Cadiamoci addosso

(di Roberto Masi)

Tolti gli algoritmi, restiamo noi.

Recentemente mi sono occupato dei rischi derivanti da un utilizzo inconsapevole dei sistemi d’Intelligenza Artificiale. Si tratta di considerazioni riguardanti un tema complesso, per il quale la risposta è assai meno importante della domanda stessa. La mia opinione in merito resta mutevole. Segue, per così dire, le dinamiche dei miei studi che, di volta in volta, alterano la percezione dei suoi probabili effetti.

Se da un lato sono affascinato dagli sviluppi (e impieghi) della tecnologia, dall’altro temo un impoverimento della nostra umanità, del nostro modo di creare attraverso la fantasia, che sembra minacciata da un’evoluzione perfettamente organizzata nel linguaggio informatico.

Essere consapevoli, prima di tutto, dello stato delle cose, è un primo passo verso la salvaguardia della nostra natura. Non serve a niente criticare, sebbene sia la cosa che ci viene più facile. Bisogna invece conoscere, o meglio ancora apprendere, per capire ciò che avviene attorno a noi e formulare ipotesi che rappresentino l’identità soggettiva. Sembra demagogia, ma è così, c’è poco da fare. Un’idea non è mai sbagliata, neppure quando si dimostra fallimentare. Sarà proprio nel dibattito divergente, infatti, che ci innalzeremo come uomini sopra le macchine.

Dire, per esempio, che la tecnologia toglierà molti posti di lavoro, equivale a confermare una visione riduttiva delle nostre potenzialità. Prendo in prestito le parole di Ray Kurzweill, Ingegnere capo di Google: “I robot ci ruberanno il lavoro? È probabile, sì. Ma non è poi questo gran problema, ce ne inventeremo degli altri”. In effetti, una concezione più aperta aiuta a detergere l’animo dal terrore del cambiamento. La paura di perdere il lavoro, di veder crollare le proprie certezze, di abbandonare quella serenità, presunta, in cui la vita scorre leggiadra verso un finale scontato, rappresentano il velo che ottenebra le nostre menti, regimandole in uno scrigno. Ma la vita – e vi sta parlando un tizio che deve fare sforzi incredibili per uscire della comoda routine – è ben oltre quella scatoletta di tonno, al di là dei nostri confini mentali verso i quali la patetica indulgenza, è in grado di formulare attenuanti incontestabili.

ray-kurzweil-transcendent-man
Ray Kurzweill – Ingegnere capo di Google

La famiglia, il dovere di…, la necessità del…, sono tutti giustificativi che imponiamo a noi stessi per non implodere. Per non ammettere di esserci smarriti, nella retorica di un un esodo pecoreccio, verso il crepaccio dell’omologazione. Tuttavia, io credo che l’uomo possa svincolarsi da tali catene senza bisogno di modificare le abitudini, bensì divenendo egli stesso, il controllore delle proprie pulsioni.

Lo Spaziotempo teorizzato da Albert Einstein esiste. Le stesse onde gravitazionali recentemente osservate dal LIGO negli Stati Uniti e dal VIRGO di Pisa lo hanno confermato. Sembra pertanto innegabile che i corpi celesti dotati di massa deformino questa materia elastica nella quale sono immersi, al punto da permettere a “sistemi” come la Terra nei confronti del sole, di cadervi dentro, e non di venirne attratta come si pensava in origine. Per l’uomo sarebbe auspicabile la stessa cosa. Piuttosto che d’attrazione, preferisco interpretare le relazioni come una perenne caduta degli uni negli altri. L’attrazione, in senso letterale, presuppone una forza che in quanto tale genera un’azione violenta turbando lo stato di quiete. Tale forza, col tempo, è destinata a provocare una reazione uguale e contraria generata dal bisogno di rivendicare il proprio imprinting. La caduta immutabile, invece, sembra essere più armoniosa ed equa: non sono le azioni di uno che influenzano l’altro attirandolo a sé, ma è il tessuto circostante che si modifica attorno ai nostri comportamenti, trascinandoci in uno stato di naturale appartenenza. Direi che per adesso sussistano entrambe…

spaziotempo.JPG
Rappresentazione grafica di come lo spaziotempo si distorce influenzato dalla massa generando la caduta di un corpo di massa inferiore

L’Intelligenza Artificiale, pertanto, non rappresenta un rischio per l’uomo se questi ne utilizza il potenziale per deformare l’ambiente attorno a sé. Al contrario, qualora lo scopo fosse quello di sfruttarne il potere per un dominio senza scrupoli, allora ogni certezza crollerebbe, ed è lì che il rischio aumenta in maniera esponenziale. Un algoritmo non intuisce né crea ma si comporta seguendo i dettami imposti dal suo creatore. Il codice in esso contenuto ne stabilisce la condotta sulla base di leggi precise e inviolabili, che hanno proprio in questa regola immutabile la loro più grande debolezza. Essere rigidi al pari di un algoritmo ci impedisce di scegliere per davvero.

Quando ero piccolo girava tra noi bambini una storiella simpatica che faceva più o meno così: “Sapete come si fa a tornare a casa dal deserto con un’arancia e 100 Lire? (all’epoca era questa la valuta corrente). Si prende l’arancia e la si spreme. Nel succo ci sono le vitamine, dunque si toglie la vita e rimangono le mine. Una volta fatte esplodere le mine si genera un trambusto, quindi si toglie il busto e resta il tram. A quel punto non resta che pagare il biglietto del tram con le 100 Lire e tornare a casa”. Ecco come, in questa storiella fanciullesca io rivedo l’uomo nella sua essenza più rappresentativa, che fonda le basi della propria sostanza nell’ingegno creativo. Un algoritmo invece, con le sue regole inviolabili, avrebbe optato per un ragionamento logico, consigliando di nutrirsi dell’arancia per prolungare la propria vita in attesa di una fine certa.

In conclusione, io sento che è arrivato il momento di prendere quel tram. Agire deformando lo Spaziotempo in cui siamo immersi e caderci addosso per proseguire questo nostro cammino verso l’esistenza, senza temere che una successione di numeri binari possa portarcela via… Se ci è riuscito l’universo per 14 miliardi di anni, perché non dovremmo farcela noi?

***

Segui il blogorizzontedeglieventi.blog

Segui qui il: Progetto Letterario

Long tail keywords – le parole dalla coda lunga

(di Roberto Masi)

Questo blog è frutto di una maturazione personale, nata dal desiderio di sconfiggere un’innata reticenza alla condivisione. Oggetti, circostanze, opinioni… tutto ciò che mi porta a scrivere rappresenta l’attimo fugace di una mente in continua evoluzione (tanto per darsi un tono). Del resto, le contaminazioni sono ovunque e non è poi così difficile trovare ogni giorno nuove fonti d’ispirazione. So bene, tuttavia, che scrivere in prima persona implica il rischio di attirare antipatie da parte di chi, legittimamente, possiede opinioni discordanti; come comprendo che un blog di questo tipo ha poco da aggiungere se non l’aspirazione, mai vana, di creare un momento di svago.

Una volta deciso di rendere pubblico il pensiero però, è evidente che mi auguro che questo incontri il maggior numero di persone possibile e non si fermi alla cerchia ristretta degli amici. Ma come fare per raggiungere lo scopo? Esiste un modo per aumentare la propria visibilità che non sia vincolato alla speranza? La risposta è sì!

I metodi sono molti e penetrando l’argomento ho scoperchiato il vaso di pandora della mia ignoranza. Esistono oltretutto degli studi incredibili a riguardo, approfondimenti filosofici, socioculturali e quant’altro, che trattano un tema complesso, tutt’altro che limitato al desiderio di raggiungere gli altri attraverso il passaparola, ma che prevede chiare e spietate, nonché intelligenti, strategie da webmaster: un bellissimo neologismo il cui significato adesso mi è chiaro.

search-engine-optimization.jpg

Oltre ai vari trucchetti facilmente intuibili anche da un profano come me tipo condividere il più possibile attraverso i propri canali social, la cosa che ho trovato davvero interessante sta nel fatto che per scrivere in rete e ottenere il massimo dal proprio lavoro, bisogna sviluppare una mentalità adeguata, che si ponga l’obbiettivo di posizionare il proprio sito nelle posizioni più alte dei motori di ricerca. Per farlo, esiste il protocollo SEO (Search Engine Optimization), ovvero l’ottimizzazione per i motori di ricerca. In merito al SEO esistono interi trattati, corsi di laurea, differenti scuole di pensiero che studiano la semantica di questo complesso linguaggio in una lotta continua per elevarsi il più in alto possibile nell’elenco di offerte che appare dopo ogni nostra ricerca. Suggerimenti che una mente disinteressata dà per scontato, ignorando cosa essi nascondano: una cultura emergente da non sottovalutare e anzi, mi permetto di dire, da conoscere assolutamente per progredire attraverso l’apprendimento di un sistema in rapido avanzamento in cui il domani è già ieri.

Ammetto che la mia prima reazione è stata di rifiuto nei confronti di questo “atteggiamento” necessario: scrivere con la mente rivolta alla realizzazione di un articolo che possa apparire ai primi posti su Google, scivola fuori perfino dalla nube d’indeterminazione che ancora mi lega al passato, ciò nonostante la mia riflessione ha avuto una svolta molto positiva in quanto la passione per la scrittura trova nuova linfa in questa sfida rivolta alla conquista dei motori di ricerca grazie ai principi della linguistica. L’iniziale reticenza si è trasformata quindi nel desiderio di affrontare questa affascinante provocazione, ma dato che i miei post sono spesso il risultato di una furente illuminazione momentanea, il modo più opportuno che ho trovato per farlo è stato parlarne. Non a caso troverete dei brevi periodi in grassetto senza un motivo apparente, e invece ce l’hanno eccome, si tratta infatti de i Long tail keywords: le parole dalla lunga coda.

3bd.png

Scrivere un articolo ottimizzato SEO prevede l’utilizzo appunto di queste fantomatiche parole dalla lunga coda, un vero e proprio paradosso informatico garantito da un algoritmo che ho scoperto esser stato modificato di recente a fronte di studi approfonditi. Più o meno, per quello che ho potuto intendere, se prima erano le singole parole (short tail) a dettare legge sui motori di ricerca sfruttando forse un ridotto flusso di utilizzatori e sviluppatori, oggi sono questi brevi periodi in cui alla parola principale ne seguono altre dove, più penetrante è la “coda”, più essa risulterà vantaggiosa. Facciamo un esempio pratico: la parola Ristorante è così generica e competitiva (qui il paradosso) che difficilmente, se il mio scopo e piazzare la mia attività sulla cuspide della ricerca, raggiungerà il traguardo. Molto più performante sembra esserlo invece la composizione Ristorante vegetariano dove, a fronte di una riduzione massiccia del range, si scalano svariate posizioni nel perfezionamento della ricerca da parte dell’utente. Ancora di più lo sarà quindi Ristorante vegetariano a Roma, affinabile ulteriormente in Ristorante vegetariano a Roma aperto il lunedì. Com’è facile intuire, in questo caso la posizione della nostra attività emergerà molto più in alto nella ricerca che il più generico Ristorante vegetariano; figuriamoci poi come salirebbe Ristorante vegetariano a Roma aperto il lunedì senza sedie (sempre che esistesse e ci fosse qualcuno interessato…).

Una volta appresa la necessità di scrivere con l’attenzione rivolta al mezzo utilizzato per pubblicare, la sfida si fa avvincente. Divenire padroni del tramite senza snaturare il proprio stile di scrittura pone un obbiettivo di non facile raggiungimento, stimolante e soprattutto meritocratico, giacché un algoritmo per certo non farà distinzioni tra noi. Per la verità esistono sistemi a pagamento come AdWords di Google che permettono a fronte di un budget d’investimento più o meno consistente di scalare con maggior facilità la piramide della rete, ma in ciò non vedo alcuna motivazione, a meno che non si debba pubblicizzare un’attività produttiva e in tal caso il mezzo risulterebbe ampiamente giustificato dal fine.

ricerca google

Immagine ricerca google.JPG
esempio di ricerca in cui si vedono suggerimenti e primi risultati

La cosa che non mi è chiara è se tali parole, che poi sono frasi, è giusto che seguano regole grammaticali accettate oppure, come credo e disapprovo, sfruttino la pigrizia intellettuale dell’uomo. Se immetto nella barra di ricerca di un motore qualsiasi la dicitura “parole dalla lunga coda”, tra i risultati più in alto trovo SEO parole chiave nella CODA LUNGA, un’evidente composizione arguta, in cui tale sequenza verbale non segue alcuna legge sintattica e pur tuttavia risulta prevaricatrice. Di esempi ce ne sarebbero tantissimi e ciò mi porta a pensare che una combinazione efficace non segua regole universalmente riconosciute ma si affidi all’immediatezza, alla necessità di codificare cioè la ricerca per raggiungere lo scopo nel minor tempo possibile a discapito delle norme basilari. Sembra che la cosa più evoluta oggi si esprima come l’uomo delle caverne ieri e in questo, purtroppo, rivedo anche me stesso. Ciò mi ha fatto comprendere quanto abbia assimilato, inconsciamente, questa conversione letteraria nel mio utilizzo di internet. Sfruttare una lingua schematica nelle mie ricerche compulsive: prosciutto buono provincia firenze…  mi viene naturale al punto che, pur di avere la mia benedetta informazione nel più breve tempo possibile, sono pronto ad abbattere ogni precetto senza rendermene conto.

Nella mia scalata verso una visualizzazione più accurata dunque, accetto la sfida delle Long tail keywords. Ancora non so in che modo questo potrà avvenire, certo non scrivendone con cognizione poiché non ne sarei capace. Magari inserendole in un momento successivo a discapito del testo, oppure nel titolo come molti blogger esperti suggeriscono. La mia mente ormai è inquinata da una dottrina decennale e riconosco in questo la chiusura alla naturalezza di comporre un testo influenzato da tali direttive, senza che questo diventi un grottesco tentativo fatto di continui ammiccamenti. Ciò non toglie che la scrittura sia ancora una volta il mezzo di comunicazione dominante, di cui per fortuna non se ne vede all’orizzonte la fine ma anzi, sembra destinato a calcare le scene ancora per molto!

Con stima incondizionata, il vostro

albergo 3 stelle vista mare jesolo

(magari qualcuno in cerca di vacanze finisce sul blog e lo trova interessante…)

***

Segui il blogorizzontedeglieventi.blog

Segui qui il: Progetto Letterario