuria, schiavo del terrore e spronato da una creatività manifesta nell’abbandono inibitorio come avveniva quando non c’era interesse per l’avvenire, mi dedicai alla fanciulla fino a quando non acconsentì a trasferirsi a casa mia.

Abitavo a Prato, in un complesso popolato da stranieri e gente che come me aveva bisogno di un tetto sulla testa che non rappresentasse il baratro delle finanze. Ella aveva il fiato caldo e sgradevole. Irriverente si faceva strada tra i denti storti alla ricerca dei miei recettori olfattivi che già respingevano la scelta di proseguire la serata assieme. Ci sedemmo sul divano e mentre lei si rilassava mostrandosi a proprio agio più di quanto non lo fossi io, bevvi un lungo sorso della birra calda che mi aveva regalato un amico il giorno del trasloco. In breve non fui più in grado di capire se il desiderio di vomitare provenisse dall’alcol ingerito precedentemente o dall’alito di lei. Sorridente e spiacevole nel dialogo. Tutto quello che odiavo in me si ripeteva adesso nella figura che avevo davanti. Immaginai che la cosa dovesse essere reciproca, tanto che in un barlume d’indulgenza ne provai ammirazione, e poi profonda pena, per come il suo desiderio di compagnia le facesse superare il disgusto reciproco dei nostri corpi.

Ma cosa eravamo adesso? Non più giovani ma neppure vecchi, liberi nel mezzo delle nostre vite e incatenati all’assenza di definizione: eravamo il nulla, e quell’afrore d’una perduta giovinezza era lì per ricordarcelo in ogni momento senza alcuna remora. Il ricordo di Lisa si ripeteva in continuazione; il suo volto immutabile, fossilizzato nell’eterna giovinezza in cui la morte l’aveva relegata, faceva sì che tutto quello che mi circondava perdesse di significato. Non desideravo recuperare gli anni perduti nel suo ricordo, ma era lei che volevo accanto a me, e non c’era corpo che potesse attenuare questa immane sofferenza, questa perpetua esplosione di pezzi che soltanto la solitudine aveva il potere di rimettere assieme. Non esistevano parole in grado di scuotermi se non quelle trascritte dalla sua mano resa tremolante dalla malattia, per dimostrare che tutto era racchiuso in quel presente ormai lontano, fatto della più ambiziosa sofferenza e del più innaturale dolore per l’annunciata perdita. Io, che ancora ignoravo il futuro ma ero in grado di comprenderne le avvisaglie dai suoi occhi, avevo deciso da tempo di votarmi a lei concedendole ogni granello del mio affetto che mai più avrei raggiunto, per consolarla in quest’incubo senza risveglio. Cospargere un altro essere con quella forza che istintivamente custodiamo per paura delle conseguenze sul nostro quieto vivere, segna per sempre il resto della nostra esistenza e la percezione stessa delle cose che ci circondano in un continuo alternarsi di scelte inconsce confutate dalla volontà. Sebbene la giovinezza fosse un bene prezioso, scegliere di comprometterne i benefici donandomi a chi aveva saputo penetrarmi fu la scelta più naturale. Solo così si possono raggiungere vette che in vita non agogno di rivederne la cima senza di lei. Una gioia e una complicità inesprimibili, tali da farmi provare pena per coloro i quali mi osservano alla stregua di una sciagura. Ma io non vorrei altro. Mi nutro di questo silenzio che avvolge il mio vivere, del risultato di questa sincerità raggiunta, di questo nostro affetto, del bene che in mezzo alla tempesta siamo riusciti a scambiarci per quel poco tempo che ci è stato dato da vivere insieme, nella brevità dell’umana esistenza e che m’appare un dono inspiegabile ancora oggi.

In questo vortice d’amore e disperazione, la donna dalle scarpe rosse assunse i toni di un ostacolo alla liberazione del dolore. Un flebile tentativo della mia interiorità di aprirsi al passato: ma a cosa sarebbe servito, se il presente era fatto di esso? Il colore stuprava la dolcezza dei miei ricordi, fu pertanto di una scelta obbligata chiudere lì la questione: pregarla di rimettersi i calzari e andarsene rappresentava l’inizio del futuro isolamento. La completa ibernazione dei sentimenti appariva come l’unica soluzione, un esperimento di morte interiore e apprezzamento del disastro, solo così tutto il resto avrebbe avuto senso. L’unico modo per non dolermi della sterile consistenza dei miei sentimenti era precludermi a essi, sconfinare oltre l’essere verso l’oggetto. Si aprivano una serie di scenari catastrofici, suggestioni dettate da un ultimo filamento di speranza dorata, brillante al richiamo della luce ma freddo come il metallo. Acquisire attraverso la follia una dannata prospettiva. Fuggire dalla realtà lasciandosi alle spalle un passato scomodo, un’esperienza terribile ma vera; ossessiva e dolce… Una cospirazione di sentimenti.

Molti anni dopo la vita divenne un libro illustrato. I miei genitori, Lorenzo; quanto c’era di biasimevole che comprendeva la loro presenza si ripeteva in fotogrammi continui. L’immagine di Lisa era l’unico vincolo sentimentale. Integro come il rifiuto per tutto il resto, sovrastato da qualcosa in grado di offuscarne la forma. Nella completa solitudine e nella perdita di ogni speranza presero forma le emozioni. Scoprii che c’era tutto un mondo di sensazioni legate al passato pronto a riaffiorare che per qualche motivo il mio pensiero aveva riportato in vita. Ero così confuso che tutto mi appariva avvolto da una nube purpurea. Niente sarebbe stato più come prima. Avevo vissuto gli ultimi anni perpetrando l’inconcludenza di cui mi ero fatto paladino. Un giovane intrappolato nel corpo di un adulto a causa di una serie di coincidenze che spingevano i miei ricordi lontani dal presente.

Ma la vita può consumarsi in un giorno? Può l’esistenza ripetersi con armonia mentre tutto attorno a noi muta? Chiedersi dove tutto ciò mi avrebbe condotto assumeva i connotati di una condanna. Cosa avrebbe potuto salvarmi, se non ciò che era stato prima? In fondo conoscevo la felicità, avevo sfiorato la possibilità di una famiglia tutta mia e questo vuoto era tanto inconcepibile che ancora oggi provo un terrore profondo nella sua rivelazione. Un paradosso proporzionale che ordinava lo stato d’animo: l’illusione stava alla vita come la solitudine alla comprensione. Più si è convinti di vivere un’esistenza appagante, più ci si illude che tutto ciò non debba mai finire; riflettendo su tali aspetti, attorno a noi si espanderà il vuoto.

D’altronde non esiste una ricetta universale. Ho sperato e mi sono illuso di poter spostare il crollo al margine dei miei giorni: che non sia davvero auspicabile la consapevolezza di sé? Lorenzo ha vissuto privo dell’assillo di tutto ciò, e sebbene ritenga per molte ragioni la sua esistenza un cumulo di sfioramenti inconsistenti, non posso negare di aver provato invidia nei suoi confronti più di una volta. Per il suo modo di non essere forse, a dispetto del mio di non esserci. Mio fratello ha rappresentato la giovinezza, la più alta ambizione, un fantasma generato dal pensiero ormonale che allo stesso tempo si alienava, di una violenza carnale, dalla diversità che ci teneva uniti. Vedere il suo successo contribuiva a lenire il mio disagio per questa natura che tentava di opporsi all’integrazione. Se non si gode dell’appartenenza in gioventù o non si mira a essa, quando sarebbe giusto farlo? Ma tendervi e viverla con naturalezza sono due cose ben diverse. La falsificazione ha un prezzo troppo alto. Poi gli anni passano, gli amici si fanno altri amici e poi altri ancora. Molte persone attorno a noi cambiano, non sono più come le avevamo conosciute, e così noi per loro. Si creano altre vite; sfuggono da ciò che rappresenta nelle loro menti il passato minaccioso per questioni irrisolte, di un tempo che non tornerà e che identifichiamo nei volti, talvolta, come sferzate di un dolore incontrastabile.

Dio solo sa se non vorrei fuggire da questa giovinezza interiore. Vivo aggrappato al ricordo di lei pur sapendo che ciò non troverà appagamento. Un addio prematuro sancisce l’amore, unico baluardo rimasto all’uomo che intende innalzare la tragedia al vanto della poesia. Un lento riprodursi di frammenti di memoria. Fugare ogni dubbio, ritrovare la pace, scorgere le cause nascoste che hanno condotto a quel preciso istante. Se si ha la forza di non credere alle coincidenze, si può intuire che l’attimo del pensiero non è altro che il protrarsi ondoso di mille singolarità. Come se la vita si arrotolasse in spire concentriche che nel compiersi perpetuo appesantiscono l’animo ma allo stesso tempo costruiscono l’essere, che rimane un foro attraverso il quale il mondo ci appare limitato e deforme, talvolta privo di ogni sostanza attorno a sé.

Mentre le scarpe rosse si allontanavano dalla mia vista, lo sguardo s’innalzava per scorgere ancora quella tenera estate del diploma di tanti anni prima, accarezzando la voluttà intraprendente dei nostri giovani corpi odoranti di mare.

Tutto ruotava attorno al mio astro di speranze. Ero l’essere più sciocco che abbia mai conosciuto; un dolce fremito mi percorre adesso per quelle immagini, sul bagliore della luce, sui suoni attorno a me. Come i lampi geometrici di un caleidoscopio, tutto si confonde in figure scomposte ma piene di gioia in grado di darmi una felicità incondizionata, per poi mutare al respiro successivo nella malinconia più deprimente. La mamma era ancora tra noi e Lisa viveva una propria esistenza fatta di speranze e prematuri amori, lontana dal male cui era destinata e perfino da me. Il sole dell’estate e l’aria di mare stimolavano senza sosta la linfa di cui eravamo imbevuti. Le secrezioni appagavano i nostri sensi spronandoci al desiderio di possesso. Non c’era sera in cui non cercassimo la conferma del nostro virgulto attraverso conquiste annebbiate, celate dalla notte e da quel senso di onnipotenza che ci faceva sentire protetti e inappagati fino allo sfinimento. Non m’interessa riproporre ciò che era ma ciò che risulta essere adesso. Il suo sentore lontano nel tempo privo di nostalgia ma colmo di incredulità per quanto tutto ciò mi fosse estraneo. Una vita biologica superiore al proprio virgulto. La sua natura, qualora il destino si dimostrasse favorevole, garantirebbe il tempo per comprendere la spinta al possesso sia esso legato alla supremazia fisica che intellettuale; l’imposizione di sé in una prospettiva svincolata da qualsiasi istinto di conservazione e più umana, in questo assurdo, di qualsiasi altra cosa.

Nell’estate meravigliosa in cui le raccomandazioni materne avevano il peso gioioso di un’imposizione cui ribellarsi, il sesso divenne il metodo. Scoprire corpi sempre nuovi, ognuno col proprio odore generato dalla scelta di norma e abitudini, dava ogni volta una spinta incontenibile all’entusiasmo. L’alcol svolgeva un ruolo fondamentale in qualsiasi relazione quindi l’atto di uscire presto la sera, per stravolgersi il prima possibile, custodiva la ritualità del mio desiderio d’affermazione. Nell’ebbrezza cercavo conferme e tutto acquisiva un valore diverso mano a mano che la mente allentava i freni.

Deformati dalla percezione alterata, gli altri divenivano spettatori di questo mio lento movimento offuscato. Era per tutti uguale: orde di ombre votate alla felicità si muovevano su un palcoscenico traballante di corpi senzienti, colmi di desiderio, affranti dalle umiliazioni e pronti alla violenza. Superato un certo orario spariva ogni pudore, la mente non possedeva alcuna attrattiva di fronte al richiamo del sesso.

Una sera stavo bevendo parecchio e attorno a noi sfilava la solita schiera di adolescenti in vacanza. Portavo i capelli corti e fumavo accompagnando ogni tiro di sigaretta con un sorso di birra giacché, alla stregua di un Martin Eden meno riflessivo, non riuscivo a stare tra le persone senza un impiego lesivo tra le mani. Mi attiravano i volti, tutto il resto era stimolato dall’epidermide offerta in contemplazione. Quando i sensi si scioglievano nell’alcol la lussuria prendeva il sopravvento, mi rendeva irrequieto: offuscava la timidezza abbassando la resistenza.

Ogni cosa si reggeva su equilibri imposti dalla natura. Rituali ispirati dall’evoluzione: un ruggito, una danza, l’apertura di una coda variopinta, basavano il proprio potere sull’emulazione di un modello fantasioso. Gestire il fascino come una macchinazione eretta sull’inganno, ricreando qualcosa senza legami con l’universo biologico bensì con l’esibizione della vanità, infatti, fumavano tutti. Era un obbligo che se non assecondato avrebbe comportato l’emarginazione da quell’appartenenza pirandelliana. Del resto, il male fa molto affidamento sull’essere umano in età prematura, in esso riconosce la debolezza indotta dalla necessità di partecipare all’azione.

La sera prima avevo conosciuto una ragazza. C’era una piazzetta nella quale i giovani si ritrovavano a fine serata per terminare le energie residue. Reso invulnerabile dallo stordimento, l’insicurezza svaniva e all’apice della perdizione in quel labile confine tra euforia e perdita di coscienza nella quale ogni approccio mi veniva facile. Mostravo di me un lato oscuro. Una risoluzione estranea alla mia natura, pur tuttavia peculiare, ricca di idee, racchiusa nella naturalezza quotidiana in una bolla d’indecisione. Mi liberavo e si apriva la possibilità d’interagire con una spinta emotiva forte. Svaniva la tensione del fallimento, i sensi si acuivano dandomi la possibilità di comprendere, senza l’assillo di mille domande, quali fossero le intenzioni degli altri. A questo mi avvicinavo sempre, forse mostrando una dote non comune, frutto del timore latente, godibile soltanto in uno stato di criticità confusionale.

Seppur minacciato da una natura che tentava di irrompere, essere cosciente di questa propensione mi liberò. In certi frangenti diventavo abile come mio padre, la finzione veniva naturale e la realtà smetteva di esistere trasformandosi in scelta. Era vero tutto ciò ch’io ritenevo giusto che lo fosse, almeno fino a quando non svanivano gli effetti della sbornia e gli spettri di una sporca coscienza tornavano a farsi vivi.

Ce ne andammo in direzione del mare. Non c’era luna e sulla spiaggia estesa, il buio contrastava con le sagome dei patini ritagliate dal riverbero delle lampare in lontanaza. Qua e là si sentivano i bisbigli sommessi delle coppiette nascoste e anche noi ci appartammo vicino a un pedalò spiaggiato. Il rumore della risacca avvolgeva tutto di una poesia senza tregua mentre l’aria fresca mi scorreva sul petto ancora inviolato dalla peluria cagnesca che negli anni successivi m’avrebbe rivestito. Volevo assaporare il peccato. Intuii che la ragazza era disposta a cedere così ci spogliammo: io con la fretta di chi non sa resistere alla pulsione, lei con la calma di chi già conosce il destino di un tale abbandono. Trascinati dalla passione incerta dei nostri corpi sconosciuti, le mie mani cominciarono a frugare in posti fino ad allora soltanto immaginati. Sentivo il sesso di lei costretto tra i pantaloncini attillati, non cera alcun riguardo in quella mia esplorazione e i suoi gemiti sommessi mi spingevano ad addentrarmi senza premura.

Di fatto stavo cercando me; lunghi mesi di pulsioni sembravano in procinto di trovare il proprio sfogo. Non c’era dialogo, né speranza di prosecuzione preclusa prim’ancora del suo palesarsi, dal modo in cui furtivi e silenziosi ci saremmo allontanati. Un desiderio reciproco, scaturito da un contatto di pochi istanti la sera prima: la rivelazione del potere di uno sguardo tra perfetti sconosciuti. Nessun sentimento, né affetto; soltanto chimica fredda e ricercata, riconducibile ancora una volta alla natura, di quella parte vitale in cui sono ancora gli istinti a dominare il comportamento e non lo spirito. In questa perpetua alternanza tra presente e passato, nel tentativo di ritrovare qualcosa di quel tempo e dargli un senso come fosse la causa degli attuali dolori, mi sembra di assistere all’oscillazione: da un lato concreto e implacabile, dall’altro leggero e inconsistente. La parte spirituale brama di liberare l’istinto per comprendere cosa ne sarebbe stato di noi nel caso in cui ci fosse stata una mescolanza prematura tra i due. Un ricondursi infinito al mio amore per lei che, vivendolo, ho ignorato nell’abbaglio di tutto ciò che viene dato per scontato. Il punto d’intersezione è coinciso infine con la morte di Lisa che andandosene, ha portato con sé una parte di quell’istinto per non soccombere al peso della disperazione.

I sensi di colpa cercavano la propria estinzione negli ultimi vagiti di gioventù, nel momento stesso in cui le due cose hanno coinciso. In seguito, tutto si è definitivamente riversato nella fisicità del corpo, dissolvendolo.

L’anima sembra dunque possedere un peso, una gravità fisica che aumenta col passare del tempo, piegandomi a essa nel gesto prima e nel comportamento poi. Qualsiasi sia la sostanza che la costituisce sembra essere l’unione di tutto, sia esso il bene, che la violenza più efferata. Accogliendo la sofferenza si dischiudono gli occhi verso orizzonti fino a quel momento irraggiungibili, velati dall’invulnerabilità dell’esistenza organica nella ragione incontaminata dal dolore. Non sarà la nostra mente avvelenata a dargli un senso più alto di quello che hanno davvero. Quand’ero imbrigliato nell’austerità familiare, cullavo la certezza che tutti gli altri avessero genitori meno rigidi, più amorevoli dei miei, e per questo maggiormente desiderabili.

Ma ancora tutto questo non aveva rilevanza per quel giovane che, al riparo di una vecchia imbarcazione cadente, si stava calando nel proprio ruolo. Le corse in bicicletta sulla collina di Sommaia erano ormai un ricordo lontano. Riposte in un luogo dal quale non sarebbero riemerse che molti anni dopo, nell’uomo sfiorito e colmo di una malinconia pregna d’ispirazione, come se i ricordi divenissero un approvvigionamento cui attingere per non subire l’ingiuria del tempo. Immagini di un trascorso dissolto, definite dall’irrequietezza di uno stato d’animo alterato, cariche di una valenza superiore al loro stesso apparire. Quadri di una vita in cui il destino assume le sembianze di un’esigenza: la necessità di dar loro un significato differente dal reale. Riconoscere, finalmente, quanto inaccettabile siano le insulsaggini di tutta una vita. Momenti di un vissuto che si ripete, innalzati alla gloria come trofei da esibire nel tentativo d’identificare se stessi. Narrati, enfatizzati con la speranza di destare negli altri un interesse che giunge soltanto nell’attimo in cui, a sua volta, l’ascoltatore sente irrompere il desiderio del confronto, e con esso la necessità di affermarsi con altre immagini, di un passato compiuto.

Se esistere si riduce all’appagamento individuale, esso trova la sua ispirazione quando gli istinti si oscurano per far posto ai sogni. La maggior parte di noi, ricoperti da una melma lezza, non riesce ad accettare questa transizione. Restiamo aggrappati con forza a quel giovane inesperto che sulla sabbia di un’estate lontana, si ritrova avvinghiato a una fanciulla consenziente. Ma quella creatura non c’è più, è svanita, e con essa la spensieratezza che fungeva da legante col corpo lasciandosi alle spalle un tunnel tra le due condizioni naturali dell’essere. Se però non si attraversa per accedere alla via della verità, sia essa scabrosa o disperata, egli è destinato ad esistere solo in parte. Una vita d’incertezza, senza alcuno scopo se non l’accumulo di materiale destinato a rimanere oltre il nostro passaggio, quale unica testimonianza di “cose che siamo”. Il modello acquisito. L’umanità di oggetti la cui ostentazione rappresenta lo spettacolo stabile di noi, immobili nella contemplazione dell’orizzonte di tutta una vita, cui tendiamo mentre ciò che è materiale viene risucchiato, lasciando intatta soltanto la prospettiva dell’accaduto.

Sebbene portatori di una spiritualità condizionata dalle avances cui nessuno sfugge, i giovani sono fatti di una sostanza che non rivela differenze: nessuna iperbole di pensiero, né bassezza di concetto. Vulnerabili subiscono il fascino della spinta sociale alla quale l’essere non sa resistere. Per farlo è necessario annullare la propria identità attraverso la solitudine. L’emarginazione crea il vuoto civico e l’affollamento interiore getta le basi per contemplare quell’orizzonte di felicità, giacché svelato, è divenuto irraggiungibile.

Nell’atto sessuale di quel giorno, invece, ebbi l’impressione che vi fosse una gaiezza piena di significati nascosti. Poco importava se alla fine dei nostri appagamenti entrambi ripercorremmo la via con qualcosa di cui vantarsi e già dimentichi l’uno dell’altra. Il giorno successivo lei sarebbe ripartita mentre io, custode di un sentimento che mi spingeva a credere di aver oltrepassato una linea fondamentale, percepivo una più alta eleganza di me. Penetrato, in una dimensione nuova in cui ogni timore era stato spazzato via dall’atto, non c’era più niente che potesse spaventarmi: cosa aveva Lorenzo più di me, adesso che anch’io ero stato appagato dall’amplesso? Quando lo trovai abbarbicato con una tizia che frequentava più o meno dal giorno del nostro arrivo, non esitai a distoglierlo dai suoi impegni per raccontargli l’accaduto.

Le gradinate brulicavano di ragazzi assonnati. La natura romantica prendeva a farsi strada nel bisogno impellente di pavoneggiarmi. Nasceva il desiderio d’incontrarla ancora, non più dettato dal sesso ma dalla necessità di guardarla per capire chi fosse. Seppur di comune accordo, il nostro scambio era stato puramente carnale. Fugace e chiuso nell’atto in cui si esprimono i valori di un’intera stagione, non mi aveva lasciato nient’altro che un grande stordimento. Per quanto ci provassi da mesi oramai, con una dottrina tale che l’autoconvincimento aveva finito per ingannare la realtà, diventavo ciò cui ambivo soltanto da ubriaco. Non riuscivo a liberarmi da una natura ostacolante e ogniqualvolta gli effetti dell’ebbrezza svanivano, provavo un senso di vuoto che rivelava ciò che ero davvero. Mi raggiungeva un violento senso di colpa. Per anni ho creduto che fosse generato dalla perdita di controllo, tuttavia la verità era un’altra. Mi punivo per essermi tradito nei momenti più belli e importanti; come il primo rapporto sessuale, in cui l’alterego gestito dallo stordimento si prendeva il merito del successo. Lo stesso è stato per altri cento, mille e chissà quanti episodi fondamentali in cui al risveglio, camuffando tutto dietro un tendaggio d’ironia, dovevo sorbirmi le lamentele di una coscienza tradita. Ciò che ero, carico di contraddizioni e paure, si opponeva a quello che invece avrei voluto essere.

L’unico modo per oltrepassare i limiti caratteriali era mentire, proprio come aveva sempre fatto mio padre. Non di menzogne che prevedevano l’invenzione letteraria, ma di finzioni. Mostrare sicurezza, ostentare fiducia nei mezzi di cui disponevo e palesare una certa arroganza fatta della mediocrità richiesta. Segretamente leggevo. Scoprivo cose, davo una risposta, seppur superficiale, alle domande che m’affollavano la mente attraverso l’arroganza di credermi autodidatta. Era il gusto la mia guida, e così avrebbe dovuto esserlo l’atto creativo: una costante ricerca, una fine indagine estetica verso la comprensione di ciò che altri, per ragioni a me del tutto sconosciute, avevano identificato come tale. Quando il velo dell’integrità cedeva alle lusinghe faustiane, capitava che nella discussione mi scappasse detto qualcosa per cui gli altri avevano reazioni di meraviglia. Uno stupore fatto di sberleffi e mai apprezzato, in grado però di generare quell’imbarazzo come solo una conclamata ignoranza può fare. Lo sconcerto altrui, identificato nell’inettitudine dalla quale m’illudevo di affrancarmi, mi procurava una gioia assassina. Malata come il piacere verso la sofferenza, nel paragone col dolore lontano, di possedere un privilegio tanto effimero da non rendersene conto.

Non c’è impedimento più grande che cogliere il disagio intellettuale negli altri per causa propria. Si condivide la certezza che il fastidio racchiuda un odio meritato. Ci s’immedesima a tal punto che si prova orrore per la sapienza e non si capisce cosa ci spinga alla ricerca di una più alta percezione delle cose, quando gli esseri che ci circondano non chiedono altro che una sordida e ben più gestibile superficialità. Ci si sente in colpa perfino, arrogandosi il diritto di esprimere un pensiero, e a meno che il nostro sapere non sconfini nell’erudizione cui al giorno d’oggi molti sembrano destinati, con la nostra ricerca facciamo danni insanabili, sebbene l’oscena gioia covi sotto le ceneri di questo imbarazzo.

Tutto sembra confermare la teoria per cui non serve conoscere qualcosa se non si è in grado di oltrepassare ciò che ancora appartiene all’umano. La cultura stessa diviene un vanto attraverso il quale far valere un improbabile diritto alla supremazia, destinato a perdersi nel biasimo di chi disprezza con pregiudizio, e tale da generare vergogna ogniqualvolta si viene raggiunti dal dubbio dell’ostentazione, qualora, la conoscenza non sia spinta da un bisogno d’intimo appagamento.

Fu più o meno in quegli anni che scaturì il desiderio d’indagare attraverso la scrittura. Nacque con piacevole stupore, giacché durante tutti gli anni delle scuole avevo assecondato il più totale disinteresse verso qualsiasi attitudine. Non so se esistesse già sotto le ceneri della pigrizia, o se invece sia stato un evento ignoto a scatenare questo incontrollato bisogno. Nel corso della crescita emotiva, attraverso gli eventi di una vita, la scrittura ha assunto di volta in volta sembianze diverse. Ha assecondato i bisogni, alimentato i sogni, per poi posarsi sopra di me come una fisica necessità.

Tra i ricordi violenti le parole di Watzlawick: “operazione riuscita, paziente deceduto”. Più o meno è ciò che accadde quando mia madre se ne andò. Il responso dei medici fu più o meno questo, sebbene né io né Lorenzo avessimo in quel momento la concentrazione necessaria per recepirlo. Per capire che si trattava di una svolta definitiva bastò l’incontro dei nostri sguardi. Abbandonati alla disperazione cui solo i figli impreparati possono lasciarsi andare, un vortice di immagini ci travolse entrambi.

Ormai maggiorenni, mio fratello e io ci eravamo alternati tra medici e ambulatori per le visite preliminari. Non aveva mai preso la patente per paura di guidare e perfino nei gesti quotidiani la vedevo titubante se doveva montare su una sedia o svolgere mansioni in cui entrava in gioco uno spiraglio di equilibrio. Niente lasciava presagire che da un giorno all’altro, dopo un saluto frettoloso lungo il corridoio che l’avrebbe condotta alla sala operatoria, non le avrei più parlato. E quante cosa lasciava in sospeso quel nostro addio, non ultimo il disastroso rapporto con mio padre che un evento del genere avrebbe invariabilmente congelato nell’attimo stesso del suo verificarsi. Dopo un’attesa snervante di ore, l’equipe medica ci mise al corrente che tutto era andato per il meglio e che l’indomani avremmo potuto vederla. Una volta varcata la soglia di casa però, nonostante il nostro animo fosse sollevato dalle rassicurazioni, una perfida sensazione mi colpì. Non ero pronto neppure per condividere pochi giorni senza di lei, figuriamoci una vita intera. La telefonata che ci chiedeva di tornare al più presto all’ospedale per l’insorgenza di una complicazione giunse poco dopo. Per quanto avessi tentato d’immaginare la sofferenza, immedesimandomi in essa talvolta fino a procurarmi le lacrime senza motivo, apprendere che la mamma non c’era più fu un evento assoluto, come se una cospirazione dal macabro umorismo si fosse presa gioco di noi, per scatenare i più alti livelli di sofferenza interiore.

La ripetizione perpetua dello scontro tra dubbio e realtà. Una continua alternanza tra il distacco e la ripresa, tra l’accettazione dei fatti e l’abbandono alla leggerezza di una menzogna improbabile. La mente si difende senza sosta dalla consapevolezza che tenta di forzarla per accettare la scabrosa verità di una morte biologica, ed è qui che la natura si mostra spogliandosi di ogni orpello. Gli avvenimenti drammatici segnano il confine tra la doppia valenza di cui siamo fatti: una istintiva e l’altra che si oppone a essa attraverso il trascendere. Il primo che tenta di preservare il corpo e l’altro che si adopera per non compromettere la mente. La perfezione giunge dall’equilibrio di queste due cose, l’immanenza in cui le due parti si esprimono avviene quando siamo costretti a misurarci con eventi di difficile narrazione, spesso nella tragedia che vede la morte come risoluzione finale. In esso si scopre la nostra vera natura; se la fuga dal dolore sarà fatta di silenzi e abbandoni avrà prevalso l’istinto; viceversa, se il trasporto si dimostrerà partecipativo, allora l’impulso soccomberà al desiderio di esistere oltre il vanto del corpo. Senza dare inutili giudizi in merito alla preferenza dell’uno o dell’altro, ciò può distinguersi perfino nella medesima persona a distanza di anni e per circostanze analoghe. Col passare del tempo sembra che il corpo si arrenda.

Con la morte di nostra madre il rapporto tra me e Lorenzo si consolidò per ciò che riguardava fisicità dei corpi, ma ci allontanò nel pensiero individuale, mostrando una volta per tutte le innumerevoli differenze tra noi. La notte della veglia funebre, quando il corpo esanime di lei giaceva alle Cappelle del Commiato, dormimmo nuovamente assieme. Il dolore ci spinse a ricercare quel contatto corporeo di cui il sonno eterno priva l’essere. Sentimmo il bisogno di stringerci e piangere la nostra incredulità, mentre l’infantile sentimento dell’amore materno riaffiorava tra i gesti divenuti adulti. Ma era proprio la sofferenza della separazione prematura che ci spingeva a ricercare il contatto della stessa carne da lei generata. Era la ricerca di una sensazione perduta con l’educazione, l’ultimo brandello di un allontanamento che risiedeva in un corpo diverso, di cui avevo la certezza sensoriale perfino in quel triste momento, grazie all’impronta indelebile della maternità. Nostro padre, chiuso nel suo silenzio tra le volute di fumo della sigaretta perennemente accesa, si donava ai visitatori con un’indulgenza del tutto inusuale per lui. La morte lo aveva reso inerme, mostrando quanto fosse indifeso e impreparato a essa perfino più di noi. Quanto in fondo, il suo essere pieno di pregiudizi e così aggressivo verso coloro i quali si mostravano indecisi, nascondesse invece una natura pusillanime. Vedendolo così, sperduto e solo, avrei forse dovuto provarne pena, ma ciò che il mio animo rabbioso e sconsolato riuscì a formulare in quel momento fu soltanto una malcelata indifferenza, come se in me fosse nata la certezza che una tale condanna, seppur destinata a far soffrire tutti, custodisse comunque una spiegazione. Niente che avesse a che fare con la religione o col fatto che dio fosse alla costante ricerca di anime dabbene, quanto piuttosto gli esiti nefasti che avrebbe avuto sulla vita di coloro i quali, votati unicamente al soddisfacimento del proprio egoismo, avrebbero avuto ciò che meritavano. Il destino si costruisce nelle intenzioni prim’ancora che nei gesti, e certo mio padre non aveva fatto niente perché le cose attorno a sé potessero avere esiti positivi.

La rabbia, sopita dall’introversione, si sarebbe manifestata nel rifiuto della sua persona, traghettando il nostro già precario rapporto attraverso un torrente d’odio. Quella stessa avversione che mi avrebbe accompagnato come un’ombra, seppur troppo banale in questa definizione che odora di abuso letterario, alla stregua di un difetto estetico che, nonostante i molteplici tentativi e mille plastiche destinate a mitigarne l’impatto, riaffiora ogni volta abbrutito nella sua essenza. Il tempo allontana il giovane dalla tolleranza. Lo conduce alla perdizione per poi spingerlo nella più cupa disperazione cui solo l’indulgenza può recare sollievo. Ma è proprio in questo assurdo contrapporsi tra il sentimento privo del timore e la malata accondiscendenza che sta il manifestarsi. La paura, il trapasso, la terminazione; sono tutte manifestazioni dell’umano. L’ira ci descrive nella bontà del nostro animo dunque, e si forma, in contrapposizione a quella presunta sensibilità che sentiamo di possedere, ma che tale si mostra nel suo stesso opposto. Il sé potrebbe rivelare contemporaneamente indulgenza e rabbia, miscelati in egual proporzione e affidati a un caso non più condizionato dal comportamento altrui ma da noi stessi.

Così l’odio si esprime molto bene nell’adolescenza. Tale appare la sua perfezione a chi la sta vivendo, che in quel momento riconosce la furia che la sorregge, rimandandone una visione chiara e immutabile nell’attimo stesso in cui essa si manifesta. Il futuro non è più una probabilità ma la concezione distorta degli atteggiamenti altrui. Quello che avviene nel periodo di mezza età è un po’ la stessa cosa, ma con valori completamente dissociati dal passato che, sebbene documentato, ci appare come un sogno inattuabile, sfuocato a tal punto da poter essere considerato, a ragion veduta, una pura illusione.

Nel rapporto con mio padre ho vissuto emozioni contrastanti. La stessa cosa non è avvenuta con Lisa, per la quale posso solo immaginare scenari differenti, pur abbracciando la certezza che se il destino avesse intrapreso una strada diversa, il nostro rapporto non ne sarebbe stato immune. Domina la certezza del nostro amore concesso, mentre il progredire mi risulta inaccettabile più di ogni azione ripetibile nella mia testa, come l’esplosione di pezzi del mio essere vitale, sparsi su livelli di tempo perduti tra visioni inafferrabili. Il paradosso risiede nel fatto che la comprensione di questa molteplicità è la conferma che non c’è salvezza per l’identità soggettiva. Parti di essa si sono unite per sempre alle sensazioni perdute. La conservazione è tutto ciò che rimane, e in esso il ritorno al nostro essere creature senza alcuna grandezza divina, se non la capacità di farsi delle domande.

Molti troveranno da obiettare a questa mia visione catastrofica; perfino Lorenzo, che per simulare la propria umanità s’inventava situazioni in cui ne usciva da eroe. L’identità personale, ovviamente, è finzione allo stato puro. Dinanzi alla crudeltà della vita però non si finge. Il dolore e la sofferenza ci spogliano di ogni artefatto, ponendoci come mio padre, nella condizione di nudità. Anche l’estrema gioia, seppur per una breve frazione di tempo, ci spinge all’onestà giacché sia nell’una che nell’altra circostanza crollano le inibizioni e niente ha più senso, se non la fonte di ciò che ci da credito.

Quando la forza dei sentimenti si manifesta, tutto il resto scompare. Quello che fino a un attimo prima aveva importanza svanisce sciogliendosi nella perdita di controllo, e con esso tutte le cose che svolgono una funzione di facciata. S’intravede la sincerità soltanto nella solitudine, a patto che quest’ultima sia autentica. L’annullamento dev’essere privo di gioia, oscuro, indefinito, e tanto spaventoso da provarne orrore. Deve condurci alla soglia della scelta tra esistenza e distruzione. Una battaglia più sottile. L’eterna lotta tra coscienza e istinto, il continuo tentativo di bilanciare le due componenti che in equilibrio sostengono l’umanità.

Più naturale appare l’atto procreativo nel quale si accavallano gli artifici teatrali dell’essere che proietta la propria mente verso un futuro di vecchiaia e decadenza. In che modo avrei abbracciato un figlio? Ogni interrogativo nuoce alla visione fantastica cui talvolta mi abbandono. Perfino immaginare la mamma che non lo avrebbe potuto conoscere, o Lisa, che non l’avrebbe potuto allevare se il nostro amore avesse dato il frutto prima della sua morte. Pensieri che si accavallano; piovono dall’alto e li osservo disteso su un prato assolato mentre si accumulano in un mucchio sempre più alto dal quale, lentamente, gli ultimi scivolano giù finché la pioggia improvvisa non gli spazzerà via.

Era davvero mia madre che dormiva immobile dentro una bara? Il suo volto privo del soffio vitale la faceva sembrare di cera. Sapere che dietro quelle palpebre chiuse ancora brillavano gli occhi che le avevano mostrato gli orrori del mondo, mi turbò. Non era la fissità a spaventarmi, ma il sapere che tutto quel corpo: le unghie, la lingua, i denti che ancora le aderivano come pochi attimi prima, erano ancora tra noi. In fondo, la morte ci ripone per sempre. Poi, in modo del tutto inatteso, uno sconosciuto prese il coperchio della bara e sorrise con rassegnazione. Ancora non potevo immaginare che da quel giorno in poi non l’avrei più vista. Sentivo l’essere dilaniato dal dolore e oggi so che si trattava, almeno in parte, di una sofferenza legata al bisogno di preservare me stesso. Tutto avveniva quando ancora scorrevano i desideri e troppe erano le cose da perdere per farsi vincere dalla morte.

Una volta seppellita nel piccolo cimitero di San Donato, nella collina dietro casa sulla cui cima domina la chiesa dei nostri sacramenti, tutti fecero ritorno alle proprie abitazioni per dimenticare in fretta. Senza disappunto verso un comportamento ch’io stesso ho assecondato trovandomi dalla parte opposta, l’ovvietà della fuga dal dolore mi riempiva di rabbia. Con le braccia lungo i fianchi e gli sguardi perduti nello stordimento, ricambiavo con sguardi di supplica. Il desiderio inespresso, una richiesta che sentivo vibrare dentro le mie parole spente che ovunque cercavano appigli per apparire naturali. Nascosto dall’orgoglio e non meno dalle formalità, il bisogno di non essere abbandonato vibrava. Ogni saluto fu un ulteriore addio, non restavano che domande senza risposta, un padre troppo lontano, e l’inizio di una lenta discesa verso la solitudine.

 

 

 

VII

 

 

I gesti ripetuti dilatano il tempo e ne influenzano la percezione. Insensibili al suo scorrere, vinti dalla quotidianità e da un’angoscia che l’animo sviluppa nel pensiero di perderla, ci lasciamo morire giorno dopo giorno. Tutto si fonda sulla paura di esistere e l’esigenza di scorgere il domani, attraverso un mondo che pur celando la verità controlla il nostro pensiero.

Il linguaggio dovrebbe risultare immediato, altrimenti il rischio di perforare l’oblio e stimolarne la “non comprensione” sarà incalcolabile. Ciò nonostante, mi sovviene che non solo la parola, sia essa scritta che parlata, deve seguire le regole della comunicazione, bensì ogni gesto compiuto nella monotona ripetitività delle nostre giornate.

Non riesco a spezzare le catene che mi tengono legato ai bisogni. Cerco di spingermi verso una libertà impenetrabile che, nel pensiero di pochi istanti, acquisisce un significato pulsante: appare e scompare in continuazione. Si mostra nitido e poi svanisce senza lasciare traccia nella mia mente, come se un attimo prima fosse lì da sempre, e subito dopo, distante da ogni logica. Allora ecco che la confusione letteraria mi garantisce la continuazione. Come un intimo dialogo, i ricordi si accavallano tentando di sopraffarsi l’un l’altro in una perpetua cascata in cui si genera la cuspide del pensiero stesso. Non riesco a fermare le immagini che scorrono dissociate: una pellicola rattoppata senza soluzione di continuità che si dipana casualmente, richiamando l’attenzione negli angoli più remoti del passato, come un puzzle senza senso.

Dire quali di essi abbiano un valore e quali invece si presentino come refusi della memoria è impossibile. Ogni cosa si è aggrappata all’animo per costruire nel tempo questa creatura. Non si può stabilire un legame che non sia casuale tra gli eventi, ciò che ne costituisce il privilegio è del tutto slegato dalla volontà. Gli avvenimenti della vita, siano essi grandiosi esempi di forza o drammatici aneddoti, non sono altro che la manna del nostro ego. La vita narrata si trasforma nella faida in cui fallimenti e successi vanno di pari passo.

Con questa cronaca tento di vincere la seduzione del confronto. Perdere l’identità per ritrovarsi attraverso il male generato da eventi trascorsi. La differenza sta nella mente che ci confonde ogniqualvolta la causa potrebbe dilaniare l’istinto. Siamo, in effetti, la continua mutazione degli eventi che la vita ci costringe ad attendere, giacché mille volte il rammarico si affaccia ponendoci interrogativi su come sarebbe stato altrimenti, se questa o quell’altra cosa fossero andate diversamente. Ognuno ripercorre il proprio destino immaginando scenari piacevoli, e in questo sogno perpetuo tornano ogni volta le immagini della giovinezza. Quando la vita sarà sfuggita al nostro controllo e tutto attorno sembrerà destinato a un lento e declino, l’unico appiglio risulterà l’immaginazione, e in essa, le indistruttibili catene che ci vincolano al fallimento di ogni più flebile aspirazione.

Nel mio caso, l’alternanza tra vissuto e letteratura ha finito per confondermi. Abbandonata ogni velleità letteraria, scoprii che la lettura era un mezzo per oltrepassare ciò che di mio era sopravvissuto. Le immagini che prima fomentavano il pensiero con la spinta gioviale del successo celebrativo, mutarono in scenari di salvezza, spinti dall’evidenza della loro irrealizzabilità. Nella prima parte della mia vita ho ritenuto la chiusura caratteriale un vanto del quale compiacersi ma in seguito, accertata la certezza di questo abbaglio giovanile, ho trasformato la propensione onirica in un mezzo per rischiarare il buio attorno a me, qualcosa cui aggrapparmi per arginare la frana del malessere interiore.

Alcuni anni fa, mentre mi radevo allo specchio, dovetti constatare quanto fossi invecchiato. Sebbene il colore degli occhi fosse lo stesso, tutto il resto pareva il trattato di una lunga meditazione. Ma come era potuto accadere? Avevo sempre creduto che il tempo venisse percepito perfino a livello fisico, e invece l’illusione me lo aveva tenuto nascosto. Ero un adulto e non sentivo di esserlo. Le giornate si distribuivano equamente tra lettura e apprendimento, e dal giorno in cui Lisa se n’era andata vivevo in una bolla opaca che m’impediva di vedere al di là di uno spazio scarno di realizzazioni. L’apprendimento del tracollo fisico mi riportò immediatamente nella condizione necessaria di essere. Non era più il pensiero coerente a governare, né quella mole di testi assimilati nel tentativo di scoprire chissà quali risposte, ma il corpo stesso, unico orpello in grado di definirci.

Lo spirito intriso di materia, che per lungo tempo mi aveva impedito di vedere il mutamento in corso, franò nell’immagine riflessa come ogni altra illusione per accogliere la scoperta di avere pensieri anacronistici. Nessuna saggezza, il tempo aveva rallentato i movimenti un tempo fatti d’argento e i pensieri focalizzati dentro un binario autoimposto. Come mio padre, che trovava difficoltà nell’utilizzo dei più banali mezzi tecnologici, ristagnavo nel mio presente inquinato rifiutando di abbracciare l’avvento di una modernità che m’avrebbe proiettato in un futuro distante da lei. Idealizzare il tempo della propria giovinezza, rifiutarsi di accogliere i mutamenti per non dover fare i conti con il tempo fino al giorno in cui il conflitto si presenta, nella sua forma spietata, del com’è potuto accadere.

Cominciai a vagare per la casa. Da alcuni anni mi ero trasferito e vivevo in un piccolo appartamento a Calenzano. La tendenza al ritorno verso i luoghi dell’infanzia mi rendeva quieto sebbene l’apprendere di coetanei che si erano stabiliti a grandi distanze mi facesse sentire scarsamente predisposto all’avventura ricercata nei libri. Lorenzo, che aveva svolto il ruolo della crescita secondo i dettami della consuetudine più austera, era andato a vivere con sua moglie a Firenze e ci sentivamo. Dal giorno del suo matrimonio l’allontanamento era avvenuto con tacita convenienza. Era indaffarato a fare il padre di famiglia relegato tra il lavoro e i figli da educare mentre io, stanco perfino della mia stessa presenza, mi ero ritirato in un silenzio dal quale uscivo saltuariamente, fingendo un’ammirabile naturalezza all’ombra dei mie quarant’anni. L’unica cosa di cui andavo fiero era il fatto di aver trovato un equilibrio domestico e a discapito della serenità, giustificavo la devozione al lavoro col bisogno di mantenere il privilegio dell’autosufficienza in un paese organizzato per limitare le occasioni. La casa era piccola e stipata fino al soffitto di libri accatastati su ripiani improvvisati: un’opprimente placenta di carta dove la mia vita era aggrappata alle pareti ingiallite dai fumi domestici.

I libri rappresentavano il tempo. Mi convincevo che presto non avrei avuto più niente da raccontare che non riguardasse la solitudine. Pensare a questa cronaca e alla battuta d’arresto che avrebbe incontrato al limite in cui mi trovo adesso, sembrava un ostacolo insormontabile. La riflessione però mi condusse alla certezza che il silenzio autoindotto e la chiusura verso i sentimenti non fossero un vuoto privo di senso, ma il risultato di eventi dinamici. La necessità di contrapporre alla forza di un passato violento e incalzante, una quiete passiva su cui lasciar scorrere tutto il resto tagliando fuori ciò che era stato. Nessun rammarico, né rimpianto o imposizione; solo un ordinario bisogno da soddisfare. Talune vite si muovono all’interno di un equilibrio fluido che le conduce attraverso il periodo dell’esistenza tra brevi oscillazioni, rendendone il perpetuo ondeggiare perfetto. Altre, invece, si distinguono attraverso la netta divisione tra picco e caduta, quale unico mezzo per non perderne il senso. Nessuna iperbole inebriante, nessun disastro in grado di cancellare il leggero tremolio che l’ha preceduto: è solamente nella violenza di una netta divisione che si ha l’ispirazione e il paragone necessario per godere della fortuna concessa. Solo guardando il dolore si riconoscono i privilegi di uno stato salutare, altresì unicamente la gioia manifesta ci permetterà di comprendere la grandezza del malessere cui andiamo incontro.

Ero arrivato al punto in cui i suoni giungevano amplificati. Taluni sensi si erano come evoluti nel tentativo di trovare compagnia nel silenzio, e cose un tempo inascoltate come lo scricchiolio notturno di un tavolo, il canto di una civetta in lontananza o il gorgogliare improvviso dei succhi gastrici, divennero la musica della mia anacoresi. In questa analisi superficiale, che utilizzo per assecondare la spinta dei pensieri improvvisi che non si prendono la briga di approfondire i concetti e valutarne l’effettiva pertinenza, prende forma l’informazione dell’isolamento. Un vuoto in cui tutto continua; le funzioni sociali proseguono per garantire il livello di “sicurezza” raggiunto, un isolamento prossimo all’eremitaggio, cui si tende senza esaurirsi per non pensare, ma in gran parte per non dovervi rinunciare.

L’asocialità come termine ultimo nel quale ritrovarsi. Votandomi a una dottrina spoglia di legami ritrovai quell’identità smarrita oltre i ricordi e tutte queste paure, una volta chiuso il mondo all’esterno, abbandonarono ogni valore essenziale. Non esistevano le differenze né tantomeno gli opposti dal momento che, privato di qualsiasi impedimento socioeconomico e affettivo, tutto era sfumatura e la personalità si distribuiva equamente tra gli opposti. La percezione stessa delle idee perdeva di significato, esisteva soltanto l’assemblaggio dei concetti che potevano mutare da un momento all’altro, senza per questo risultare meno reali. Nei rapporti con il mondo, schiavo di eventi e insegnamenti, mi ero spesso convinto che talune idee andassero difese anche da se stessi. Scegliere uno schieramento era stato fondamentale e con esso sposarne ideologie malsane per principio ontologico, senza per questo raggiungere la percezione di una possibilità completamente diversa ma altrettanto valida. Nella solitudine invece trovai quella libertà che in tutta la vita non avevo neppure intravisto. Fu un processo lento e doloroso; scabrosa e orribile la capacità di scorgere un punto di vista incontaminato, per chi si è sottoposto negli anni della formazione all’abbandono e al disinteresse di sé. Ma una volta accettata l’ambiguità del pensiero, il suo eclettismo imprevedibile e la promiscuità di cui si compone finì per mostrarsi come un dono tra le rovine.

Quello che avevo ricercato nei libri con disperazione, risorgeva in me come dalle ceneri del passato e, tramortito dal dolore, tutto acquisiva un senso. Era l’inizio della filogenesi cui ambivo fin dall’infanzia, quando mio fratello sembrava un modello irraggiungibile e sognavo di superarlo. Ma l’evoluzione del mio essere non s’ispirava più al concetto fisico di un individuo inserito nella società, bensì nell’innalzamento alla verità che può assurgere sia dal successo che dall’annientamento. Tutto appariva sfumato, e quelle immagini nelle quali mi rivedevo fanciullo assieme a Lorenzo, subivano la mutazione dello spirito riproponendosi sotto una luce più oscura e sincera.

Stavo alla scrivania per ore, e la mia mente ritornava alla salita verso la Fonte del Ciliegio in cui mio fratello tradiva un timore che all’epoca non ero in grado di comprendere. I fatti di ogni narrazione risalivano dalle pagine della letteratura. Taluni lo facevano con storie inventate dalla prosa lineare, altri proponendo una filosofia profonda, impenetrabile, tale da costringermi all’eccellenza della concentrazione. Tuttavia la cosa che più mi stupì fu il metodo ampolloso e confuso con cui l’idea fioriva e che, accostandosi alla mia stessa esperienza, proponeva la genesi del pensiero.

Il mondo cambiava ancora. L’episodio delle scarpe rosse aveva spostato la percezione dell’ambiente verso una dimensione priva di coinvolgimenti esterni: come le formiche nell’opera di Escher che percorrono una gabbia infinita, così ero scivolato in un cammino eterno nel quale si riproponevano ogni volta gli stessi scenari e i soliti volti. Il pensiero logico era svanito. La vita stessa aveva assunto i connotati di una grande radura nella quale correvo senza riferimenti, sperando di veder comparire all’orizzonte qualcosa di nuovo. Dal panico alla schizofrenia il passo è breve; lo sa bene chi non riuscendo a contrastarla vi si abbandonano, e coloro i quali fino a un attimo prima erano spiriti trascurati nella scacchiera dei ricordi, divenivano assilli nel processo d’apprendimento della solitudine. Compagni dai quali risultava impossibile liberarsi, irrispettosi di una qualsiasi morale, che si presentavano ogni volta con l’arroganza del dominio attraverso l’imprevedibilità.

Non riuscivo a contrastarne la tracotanza. L’unica difesa sembrava giungere con l’accettazione, ma finalmente ero solo. Una condizione terribile in cui l’istinto progredito impone di rivolgere l’immagine di sé a un futuro di debolezza in cui l’autosufficienza viene meno. Guardando a esso scoprii che il timore non si fondava sulla paura della pochezza sentimentale ma nell’indipendenza, e la gestione retta del mio corpo. Ero dunque sprofondato in un destino ch’io stesso avevo scritto: la luce inesistente mi convinceva a organizzarmi per quello che sembrava un epilogo già scritto, in cui non rimaneva niente di quel calore che mi circondava di giorno, per ritirarsi chissà dove al calar delle tenebre. La resa delle armi, la perdita della speranza, tutto mortificava il mio istinto alla conservazione con il consenso attivo dell’isolamento, tanto da sentirmi libero da tutto ciò che avevo sempre osservato con rammarico, per accettare l’inferno dell’autocommiserazione. Mi adoperavo per ricevere tramite la follia, gli elogi alla persona che ero destinato ad essere, e tutta la mia vita acquisiva un senso d’incredibile scalpore. Mi convincevo di essere l’opposto della medaglia. La modestia corrotta dalla delusione malcelata, mi faceva osservare gli altri come appartenenti a un mondo di pura finzione. Potevo osservare la loro cecità da una postazione privilegiata e col tempo, mi convinsi d’aver ricevuto chissà quali doti, tali da rendermi cosciente di cose che la maggior parte delle persone attorno a me ignoravano del tutto.

Avevo trovato il metodo per non soccombere agli eventi condizionanti dalla mia crescita intellettuale. Riuscivo a dare una giustificazione alle scelte e, sebbene il mio desiderio di affermazione non fosse mai svanito del tutto, m’illudevo di comprendere il motivo del dissesto. Niente era stato generato dalla mia incomprensione; tutto condizionato da eventi estranei. Perfino le più piccole cose avevano un senso soltanto se correlate a qualcosa di negativo. L’insuccesso scolastico come risultato delle scarse attenzioni parentali e così tutto ciò che di deprecabile mi definiva. La solitudine sentimentale era legata alla perdita di Lisa che aveva colmato la mia vita a tal punto, da rendere impossibile la sostituzione dei clamori raggiunti. Tutto era costruzione. Approvvigionamento continuo di dati, voci, libri… si riversavano nella cantina del mio isolamento per costituire la scorta in grado si generare una vita surreale fatta di niente. Stavo diventando un essere sorretto dalle nozioni e il mio cervello imbottito di tutto questo apprendimento, cominciò ad allontanarmi dalla realtà.

Questa cronaca diviene inevitabilmente in una nube di sensazioni così la prosa, un tempo articolata secondo la necessità espressiva del racconto, si confonde anch’essa come i ricordi per rappresentare una verità fatta di lampi. Fu più o meno in questo periodo della mia vita che iniziai a incantarmi nei momenti di solitudine. Cadevo sempre più spesso in un sonno ad occhi aperti in cui il buio della casa e il suo silenzio raffreddavano l’aria. Il sogno era sempre lo stesso, di una forza inarrestabile. Qualcosa che definiva la situazione in cui mi trovavo e riguardava i miei genitori.

È inverno e come ogni giorno sono solo. Le macchine hanno i fari accesi e ci sono ovunque quei piccoli uccelli che si aggirano spensierati nel cortile della scuola, le capinere. Qualcosa mi opprime; la luce non basta e sento la tristezza invadermi per via del fatto che gli alberi non hanno foglie ma solo rami senza vita. La mamma dice sempre che è una stagione fredda e noi, sebbene ci sentiamo sconfitti dal grigiore, non possiamo farci niente. Piove e sono costretto a stare alla finestra con la mente proiettata all’estate in una matriosca emozionale che m’impone di ritrovare una malinconia comandata dall’indole. Ho catturato le rane nell’annaffiatoio. Sono tante e si accalcano in preda al terrore scavalcandosi l’un l’altra. L’istinto impone loro di vivere ma non c’è gioia in quegli occhi, né diversa espressione tra libertà e prigionia, regna solo un continuo movimento all’esistenza. Non c’è futuro, né speranza; ci sono soltanto le pareti della casa: fredde e invalicabili.

Mio padre torna sempre quando è buio. La mamma cucina e l’odore del mangiare si diffonde per la casa dandomi l’impressione che l’inverno sia finito. Niente ci appartiene ma la primavera è di tutti ed io la sento mia come i fiori che sbocciano ovunque al primo raggio di sole. Mi guardo attorno per vedere chi c’è. Ho freddo. I miei piedi sono troppo lunghi e lei sorride mentre tira la sfoglia sul tavolo consumato. Tutto è ghiacciato. Un uomo avvolge il contatore dell’acqua con un panno di lana. Anche mio padre mostra la stessa premura per le cose: sembra che gli oggetti lo consumino dentro. È così duro con noi, e il vicino di casa, nonostante conosca il modo per scomparire, è proprio come lui. Mio padre invece non è un prestigiatore, i suoi giochi non mi piacciono perché hanno il sapore del ferro, lo stesso sapore che hanno i sogni rossi e il sangue.

Il pettirosso si posa sempre sul davanzale e aspetta che la mamma scuota la tovaglia. Grigio il giorno, l’umore, il tavolo e i sogni a loro volta. L’inverno è tutto. Allora immagino di fuggire, di andarmene, avere figli e perdonarli ogni giorno. Ma quello che non so è che sperando di non essere lo sto già diventando. È così che vanno le cose, e il tempo passa, tutto si muove con lentezza. Non sono più un bambino ma un fanciullo e l’inverno porta in sé la virilità di una scelta.

            La mamma continua a cucinare e il tavolo si assottiglia per quella sfoglia che adesso, è sempre più perfetta e tragica come la routine. Mio padre mi guarda con sospetto; il desiderio di conservare la cose è stato rimpiazzato dalla necessità di difenderle. Crede che un fanciullo sia un uomo.

            Quando ci penso il freddo diventa una memoria debole e l’adolescenza irrompe con forza nella mia vita rendendo la decisione rigida come l’inverno. Nessuno può sconfiggere il mio volere. Diverso nei gesti, diverso nei desideri, nei sogni. Allora capisco quanto il pettirosso fosse opportunista e la luce del freddo nasconde tutto. Rende opaco il mondo e mi avviluppa come una veste di seta nera, che il tempo spazzerà via come il suo attaccamento alle cose.

            La cucina è vuota e vi regna il silenzio. L’odore non si diffonde più e la sua assenza rende l’inverno un ricordo che soffia lieve nell’oscurità della casa. Se n’è andata senza darmi il tempo di cogliere per l’ultima volta la perfezione di quella sfoglia che si piegava docile sulle cose e sul mio corpo, proteggendolo dal freddo e dall’incertezza.

            Mio padre adesso è chiuso in sé; mangia poco e non parla. Le giornate sono brevi e quando scende la sera si trasforma in un gufo e mi guarda. Nella stanza buia. Coi suoi occhi gialli e gli odori poveri. Io però mi circondo di ciò che serve, cose che devo conservare e proteggere: una coperta per l’inverno, qualcosa con cui scaldarmi dalla morsa di questo gelo interiore che pervade tutto e mi fa pensare, finalmente, che se un giorno avrò un figlio dovrà attendere come ho fatto io. Perché i bambini non conoscono le difficoltà, non hanno rispetto, non hanno passato.

            Ma l’inverno è freddo. Fuori il buio arriva presto, mio padre è un vecchio che vive di ricordi e mi rende inquieto. Dovrebbe smetterla di offrirmi quel poco che ha; invece mi guarda come un pettirosso e attende le briciole del mio tempo sul davanzale della sua finestra emotiva. Io però non ho più tempo per lui, devo vivere il silenzio e non so come fare…

Poi, allo stesso modo in cui mi capitava di sprofondare in queste visioni di un presente irreale, mi sentivo trasalire fino a quando gli incanti non mi riportavano alla quiete solitaria della casa vuota.

Le suggestioni erano ovunque. Bastava che mi soffermassi col pensiero sul passato, e tutto ritornava vivido in una girandola di ricordi deformati ma composti della stessa forza attrattiva che li aveva partoriti. Si arrotolavano su se stessi e la sostanza, distorta anch’essa dal vuoto che mi colpiva nel delirio dell’annullamento, assumeva le sembianze di un fluido scuro che sbarrava la via per la leggerezza. Tutto era greve. La mente illuminata di realtà: quel desiderio di solitudine nel quale mi crogiolavo fino a provarne un piacere sinistro che alimentava il mio ego più del successo, e perdeva tutto il suo valore al cospetto della sincerità. Cos’era in fondo la solitudine senza il riscontro degli altri? Quale valore avrebbe potuto avere, se non fosse stata in grado di concepire quell’inquietudine che il pensiero di subirla era in grado di suscitare? Allora capivo che non c’era alcuna verità nel desiderio d’isolamento ma solo un incombente bisogno di fuggire dal confronto. Assimilata l’innaturale condizione da non poter tornare indietro, tutto sarebbe divenuto definitivo.

La vita si stava costruendo una corazza di avverbi. Inspiegabilmente, paurosamente, pesantemente… Ogni parola non detta contribuiva alla scelta del vuoto. L’annullamento come provvidenziale atto rigenerativo, e se un giorno, in un modo o nell’altro fossi riuscito a uscirne, forse avrei trovato le risposte che cercavo. Per il momento era tutto governato da eventi passati. Quello stesso tempo in cui la forza nasceva dall’appartenenza. La socialità, ancora fresca del periodo post-adolescenziale, si affacciava ogniqualvolta sentivo l’autostima minacciata dalla tragedia. Sebbene non vi fosse motivo di compiacimento la certezza di aver partecipato alla vita negli anni in cui essa lo richiede mi permetteva di sorridere ancora.

Come strumenti d’imposizione, le follie giovanili divenivano il peso da opporre al carico di fallimenti che avevo accumulato in sostituzione di ciò che altri facevano con le proprie famiglie. Ma il rischio di divenire patetico era sempre in agguato, e mentre loro sorridevano a quel rinverdirle non senza malinconia, il mio frammento di tempo diveniva il tutto. Alla fine della narrazione non restava nient’altro che un vuoto incolmabile, riversato nello sguardo muto di quei nuclei familiari che mi stupravano ogni volta la serenità.

Eppure, quel vuoto era la via per la scoperta, il destino di non progredire. Fermarsi in un preciso momento del pensiero mi aveva dato la libertà del verbo e finalmente lo potevo dichiarare al mondo intero, con l’unico rischio di ripetermi fino all’esasperazione.

Se il punto di vista è necessario per l’identità personale, è altrettanto vero che questo ha bisogno di scontrarsi per trovare il proprio posto: la posizione di un corpo come di un pensiero esiste soltanto all’interno di un sistema di riferimento. Una gigantesca scenografia con al centro l’individuo attraversato costantemente dal suo soliloquio; la messinscena teatrale dello scrittore che ancora una volta cerca fama attraverso la scomparsa per distinguersi. Il colpo di scena non è dunque la morte, fin troppo scontata nel suo valore che tutti ci accomuna, ma il sopravvivere con distacco a qualsiasi circostanza. Partire dal concetto di memoria per abbandonarlo del tutto lungo il cammino, sprofondando con esso nell’illusione in cui precipitiamo vivendo. Il concretizzarsi del concetto quale impegno al riconoscimento del sé, fino a divenire confusione, se non caos, e purezza. Oggi come allora, quando Lorenzo e io andavamo alla scoperta della nostra crescita, tutto appare confuso; giungere alla conclusione che l’interpellanza è il mezzo propulsore dell’intero sistema uomo fu una scoperta che m’indusse a sperare. L’annichilimento davanti a orde d’interrogativi che affollavano la mia mente si stava ritrovando nell’assurdità dell’irrealizzato. Come se il non sapere o l’essere destinato a non conoscere il motivo delle cose, fosse il vero significato di questa vita basata sulla scelta del silenzio: la vita perfetta, come la riteneva William Sidis. Alla stregua di un moderno supereroe conducevo una doppia esistenza, e il mio alter ego vacillava nel conflitto tra la necessità di mantenere il segreto e quella ben più umana di rivelarlo. Il momento che tutti attendono con trepidazione, quello in cui il protagonista si rivela alle persone che ama. Sebbene fosse opportuno non idealizzarsi, vivevo le giornate partecipando alla vita lavorativa e la notte, finché il fisico me lo concedeva, immerso nello studio sregolato e nella scrittura vaneggiante. La parte di me che non riusciva a esplodere non vedeva la luce.

Non c’era niente di eroico, neppure l’indigenza sentimentale ostentata come un vessillo. Immaginai che riscoprire l’umiltà mi avrebbe giovato: a cosa serviva guardare gli altri con gli occhi di un illuminato, se poi non ero in grado di scorgere la strada davanti a me? Tutto quello che mi veniva in mente era di una banalità disarmante; mi opponevo all’evidenza, persuaso di quanto fosse importante riconoscere la grandezza delle cose insignificanti. Momenti ai quali non avevo dato alcuna importanza, acquisivano adesso, con malcelata ipocrisia, una grandezza tale che il solo fatto di decantarne le lodi avrebbe potuto liberarmi dal non avergli dato peso al momento giusto. Le parole di Lisa mi fendevano come pugnali; gli abbracci con mia madre, la rabbia espressa nei confronti di mio padre o l’allontanamento da Lorenzo, assumevano proporzioni imprevedibili. Perfino a sentir parlare gli altri sembrava che non fossimo altro che accumulatori pronti a esplodere una volta raggiunta l’età che stabilisce il colmo della misura.

Quand’era avvenuta questa orrenda mutazione? Spinta da una forza antica, la memoria errava nel tempo, e più mi avvicinavo alla verità, più si delimitavano i contorni dell’origine. L’immagine di mio fratello diventava un’ombra leggera; perdeva di significato e le convinzioni che per anni mi ero portato dietro, come la diversità cui ambivo e della quale lui sembrava portatore, svaniva. Lo stupore cresceva per il crollo delle convinzioni innalzate durante tutta una vita, che assumevano adesso le fattezze di una costruzione mentale priva di senso. Tutto era ricordo. Reminiscenza flebile, di un trascorso reinterpretato. Modificato dal sentimento, dall’odio e dunque, in qualche modo irreale. Ma dov’era finito il presente? L’amore esisteva davvero, oppure si trattava di un’intima invenzione nella forma d’una violenza autoinferta? Un’alternanza di sentimenti caratterizzati dall’instabilità, in grado di confondermi e generare in me la più intransigente confusione. Consapevole o meno, la mia vita era stata un perpetuo tracollo verso l’isolamento e qualsiasi ne fosse la causa, la colpa ricadeva senza sosta su alcune lacerazioni cui per scelta ero portato ad attribuire l’origine dei miei mali. Non l’atteggiamento di mio padre fin dall’infanzia, né quello di mia madre verso la quale il sentimento imprimente mi portava ad afferrare fasulle cure amorevoli cancellando l’oscurità che si celava in ogni suo gesto di arresa; tutto era idealizzato nell’unica causa che m’impediva di vedere la verità: il caso.

Ma quale destino avrebbe potuto custodire il potere d’imbrigliare il collasso emotivo? Una catena implosiva continua ma, per quanto dominanti sul proseguo dell’esistenza, i drammi come la morte di Lisa rimanevano eventi isolati, seppur di una grandezza senza misura. Il vero flagello quindi era stato un altro, e da ciò, l’impossibilità a superare l’ostacolo più grande. Come unica arma la solitudine. L’annullamento nell’ambivalente natura di elemento inserito nella società lavorativa di giorno, e occulto generatore di pensieri distorti la notte, con buona pace di mio fratello e di mio padre che avevo cancellato quasi del tutto. Era come se al crepuscolo, quando nessuno poteva vedermi e il volto tradire talune costruzioni, dovessi rigenerarmi dalla recitazione diurna.

Nel silenzio della sera tutto era pace, anche se la quiete non rispecchiava l’animo, lo dominava piuttosto, attraverso una sorta di empatia con la natura che smetteva di rumoreggiare. Nell’illusione le maschere si alternavano in un vortice di salvezza e perdizione, avvicendando momenti di sincerità in cui ero colto dalla paura, ad altri di una sincerità disarmante in cui il pianto, spesso imbrigliato nella chiusura, sfogava in un fremito violento: un sisma spirituale.

Una ricerca senza forma, come in questi scritti, in grado d’illuminare la via e liberarmi. Alla luce fioca della lampada da tavolo, nuove sbarre infittivano la trama nella quale ricadevo ogni notte. L’unica cosa che mi faceva sentire vivo era il pensiero orrendo di una vecchiaia solitaria. Sebbene lo avessi sempre deprecato pubblicamente, l’egoismo affiorava per istinto, quasi che il suo annullamento avesse potuto dare inizio a una catena evolutiva nella quale il “nuovo”, avrebbe dovuto assecondare in ogni circostanza il desiderio più brutale. Ma ciò non aveva alcun fondamento. Ero costretto a soccombere di fronte alla forza primigenia che ancora mi dominava garantendomi un legame con l’esistenza.

Talvolta nei sogni, Lisa veniva a farmi visita. Raramente si mostrava felice e il più delle volte rispecchiava il mio stato d’animo inquieto. C’erano momenti però in cui sebbene il mio essere non brillasse di serenità, lei era felice, giovane e spensierata come prima che la malattia ne annegasse la vitalità e al risveglio mi pervadeva un’angoscia incontenibile che mi aiutava a comprendere quanto la solitudine, di fatto, non fosse niente in confronto alla sua perdita. In quei momenti di sgomento desideravo con ardore che l’abbandono mi venisse in soccorso, per illudermi almeno che un domani la morte avrebbe potuto restituirmi ciò di cui la vita mi aveva privato. Come Di Caprio nel film di Scorsese che in preda alla follia ripete senza interruzione l’alegoria “vieni dentro con latte”, l’aspetto disastroso dell’epilogo di una vita mi portava a chiedermi con la stessa ossessività “perché proprio a me?”. “Perché era andato tutto storto?”. Quale spiegazione poteva esserci al fatto che tutti quelli che avevo conosciuto avessero trovato il proprio posto nel mondo, mentre io, che ci avevo sperato come rivendicazione alla quale ispiravo tutto il mio segreto pensiero, mi ritrovavo sperduto, circondato dalla vita senza alcuna possibilità di farne parte? Vieni dentro con latte… chi mai avrebbe potuto soddisfare una tale richiesta?

Il pensiero ruotava attorno all’ossessione con la stessa puntualità del dolore. Mio padre, mia madre, Lorenzo, Lisa… Ognuno partecipava alla narrazione, e per quanto tentassi di allontanarne le immagini strazianti, continuavano indifferenti al mio intento di regimare il dolore. Era tutto contaminato. Non esisteva pensiero, né coscienza capace di sussistere oltre ciò che aveva destinato tutto al collasso, e sebbene ne fossi consapevole, ancora aggrappato a quell’istinto di continuità mi rifiutavo di consentire una tale intromissione.

Non leggevo in questa violenza autologica il raziocinio della difesa che invece si mostrava nel sintomo, illuminando la causa della cospirazione perché potessi sconfiggerla. Mi abbandonavo allo sgomento come tutte le volte in cui avevo rifiutato la critica, nascondendomi nella mediocrità per non dovermi recensire onestamente. Ancora la vita, o i brandelli di essa aggrappati ai miei geni con la tenacia dell’evoluzione, richiedeva la partecipazione. Poca importanza aveva il fatto che si trattasse di un surrogato temuto da tutti quale spettro del fallimento, dal momento che ogni cosa esulava dal mio volere. Ero costretto a subire perfino da me stesso, e l’idea di una terminazione indotta sulla quale mi era capitato spesso di fantasticare, acquisiva i connotati grotteschi dell’autocompiacimento. Un costante desiderio di partecipazione mascherato da accondiscendenza. L’isolamento diveniva il metodo per la distinzione, e poiché non ero riuscito ad affermarmi all’apice della socialità, tentavo di farlo attraverso l’isolamento.

Era tutto confuso. I giorni sfumavano nella monotonia schizofrenica nella quale mi ero rifugiato. La costanza nel compiere i soliti gesti, ripudiati nel pensiero e accettati nella quotidianità, scandivano il tempo spingendomi nell’abisso dell’esistenza, consapevole che un giorno si sarebbe trasformato nella malattia.

La timidezza aveva dato inizio a tutto. L’alcol quale mezzo per avanzare nell’oscurità del presagio. All’università si studiava poco e la maggior parte del tempo, fatta eccezione per il primo anno imbalsamato nell’euforia della novità, la trascorrevo nei corridoi fingendomi perdente. Come al solito non ero in grado di conformarmi e il risultato non avrebbe potuto essere che l’anonimato. Mentre la maggior parte degli studenti passavano intere giornate a studiare, alcuni di noi, molti dei quali hanno dovuto rinunciare al conseguimento del titolo, si dilettavano tra la politica, stupefacenti e copulazione. La politica era più che altro lo scimmiottamento del pensiero di altri. Ci muovevamo all’unisono, sospinti dal moto ondoso di correnti ingenue acquisite nella maggior parte dei casi per discendenza, trascinati alla deriva del pensiero indotto. Partecipare, abbandonando i doveri imposti dall’iscrizione universitaria era un modo per presenziare condannando all’oblio, questo almeno valeva per molti di noi, la scarsa attitudine all’apprendimento. Il sesso poi, assumeva connotati imprescindibili, un momento ormonale dominato dalla scoperta e in molti casi, dichiarato o meno che fosse, rivendicato dal fallimento prestazionale cui l’eccessiva attesa destinava i meno scaltri. Con Lorenzo non ci vedevamo quasi mai, da tempo avevamo preso strade diverse e il mio percorso didattico fatto di attese, mal si conciliava con la sua scelta di abbandonare gli studi prima del previsto. Il fatto che mio fratello potesse disporre di somme di denaro che alla nostra età erano motivo di distinzione mi costringeva a cercare il vanto nella sapienza che tuttavia, a essere onesti, non coltivavo granché. Mi piaceva l’idea che mia madre potesse sentirsi orgogliosa nel raccontare a chicchessia che il proprio figlio frequentava l’università, mentre il sogno umanistico giaceva in me sopito dalla confusione. L’indifferenza verso lo studio permeava tutto con la sua membrana; sono stati gli eventi a corroderla per liberare ciò che vi giaceva sotto e che in seguito avrebbe dominato ogni scelta. Esisteva però la curiosità. Qualsiasi pretesto intellettivo la stimolava a mia insaputa, fin dalla tenera età il cui ricordo resta nitido grazie a un continuo sforzo per mantenerlo tale, dove il gioco era votato alla scoperta, e l’ascolto degli adulti il catalizzatore che con la crescita si sarebbe spostato nei testi. Con un eccesso di presunzione che utilizzavo per giustificare una pigrizia manifesta, sciorinavo spesso l’atteggiamento autodidatta e il contrasto accademico di alcuni autori ai quali mi ero appassionato. Differentemente da loro però, criticavo senza conoscere, quello che in seguito avrei finito per apprezzare, al cospetto di altre menti sperdute come la mia. Per capire che il vanto era inutile alla produzione ci sarebbero voluti anni di impegno e disastri, ma solo il dolore avrebbe illuminato la netta differenza tra brama di apparenza e necessità di approfondimento.

In questo andirivieni incessante della spinta verso l’espressività per appagare il bisogno di riconoscersi, sono cresciuto. Tutto quello che si è verificato nel corso degli anni ha intaccato un preciso momento di questo spostamento, influenzandolo. Dunque la radice innata del seme introspettivo che per anni è rimasto sottoterra, si è poi sviluppato in modo casuale attraverso le scelte e gli obblighi circostanziali, e continua a farlo tutt’ora, imponendomi il disprezzo a breve termine per l’opera trascorsa, ma allo stesso tempo garantendo la continua ricerca di una perfezione utopistica.

Avevo conosciuto una ragazza del sud. Era bella e il fiato le odorava di grano. Dopo i primi esami vivacchiavo fuori corso tra l’indecisione di abbandonare gli studi e la necessità di proseguire in quello scellerato sistema. Ancora una volta l’acume scadente di cui disponevo mi aveva impedito di scorgere in lei l’interessamento, limitandomi a constatare insieme ad altri, quali prodezze avrebbero garantito le forme giunoniche di cui disponeva. Più di una volta mi ero lasciato andare a eccessi verbali di una libido segreta, tanto che, una volta scoperto la sua simpatia nei miei confronti, avevo provato vergogna per gli epiteti che le avevo rivolto nel tentativo di affrancarmi.

Speravo di raggiungere il culmine dell’incoscienza il prima possibile, così da sfogare la rabbia nello scatenato tumulto di spintoni e stordito dall’immancabile odore di ammoniaca che l’adrenalina convogliava nei miei seni. Dopo un po’ tutto appariva sotto una luce completamente diversa. Ogni inibizione svaniva e prendeva campo la rabbia nella forma della spregiudicatezza. Non c’era sabato in cui non cadessi nell’infallibile rete delle dipendenze: il vizio colmava ogni spazio, e tutta l’insicurezza repressa con grande sforzo di volontà durante il corso della settimana, svaniva rimpiazzata per poche ore dall’ingannevole sensazione che non fosse mai esistita. Andavamo sempre nei soliti posti, e col tempo finivi con l’instaurare un rapporto collettivo più o meno tacito che prevedeva un riconoscimento con tutto ciò che ti circondava. Era una sera come tante e già vacillavo dal bancone al bagno assecondando il continuo richiamo alla minzione. La ragazza conosciuta in facoltà si era trattenuta a Firenze per il fine settimana ed era venuta al locale per incontrare me che ignaro di tutto e privo di malizia, perseguivo il mio scopo di distruzione.

Quando la vidi il mio cuore ebbe un sussulto. Si trattava di chimica, niente che avesse alcuna analogia con ciò che sarebbe accaduto anni dopo con Lisa. Una chimica istintiva, priva di sentimenti ma in grado di confondere la mente ottenebrando i pensieri al punto da indurre a credere che si trattasse di un sentimento affettivo. Un episodio che si pone in antitesi con ciò che avrei provato in seguito durante la malattia, in cui un complesso di sostanze del tutto diverse mi avrebbero aperto la mente verso scenari di appartenenza evidente. La forza attrattiva che mi spingeva tra le braccia di questa fanciulla invece era fatta di regole matematiche. Nasceva in una fase in cui la fertilità rappresentava l’apice e la spinta all’accoppiamento non lasciava spazio alla possibilità di coinvolgimenti emotivi che non fossero vincolati allo scopo per cui il mio corpo si modificava. Anni dopo sarei stato costretto a soggiogare l’istinto, benché all’inizio della relazione con Lisa si fosse presentato con la medesima carica attrattiva. Se inizialmente il corpo richiedeva l’appagamento di un primo stadio fondamentale, in seguito si sarebbe abbandonato all’unione con sé. La reciproca appartenenza, nel sesso impudico e godereccio con la giovane universitaria avveniva con l’atto della penetrazione, lasciandomi un senso di conquista e il bisogno di affermare nuovamente i piaceri guadagnati con un nuovo amplesso. Con Lisa, invece, la malattia aveva spinto i nostri sentimenti oltre il limite del corpo di due giovani attratti reciprocamente. La struttura restava un involucro temperato il cui contatto non era altro che il mezzo attraverso il quale, nella forma del contatto, si raggiungevano livelli di compenetrazione altrimenti inimmaginabili. Assecondando gli impulsi sessuali, la necessità dell’aderenza si era sempre limitata all’atto erotico di breve durata mentre con lei, la ricerca corporale anche solo per un abbraccio, diveniva la necessità ci aggrapparsi con una tale assiduità che sbalordiva perfino me da sempre restio a una morbosa fisicità. Sfregarsi il volto, baciarsi e abbracciarsi con quella veemenza da intendere l’unione come un tentativo di fusione, come se lei volesse entrare in me per non abbandonarmi più nonostante la morte annunciata, e io la volessi a mia volta sostituire nel corpo per scacciare col mio stato di salute, lo spettro del suo essere destinata a una vita breve.

Se la ragazza del sud era stata in grado di condizionare il mio modo di ricercare il sesso migliore, niente è mai stato paragonabile al desiderio continuo di unirmi a Lisa. Sempre; ogni giorno della mia vita assieme a lei, che fossimo tristi, calmi o arrabbiati con chiunque per l’accanimento del destino, il desiderio di contatto era apicale. Una volta che se ne fu andata il mondo divenne il nemico. Accettavo per istinto il monito di Sartre per cui l’inferno sono gli altri, quando in verità ero io stesso il dolore per chi mi conosceva e doveva sopportare in questa veste di schiva passività. Niente di tutto quello che mi aveva riguardato fino a quel momento, a eccezione del lavoro inteso come appiglio nervoso, era più sostenibile in quanto fatto di cose che ci avevano riguardati entrambi e di cui avevamo discusso facendo progetti a lungo termine. La vita come la conoscevo si componeva di tutto ciò che avremmo voluto condividere, e dal momento che comprendeva interessi reciproci, sgorgava in me la sensazione continua che tutto le fosse stato negato e che pertanto meritassi la medesima sorte.

Era il tempo della grande sofferenza, unico vanto del sopravvissuto. Col passare degli anni tutto si sarebbe fossilizzato in una grande certezza, divenendo in qualche modo la regola, il metodo per sopportare, l’abitudine cui abbandonarsi. Nel dualismo tra amore e sesso prima o poi subentra la scelta legata al caso di circostanze che ci troviamo ad affrontare. Nella catarsi della solitudine, i fantasmi si riaffacciano per condurmi alla malinconia del ricordo tramite dettagli dimenticati; la certezza di alcuni sentimenti si riscopre impressa nella forma del dolore, e sebbene talvolta non riesca neppure a vederne i connotati, basta la sensazione ch’essi generano per descriverli: nel buio in cui brancolo mi muovo senza esitazione. È più probabile che sia il tormento a condizionare i nostri giorni che un attimo di felicità. Quand’essa ci soffia sul collo il suo alito di piacere, la nostra mente è portata a immaginare che così debba essere e che sia l’unico cambiamento possibile cui destinare la nostra sorte possa dirsi migliorativo. Solo il male ci conduce alla vita. Il piacere, sebbene agogniamo di raggiungerlo ogni giorno, ci allontana da essa. Ma come potrebbe essere altrimenti? Come desiderare di soffrire per conoscere la materia di cui si compone la comune sorte, quando abbiamo la possibilità d’illuderci che tutto debba essere migliore di così? L’inganno consapevole è l’unica possibilità che abbiamo per esistere. Scegliere di non essere, organizzare la propria vita secondo regole imposte e confidare fortemente in qualcosa che, seppur inesistente all’apparenza come una struttura particellare, sembra in grado di sostenerci nella dimensione dell’Io. Siamo davvero troppo fragili per vivere una vita di consapevolezza. Non siamo strutture arboree destinate a sconfiggere il tempo, né cristalli o animali arrovellati nell’istinto parifico di vivere e morire. La coscienza ci rende deboli a discapito del desiderio d’eternità. Ogni paura ci allontana dall’essere: il più audace diviene il meno umano, ma ancor più lo è colui che non conosce interesse poiché scambia il fanatismo per umiltà.

Cosa sono le nuvole? Tutto il mio folle amore, lo soffia il cielo… così. Sento che il cuore mi spazza via dal passato; mi allontana da ogni certezza sentimentale per trasportarmi, in quel soffio leggiadro di un cielo meno ostile, verso l’attimo tragico in cui il pensiero muta. Il grembo della natura imparziale, consacrato nella sofferenza e nella solitudine quale ultimo baluardo di quel famigerato esserci adesso, o almeno traccia di un passaggio opposto all’anonimato. Il vanto della propria natura si scioglie nella percezione dell’abbandono involontario. Tutto manca attorno a noi, i giorni scorrono nel timore che niente cambierà da questa condizione definitiva in cui non penetra la luce e dalla quale l’unica via di fuga è un destino costruito nella sua ricerca.

L’eterna indagine dell’amore perduto, conosciuto soltanto nell’impossibilità al ricongiungimento con esso.

 

 

VIII

 

 

Prima dei trent’anni vivevo nel terrore della banalità; si era come insinuato in me un opprimente senso d’inadeguatezza. Ricerca e superbia diventarono le regole di un disagio al quale opponevo la presunzione della padronanza intellettiva. Criticavo l’operato altrui; mi accanivo con coloro i quali dimostravano una reale attitudine per l’arte che a me sfuggiva, portandosi via la speranza del talento. Oggi so che la natura mi aveva donato una vocazione: l’attaccamento, esacerbato dall’insicurezza, alla speranza. Ho passato gli anni della genesi morale concentrando i miei sforzi sul metodo, mentre il pensiero rivolto al desiderio m’allontanava dalla via.

Attraverso questa ricerca dell’originalità trovai l’opposto del mio proposito, producendo il più delle volte opere spente, false, in cui tutto era prevedibile. Mentivo a me stesso. Inseguivo speranze che in seguito sarebbero divenute sprazzi di malinconia, tuttavia se m’invadeva la rabbia per non aver ricevuto in dono la possibilità di assecondare senza sforzi il desiderio, in seguito avrei goduto di quella vacua tristezza generata dal fallimento.

Quando conobbi Lisa tutto cambiò. Molto presto scoprii che lei sapeva riconoscere la mia sincerità in un tempo assai più breve di quanto avessi immaginato. L’ingegno coerente le consentiva di valutare le cose da un punto di vista che non fosse collettivizzato o reso riconoscibile dal canone. Così fu anche per me, e grazie a lei i miei timori lentamente si spensero col progredire del nostro rapporto. Con la sua morte, tutto si sarebbe riacutizzato per distendersi infine nella forma del puro diletto che ha adesso. Lei racchiudeva in sé il mio spettro. La sua erudizione senza secondi fini mi spaventava nell’ipotesi del confronto ma al tempo stesso stimolava le intenzioni di cui disponevo, e il fatto di averla accanto pronta ad assumersi l’onere di valutare i miei scritti privandosi della complicità affettiva che ci legava, rendeva sopportabile perfino il confronto. Un’inspiegabile debolezza che distruggeva ogni mia intenzione, forviando il lavoro fino a renderlo povero e vulnerabile alle influenze esterne. Schopenhauer sosteneva che leggere e studiare troppo impedisce di pensare autonomamente, soprattutto se il lavoro è il mezzo e non il fine. Questo era ciò che avveniva in me da sempre, ma con Lisa ebbe inizio un cambiamento, in parte condizionato e imposto dall’abbandono della giovinezza, che m’avrebbe guidato verso un diverso spirito del fare. Sebbene sia rimasta la tendenza all’assorbimento del pensiero altrui, quand’esso m’illumina irradiando la visione personale con stimoli ai quali non posso rispondere che tramite la citazione, nel tempo ho abbandonato l’intento del consenso per spostarmi verso la frontiera della soggettività. Riconoscere l’azione può indurre a concepire la descrizione del sé come atto puramente celebrativo, ma dopo anni di tentativi falliti l’unica cosa rimasta è questa crudele propensione alla trascrizione di fatti, lenta come l’incedere di un vecchio e dannatamente priva di qualsiasi fantasia… Quello che credevo un dono non esisteva. L’immaginazione non era altro che un modo per affrancarsi dalla mediocrità, ma il pulviscolo sollevato dallo scarso coinvolgimento del mio pubblico consenziente costituito da parenti e amici, m’impediva di riconoscere ché il mio lavoro non rivolgeva l’interesse al piacere bensì al denaro.

Lisa mi insegnò a desiderare l’atto della scrittura come fine ultimo; il resto contava poco o niente senza il prezzo più alto da pagare rappresentato dalla certezza di un tornaconto improbabile. Svincolarsi dal sistema equivaleva a scegliere una libertà stilistica troppo impegnativa: il controllo raggiunto con grande fatica aveva generato una sorta di attaccamento dal quale difficilmente mi sarei staccato, ma la chiarezza doveva perdere la propria importanza per dar sfogo all’attitudine di cui disponevo, qualunque essa fosse. Si trattava di una scoperta anche per me che troppo spesso avevo inteso il mio modo articolato di concepire il verbo come una tara cui porre rimedio, e non come un naturale scioglimento del pensiero razionale che solo così avrebbe avuto modo di liberarsi.

La scoperta, talvolta, si nutre di dolore. La disperazione è il faro che illumina le parti oscure del cervello in cui si annida l’intelletto. Il metodo attraverso il quale l’animo addolcisce i ricordi, li rende balsamo per lenire ferite profonde. Tutto si potrebbe spiegare con la regola dell’istinto, la consapevolezza inconscia di essere un granello, e come tale, comportarsi. Il tempo è l’illusione più grande. La percezione di esso come risposta al malumore che permea la visione dello specchio, ci allontana dall’essenza, per immergerci nell’illusione di un trasporto. Non c’è niente che possa confermarci un passaggio se non la parola scritta. Cosa sarebbe l’umanità senza cronaca? Come può l’uomo aborrire a tal punto l’unica cosa in grado di preservarlo? Il pensiero è impalpabile, inutile quanto la vita stessa se non asservito a scopi collettivi.

Appartenenti a epoche diverse, contrapposti al passato, tutto sembra soggiacere. La finalità della sofferenza cui siamo destinati ci rende ciechi, incapaci di scorgere l’attimo che rappresenta il dono. Sia esso un breve periodo come è stato per me e Lisa, o una vita intera, nell’anfora dell’esistenza non sarà che un attimo impercettibile. Debellando l’egoismo che ci costringe all’autocommiserazione posso adesso vedere il soffio che adesso mi appare favorevole. È dunque così vulnerabile il mio pensiero? La forza del dolore mi spinge ad andare avanti perpetrando la speranza di riemergere. Cosa davvero mi ha condotto a questo punto lattiginoso, fatto di un silenzio assordante e di scene appartenenti al passato lo ignoro, tuttavia, queste immagini col tempo stanno mutando dietro logiche in movimento. Se avrò la forza di resistere agli impulsi che mi allontanano da tutto questo, per ricondurmi alla vita come forma di suicidio in continuità d’esistenza, forse potrò capire come un attimo possa ritenersi davvero eterno, se neppure il tempo può scalfirne l’impronta immutabile.

Tali mi sono parsi gli insegnamenti di Lisa, consapevoli o meno che fossero ma pregni di una sua richiesta continua fatta di sguardi e di un folle sentimento d’amore, in cui per allontanare da sé l’immagine di un tracollo plausibile, mi chiedeva di non dimenticarla mai; di non dimenticarci…

Forse tutto questo non interesserà a nessuno. La trama è l’essere perduto in essa senza logica e tale da stancare dopo poche righe vaneggianti. Ne proverà ribrezzo come accade per le insulsaggini altrui, ma in fin dei conti interessa a me e finalmente, come nell’atto di superare Lorenzo lungo la strada di Monte Morello, sento giungere una spinta distaccata. La solitudine prolungata introduce un più elevato livello di percezione dell’oscurità che alberga in noi, anche se il prezzo da pagare dovesse essere l’oblio, e l’unico rifugio le storie. Mondi sconosciuti, pensati da menti illuminate e generati nella gioia del vivere avventuroso. Una continua ricerca; fuga perpetua dalla verità scabrosa del fallimento per mezzo della mente che ancora aggrappata all’ambizione, finisce ogni volta per ricercare storie di apertura. Fantasia dettata da autori capaci di immaginare, in grado d’inventare la leggerezza fiera della sua irrealtà, alla quale per anni mi sono dedicato nella dottrina dell’apprendimento, con risultati inconsistenti. Un’indagine avida, al pari del desiderio principe che mi ha spinto verso la scrittura, quando ancora ero troppo giovane per comprenderne la complessità nella quale ho riversato l’immaginazione come gesto definitivo. Ogni volta, attraverso la superficialità con cui tutta la mia opera si proponeva, facevo un passo verso un livello più ambizioso che spazzava via mesi e mesi di lavoro. Non esiste l’affermazione dell’opera definitiva che ancora late chissà dove: irraggiungibile giacché la sua vana ricerca, ancora mi garantisce la compagnia di uno scopo senza il quale tutto perderebbe interesse. Se un valido motivo dovessi trovare all’accettazione dell’isolamento, questo è senz’altro legato alla possibilità di cogliere un giorno la creazione di un male che permea il quotidiano, tale da giustificare quest’affermazione in cui risiede la mia pazzia, accettato al punto da non poterci rinunciare.

Nel caos privato regna il cosmo. Ogni domanda priva di risposta è un’occasione per credere nel seguito che attraverso l’onniscienza troverebbe l’estinzione. Lo scopo di una vita non deve seguire regole morali né i precetti di un presunto senso civico. Esula da qualsiasi dottrina, e si compone nell’accettazione incondizionata degli eventi cui il destino ci sottopone. Opporsi a essi non ha alcun senso in quanto l’atto definisce il loro avvenuto trascorso e pertanto deve realizzarsi nell’integrale accettazione come norma afferente il principio d’indeterminazione. Tutto il resto, per quanto inserito in una gamma di comportamenti che spazia dall’onorevole al vergognoso, sarà soltanto il resoconto del livello di percezione raggiunto. La coscienza delle cose però, di tutto ciò che ci circonda, non ne risulterà immune. Gli individui si estraniano da ciò che li circonda, si assestano attraverso la comunità su livelli sempre inferiori e il tutto esula dal grado d’istruzione raggiunto, essendo anch’esso frutto di un miraggio collettivo.

Si scivola sulla superficie della vita, tentando di dominarsi vicendevolmente con la forza, attraverso simboli che richiamano all’idolatria primitiva di oggetti, situazioni, conquiste, come un’arcaica tribù che ricerca la soluzione attraverso una divinità. La fede nelle cose. Il raggiungimento del possesso come fine ultimo dell’esistenza e la ricerca della soddisfazione sensoriale che attraverso la chimica neurale conferma la bontà di questa ipotesi. Siamo dunque soltanto questo abbaglio di sinapsi? Non c’è niente che possa renderci immuni all’omologazione, in grado di rappresentare un più alto obbiettivo nella società stessa, o almeno di restituirci alla storia come elementi distinti? Quando cerco una risposta a tutte queste domande, non posso che osservare il potere e in esso recepire il fine ultimo. Essere sopra i nostri simili nel possesso e dominarli attraverso il controllo, rappresenta in qualche modo la genesi stessa dell’umanità. Un passo verso dio: un passaggio per l’eternità e la sconfitta della morte.

In questo viaggio a ritroso nei miei giorni, concepito dal ricordo contaminato, scopro che non v’è interesse alcuno, adesso, per la celebrazione. L’unico piacere deriva dall’abbandono all’evidenza, e da questo verbo gettato come una struttura incomprensibile perfino a me che in origine avrei voluto descrivere e non, come invece avviene, essere descritto. Perfino lo scopo iniziale di questa cronaca scompare davanti al bisogno d’introspezione. L’armonia della struttura romanzesca si perde, i romanzi cederanno il passo ai diari, alle autobiografie: libri avvincenti, purché chi li scrive sappia scegliere fra ciò che egli chiama le sue esperienze, quella che davvero è esperienza, e il modo per raccontare veramente la verità. Così in questo racconto, nato dall’impeto di ricreare un mondo smarrito per dare un senso ai trascorsi e sfuggire nel tempo della narrazione al flagello della solitudine, scopro che quest’ultima permea tutta la mia esistenza. Non c’è cronaca in cui essa non ponga le basi per un punto di vista condizionato, e davanti a una tale rivelazione, non resta che ammettere che l’unica verità possibile consiste nell’assecondare la sua forza. Accettarla, votarsi a essa per farne una compagna innocua: nessun errore più grande vedo del respingerla.

La descrizione di luoghi, situazioni, circostanze… tutto ha senso solo se appartiene al vissuto. La vita educa secondo linee di ricordi sottili; il legame tra essere ed esperienza garantisce il più basso dispendio energetico per la sua continuazione oltre la quale, c’è il buio. La penna non scivola sul foglio candido, se non per trascrivere il sentimento, pur nella forma fantasiosa della creatività. Noto dev’essere il contenuto della finzione, l’unico vanto sarà nella trasfigurazione di esso. Il romanzo è il resoconto. Quale sia la strada per raggiungerne lo scopo poco importa; comprendo la necessità per uno scrittore di raccontare i fatti in terza persona, al fine di trovare certamente quel distacco necessario dalla materia intima, capace di opporsi alla sincerità: forviarla, indurla senza peso di coscienza a deviazioni incontrollabili verso un più basso livello di onestà. Lontane dalla forza impressa al principio di quest’operetta, danno un senso e un’identità propria ai miei scritti. La necessità di scoprire e assennare slanci che altrimenti assumono i toni della pazzia, mentre penetrare la materia provocherebbe uno scompenso tale, da indurre anche il più audace esploratore alla rinuncia.

In questo turbine confusionale ancora una volta mi appaiono le figure di Lorenzo, di mio padre e mia madre, come se attraverso il mio intelletto la loro coscienza chiedesse una rappresentazione meno approssimativa. Avviene un fenomeno per il quale essi rivivono la loro assenza tramite il mio desiderio di esserci, rivendicando un ruolo ch’io per primo ho ritagliato loro. Ingiustamente, ma nel più comico dei fenomeni interpretativi dell’ingegno, mi ritrovo ancora una volta indispettito dal loro atteggiamento, sebbene non ne abbia notizie da anni. Piuttosto che indulgere loro il perdono della colpe, la comprensione di esse mi rende ancor più schiavo del loro dominio e in tutto ciò, intuisco l’inevitabile sorte cui gli anni ci spingono. Come se gli avvenimenti dell’apprendimento condizionassero tutto. L’unica speranza è quella di conoscerne la forma così da poterne contenere il ripugnante olezzo.

In questo gioco perverso di contaminazione, intere generazioni si sono tramandate i malumori, gli errori e le speranze tradite. Fallimenti che sono franati come un domino di dolore la cui unica speranza era il tracollo di un ribaltamento, in un punto imprecisato della sua lunga spirale, laddove l’essere ne prende coscienza. Se il resto è da considerarsi distrutto, quantomeno ciò che ne rimane può ancora essere preservato.

Sono le lame del mio passato sopra le quali ricado ogni volta. Tutto è nell’aria. Si ripropone col ritorno delle stagioni; il carico di odori che le pregna, sempre lo stesso, mi scaraventa nel passato strappandomi da questo presente di solitudine in cui il gesto diviene esasperato dalla ritualità fino all’ossessione. Questa mia vita, alla quale ogni giorno concedo l’importanza che non merita, che m’appare nella natura d’uomo così assurda e densa di significati, si potrebbe sbrogliare con poche parole definitive. La corsa con Lorenzo sulle pendici di Monte Morello, la giovinezza, la scoperta del sesso, il conflitto paterno e la morte; prima di mia madre, e poi di Lisa. Tutto il resto cos’è? Sopravvivenza, annullamento, percezione del cambiamento… Spreco.

Là fuori il mondo brulica di famiglie condensate davanti ai miei occhi che nell’incubo dell’isolamento vedono solo felicità. Per anni sono stato accecato dalla cortina della socialità, per mezzo dalla quale gli uomini difendono se stessi dall’incubo del pensiero. Tutti abbiamo paura dell’abbandono, temiamo il vuoto e il silenzio di una casa priva di suoni più della morte stessa. Appare inammissibile il pensiero d’invecchiare, perdere l’autosufficienza che confondiamo con la dignità, doversi affidare a perfetti sconosciuti. Niente; burattini ammaestrati, scimmie nel circo di un dio che dovrebbe amarci e invece si diverte a provare la resistenza di una volontà distribuita senza imparzialità. Qualsiasi cambiamento ci turba e ci sorprende; lo sanno i poeti che ne hanno parlato finendo nel dimenticatoio, i pittori la cui arte resta incompresa finché il loro gusto non viene soppiantato da un evoluzione che li rende innocui al presente, e lo sanno gli scrittori, o alcuni di essi, di cui nessuno vuol conoscere le idee. La mediocrità permea tutto. La vita ruota attorno a obbiettivi il cui fine ultimo sembra essere l’accumulazione; la conservazione diviene esistenza e il cardine di tutto è l’esteriorità. Attorno a noi si muovono gli effetti di quest’orrendo teatrino: la finzione è la regola, la circostanza impone e agisce sul dogma invece che sulla volontà in modo da gestire ogni azione automaticamente.

Vorrei essere così distante da tutto questo. I mie occhi scrutano in modo ossessivo i comportamenti di coloro che mi stanno accanto, e non vedono che il fallimento. Perdita di sé. Costruzioni nelle quali ancora coltivo e miei giorni nel sadico gioco dell’emarginazione dove tutto si è perso. Perfino il desiderio di una carezza mi repelle talvolta come fosse un machete in grado di troncare gli equilibri labili imposti dal primordiale attaccamento alla vita. È proprio in questi momenti che il pensiero torna a posarsi sul gesto delicato in cui noi ci accarezzavamo, magari per la prima volta, e la tua carne fremente ribolliva sotto il delicato tocco del mio timore. Quando ci amammo per la prima volta, il desiderio era tale da imporre il fallimento. Lo sfiorare avido del tuo giovane corpo é un desiderio tale da ubriacarmi di eccitazione. Tutto ciò che sarebbe avvenuto poi ci era oscuro. Stavamo sdraiati nei boschi esplorandoci come fanciulli. Era il racconto tattile di una passione giovanile, in cui tutto scorreva nei canali dei nostri corpi collegati dall’attrazione reciproca. Ma era anche un flusso neurale continuo, ininterrotto, nel quale non scorreva soltanto la spinta ormonale bensì il pensiero stesso di ciò che l’uno avrebbe potuto fare per l’altra, e di come ci fossimo riconosciuti in questa breve distanza che separava la mia vita precedente, dalla tua.

Ero giovane, ancora integro, inesperto e convinto, di quella convinzione tipica del puerile approccio di un ragazzo che l’ingratitudine della vita fosse stata ampiamente elargita. Mi pavoneggiavo dei drammi che m’avevano colpito, senza che mi sfiorasse il dubbio che il peggio dovesse ancora arrivare. Un’illusione fondata sulla giovinezza in cui le spalle sostenevano il peso del fiero dolore, quando invece avrebbero dovuto ripudiare la ricerca di commiserazione.

Con Lisa era tutto nuovo, tutto diverso. Non ero pronto e non lo sarei stato neppure in seguito. La vita solletica l’evoluzione in tanti modi, e io non ero nato per lei, non per amarla liberamente o godere delle grazie ch’ella mi offriva in nome del nostro amore. Ero generato nell’intento di venerarla e così è stato anche nel dolore. Quella sensazione che continua a controllare il mio abbandono, di doverne penetrare il corpo e la mente, anche adesso che mi resta il ricordo sfumato nel tempo ogni giorno aggredito dall’ossidazione cellulare, che alleno per non perderne il riverbero abbacinante. La compenetrazione delle idee, della carne, dei sensi, del sapere: un’ossessione destinata a controllare tutto il pensiero e prim’ancora la vita.

È dunque questo, l’amore?

La retorica circonda le nostre vite come un respiro lento e implacabile che assilla ogni momento. Ne abbiamo bisogno per sopravvivere, la sincerità resta un lume che solo la solitudine è in grado di far emergere, come uno scrittore che sente il bisogno di chiarirsi ignorando la narrazione, privando il lettore dell’unico piacere che ancora lo tiene legato alla sua triste operetta, ovvero la linearità di una trama onesta.

Nell’atto di scoprire il riscatto del mio tempo m’appare invece la follia. Una purezza irrequieta, che mi conduce oltre la prosa, fino all’incomprensione che sola può spiegare lo stato in cui confluiscono i miei pensieri. Non c’è scelta in questo ma solo un percorso: deviazioni e imprevisti da scacchiera che portano all’isolamento. La difesa é la reclusione. Vieni dentro con latte appare, nella sua imperitura ripetizione, l’assillo interiore di ognuno: un prolungato distacco che ci permette di percepire la profondità. Cerchiamo così di costruirci esistenze dal brusio assordante, in grado di confonderci e impedirci di ascoltare quel lamento ipnotico che tenta di uscire ogni volta, come un canto, come un inno alla soggettività repressa. La tragedia è attorno a noi. Paure e credenze che portiamo avanti pur negandole pubblicamente, in nome di quella stessa retorica che respingiamo affermandola col suo stesso diniego.

Aprire gli occhi ci costringe ad averne coscienza. Le persone divengono un amalgama del quale sentiamo di non fare parte, quando magari il tizio accanto a noi sta pensando la stessa cosa e c’inserisce a sua volta nell’insieme a lui oscuro e così quello accanto, e ancora, e ancora, ponendo tutto questo nell’ottica che in fondo, siamo davvero soli e destinati a rimanerlo.

Prim’ancora di trascrivere i pensieri su questo foglio virtuale, devo raggiungere un livello di stanchezza prossimo all’annullamento. Rimango per ore davanti al monitor, aspettando che la parola sgorghi dal silenzio di questa camera vuota, ma essa giunge soltanto alla fine, per pochi attimi, neppure una pagina il più delle volte, come provasse pena per la mia debolezza. In uno slancio funambolico abbozzo poche frasi sconclusionate; ricordi perlopiù che si protraggono nel tempo, ma il concetto risiede appena. Una sosta improvvisa tra le stanche dita che battono gli ultimi barlumi di un’altra giornata identica alla precedente, prima che il corpo si spenga e l’accolga il letto disfatto dall’insonnia.

Talvolta mi assale il sospetto che la morte di Lisa sia servita a questo, a darmi la possibilità di sprofondare nell’oblio per scrivere. Il ghiaccio pervade tutto, mi permette di raggiungere un completo distacco dall’evidenza. La realtà si compie nel caos del verbo e una frase, comprensibile oppure totalmente oscura per chi la legge, assume il medesimo valore di una singolarità. Il senso perduto di tutto, perfino il diritto alla chiarezza viene meno per lasciar spazio all’attimo: reduce barlume di speranza sfuggito al marchio dell’ipocrisia, per svincolarsi e cedere nella più ovvia onestà, l’esatta indifferenza della riflessione davanti al risultato morale di essa.

Infine la sera, nel silenzio che m’avvolge tra il ronzio degli elettrodomestici e la caduta del traffico in lontananza, sento giungere il momento dell’abbandono. Tornano le voci delle persone perdute, mia madre si muove in cucina nella luce di una domenica primaverile in cui l’aria dolce spira dalle finestre e diffonde il profumo dell’arrosto per le stanze illuminate. Oltre la siepe, gli occhi di Lisa mi osservano colmi di una dolcezza rassicurante; un merlo mi scruta tra le ortensie fiorite. Con l’ultimo sorriso che mi resta sulle labbra, spengo la luce, chiudo gli occhi, e ritorna la vita.