Ognuno vede ciò che sa

(di Roberto Masi)

Lo studio della curva di Peano mi ha mostrato la strada, sento però la necessità di fare ordine in questa logica di concetti franati. Sebbene condivida con Nietzsche molte cose, ribadisco il mio deciso rifiuto del concetto di Eterno ritorno. Con questo non voglio dire che accolgo una qualche forma di religione, ma non accetto l’idea di una ripetizione perpetua. Non riesco, anche perché in caso contrario questa ricerca non avrebbe senso, ad accogliere la possibilità che non esista uno scopo nella vita, che l’uomo sia un mero carburante nel ciclo vitale del cosmo, una fonte energetica che si ricarica come una batteria per affievolirsi e sparire in un lasso di tempo più o meno esteso. Partendo dalle immersioni, dunque, ho scoperto il Limite eterno, e con esso la necessità di risalire. La vita è qui, dove posso interagire e la coscienza, come ho detto in Amor fati, è una superficie mossa che finalmente, per mezzo della rappresentazione grafica di David Hilbert e dell’opera di Bruno Munari, sfocia nel concetto dei frattali: oggetti geometrici le cui forme si ripetono senza interruzione. L’omotetia che li contraddistingue, ovvero la capacità comune di replicare in scala la propria caratteristica geometrica, è la rappresentazione, in natura, del concetto che intendo approfondire per perfezionare il mio ragionamento.

Foglie, fiocchi di neve, cristalli, perfino un semplice cavolo romano, sono la rappresentazione di aspetti assimilati. La ripetitività ossessiva che genera il concetto di forma, e di coscienza appunto, attraverso la reiterazione di un motivo calcolabile. La cosa che mi spinge ad approfondirne la comprensione è che il frattale, a differenza di una curva piana che utilizza una funzione matematica, dev’essere necessariamente calcolato attraverso un algoritmo. Questa sua caratteristica intrinseca gli assegna una proprietà specifica, in altre parole il fatto di tendere al risultato finale senza mai raggiungerlo. Sparisce dalla percezione sensoriale verso il mondo quantico ove la meccanica stessa smette di rispondere alle leggi della fisica classica, e da questo la tendenza, insita nella natura, all’indeterminazione di tutte le cose, al dubbio appunto.

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cavolo romano – frattale in natura
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fiocco di neve – frattale in natura

La coscienza, pertanto, è un dato comune. Un velo che si distorce alla stregua dello spaziotempo sotto l’influenza della gravità storica, e che separa il senso di una verità accettata, dal disordine in cui tutto si confonde perdendo di significato. Il valore di questa superficie è lo stesso del Velo di Maya: il Limite eterno che separa l’indicibile senza alcuna direzione cardinale prestabilita. Il fuori e il dentro sono aspetti della medesima confusione e l’essere umano, diversificato come un frattale senza fine, vive su questa superficie che si distorce incessantemente. L’Eterno ritorno decade. Il suo aspetto ciclico declina nella natura stessa di questo concetto che, mutando in continuazione, sposta il ripetersi degli eventi, anche personali, ogni volta in un punto diverso della sua curvatura, garantendo a noi umani di subire l’influenza delle scelte che facciamo, senza possibilità che un evento si ripeta nello stesso identico modo e proponga incessantemente i medesimi risultati.

Cosa sto guardando? A questo punto sento l’ambiguità del concetto che, se da un lato mi apre gli occhi verso nuovi orizzonti, dall’altro m’impone l’incertezza. Se dubitare è la regola, la direzione non può essere sbagliata, neppure quando la verità dovesse attraversare il fallimento senza condurre a niente, giacché la sua confutazione diverrebbe un po’ più facile da raggiungere. Forse la vita interiore si riduce a questo, come nella geometria frattale appunto, nella tendenza infinita verso una verità irraggiungibile. Tale concetto scaturiva in me già ne Il limite eterno, e rappresenta il mio modo d’interpretare la riflessione introspettiva, come un metodo irrisolvibile la cui compiutezza è la caratteristica propria dall’essere privo di soluzione. Più si affina la ricerca, spostandosi sulla superficie del “velo” che ondeggia sotto l’impeto della modifica di assetti socioculturali, e più si tende all’unico risultato possibile: l’indeterminazione. Ma, come ho detto prima, rifiuto il concetto di Eterno ritorno e perfino il significato intrinseco del Velo di Maya come dimostrazione che l’essere umano vive nella più completa illusione di ciò che lo circonda. Protendo, invece, verso il Principio antropico secondo il quale ogni cosa da me osservata si modifica nell’istante stesso in cui interagisco con essa. Sebbene possa sembrare un affinamento dell’ipotesi di un’illusione perenne, in realtà dona un senso più alto alla nostra natura, rendendoci in qualche modo artefici, attraverso connessioni logiche, di un destino comune. Credo nella creazione e terminazione di tutte le cose, non per mano di un dio benevolo che giudica le nostre azioni, ma in quanto limiti estremi di un’opera collettiva entro la quale si svolge l’esistenza.

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Geometria frattale

Siamo in ambito paradossale, dunque cito Georg Cantor, grande matematico tedesco padre della “teoria degli insiemi”, e lo faccio in barba a coloro che, forti della propria intelligenza, del proprio sapere, della propria esclusiva capacità di comprendere teoremi ad altri preclusi, tacciano i filosofi di farne un uso anomalo e scellerato. Rivendico, opponendomi al dogma di un’erudizione egocentrica e poco incline alla scoperta di un confine ancora più lontano, il diritto di ognuno ad attraversare la scienza, l’arte, la letteratura o qualsiasi cosa egli desideri, per tendere alla scoperta di se stesso: “Non ho alcun dubbio che in questo modo noi ci estendiamo sempre oltre, senza mai raggiungere una barriera insuperabile, ma anche, senza mai raggiungere una comprensione anche approssimativa dell’Assoluto. L’Assoluto può solo essere riconosciuto, mai conosciuto, neppure in modo approssimativo”. Così, con la “frattalizzazione” della coscienza che raffiguro come una schiuma in cui ogni bolla riflette gli effetti di stimoli cui è assoggettato l’uomo, intendo l’impossibilità di un sapere assoluto bensì una tendenza, chiara e mutevole, verso ciò cui aspiriamo in quanto esseri umani. Il concetto stesso di tempo svanisce, il caos che regola lo sviluppo di questa schiuma è tale che ognuno di noi fa del proprio carattere la circoscrizione di una singola bolla rappresentata, che si modifica al tocco di scelte continue ed eventi subiti: un colpo di vento, la spinta alla fusione di due elementi, l’esplosione nella morsa di enti pressanti. Pertanto, un’ipotetica formula della coscienza che parta dal concetto d’Invarianza di scala, sebbene persista la variabile “Kp” (caratteristiche personali) della natura soggettiva, dovrà essere incrementata da un’altra variabile imprescindibile: la risposta allo stimolo come quantità finita data dall’osservazione “Rc” (risposta a eventi del caso). Proverò a fare chiarezza. L’Invarianza di scala è la proprietà di un oggetto di non mutare qualora venga effettuata una variazione della sua scala di grandezza. Userò in questo caso il termine “invarianza” giacché si parla di Trasformazione quando il fattore moltiplicante è positivo e Contrazione, quando invece negativo. Poiché nel caso di una coscienza consapevole l’influenza ricevuta può sottostare a mutazioni in entrambi i sensi, è necessario esprimere un concetto che risulti il più aperto possibile. In questo studio non c’è l’intenzione di attribuire alla coscienza peculiarità positive in senso assoluto, bensì stabilirne la variabilità soggettiva contestualizzata all’ambiente. Non percepisco, infatti, la coscienza come un fatto puramente benevolo, bensì come una parte dell’essere che ne stabilisce il ruolo. Pertanto, la formula che ne ricavo è la seguente:

Δc = (±Kp) x (±Rc) → ±∞-1Δcˈ

Da leggersi nel seguente modo: la coscienza Δc è il prodotto tra l’influenza variabile ricevuta da caratteristiche proprie (±Kp) e la risposta a eventi casuali cui l’essere è sottoposto (±Rc), tali da garantire un risultato coerente che tende all’infinito, sia esso positivo o negativo, senza mai raggiungerlo ±∞1Δcˈ.

È chiaro che si tratta di un gioco. Tale formula non ha alcun valore logico-matematico, serve solo a rappresentare, alla stregua di un dipinto se vogliamo, la sintesi comica del mio pensiero. Dice bene Munari quando afferma in uno dei suoi tanti testi: “Ognuno vede ciò che sa”. Se tanto mi da tanto, la nostra vista è piuttosto marginale, offuscata dall’ignoranza, perfino in coloro i quali dimostrano doti eccellenti in qualche campo specifico, mostrando evidenti lacune in tutto il resto. In effetti, questo mio studio cerca di coinvolgere il maggior numero di concetti possibile con lo scopo di chiarire, se non agli altri almeno a me stesso, la particolarità del nostro modo di “fare vita”, di sfamare la nostra curiosità senza curarsi del mezzo utilizzato per farlo, quanto della necessità incessante di assecondare il bisogno di sapere. Questo è il motore che smuove tutto, modifica il nostro modo di vivere e con esso, necessariamente, la nostra percezione degli altri. Secondo Ray Kurzweil, direttore capo del reparto ingegneria di Google, entro gli anni quaranta di questo secolo avverrà una svolta epocale per l’umanità, il sorpasso delle intelligenze artificiali sull’uomo. Supponiamo che la stima di questo illustre pensatore sia sbagliata, resta il fatto che per quanto si possa spostare la data di tale cambiamento definitivo, tutto fa pensare che si tratti di un evento ormai certo. Dove finirà a questo punto la nostra essenza? Saremo in grado di mantenere il fuoco acceso, o la formula volgerà infinitamente al negativo, mentre algoritmi incontrollabili decideranno in base al principio della crescita di un mondo distopico privo di emozioni? Forse, se sapremo comprendere il rischio di un tale cambiamento, conosceremo meglio il valore della nostra natura e proprio mentre tenteremo di opporci, sarà proprio un algoritmo a salvarci dall’annientamento.

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Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

Amor fati

Il limite eterno

Il velo di Maya

L’eroe eterno

(di Roberto Masi)

La definizione che do al mio modo d’intendere gli eventi, è il risultato dell’abbandono di ogni giovanile virgulto intellettivo. Si tratta, dunque, di un macigno che pesa sulla mia coscienza e del quale vorrei liberarmi per ritrovare l’antico fuoco. Comunque, per quanto il definirmi Scrittore Metafisico sia per me doloroso al pari di ammettermi scevro di creatività, il suo riconoscimento lenisce esso stesso il dolore che mi provoca.

Come per molti prima di me, in gioventù sono stato un sostenitore inconsapevole della dottrina di Nietzsche, quando ancora i dolori e le colpe del passato erano tali da non inficiare l’umore quotidiano, e mi era lieto perfino gioire delle sventure. In seguito però, col progredire degli anni, delle responsabilità e l’accumulo di timori verso il domani incerto, il cosiddetto nichilismo passivo ha preso campo invadendo ogni azione della mente fino a condurmi all’accettazione, passiva appunto, del crollo di ogni valore. In buona sostanza, il Superuomo cui ambivo di diventare è oggi una mera utopia della mente spensierata che nel tempo è stata rimpiazzata da una visione empirica, sia nel gusto, che nell’approccio concettuale.

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Quando ho accettato questa evidenza, la mia prima reazione è stata di orrore. Un penoso senso di vergogna si è impossessato di me ché non volevo ammettere, dopo anni di studio, di riconoscere l’idea di illustri pensatori del calibro di Giovanni Papini del quale apprezzavo soltanto l’essere antiaccademico. Diciamo che la definizione usata per identificarmi come Webwriter è un atto di onestà verso me stesso. La creatività si è davvero perduta per lasciar spazio alla cronaca, seppur visionaria, del proprio immaginario. Questo avvicendamento è ovunque, in qualsiasi materia giacché l’innovazione avviene quasi sempre in età fertile, mentre ai più vecchi spetta il compito della sua oggettiva “contestualizzazione”. È duro da ammettere… ma è così!

Gli eroi cambiano nel corso della nostra vita. Crescono con noi, invecchiano e talvolta svaniscono. Penso a un atleta che nel tempo muta il suo potere sul nostro apprezzamento fino a svanire quasi del tutto, oppure a uno scrittore nei cui testi finiamo per non riconoscerci più. Il gusto si evolve, tuttavia alcuni di essi sono capaci di elevarsi ed elevarci a tal punto, che la stima resta immutata. Difficile se non siamo davanti all’oggettività di un dato come avviene per la scienza: la percezione stessa delle cose e il potere dell’opera inquadrata in un preciso periodo stenta a seguire l’evolversi della coscienza personale. Spesso sono anche i singoli destini che spostano l’attenzione privilegiando l’uno o l’altro ma, come ho detto, in certi casi il valore persuasivo si mantiene immutato e questo, almeno per ciò che mi riguarda, è il caso di Dino Campana.

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Dino Campana all’età di 23 anni

Dino Campana è il poeta cui più di tutti mi sento legato e la mia attenzione per la sua poetica è rimasta immutata negli anni, nonostante cambiassero gli stimoli da essa ricevuti. Se da giovane ero attratto dal suo essere convinto della necessità di spogliarsi di ogni corruzione, come nella dottrina nietzsciana appunto, per divenire il più puro possibile nella rappresentazione del sé (cosa da lui mantenuta invariata fino alla morte); in seguito, accogliendo una visione meno attiva del nichilismo per le ragioni di cui sopra, ho apprezzato fino in fondo la forza dei suoi versi, il loro indubbio empirismo, e le immagini ch’essi evocano con precisa violenza. La poetica di Campana si muove, mi riferisco soprattutto ai Canti Orfici,  in una “zona franca” di istinti nella quale ho spesso l’impressione di trovarmi, in quel frangente cioè che separa il sonno dalla veglia, il sogno dalla realtà nel quale la potenza metafisica delle suggestioni si scioglie nell’esasperazione di una creatività brutale e folle come il suo stesso autore. Proprio in questa sua follia, presunta o tale che sia, ho intravisto il mio stesso cambiamento: accolta per puro senso di ribellione emulativa nella prima parte della mia vita, e poi stimata per la determinazione al mantenimento delle proprie convinzioni fino all’epilogo nefasto.

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Spesso si sente dire che la poesia è morta, ma il fatto che ci sia un’evidente e comprovata crisi editoriale non giustifica affatto questa affermazione. Sempre più persone, spesso giovani, sono soliti interfacciarsi attraverso i moderni mezzi di socializzazione informatica definendosi tramite aforismi ed estratti poetici (per la maggior parte banali e frutto di una comprovata ignoranza, va detto), a dimostrazione che il bisogno di esprimersi attraverso “versi” sia ancora vivo e immutato nell’uomo. Semmai si può parlare di superficialità in essi, e non per snobbismo ma per oggettività del dato, ma non certo di crisi. La necessità di riconoscersi in un pensiero non nostro è frutto però di quel nichilismo passivo di cui parlavo che prevede l’accettazione indolente degli eventi mentre per Dino Campana, l’esprimersi attraverso la propria opera era un modo per affrancarsi: non per elevarsi bensì per distinguersi come nel suo intento più puro o, come scrive Neuro Bonifazi: “con la dedizione e l’innocenza del credente, dell’iniziato, dell’uomo che vuole elevarsi idealmente verso la bellezza apollinea, nobilitarsi alla luce dell’assoluto contro tutte le viltà e le povertà del quotidiano e del comune, anzi attraversando il fuoco della più amara e dionisiaca ebbrezza della materialità, per risvegliarsi nell’azzurro”.

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Dino Campana sapeva di essere un uomo superiore alla media e rivendicava questa sua convinzione nei momenti di rabbia, alimentando così la sua grande frustrazione. Ha avuto una vita costellata di fughe da se stesso e dai manicomi in cui sovente veniva rinchiuso a causa del riconosciuto limite patologico della schizofrenia. È stato forse il poeta della sofferenza mentale e come pochi altri, ha saputo navigare in questo dolore per trovare i propri versi ancora oggi, secondo me, scarsamente riconosciuti nel loro indiscusso valore. Se l’amore dura il tempo di una scintilla, in pochi, tra cui il poeta toscano, sono stati in grado di  descriverlo nel suo culmine dirompente e così facendo… renderlo eterno.

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