Ognuno vede ciò che sa

(di Roberto Masi)

Lo studio della curva di Peano mi ha mostrato la strada, sento però la necessità di fare ordine in questa logica di concetti franati. Sebbene condivida con Nietzsche molte cose, ribadisco il mio deciso rifiuto del concetto di Eterno ritorno. Con questo non voglio dire che accolgo una qualche forma di religione, ma non accetto l’idea di una ripetizione perpetua. Non riesco, anche perché in caso contrario questa ricerca non avrebbe senso, ad accogliere la possibilità che non esista uno scopo nella vita, che l’uomo sia un mero carburante nel ciclo vitale del cosmo, una fonte energetica che si ricarica come una batteria per affievolirsi e sparire in un lasso di tempo più o meno esteso. Partendo dalle immersioni, dunque, ho scoperto il Limite eterno, e con esso la necessità di risalire. La vita è qui, dove posso interagire e la coscienza, come ho detto in Amor fati, è una superficie mossa che finalmente, per mezzo della rappresentazione grafica di David Hilbert e dell’opera di Bruno Munari, sfocia nel concetto dei frattali: oggetti geometrici le cui forme si ripetono senza interruzione. L’omotetia che li contraddistingue, ovvero la capacità comune di replicare in scala la propria caratteristica geometrica, è la rappresentazione, in natura, del concetto che intendo approfondire per perfezionare il mio ragionamento.

Foglie, fiocchi di neve, cristalli, perfino un semplice cavolo romano, sono la rappresentazione di aspetti assimilati. La ripetitività ossessiva che genera il concetto di forma, e di coscienza appunto, attraverso la reiterazione di un motivo calcolabile. La cosa che mi spinge ad approfondirne la comprensione è che il frattale, a differenza di una curva piana che utilizza una funzione matematica, dev’essere necessariamente calcolato attraverso un algoritmo. Questa sua caratteristica intrinseca gli assegna una proprietà specifica, in altre parole il fatto di tendere al risultato finale senza mai raggiungerlo. Sparisce dalla percezione sensoriale verso il mondo quantico ove la meccanica stessa smette di rispondere alle leggi della fisica classica, e da questo la tendenza, insita nella natura, all’indeterminazione di tutte le cose, al dubbio appunto.

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cavolo romano – frattale in natura
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fiocco di neve – frattale in natura

La coscienza, pertanto, è un dato comune. Un velo che si distorce alla stregua dello spaziotempo sotto l’influenza della gravità storica, e che separa il senso di una verità accettata, dal disordine in cui tutto si confonde perdendo di significato. Il valore di questa superficie è lo stesso del Velo di Maya: il Limite eterno che separa l’indicibile senza alcuna direzione cardinale prestabilita. Il fuori e il dentro sono aspetti della medesima confusione e l’essere umano, diversificato come un frattale senza fine, vive su questa superficie che si distorce incessantemente. L’Eterno ritorno decade. Il suo aspetto ciclico declina nella natura stessa di questo concetto che, mutando in continuazione, sposta il ripetersi degli eventi, anche personali, ogni volta in un punto diverso della sua curvatura, garantendo a noi umani di subire l’influenza delle scelte che facciamo, senza possibilità che un evento si ripeta nello stesso identico modo e proponga incessantemente i medesimi risultati.

Cosa sto guardando? A questo punto sento l’ambiguità del concetto che, se da un lato mi apre gli occhi verso nuovi orizzonti, dall’altro m’impone l’incertezza. Se dubitare è la regola, la direzione non può essere sbagliata, neppure quando la verità dovesse attraversare il fallimento senza condurre a niente, giacché la sua confutazione diverrebbe un po’ più facile da raggiungere. Forse la vita interiore si riduce a questo, come nella geometria frattale appunto, nella tendenza infinita verso una verità irraggiungibile. Tale concetto scaturiva in me già ne Il limite eterno, e rappresenta il mio modo d’interpretare la riflessione introspettiva, come un metodo irrisolvibile la cui compiutezza è la caratteristica propria dall’essere privo di soluzione. Più si affina la ricerca, spostandosi sulla superficie del “velo” che ondeggia sotto l’impeto della modifica di assetti socioculturali, e più si tende all’unico risultato possibile: l’indeterminazione. Ma, come ho detto prima, rifiuto il concetto di Eterno ritorno e perfino il significato intrinseco del Velo di Maya come dimostrazione che l’essere umano vive nella più completa illusione di ciò che lo circonda. Protendo, invece, verso il Principio antropico secondo il quale ogni cosa da me osservata si modifica nell’istante stesso in cui interagisco con essa. Sebbene possa sembrare un affinamento dell’ipotesi di un’illusione perenne, in realtà dona un senso più alto alla nostra natura, rendendoci in qualche modo artefici, attraverso connessioni logiche, di un destino comune. Credo nella creazione e terminazione di tutte le cose, non per mano di un dio benevolo che giudica le nostre azioni, ma in quanto limiti estremi di un’opera collettiva entro la quale si svolge l’esistenza.

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Geometria frattale

Siamo in ambito paradossale, dunque cito Georg Cantor, grande matematico tedesco padre della “teoria degli insiemi”, e lo faccio in barba a coloro che, forti della propria intelligenza, del proprio sapere, della propria esclusiva capacità di comprendere teoremi ad altri preclusi, tacciano i filosofi di farne un uso anomalo e scellerato. Rivendico, opponendomi al dogma di un’erudizione egocentrica e poco incline alla scoperta di un confine ancora più lontano, il diritto di ognuno ad attraversare la scienza, l’arte, la letteratura o qualsiasi cosa egli desideri, per tendere alla scoperta di se stesso: “Non ho alcun dubbio che in questo modo noi ci estendiamo sempre oltre, senza mai raggiungere una barriera insuperabile, ma anche, senza mai raggiungere una comprensione anche approssimativa dell’Assoluto. L’Assoluto può solo essere riconosciuto, mai conosciuto, neppure in modo approssimativo”. Così, con la “frattalizzazione” della coscienza che raffiguro come una schiuma in cui ogni bolla riflette gli effetti di stimoli cui è assoggettato l’uomo, intendo l’impossibilità di un sapere assoluto bensì una tendenza, chiara e mutevole, verso ciò cui aspiriamo in quanto esseri umani. Il concetto stesso di tempo svanisce, il caos che regola lo sviluppo di questa schiuma è tale che ognuno di noi fa del proprio carattere la circoscrizione di una singola bolla rappresentata, che si modifica al tocco di scelte continue ed eventi subiti: un colpo di vento, la spinta alla fusione di due elementi, l’esplosione nella morsa di enti pressanti. Pertanto, un’ipotetica formula della coscienza che parta dal concetto d’Invarianza di scala, sebbene persista la variabile “Kp” (caratteristiche personali) della natura soggettiva, dovrà essere incrementata da un’altra variabile imprescindibile: la risposta allo stimolo come quantità finita data dall’osservazione “Rc” (risposta a eventi del caso). Proverò a fare chiarezza. L’Invarianza di scala è la proprietà di un oggetto di non mutare qualora venga effettuata una variazione della sua scala di grandezza. Userò in questo caso il termine “invarianza” giacché si parla di Trasformazione quando il fattore moltiplicante è positivo e Contrazione, quando invece negativo. Poiché nel caso di una coscienza consapevole l’influenza ricevuta può sottostare a mutazioni in entrambi i sensi, è necessario esprimere un concetto che risulti il più aperto possibile. In questo studio non c’è l’intenzione di attribuire alla coscienza peculiarità positive in senso assoluto, bensì stabilirne la variabilità soggettiva contestualizzata all’ambiente. Non percepisco, infatti, la coscienza come un fatto puramente benevolo, bensì come una parte dell’essere che ne stabilisce il ruolo. Pertanto, la formula che ne ricavo è la seguente:

Δc = (±Kp) x (±Rc) → ±∞-1Δcˈ

Da leggersi nel seguente modo: la coscienza Δc è il prodotto tra l’influenza variabile ricevuta da caratteristiche proprie (±Kp) e la risposta a eventi casuali cui l’essere è sottoposto (±Rc), tali da garantire un risultato coerente che tende all’infinito, sia esso positivo o negativo, senza mai raggiungerlo ±∞1Δcˈ.

È chiaro che si tratta di un gioco. Tale formula non ha alcun valore logico-matematico, serve solo a rappresentare, alla stregua di un dipinto se vogliamo, la sintesi comica del mio pensiero. Dice bene Munari quando afferma in uno dei suoi tanti testi: “Ognuno vede ciò che sa”. Se tanto mi da tanto, la nostra vista è piuttosto marginale, offuscata dall’ignoranza, perfino in coloro i quali dimostrano doti eccellenti in qualche campo specifico, mostrando evidenti lacune in tutto il resto. In effetti, questo mio studio cerca di coinvolgere il maggior numero di concetti possibile con lo scopo di chiarire, se non agli altri almeno a me stesso, la particolarità del nostro modo di “fare vita”, di sfamare la nostra curiosità senza curarsi del mezzo utilizzato per farlo, quanto della necessità incessante di assecondare il bisogno di sapere. Questo è il motore che smuove tutto, modifica il nostro modo di vivere e con esso, necessariamente, la nostra percezione degli altri. Secondo Ray Kurzweil, direttore capo del reparto ingegneria di Google, entro gli anni quaranta di questo secolo avverrà una svolta epocale per l’umanità, il sorpasso delle intelligenze artificiali sull’uomo. Supponiamo che la stima di questo illustre pensatore sia sbagliata, resta il fatto che per quanto si possa spostare la data di tale cambiamento definitivo, tutto fa pensare che si tratti di un evento ormai certo. Dove finirà a questo punto la nostra essenza? Saremo in grado di mantenere il fuoco acceso, o la formula volgerà infinitamente al negativo, mentre algoritmi incontrollabili decideranno in base al principio della crescita di un mondo distopico privo di emozioni? Forse, se sapremo comprendere il rischio di un tale cambiamento, conosceremo meglio il valore della nostra natura e proprio mentre tenteremo di opporci, sarà proprio un algoritmo a salvarci dall’annientamento.

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Precedenti Immersioni

L’arte di Ricredersi

Sotto un oceano di vita

Essere l’Oceano

Lanciarsi in sé

Amor fati

Il limite eterno

Il velo di Maya

Cadiamoci addosso

(di Roberto Masi)

Tolti gli algoritmi, restiamo noi.

Recentemente mi sono occupato dei rischi derivanti da un utilizzo inconsapevole dei sistemi d’Intelligenza Artificiale. Si tratta di considerazioni riguardanti un tema complesso, per il quale la risposta è assai meno importante della domanda stessa. La mia opinione in merito resta mutevole. Segue, per così dire, le dinamiche dei miei studi che, di volta in volta, alterano la percezione dei suoi probabili effetti.

Se da un lato sono affascinato dagli sviluppi (e impieghi) della tecnologia, dall’altro temo un impoverimento della nostra umanità, del nostro modo di creare attraverso la fantasia, che sembra minacciata da un’evoluzione perfettamente organizzata nel linguaggio informatico.

Essere consapevoli, prima di tutto, dello stato delle cose, è un primo passo verso la salvaguardia della nostra natura. Non serve a niente criticare, sebbene sia la cosa che ci viene più facile. Bisogna invece conoscere, o meglio ancora apprendere, per capire ciò che avviene attorno a noi e formulare ipotesi che rappresentino l’identità soggettiva. Sembra demagogia, ma è così, c’è poco da fare. Un’idea non è mai sbagliata, neppure quando si dimostra fallimentare. Sarà proprio nel dibattito divergente, infatti, che ci innalzeremo come uomini sopra le macchine.

Dire, per esempio, che la tecnologia toglierà molti posti di lavoro, equivale a confermare una visione riduttiva delle nostre potenzialità. Prendo in prestito le parole di Ray Kurzweill, Ingegnere capo di Google: “I robot ci ruberanno il lavoro? È probabile, sì. Ma non è poi questo gran problema, ce ne inventeremo degli altri”. In effetti, una concezione più aperta aiuta a detergere l’animo dal terrore del cambiamento. La paura di perdere il lavoro, di veder crollare le proprie certezze, di abbandonare quella serenità, presunta, in cui la vita scorre leggiadra verso un finale scontato, rappresentano il velo che ottenebra le nostre menti, regimandole in uno scrigno. Ma la vita – e vi sta parlando un tizio che deve fare sforzi incredibili per uscire della comoda routine – è ben oltre quella scatoletta di tonno, al di là dei nostri confini mentali verso i quali la patetica indulgenza, è in grado di formulare attenuanti incontestabili.

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Ray Kurzweill – Ingegnere capo di Google

La famiglia, il dovere di…, la necessità del…, sono tutti giustificativi che imponiamo a noi stessi per non implodere. Per non ammettere di esserci smarriti, nella retorica di un un esodo pecoreccio, verso il crepaccio dell’omologazione. Tuttavia, io credo che l’uomo possa svincolarsi da tali catene senza bisogno di modificare le abitudini, bensì divenendo egli stesso, il controllore delle proprie pulsioni.

Lo Spaziotempo teorizzato da Albert Einstein esiste. Le stesse onde gravitazionali recentemente osservate dal LIGO negli Stati Uniti e dal VIRGO di Pisa lo hanno confermato. Sembra pertanto innegabile che i corpi celesti dotati di massa deformino questa materia elastica nella quale sono immersi, al punto da permettere a “sistemi” come la Terra nei confronti del sole, di cadervi dentro, e non di venirne attratta come si pensava in origine. Per l’uomo sarebbe auspicabile la stessa cosa. Piuttosto che d’attrazione, preferisco interpretare le relazioni come una perenne caduta degli uni negli altri. L’attrazione, in senso letterale, presuppone una forza che in quanto tale genera un’azione violenta turbando lo stato di quiete. Tale forza, col tempo, è destinata a provocare una reazione uguale e contraria generata dal bisogno di rivendicare il proprio imprinting. La caduta immutabile, invece, sembra essere più armoniosa ed equa: non sono le azioni di uno che influenzano l’altro attirandolo a sé, ma è il tessuto circostante che si modifica attorno ai nostri comportamenti, trascinandoci in uno stato di naturale appartenenza. Direi che per adesso sussistano entrambe…

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Rappresentazione grafica di come lo spaziotempo si distorce influenzato dalla massa generando la caduta di un corpo di massa inferiore

L’Intelligenza Artificiale, pertanto, non rappresenta un rischio per l’uomo se questi ne utilizza il potenziale per deformare l’ambiente attorno a sé. Al contrario, qualora lo scopo fosse quello di sfruttarne il potere per un dominio senza scrupoli, allora ogni certezza crollerebbe, ed è lì che il rischio aumenta in maniera esponenziale. Un algoritmo non intuisce né crea ma si comporta seguendo i dettami imposti dal suo creatore. Il codice in esso contenuto ne stabilisce la condotta sulla base di leggi precise e inviolabili, che hanno proprio in questa regola immutabile la loro più grande debolezza. Essere rigidi al pari di un algoritmo ci impedisce di scegliere per davvero.

Quando ero piccolo girava tra noi bambini una storiella simpatica che faceva più o meno così: “Sapete come si fa a tornare a casa dal deserto con un’arancia e 100 Lire? (all’epoca era questa la valuta corrente). Si prende l’arancia e la si spreme. Nel succo ci sono le vitamine, dunque si toglie la vita e rimangono le mine. Una volta fatte esplodere le mine si genera un trambusto, quindi si toglie il busto e resta il tram. A quel punto non resta che pagare il biglietto del tram con le 100 Lire e tornare a casa”. Ecco come, in questa storiella fanciullesca io rivedo l’uomo nella sua essenza più rappresentativa, che fonda le basi della propria sostanza nell’ingegno creativo. Un algoritmo invece, con le sue regole inviolabili, avrebbe optato per un ragionamento logico, consigliando di nutrirsi dell’arancia per prolungare la propria vita in attesa di una fine certa.

In conclusione, io sento che è arrivato il momento di prendere quel tram. Agire deformando lo Spaziotempo in cui siamo immersi e caderci addosso per proseguire questo nostro cammino verso l’esistenza, senza temere che una successione di numeri binari possa portarcela via… Se ci è riuscito l’universo per 14 miliardi di anni, perché non dovremmo farcela noi?

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Sul Principio d’Itineranza Generazionale e della Migrazione Nostalgica 

(di Roberto Masi)

Recentemente mi sono imbattuto nella storia controversa di Egomnia, la startup ideata da un giovane ambizioso definito senza troppi riguardi lo Zuckerberg italiano. Tralasciando ogni interesse per la vicenda che ho scoperto avere un seguito discordante, la mia attenzione si è focalizzata su alcune caratteristiche che identificano il suo creatore all’interno di una categoria denominata Millennials. Chi sono dunque, mi sono chiesto, questi individui così vicini al mio tempo e pur tuttavia distanti al punto che un orizzonte degli eventi ci separa?

Millennials, o generazione Y come talvolta vengono identificati, sono una generazione di giovani nati in un periodo di tempo stimato tra gli inizi del 1980 e la fine del 2000, distintisi dalle precedenti per una spiccata attitudine all’utilizzo dei sistemi informatici come mezzo di affrancamento. In questo il web ha determinato una vera e propria rivoluzione che ha permesso a molti individui, altrimenti destinati all’anonimato, di divenire l’esempio di riferimento se non addirittura l’ago della bilancia di un’economia altalenante. Nel mio caso l’interesse è amplificato dal fatto che pochi anni mi separano da quel confine demografico stabilito come inizio di una svolta epocale ma, per quanto esigua sia tale distanza, sento comunque una distinzione che fa di me una sfumatura più complessa di quel generico “inizio 1980 e fine 2000”: un attimo prima del cambiamento dove la scia del passato mi trattiene, mentre lo slancio verso il futuro respinge generando uno stiramento che si ripercuote nella percezione stessa dello stato di sussistenza. In questo smarrimento generazionale mi viene in soccorso il concetto del presente esteso, ovvero la “lentezza” dell’essere umano nel percepire un cambiamento, in questo caso epocale, che fa sì che il presente, inteso come adesso e qui, non abbia senso concepito in un dato punto ma in una nube d’indeterminazione entro la quale trova chiarimento la conoscenza nello spazio di un tutt’uno. (Mi perdoneranno i fisici per la brutale approssimazione di un concetto assai più complesso… (Fig. 1).

nube di indeterminazione

Se prendo a modello me stesso (nato nel 1975), l’età anagrafica mi colloca per definizione in quella che invece viene comunemente definita Generazione X, ma in un lasso temporale di essa che ne è tanto lontano quanto invece è prossimo alla sua successiva di cui ho appena parlato. È in questo alone nebuloso, infatti, ch’io mi trovo e percepisco la mia esistenza, nella sfumatura cioè di una transizione in dissolvenza tra un prima e un dopo, e comunque non nel qui e adesso.

Come i vettori di un piano cartesiano che da una medesima origine si allontanano all’infinto lungo gli assi delle ascisse e delle ordinate, le generazioni sembrano destinate all’allontanamento, mentre la coesistenza di questa sovrapposizione potrebbe rappresentare una raffinatezza socio-culturale rivolta all’assunzione, in ottica soggettiva, delle caratteristiche di entrambi. Va da sé che coloro i quali appartengono in senso anagrafico a questa sfumatura, che per facilitarne la comprensione chiameremo gli Estesi, sentono di possedere caratteristiche tipiche di entrambe le categorie, rivendicandole perfino, come un diritto all’esistenza fuori da una definizione universalmente accettata. Dunque si potrebbero identificare, sempre partendo dai dettami grafici di Cartesio, come Generazione Z, una flangia distaccata da tutto il resto ma integrata in esso nella sua ibrida purezza, in una complessa combinazione di fattori che prevedono l’essere influenzata dal passato, in grado di influenzare il futuro (oggi passato), e a sua volta di venirne influenzata nel presente esteso. Una combinazione di non facile comprensione, inconscia nell’individuo, ma chiara nella sua complessità dichiarata che potremmo rappresentare perfino graficamente (fig. 2) e che ci aiuterà a formulare l’ipotesi di una migrazione complessiva della coscienza. Dallo studio si evince che l’aspetto generazionale ha un’influenzabilità definita dal pulviscolo della sfumatura: vago nel suo inizio e nella sua fine ma compreso in esso, mentre il Me, per il Principio d’Itineranza qui sotto rappresentato, è sempre influenzato da eventi passati e mai da un probabile futuro: ciò che stabilisce la personalità crescente sembra limitato al noto dei trascorsi storici e non dalle previsioni ipotetiche, sebbene l’individuo faccia di tutto per convincersi del contrario.

principio 2

Potremmo dunque supporre che, accettato il principio d’Itineranza, l’unico aspetto dell’essere proiettato verso il domani sia la nebulosa della loro “Estensione”, inteso come la traslazione vettoriale della nube generazionale: Z in questo caso, in un continuo d’influenze che si alternano nel corso dei secoli trascinandosi in essi, e delle quali non si riesce a concepire un inizio e una fine ma addirittura, nella loro dimensione quantica, illimitati. (fig. 3)

FIG 3

fig 4

Se ipotizziamo, tuttavia, una sequenza inarrestabile di salti temporali in cui la nebulosa di sovrapposizione si alterna a periodi di definizione stabile (fig. 3), resta incomprensibile come tale stabilità sia parte integrante di ogni soggetto nel momento in cui esso vive. Nello specifico, Io, Tu, Egli, ognuno di noi percepisce un’esistenza influenzata e in grado a sua volta di influenzare; mi sembra, pertanto, che la nebulosa d’indeterminazione sia sempre più estesa e non si possa escludere la possibilità di casi di sovrapposizione alla sua precedente come alla successiva, verso qualcosa che potremmo rappresentare come in figura. (fig. 4)

FIG 5

Resi noti i presupposti di alternanza dobbiamo considerare una serie di variabili, anch’esse indeterminabili, che rendono ogni singola nube diversa. Tali fattori: emozionali, economici, culturali, politici,  o anche prettamente genetici, sono in grado di aumentare o diminuire lo sviluppo della nebulosa nella sua incertezza influenzale. Tale assunto porterebbe a considerare le generazioni più moderne come maggiormente condizionate dal passato per un più ragguardevole accesso alle informazioni, nel rispetto dell’equazione (maggior preparazione culturale = maggior percezione del mondo circostante = maggior influenzabilità e ampiezza della nube d’indeterminazione), resta però da definire se quest’ampiezza, che data l’imprevedibilità della crescita non si può intendere come direttamente proporzionale, sia destinata a crescere in eterno oppure avverrà un livellamento culturale in grado di stabilizzare la percezione del sé nelle generazioni future, tale da aprire uno scenario “sintetico” di individui tutti simili, condotti per evoluzione a una natura prevedibile.

Nasce quindi la domanda se l’uomo sia destinato a un mutamento artificiale che prescinde dallo sviluppo di un’ipotetica intelligenza sinottica: stiamo andando verso l’automatismo intellettivo dell’essere umano, oppure la nostra ancestralità si farà garante della distinzione soggettiva?

In questo breve articolo ci interessa sondare la probabilità che l’evoluzione della nube d’indeterminazione sia destinata al livellamento e di come ciò possa avvenire a discapito del salto temporale tra la sua precedente e quella successiva che, non accettandone la sovrapposizione come dato incontrovertibile, é destinato a dilatarsi in salti temporali sempre maggiori, tendenti a una crescita esponenziale continua e senza fine. Sembrano esserci, tuttavia, aspetti che denotano un’evoluzione dell’influenzabilità soggettiva quasi prevedibili, mi riferisco a certe mode che periodicamente tornano dettando scelte collettive, estetiche perlopiù, ma che allo stesso modo manifestano un notevole ascendente sul comportamento. Potrebbe esser quindi che la nube d’indeterminazione si accresca pur tendendo a un livellamento della sua estensione che ci offre uno scenario più complesso. Sarei portato a immaginare un’evoluzione dell’influenzabilità sempre minore a causa della dilatazione temporale che separa ogni nebulosa (fig. 6) dovuto alla rapidità delle informazioni ricevute.

NUBE 6

Tale tesi, che potrebbe apparire come una contraddizione logica, di fatto non lo è. La mole di informazioni che riceviamo attraverso canali sempre più efficaci, a mio avviso potrebbe, nel tempo, ridurre le nubi e dilatare la distanza temporale  tra esse, in quanto anche i grandi eventi a livello mondiale assumono caratteristiche di percezione immediata e se ne perde “l’eco” finora garantito dalla debolezza dei mezzi di comunicazione del passato. C’è il rischio, e se ne possono vedere già gli effetti, che tutto perda di credibilità, o meglio che venga meno la portata del suo condizionamento sovrastato ininterrottamente da nuovi eventi e nuove informazioni in grado di rendere meno efficace il messaggio che esso porta. Può essere, l’evoluzione, la causa stessa della regressione? Esiste un’equazione stabile in grado di decretare un comportamento prevedibile dell’influenzabilità, oppure il numero di variabili risulta così imponderabile nel tempo e nello spazio da non permettere a qualsivoglia formula di rappresentare il comportamento definito? E se così fosse, non è essa stessa, l’imprevedibilità delle variabili appunto, un insieme determinabile all’interno di uno spazio che alla stregua della nostra nebulosa tende a sfumare ai suoi limiti?

Riassumendo il ragionamento, epurandolo di tutte le elucubrazioni che lo hanno in qualche modo “perfezionato”, sono portato a immaginare l’evolversi dell’influenzabilità come variabile tendente all’uniformità progressiva. Una sorta di evoluzione pulsante che pur tuttavia è destinata a stabilizzarsi, fissando l’influenza delle informazioni nel tempo, come se la percezione ad eventi importanti venissero percepiti, per il loro ripetersi nell’alternanza dei secoli, come ormai assimilati dalla natura stessa dell’individuo.

fig 7

Per non gettare benzina sul fuoco è necessario riassumere i punti fondamentali di questa teoria e stabilire se vale la pena abbandonare il ragionamento o approfondirlo.

  • Generazione Z: Si ipotizza l’esistenza di generazioni ibride che si collocano a cavallo di altre prestabilite. In questo caso siamo partiti dallo studio delle generazioni X e Y a cavallo del 1980, mentre però quest’ultime due rappresentano insiemi definiti, la Z è rappresentata come una nebulosa più ampia che subisce le influenze di entrambe per un lasso di tempo che va inteso come una sfumatura più o meno estesa nel passato e nel “futuro trascorso”, dove per futuro trascorso si intende una porzione temporale passata ma interpretabile come un futuro all’atto del ragionamento.

 

  • Nube di indeterminazione o Nebulosa: È la rappresentazione teorica dell’influenza, indeterminabile, della generazione Z, ovvero del fatto che non si può stabilire con certezza, sebbene si tratti di un assunto fondamentale, quanto dei caratteri tipici della generazione precedente e della successiva essa mantenga. Da questa indeterminazione e dall’introduzione imprescindibile di molteplici variabili, si può altresì ipotizzare che suddetta nube sia variabile in modo non proporzionale nel tempo ed è impossibile escludere a priori la sovrapposizione di più nubi.
  • Tendenza alla stabilizzazione della coscienza: Ovvero la possibilità che la variabile dell’influenzabilità tenda a ridursi e con essa il “trascinamento” di caratteristiche appartenenti alle generazione antecedenti e successive alla nube. In questo caso, considerato il progressivo allungamento delle generazioni stabili a prescindere da una più rapida evoluzione tecnologica e culturale dell’uomo, si considera la possibilità che una moltitudine di fattori “nostalgici” tendano a imprimersi nell’essere umano come fattori propriamente ereditari e non di sovrapposizione, divenendo parte integrante del patrimonio genetico in quella che definirei Migrazione Nostalgica, che sembra essere legato al bisogno di mantenere la specie con la procreazione istintiva per beneficiare dell’illusione di eternità.

Riguardo alla Migrazione Nostalgica, infine, ipotizzo che l’evoluzione possa portare, a causa dell’allontanamento temporale delle nubi e la tendenza all’uniformità delle stesse, a un processo evolutivo meno emozionale, legato alla mera necessità di mantenere la specie con l’unico  scopo di preservarsi. La fantascienza ipotizzata da alcuni non sembra poi così lontana… Come non credere alla possibilità da parte dell’uomo di creare un’intelligenza contraffatta che si avvicini in tutto e per tutto a ciò cui l’uomo tende, se non addirittura, a una vera e propria inversione di ruoli?

Immagine 8

Tali fantasticherie sono voli pindarici, ma non posso esimermi dal chiedermi di cosa parliamo quando parliamo di evoluzione artificiale, tanto per scomodare le intenzioni emozionali di Carver. Perché coltiviamo questo ardente desiderio di creare la vita? Per raggiungere l’agognata eternità, oppure perché davvero la nostra coscienza si sta uniformando nella sua migrazione?

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Ritratti e Riflessioni

(di Roberto Masi)

Nell’ultimo articolo di Forbes  ci sono alcuni “ritratti” di personaggi più o meno influenti: artisti, politici e imprenditori che vanno da Bono degli U2 a Frank Gehry, famoso architetto definito l’apripista della corrente decostruttiva. Tra tutti, alcuni dei quali molto interessanti, ho scelto di pubblicare le parole dei due che maggiormente mi hanno colpito per semplicità condivisa, come nel caso della stilista Miuccia Prada, e coerenza nell’approccio all’Intelligenza Artificiale del visionario Elon Musk , cofondatore di PayPal, SpaceX e Tesla Motors.

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Elon Musk – cofondatore Tesla Motors, SpaceX, PayPal

“L’intelligenza artificiale porterà molti benefici alle nostre società, tra i quali le automobili a guida  autonoma e strumenti per la diagnosi medica avanzata. Eppure, forse con l’AI stiamo evocando un demone, e rischiamo di mettere a repentaglio l’esistenza stessa dell’umanità. Se una superintelligenza fosse inavvertitamente ottimizzata per fare qualcosa di deleterio per gli umani, le conseguenze potrebbero essere disastrose. Potrebbe trattarsi di un’intelligenza programmata per eliminare lo spam che conclude che il miglior modo per farlo è eliminare la razza umana. O un programma finanziario che decide che il miglior modo di fare soldi è aumentare il valore delle azione del settore della difesa entrando in guerra. Siamo la prima specie in grado di autodistruggersi ed è estremamente possibile che ciò accada nel medio-lungo termine. La domanda è: riusciremo a sopravvivere? Dobbiamo imparare il più possibile e creare un’agenzia governativa che regoli l’AI. Alla fine sarà il settore privato a guidare la costruzione di tecnologie sicure e utili a far progredire l’umanità”.

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Miuccia Prada – Designer di moda, co-presidente Prada

“Non sono molto interessata a costruirmi una reputazione a livello personale, ma sono attenta alle cause sostenute dall’azienda. Credo nel lavoro e nella connessione col mondo in cui viviamo. Bisogna essere curiosi e non smettere mai di studiare. Devi spronarti a pensare ogni giorno di comprendere e rispondere a ciò che sta succedendo”.

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